La danza come linguaggio comune.

Già nel suo nome si legge una storia di meticciato, Thierry Thieû Niang, artista franco-vietnamita, ha scelto di esprimersi attraverso il linguaggio universale del movimento, della danza, anche se è…

Jan Fabre: il gangster dell’arte.

Jan Fabre è senz’altro uno dei artisti contemporanei più innovativi ed eclettici. Coreografo, regista, scenografo, ma anche autore di sculture, disegni, film, installazioni e performance radicali come “This is Theatre Like it was to be Expected and Foreseen” (“Questo è teatro come ci si doveva aspettare e prevedere”) del 1982 e “The Power of Theatrical Madness” (“Il potere della follia teatrale”) del 1984, che fecero vacillare le fondamenta dell’establishment del teatro europeo. Fabre ha costruito a partire dagli anni Settanta, un corpus di opere che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, dando forma e verità alle sue ossessioni con un senso della disciplina e della perfezione ineguagliabili. Caos, rigore, reiterazione e follia, metamorfosi e anonimato sono gli elementi principali del suo teatro. Nel 2015 con “Mount Olympus. To Glorify the Cult of Tragedy” ha aperto uno straordinario laboratorio per ripensare il ruolo e il significato della tragedia oggi (ne abbiamo parlato nel post “Mount Olympus. Cosa viene dopo la tragedia?”).

“Troublemakers. The story of Land Art”. Intervista a James Crump.

James Crump ha presentato in anteprima italiana alla Fondazione Prada di Milano, “Troublemakers: The Story of Land Art” (Summitridge Pictures, RSJC LLC 2015), un film di ’72 minuti che ricostruisce le origini della Land Art tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta documentando il lavoro di Walter De Maria, Michael Heizer e Robert Smithson. Lo abbiamo incontrato per chiedergli cosa ha significato per lui raccontare sullo schermo la storia di alcuni dei più importanti artisti di questo movimento artistico, qual’è l’ethos della Land Art e oggi, che cosa vuol dire vedere queste straordinarie opere monumentali.

La città dei bambini. Intervista a Francesco Tonucci.

Nella nuove città si può dire che i bambini abbiano perso il loro spazio e il loro tempo. Gli spazi dei bambini, in casa e fuori, sono sempre stati gli spazi non utilizzati dagli adulti, come i cortili, le scale, le aree non costruite, i cantieri dismessi, i marciapiedi, le piazze. In questo tempo e in questi spazi i bambini vivevano le loro esperienze di gioco, di avventura, di esplorazione. Una componente importante di queste esperienze era il rischio, l’eccitazione di provare sempre qualcosa di nuovo, di allargare lo spazio, di forzare i vincoli e le regole imposti dagli adulti. Con queste esperienze molto precoci i bambini mettevano le fondamenta che avrebbero dovuto reggere tutto lo sviluppo successivo.