ma l'amor mio non muore

La speranza contro la paura.

Ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso
L’uomo riesce ad amare lo stesso
E ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza.

“Balla balla ballerino”, Lucio Dalla, 1980.

Tutti sentiamo la preoccupazione e la paura per quanto ci sta succedendo intorno.
Il timore, l’angoscia, lo spavento, la preoccupazione per noi, per i nostri amici, per i parenti, per il nostro futuro. E la speranza è proprio, per definizione, intima alla paura.
È la nostra possibilità di non darci per vinti e non cedere alla disperazione, che è la mancanza di speranza; è quella predisposizione innata dell’animo umano di non cedere al timore di non sapersi rialzare dopo essere caduti. È intima e vicina al coraggio: accetta la paura, la fa sua per reggerla e nonostante questo fa in modo che un futuro sia possibile.

Maria Zambrano scrive che la speranza è ponte, è l’impulso che ci destina all’ulteriorità, ad uscire da ciò che ci imprigiona e incatena. È la voglia di continuare ad esistere, ad esistere al meglio, anche in un clima e in un regime di totale incertezza.
La speranza è ciò che ci riporta a trovare un senso al vivere, è ciò che ci permette di rialzarci più e più volte e anche quando pare perduta va cercata, scovata e nutrita perché cresca. È la capacità di stare nel non ancora, sapendolo incerto ma desiderabile: permette di mantenere vivo il desiderio di vivere e la ricerca del piacere di vivere, portandoci fuori dalla sensazione di pura e semplice sopravvivenza che a volte ci coglie. Ci permette di accettare il morire di qualcosa – magari il futuro sognato in quel modo specifico – e trasformarci perché altro sia possibile.
La speranza si fonda sulla credenza, sulla fede, sulla convinzione che, anche in un’epoca d’incertezza, abbiamo un’esistenza che vale la pena vivere. La speranza può essere ciò che sostiene la vita a dispetto della disperazione, essa non è semplicemente il desiderio che le cose accadano, o che le nostre vite migliorino: è l’energia e la spinta che ci rende parte integrante del mondo, nell’ecologia della vita, dell’etica e della politica.

Oggi, leggendo un libro che 
raccoglie alcune interviste condotte nel 1980 da Benny Lévy, segretario personale di Jean-Paul Sartre, poco prima che il filosofo morisse all’età di 75 anni (“La speranza oggi“, Mimesis edizioni, 2020), ho trovato alcuni idee preziose che ci raccontano qualcosa su quello che stiamo vivendo in questi anni e sui sentimenti che pervadono molti di noi in questi giorni.

Dice Sartre:

“Ho sempre pensato che ognuno viva con la speranza, cioè creda che qualsiasi cosa intraprenda, o che lo riguarda, o che concerne il gruppo sociale al quale appartiene, sia in corso di realizzazione, si realizzerà, e sarà positiva per lui come per coloro che costituiscono la sua comunità.
Io penso che la speranza faccia parte dell’uomo; l’azione umana è trascendente, cioè mira sempre a un oggetto futuro a partire dal presente, nel quale noi progettiamo l’azione e tentiamo di realizzarla.
Essa pone il suo fine, la sua realizzazione nel futuro. E, nella modalità dell’agire c’è la speranza, ossia il fatto stesso di porre un fine come se dovesse essere realizzato.
E la speranza significa che non posso intraprendere un’azione senza fare affidamento al fatto che riuscirò a realizzarla. E non penso, come ti ho detto, che questa speranza sia un’illusione lirica, ma che appartenga alla natura stessa dell’azione. Vale a dire, che l’azione, essendo allo stesso tempo speranza, non può essere di principio destinata a uno scacco assoluto e inevitabile. Ciò non vuol dire che l’azione debba realizzare necessariamente il suo fine, ma che debba presentarsi come una realizzazione del fine, posto nel futuro. E c’è anche una sorta di necessità nella speranza. L’idea di scacco non ha in questo momento un fondamento profondo in me: invece, la speranza, in quanto è situata nel rapporto dell’uomo con il suo fine, rapporto che esiste anche se il fine non viene raggiunto, è ciò che è sempre più presente nei miei pensieri.
Il pianeta è oggi diviso tra poveri che sono estremamente poveri, che muoiono di fame, e un piccolo numero di ricchi, che cominciano a diventare meno ricchi, ma che lo sono ancora molto.
Davanti a questa terza guerra mondiale che potrebbe essere dichiarata un giorno, davanti a questo insieme miserabile che è il nostro pianeta, mi torna la tentazione di cadere nella disperazione: l’idea che non finirà mai, che non ci sia uno scopo, che non ci sono che fini particolari per i quali combattiamo. Facciamo delle piccole rivoluzioni, ma non c’è un fine umano, non c’è qualcosa che interessa l’uomo, non ci sono che disordini. Potremmo pensarla così. La disperazione viene a tentarti costantemente senza sosta, soprattutto quando sei vecchio e pensi: ebbene, in ogni caso, morirò nel giro di cinque anni al massimo – in realtà, penso dieci anni, ma potrebbero benissimo essere cinque. In ogni caso, il mondo sembra brutto, malvagio e senza speranza. Questa è
la silenziosa disperazione di un vecchio che vi morirà dentro. Ma appunto, io resisto e so che morirò nella speranza; ma questa speranza, bisogna fondarla.
Occorre tentare di spiegare perché il mondo oggi, che è orribile, non è che un momento nel lungo sviluppo storico, che la speranza è sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e che sento ancora la speranza come mia concezione del futuro”.

La domanda è: cosa rappresenta per noi oggi la speranza?
Innanzitutto, per me la speranza ha a che fare con gli accadimenti, con gli incontri, con gli eventi e le relazioni casuali, di cui è intessuta la nostra vita. La speranza, è una condizione umana basilare che riguarda il credere e l’avere fiducia negli altri.
Miguel Benasayag, filosofo e psichiatra, autore de “L’epoca delle passioni tristi” (Feltrinelli 2009), scrive che quando non c’è possibilità di dialogo, non c’è spazio per lo scambio. Le parole, le idee e i progetti si restringono, e lo scambio diventa una sorta di monologo, una forma di depressione e narcisismo. Anche in un momento di isolamento forzoso come questo, solo ritrovando un senso di comunità potremo essere in grado di sollevarci dalla disperazione e di assumerci il “rischio” dell’incontro con gli altri.

 

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