Creare è resistere. Resistere è creare.

Pochi anni prima di morire Stéphane Hessel ha pubblicato un pamphlet che ha avuto un enorme successo (si parla di quattro milioni di copie in tutto il mondo), trenta pagine dal titolo evocativo “Indignatevi!” (ADD Editore 2011). Hessel chiude il suo libro con una frase, utilizzata anche da Florence Aubenas e Benasayag per il titolo di un loro libro, una frase che ha un potenza straordinaria:

“A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: Creare è resistere.
Resistere è creare”.

Squatting City. Reclaim Your City.

Lo squatting consiste nell’occupare terre o edifici abbandonati per riappropriarsi di quel diritto fondamentale (anche per l’economia) che è la casa. Secondo il giornalista del New York Times, Robert Neuwirth, nel suo libro “Città ombra. Viaggio nelle periferie del mondo” (Fusi Orari 2007) nel mondo ci sono circa un miliardo di persone che vivono occupando: circa un individuo ogni sette (il 14% della popolazione globale). C’è una lunga tradizione di leggi che in seguito ad un certo numero di anni di occupazione, riconosce alcuni, talvolta elementari, diritti agli abitanti di proprietà abbandonate. Tuttavia, anche se negli ultimi anni, la politica neoliberista si è impegnata nello smantellare ogni forma di tutela, una cosa è certa, lo squatting rende espliciti i profondi conflitti sociali presenti nel territorio, ed è evidente che offre un contributo attivo alla vita sociale della città. Per queste ragioni, invece di sopprimere gli squat, sarebbe meglio dare loro una mano legittimando i loro punti di forza.

Condividere non basta. “All That We Share” di Jay Walljasper.

“All That We Share: A Field Guide to the Commons” (New Press, 2011) di Jay Walljasper è un libro appassionante e esasperante.
L’entusiasmo viene dall’ascolto delle molte voci che mettono i beni comuni al centro di un ricco dibattito internazionale per pianificare uno stile di vita autonomo e sostenibile. L’esasperazione, dalla presa di coscienza delle difficoltà e dei numerosi problemi politici, economici e psicologici che dobbiamo affrontare se desideriamo ipotizzare una nuova vita per i beni comuni.

“Think Like a Commoner”: una breve introduzione ai beni comuni. Il libro di David Bollier.

“Think Like a Commoner: A Short Introduction to the Life of the Commons” (New Society Publishers, 2014) di David Bollier è un libro raro e prezioso. Ha il potenziale per coinvolgere un grande numero di persone nel cercare di capire “dove possiamo andare e cosa siamo in grado di fare” partendo dall’interno delle comunità in cui viviamo e concentrandoci su cambiamenti concretamente attuabili nel presente. Anche se un “movimento” popolare sui beni comuni ancora non esiste, è in atto una profonda trasformazione nelle idee di cosa significhi attivismo e Bollier, ce li descrive offrendoci un porta d’ingresso in quello che può essere un possibile futuro vivibile.

Il prodotto siamo noi.

Oggi i prodotti sono sempre più spesso una proprietà intellettuale della quale compriamo i diritti d’uso, non più un oggetto che acquistiamo.
Se acquistiamo un libro, possediamo quell’oggetto. Al contrario, se acquistiamo un pacchetto software, non stiamo acquistando un oggetto, quanto piuttosto un insieme di funzioni. Stiamo comprando il diritto di utilizzo di quelle funzioni, e tutto ciò che è ad esse collegato. Stiamo in sostanza comprando il diritto a poter fare delle cose. La proprietà diventa sempre meno importante in sé, conta la “convertibilità”.

La rivoluzione non si fa ‘una volta per tutte’.

In questo periodo di intenso dibattito sui temi dei beni comuni e dell’economia collaborativa, stiamo incominciando a vedere lo scambio al di fuori del possesso e a considerare altre possibilità per il dono e per la speranza. In questo senso credo di percepire due dimensioni.