Il bisogno di credere nel mondo.

“Abbiamo bisogno di un’etica, di una fede, e questo fa ridere gli idioti; non è un bisogno di credere a qualcosa d’altro, ma un bisogno di credere a questo mondo qui, di cui gli idioti fanno parte”. Non è una fede che riguarda l’essere nel mondo, è l’essere nel mondo. Ed è una fede di tipo sperimentale, poiché è tutta questione di essere in questo modo, guerre comprese, e non in un qualche altro modo perfetto o in un futuro migliore. Una fede etica, sperimentante – e creativa, dal momento che la nostra partecipazione nel mondo è parte di un divenire globale.

Inno alla gioia.

A volte sentiamo dire: “Noi sai cos’è la gioia finché non hai conosciuto la tristezza”, come se stessimo a paragonarle continuamente l’una all’altra, come se la gioia fosse il contrario della tristezza, o la salute lo fosse della malattia.
Credo che questo sia del tutto falso. Ci sono persone che non sono mai state malate, ma non sanno cosa significhi essere sani. Uno stato d’animo gioioso permette quindi di aprirsi alla realtà, e a una realtà più ampia rispetto a quella che si presenterebbe davanti se ci trovassimo in una condizione di depressione e di risentimento. In questo caso quello che viviamo è più veritiero, più autentico.
La gioia si trova oltre i valori che abbiamo ereditato, non è qualcosa di ideale, bensì la realtà stessa. La gioia ci fa amare la realtà più di quanto faccia qualsiasi concetto di ciò che è ideale.
Dovremmo credere alla gioia più che nella prudenza, o in qualsiasi stato d’animo più cauto e impaurito.

Perché devo rispondere per ciò che non ho fatto?

Sono davvero poche le opere che intraprendiamo di nostra esclusiva iniziativa, la maggior parte di esse prosegue, amplia o si unisce a lavoro di chi ci ha preceduto. E sono poche le opere che dirigiamo sino alla fine. Costruiamo case che erediteranno i nostri figli, piantiamo alberi che daranno frutti quando saremo morti, inventiamo medicine che verranno usate anche molto tempo dopo che ce ne saremo andati. Ne consegue che la maggior parte del nostro lavoro è fatta per rispondere alle esigenze o alle volontà di “altri”. Anche se portiamo a termine un’opera che avevamo iniziato, essa lascia un “residuo”, una traccia, un’impronta, uno spazio vuoto con cui avrà a che fare qualcun altro. Ce ne accorgiamo, perché ciò che condividiamo realmente con gli altri, è la responsabilità.