Mount Olympus. Cosa viene dopo la tragedia?

Jan Fabre con “Mount Olympus” sembra dire che sappiamo ben poco sulla tragedia greca. Le questioni della tragedia, del teatro, della politica e di tutto ciò viene confusamente detto “etico” sono accomunate dal fatto di condurre tutte verso un luogo deserto, un luogo che che Jean-Luc Nacy chiama “religione civile”, che diventato impossibile occupare. E forse ciò che c’è in gioco in “Mount Olympus” è proprio cercare di sperimentare l’essenza di questo inconoscibile e di questo inimmaginabile. Proprio per questo “Mount Olympus” non può essere un’attualizzazione della tragedia greca, ma un laboratorio in cui Fabre indaga l’irrappresentabilità di ciò che ci lacera e ci purifica, ancora oggi.

Il non-Edipo.

“Oggi il più grande poeta francese vivente è un romeno. […] Ghérasim Luca è un grande poeta fra i più grandi: ha inventato un balbettamento prodigioso, il suo. Gli è capitato di fare delle letture pubbliche dei suoi poemi: duecento persone, e tuttavia bisogna considerarlo un evento, è un evento che passerà attraverso questi duecento senza far parte di nessuna scuola o movimento. Le cose non capitano mai là dove ci si aspetta, né attraverso i percorsi previsti”.

Gilles Deleuze

Perché fare la rivoluzione non basta?

Sopra. All’entrata di una sede della banca centrale di Atene, aperta per pagare le pensioni. (Simon Dawson, Bloomberg). La rivoluzione è un’invenzione moderna. Appesantita dall’idea che dobbiamo distaccarci dal passato per ottenere…

Il profitto degli affetti.

Il potere oggi si occupa in ogni modo di diversificare e intensificare gli affetti, ma soltanto per estrane un valore aggiunto, un diritto d’uso, un potenziale di profitto.
Per questo motivo la resistenza identitaria, la formazione di immaginari legati al cambiamento, le domande di speranza, possono entrare (e spesso entrano) in un campo problematico, confuso, perchè le azioni, i comportamenti, gli stili di vita e di pensiero promossi, si trovano spesso inconsapevolmente a convergere con gli interessi e le logiche di potere che desiderano sconfiggere.

Rallentiamo il potere.

Penso che quella del rallentamento sia un’idea autenticamente anticapitalista, dal momento che la forza del capitalismo è un movimento in avanti astratto, una continua invenzione di nuove astrazioni e di definizioni di cosa sia un risorsa , di cosa debba essere sfruttato e dei profitti da trarre.