We are dancing together.

“Quel che distingue i viaggi non è la qualità oggettiva dei luoghi né la quantità misurabile del movimento – né qualcosa che sarebbe soltanto nella mente – ma il modo…

Il bisogno di credere nel mondo.

“Abbiamo bisogno di un’etica, di una fede, e questo fa ridere gli idioti; non è un bisogno di credere a qualcosa d’altro, ma un bisogno di credere a questo mondo qui, di cui gli idioti fanno parte”. Non è una fede che riguarda l’essere nel mondo, è l’essere nel mondo. Ed è una fede di tipo sperimentale, poiché è tutta questione di essere in questo modo, guerre comprese, e non in un qualche altro modo perfetto o in un futuro migliore. Una fede etica, sperimentante – e creativa, dal momento che la nostra partecipazione nel mondo è parte di un divenire globale.

La forza di esistere.

“Gli esseri umani intorno a noi con la loro stessa presenza hanno il potere, che appartiene solo a loro, di fermare, di reprimere, di modificare tutti i movimenti che il nostro corpo abbozza; un passante non devia il nostro cammino per strada allo stesso modo di un cartello, quando si è soli non ci si alza, non si cammina, non ci si risiede nella propria posizione allo stesso modo di quando c’è un visitatore”.

Simone Weil, “L’Iliade o il poema della forza”, 1940–1941.

Mount Olympus. Cosa viene dopo la tragedia?

Jan Fabre con “Mount Olympus” sembra dire che sappiamo ben poco sulla tragedia greca. Le questioni della tragedia, del teatro, della politica e di tutto ciò viene confusamente detto “etico” sono accomunate dal fatto di condurre tutte verso un luogo deserto, un luogo che che Jean-Luc Nacy chiama “religione civile”, che diventato impossibile occupare. E forse ciò che c’è in gioco in “Mount Olympus” è proprio cercare di sperimentare l’essenza di questo inconoscibile e di questo inimmaginabile. Proprio per questo “Mount Olympus” non può essere un’attualizzazione della tragedia greca, ma un laboratorio in cui Fabre indaga l’irrappresentabilità di ciò che ci lacera e ci purifica, ancora oggi.

Il non-Edipo.

“Oggi il più grande poeta francese vivente è un romeno. […] Ghérasim Luca è un grande poeta fra i più grandi: ha inventato un balbettamento prodigioso, il suo. Gli è capitato di fare delle letture pubbliche dei suoi poemi: duecento persone, e tuttavia bisogna considerarlo un evento, è un evento che passerà attraverso questi duecento senza far parte di nessuna scuola o movimento. Le cose non capitano mai là dove ci si aspetta, né attraverso i percorsi previsti”.

Gilles Deleuze

Inno alla gioia.

A volte sentiamo dire: “Noi sai cos’è la gioia finché non hai conosciuto la tristezza”, come se stessimo a paragonarle continuamente l’una all’altra, come se la gioia fosse il contrario della tristezza, o la salute lo fosse della malattia.
Credo che questo sia del tutto falso. Ci sono persone che non sono mai state malate, ma non sanno cosa significhi essere sani. Uno stato d’animo gioioso permette quindi di aprirsi alla realtà, e a una realtà più ampia rispetto a quella che si presenterebbe davanti se ci trovassimo in una condizione di depressione e di risentimento. In questo caso quello che viviamo è più veritiero, più autentico.
La gioia si trova oltre i valori che abbiamo ereditato, non è qualcosa di ideale, bensì la realtà stessa. La gioia ci fa amare la realtà più di quanto faccia qualsiasi concetto di ciò che è ideale.
Dovremmo credere alla gioia più che nella prudenza, o in qualsiasi stato d’animo più cauto e impaurito.

Qui.

Nel 1989 e su “Raw v. 2” #1, storica rivista statunitense curata da Art Spiegelman e Françoise Mouly, appare una breve storia in bianco e nero intitolata semplicemente “Here”. In sole 36 vignette, Richard McGuire scardina completamente la tradizionale narrazione lineare costruendo su uno sfondo spaziale fisso, una stanza, finestre temporali parallele, collegate tra loro. Tutta la storia è ambientata in una sola stanza, un unico ambiente, una capsula temporale che da al lettore la possibilità di avere una vista multidimensionale sullo scorrere del tempo riquadro dopo riquadro.