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Con amore infinito.

Sono sette anni che pubblico testi in questo blog, è stato per me spazio di riflessione, di progetto, d’incontro e di confronto. Ma oggi ho preso una decisione, passo il testimone, dono questo spazio a mio figlio Lapo. Da oggi, o da quando lo vorrà, potrà pubblicare i suoi incredibili scritti (me ne ha mandato uno ieri notte mentre scrivevo questo testo), le sue poesie, i suoi frammenti autobiografici, le sue fotografie i suoi disegni. L’auspicio è che questo spazio possa diventare per lui una base di partenza che nel tempo potrà migrare verso altre forme, verso altri progetti. Deciderà lui, deciderà il futuro.

Lapo ha ventiquattro anni, é un ragazzo che ha una sensibilità è un talento straordinari. Ma non sempre sensibilità e talento gli hanno reso la vita semplice. Negli ultimi anni ha deciso con coraggio di guardare in faccia le sue fragilità, tutto ciò che nella sua vita é stato fonte di paura, ansia, angoscia e di fare un duro lavoro quotidiano per trasformarle in una potenza, in un atto di affermazione e di resistenza.

Per me Lapo è come l’”Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll. Nel libro di Carroll si dice che Alice diventa più grande e che nello stesso tempo è più piccola di quanto sia ora. Alice è e non è nello stesso tempo. Questa simultaneità del suo divenire, questo paradosso di Alice, schiva il presente. Il filosofo Gilles Deleuze scrive che il divenire, così narrato, “non sopporta la separazione né la distinzione del prima e del dopo, del passato e del futuro”. L’essenza del suo divenire appare lo spingere nei due sensi contemporaneamente. “Il buon senso è l’affermazione che in ogni cosa vi è un senso determinabile (un senso statico, misurabile, un a priori); ma il paradosso è l’affermazione dei due sensi nello stesso tempo… Il paradosso distrugge il buon senso, come senso unico, ma, anche, il senso comune come assegnazione di identità fisse”.
Nel libro di Carroll, questi capovolgimenti hanno per effetto la messa in discussione dell’identità di Alice. Alice perde il suo nome, si divide in questa duplice direzione. Si trova in bilico, in un celestiale stato tra quel che ha senso e quel che non ne ha. Alice cresce e diminuisce. Ma è sempre Alice che lo fa e anche se perde il nome, resta sempre se stessa, perchè Alice è una singolarità sottoposta a più modulazioni.

Ecco, Lapo mi spinge costantemente a mettere in discussione il mio “buon senso”, il senso determinabile (le mie trite convenzioni, le mie idiosincrasie, le mie cattive abitudini). Il mio “buon senso”, deve essere sostituito da altro, da qualcosa che non è ancora e che a volte mi sembra di non capire.
Ma in questo spazio vuoto, incerto, burrascoso, vibrante, mentre io rischio di perdermi, Lapo riesce a rimanere sempre se stesso come una pura singolarità che si modula.

Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, parlando si se stessa scrive:

“Il fatto che l’attività svolta in modo così imperfetto sia stata e sia tuttora per me fonte inesauribile di gioia, mi fa ritenere che l’imperfezione nell’eseguire il compito che ci siamo prefissi o ci è stato assegnato, sia più consona alla natura umana così imperfetta che non la perfezione”.

Rita Levi Montalcini era ebrea, e come donna ebrea dovette vivere una doppia “fragilizzazione”, essendo impedita al lavoro ospedaliero a causa delle leggi razziali. Il che, tuttavia, non le impedì di arrivare, nel 1986, al Premio Nobel. Forse anche perché, non potendo esercitare la professione in strutture pubbliche, dedicò tutta se stessa alla ricerca, anche convertendo la propria camera da letto in laboratorio. Non raggiunse il traguardo del Nobel trasformando le fragilità in forza o in ricerca di riconoscimenti risarcitori. Ma visse le fragilità come sfida.
Le storie delle persone, anche quelle che noi consideriamo le migliori sono state sovente caratterizzate da debolezze che hanno rappresentato lo spunto per risolvere i problemi di tanti e non solo di chi vive esplicitamente una specifica fragilità.
Ad esempio Roberto Saviano e Greta Thumberg sono per Lapo due modelli di vita che hanno saputo trasformare le loro condizioni di fragilità in una incredibile forza per se stessi e per gli altri.

Termino questa breve riflessione con un’ultima considerazione. In questo blog ho spesso parlato di due temi che mi stanno molto a cuore: cura e speranza.
Negli anni ho cercato non solo di scriverne ma di mettere entrambi al centro della mia azione progettuale e lavorativa.

Ma solo attraverso il rapporto quotidiano con Lapo posso dire di averne veramente capito il significato.
Ho capito che cura e speranza sono indissolubili. Non c’è cura senza speranza e viceversa non ci può essere speranza senza cura.
L’età in cui viviamo è da una sorta di polarizzazione patologica, che da un lato vede emergere quello che possiamo definire un individualismo illimitato (un io apatico, indifferente e vorace), e dell’altro la nascita di forme di comunitarismo endogamico, dove il noi è costruito solo in opposizione agli altri).
Ogni giorno passato con Lapo mi sta insegnando che la “cura del mondo” (prendo in prestito questa definizione dalla filosofa Elena Pulcini) può passare solo attraverso la cura reciproca, che è l’esatto opposto sia delle forme perverse di individualismo e di comunitarismo.

La cura è il modo fondamentale dell’esserci.
Quando svolgo un’attività per procurarmi quanto serve per nutrire il corpo, quando cerco di coltivare una relazione, quando mi immergo nella lettura per nutrire la mente, quando mi preoccupo di fornire sostegno ad un’altra persona, quando dedico le mie energie alla costruzione di uno spazio di comunità condiviso, sempre mi occupo, preoccupo, prendo a cuore qualcosa, cioè ho cura. Ed è solo attraverso la cura, attraverso atti di generosità e di gratitudine che può nascere la speranza come condizione basilare che mi permette di credere e di avere fiducia nel mondo.
Guardandomi attorno non è difficile diventare pessimista osservando guerre, disastri ecologici, disuguaglianze sociali che mi circondano rimanendo disorientato da questi “giorni d’inverno”.
Cura e speranza possono essere i soli rimedi (i soli farmaci) che sostengono la vita a dispetto della disperazione. Devono diventare la spinta e l’energia che ci rende parte integrante del mondo, nell’ecologia della vita, dell’etica e della politica.

A questo punto basta scrivere con amore infinito mi metto in ascolto e passo il testimone a mio figlio.

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