ma l'amor mio non muore

Chi, ancora sul campo di battaglia, vuole monumenti?

Roma 1 aprile.

La pace richiede immaginazione. Inventare la pace significa immaginare il reale estirpando dalla nostra cultura il linguaggio e l’immaginario della guerra, creando una valida alternativa. La guerra fa presa sulla nostra immaginazione culturale come forza inevitabile, la pace invece non ha molti benefattori. A meno che non si riesca a immaginare la pace con le sue luci e le sue “ombre”, è difficile trovare risposte diverse dalla violenza. Eppure le qualità trascendentali e sacre della pace non sono ultraterrene, ma sperimentabili. Immaginare la pace e le sue qualità terrene comporta un rinnovamento di storie, valori e credenze. In alcuni casi, sono le immagini che ci “scuotono” dal nostro modo abituale di guardare e ci offrono visioni alternative di speranza e di pace. Si tratta di una “rivolta creativa” che cambia le consuetudini percettive, contro l’assuefazione al trauma e al dolore.

Roma 4 aprile.

La pace ha una logica del tutto diversa dalla guerra, eppure nutriamo “un amore terribile per la guerra”, come afferma James Hillman.
Gran parte della storia umana ci mostra come la violenza sia profondamente radicata nelle strutture della nostra moralità e immaginazione culturale. Di conseguenza, il dolore e la perdita non si possono trasformare quando la guerra e le sue traversie hanno una grande presa sulla psiche e sulla coscienza dell’uomo. Questa presa diabolica sulla nostra immaginazione rende difficile trovare un rimedio come pure un conforto. In questa luce, possiamo essere facilmente indotti in errore quando cerchiamo di capire la giustizia e il “bene” come pure le “forze del male”.
Nel 1938 il poeta anglo-americano W.H. Auden scrisse una splendida poesia sul retaggio della guerra e sulle convinzioni culturali, intitolata Qui la guerra è semplice come un monumento:

“Qui la guerra è semplice come un monumento: un telefono parla a un uomo; bandiere su una carta affermano che truppe furono spedite; un ragazzo porta latte in tazze. C’è un piano per uomini vivi che temono per la loro vita, che hanno sete alle nove e dovevano aver sete a mezzogiorno, e possono andare perduti e lo sono, e desiderano le loro mogli, e, diversamente dalle idee, possono morire troppo presto.
Ma le idee possono essere vere sebbene gli uomini muoiano, e possiamo vedere mille facce messe in moto da una sola bugia: e le carte possono veramente mostrare luoghi dove la vita è male, ora: Nanchino; Dachau.”

La poesia di Auden segna un momento di riflessione in mezzo agli orrori della guerra; la sua poesia ci avvicina al linguaggio dei feriti (come dice John Berger: “Chi, ancora sul campo di battaglia, vuole monumenti?”).
La guerra erige monumenti quando è finita, allo stesso modo in cui costruisce valori e credenze culturali, tuttavia si tratta di una memoria di ordine diverso, che dà voce ai sofferenti e ai feriti. Quando la guerra viene intesa come sistema di contratti e considerata ineluttabile, istilla un linguaggio comune improntato al coraggio, all’eroismo e alla lealtà. La lealtà, l’unità e l’appartenenza, in questo senso, si basano sulla separazione e sulla divisione di tempo e spazio. Invece di avvertire un senso di appartenenza comune, siamo divisi in categorie di persone – noi e loro – e anche nell’opposizione morale tra bene e male. Berger evidenzia come l’opposto dell’amore non sia l’odio, ma la separazione.
Il film antibellico La grande illusione (1937) di Jean Renoir, rappresenta questa illusione con la scena che segue: i due protagonisti del film e prigionieri di guerra, Maréchal e Rosenthal, inseguiti dall’esercito tedesco, giungono in un campo aperto circondato da montagne, e ciò in cui si imbattono è l’ultima “grande illusione”:

“Maréchal: Ma dimmi, sei sicuro che quella là sia la Svizzera? Rosenthal: Senza dubbio. Maréchal: Sono così simili, vecchio mio! Rosenthal: Cosa vuoi, le frontiere non si vedono, sono state inventate dagli uomini. La natura se ne frega”.

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Milano, Adelphi, 2005. (Un terribile amore per la guerra)
W.H. Auden, Poesie, introduzione, versione e note di Carlo Izzo, Parma, Guanda, 1952
John Berger, E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto, Napoli, Il Saggiatore, 2020

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