Zone temporaneamente autonome.

La speranza è una specie di pessimismo controllato, o un insieme di pessimismo e ottimismo, poiché serve l’ottimismo per produrre il carnevalesco, o il carnevale stimola atteggiamenti positivi nei confronti del mondo. Credo che questo sia un po’ quello di cui è fatto l’uomo – quel livello di complessità, la capacità di sostenere idee contrapposte nello stesso momento -, ed è qui che mi sento più a mio agio a parlare di speranza, in una zona in cui la speranza e la sua assenza si confrontano in modo dinamico.

Inno alla gioia.

A volte sentiamo dire: “Noi sai cos’è la gioia finché non hai conosciuto la tristezza”, come se stessimo a paragonarle continuamente l’una all’altra, come se la gioia fosse il contrario della tristezza, o la salute lo fosse della malattia.
Credo che questo sia del tutto falso. Ci sono persone che non sono mai state malate, ma non sanno cosa significhi essere sani. Uno stato d’animo gioioso permette quindi di aprirsi alla realtà, e a una realtà più ampia rispetto a quella che si presenterebbe davanti se ci trovassimo in una condizione di depressione e di risentimento. In questo caso quello che viviamo è più veritiero, più autentico.
La gioia si trova oltre i valori che abbiamo ereditato, non è qualcosa di ideale, bensì la realtà stessa. La gioia ci fa amare la realtà più di quanto faccia qualsiasi concetto di ciò che è ideale.
Dovremmo credere alla gioia più che nella prudenza, o in qualsiasi stato d’animo più cauto e impaurito.

Dai sospiri nasce qualcosa*.

Credo che la speranza sia una sorta di nascita. Qualcosa che non nasce da quanto c’è stato prima, ma nonostante quello che c’è stato prima.
Di colpo qualcosa si rompe, c’è una crepa, uno sbocco di speranza, finalmente c’è qualcosa che nasce e che guarda al futuro. Ogni volta che la speranza si rinnova, a qualsiasi stadio della vita, viviamo un momento simile all’infanzia e guardando la gioia negli occhi dei migranti che sono riusciti a oltrepassare quei confini è come se l’Europa venisse al mondo.

Aspirazioni mancate e crescita del populismo.

Tutta la questione dell’ascesa di un movimento populista — dalla crescita dei partiti di destra, all’incapacità della sinistra di proporre alternative —, è legata al tema della speranza, all’orizzonte delle aspirazioni e alla loro mancanza. Dobbiamo costruire immaginari di trasformazione non saturi, in grado di spingere la politica in molte direzioni diverse.
Ma quali sono oggi le idee comuni di emancipazione in grado di rifondere speranza?

Il profitto degli affetti.

Il potere oggi si occupa in ogni modo di diversificare e intensificare gli affetti, ma soltanto per estrane un valore aggiunto, un diritto d’uso, un potenziale di profitto.
Per questo motivo la resistenza identitaria, la formazione di immaginari legati al cambiamento, le domande di speranza, possono entrare (e spesso entrano) in un campo problematico, confuso, perchè le azioni, i comportamenti, gli stili di vita e di pensiero promossi, si trovano spesso inconsapevolmente a convergere con gli interessi e le logiche di potere che desiderano sconfiggere.

È esplosa la rabbia.

È esplosa la rabbia. Una rabbia che forza la situazione all’attenzione, che forza uno stato di cose immobile, facendo esplodere un’intensità troppo estrema per essere espressa solo con le parole.
In questo senso dalla rabbia può emergere qualcosa di positivo — una riconfigurazione. In mezzo a tanta tristezza, potrebbe farci sentire nuovamente vivi.

Perché abbiamo urgente bisogno di filosofi?

Il problema è cambiato. Non è più “Dio esiste?”, bensì “Come essere per il mondo?”. Il problema non è più credere in Dio o nella razionalità scientifica (entrambe fanno parte di una medesima storia, una storia di purificazione e di distruzione), ma incominciare a credere nel mondo.