Questo libro, essendo un libro sul lavoro, è, per sua stessa natura, un libro sulla violenza – allo spirito come al corpo.
“Working”, Studs Terkel
Il lavoro è un diritto fondamentale e un valore condiviso, non solo fonte di risorse materiali, ma anche espressione della dignità personale e pilastro indispensabile per la costruzione della coesione sociale. Come scrive Rosangela Lodigiani in “Lavoratori e cittadini”, il lavoro nell’accezione contemporanea è comunemente considerato come la porta principale di accesso alla cittadinanza. Il che presuppone che tutti i cittadini siano lavoratori, in quanto rappresentando un diritto d’inclusione a una comunità sociale (come afferma la nostra carta costituzionale), finisce col discriminare chi dal lavoro rimane escluso.
Tuttavia, in Italia, questo diritto è spesso minato da una realtà che lascia milioni di persone ai margini del mercato del lavoro. Secondo i dati ISTAT più recenti, oltre 5,6 milioni di individui si trovano in condizioni di povertà assoluta, un numero in crescita che sottolinea la fragilità del sistema lavorativo italiano e l’insufficienza delle politiche di contrasto alla povertà (ISTAT, 2023).
La precarietà lavorativa pone quindi, non solo per gli immigrati – che anche se hanno un lavoro non sono considerati cittadini – ma per gli italiani stessi, un problema diffuso: ci si può considerare cittadini a pieno titolo se non si ha un lavoro o se non si è nelle condizioni di poter lavorare? Si è cittadini se non si rientra in un modello ideale di produttività sociale?
Un dato è certo, il 12% dei lavoratori italiani è considerato “working poor”, ovvero occupati che non riescono a raggiungere una stabilità economica, una percentuale superiore alla media europea dell’8,6% (Eurostat, 2023).
Questo quadro riflette una crisi strutturale, dove il lavoro non riesce più a rappresentare uno strumento di integrazione emancipazione sociale, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione.
In questo testo cercherò di esplorare il rapporto tra lavoro, povertà assoluta e i passaggio alla povertà estrema (senza dimora) concentrandomi su come il sistema attuale non riesca a fornire risposte adeguate, specialmente per le persone senza dimora. Analizzerò sinteticamente le politiche attive del lavoro e le loro carenze, con l’obiettivo di proporre soluzioni che considerino il lavoro non solo come un mezzo di disciplinamento dei poveri ma come un fattore tra altri che può essere in grado di arricchire progetti di vita e di partecipazione comunitaria.

Povertà assoluta e povertà estrema in Italia: numeri, profili e fattori di rischio.
In Italia, la povertà assoluta colpisce un’ampia fascia della popolazione, includendo anche circa 96.197 individui senza fissa dimora. Questa categoria, che rappresenta una manifestazione estrema della povertà, si concentra principalmente nelle grandi città: Roma accoglie il 23% degli homeless italiani, seguita da Milano e Napoli (ISTAT, 2021). Le cause di questa condizione sono complesse, stratificate, multidimensionali e intrecciano sia fattori economici, che abitativi e rottura della rete sociale.
Scrivono, Carmelo Bruni, Luca Di Censi, Stefano Scarcella Prandstraller nel volume “Povertà estreme”:
“La povertà estrema urbana è un processo dinamico e multidimensionale, che coinvolge elementi economici, simbolici e relazionali. La povertà estrema non è un semplice stato statico di esclusione, ma rappresenta un percorso in cui interagiscono diverse componenti, rendendolo un fenomeno multifattoriale. Ci sono fattori traumatici e non traumatici che possono innescare il processo di impoverimento, incluso il deterioramento dei legami sociali. La povertà estrema urbana si caratterizza per l’isolamento, la progressiva perdita della capacità di trasformare le risorse in opportunità di vita, il processo di decomposizione e abbandono del sé e la crescente difficoltà di stabilire una connessione con il territorio”.
Le motivazioni alla base di questo passaggio risiedono in una combinazione di vulnerabilità personali e contesti sfavorevoli, ma in ogni caso la perdita del lavoro è uno dei principali fattori scatenanti: lavoratori precari o autonomi, privi di ammortizzatori sociali, sono i primi a subire gli effetti delle crisi economiche, crisi sociali o sanitarie. A questa fragilità economica si somma spesso l’impossibilità di far fronte a spese impreviste, come quelle legate alla salute, all’impossibilità di gestire l’impatto economico e psicologico di crisi famigliari, agli affitti sempre più alti o agli sfratti. La mancanza di una rete relazionale di supporto aggrava ulteriormente la situazione, trasformando episodi temporanei di difficoltà economica in condizioni che possono diventare croniche (vedi anche: “La sfida della povertà estrema: ripartire dalle fondamenta del bene comune“.
Chiara Saraceno in “Il lavoro non basta” e con David Benassi e Enrica Morlicchio in “La povertà in Italia”, scrive che il rapporto tra povertà assoluta e lavoro in Italia è complesso e presenta molte sfaccettature.
Il lavoro non basta a risolvere il problema della povertà perché, nonostante l’occupazione riduca il rischio di povertà, non garantisce automaticamente un reddito sufficiente per mantenere un tenore di vita adeguato. La povertà può persistere anche tra i lavoratori a causa di salari bassi, precarietà lavorativa, eccessivi carichi famigliari e mancanza di politiche di sostegno adeguate. Inoltre, la povertà è influenzata da fattori strutturali come la disuguaglianza economica, la mancanza di accesso a servizi essenziali e la debolezza dei sistemi di welfare.
Scrive la Saraceno:
“Pensare che l’aumento dell’occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un’illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell’aumento della domanda di lavoro”.
Anche Marta Fana in “Non è lavoro è sfruttamento” e Marta e Simone Fana in “Basta salari da fame!” sottolineano come in Italia, avere un lavoro non garantisce la possibilità di evitare uno stato di povertà assoluta a causa di diversi fattori. Innanzitutto per la precarizzazione del lavoro che ha portato negli anni a una diffusione di contratti a tempo determinato, part-time involontari e lavori a chiamata, che non offrono stabilità economica (lavori che David Graeber chiamava “Bullshit Jobs”). Inoltre, i salari sono spesso bassi e non sufficienti a coprire le spese di base, come affitto, bollette e alimenti. Le politiche di austerità e i tagli alla spesa sociale hanno ridotto le tutele e i servizi pubblici, aggravando ulteriormente la situazione economica delle persone. È paradossale osservare come la flessibilizzazione del mercato del lavoro, invece di favorire un incremento delle rivendicazioni politiche e sociali, abbia finito per accentuare la competizione tra i lavoratori, indebolendone il potere contrattuale e riducendone i diritti.
Scrive Marta Fana:
“Il risultato (di questi processi) è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon”.
E ancora:
“Si nota come tra il 1990 e il 2013 la quota di lavoratori poveri aumenta dal 18 al 28%, considerando come base di calcolo le retribuzioni annue. Nel 2015, secondo l’ISTAT, il 23,5% delle famiglie in cui il capofamiglia è un lavoratore dipendente è a rischio povertà o esclusione sociale; se poi in famiglia c’è un solo percettore di reddito la percentuale sale al 45,4%. Si dimezza, ma rimane al 20%, se a lavorare sono in due. Una fotografia impietosa e in costante peggioramento dello stato in cui versano i lavoratori italiani, o almeno una parte di loro che cresce sempre di più”.

Il confine invisibile: da povertà a povertà estrema.
Come abbiamo visto il passaggio dalla povertà relativa alla povertà estrema spesso può essere rapido e inaspettato, causato da eventi destabilizzanti che minano progressivamente l’equilibrio economico e sociale di una persona. Secondo i dati ISTAT, circa il 7% delle famiglie italiane vive in condizioni di povertà, ma molte di queste rischiano di scivolare verso la povertà estrema in assenza di interventi preventivi. Sull’importanza di avviare un dibattito pubblico sugli strumenti utili a comprendere e prevenire il rischio di passaggio dalla condizione di povertà a quella di senza dimora, rimando al post: “AI e lotta alla povertà estrema“.
La povertà assoluta è inoltre più alta in alcune aree sociali. Analizziamo in breve quali sono le principali: innanzitutto le famiglie con una persona di riferimento disoccupata (cresciute esponenzialmente dal 7% nel 2007 al 27,6% nel 2018); le famiglie con tre o più figli minori; le famiglie composte da soli stranieri o da famiglie miste (nel 2008 1/4 delle famiglie nelle quali tutti i membri erano stranieri e il 15,9% delle famiglie con almeno un componente straniero si trovavano in povertà assoluta, rispetto al 3,5% delle famiglie di italiani); le famiglie con un solo genitore, spesso madri sole; i giovani tra i 18 e i 34 anni, soprattutto quelli con contratti di lavoro precari o a tempo determinato (un aumento del 29,4% tra il 2019 e il 2020, seguito dai giovani da 18 a 34 anni (+ 21,3%) e dai minorenni (+ 18,4%)) e infine tra gli anziani con pensioni basse o senza una rete familiare di supporto.
Chiara Saraceno descrive questa dinamica come:
“Una spirale discendente dove la mancanza di risorse si somma all’assenza di opportunità” (Saraceno, 2020).
Un ulteriore elemento critico nella possibilità di riscattarsi da una condizione di povertà assoluta e peggio ancora dalla povertà estrema è rappresentato dalla stigmatizzazione sociale. Le persone che attraversano questa transizione vengono spesso percepite come responsabili della propria condizione, un atteggiamento che ostacola l’accesso alle forme esistenti di supporto e in ogni caso ne riduce l’efficacia.

Il workfare: un modello inefficace per i poveri assoluti.
Il concetto di workfare, nato negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60, si basa sull’idea che il sostegno economico statale debba essere condizionato all’impegno lavorativo del beneficiario. Introdotto con la riforma della previdenza sociale negli anni ’90, il modello americano è stato un punto di svolta per le politiche sociali, enfatizzando il principio della responsabilità individuale. Come emerge dal libro “From Welfare to Workfare. The Unintended Consequences of Liberal Reform, 1945-1965” di Jennifer Mittelstadt, questo cambiamento ha avuto conseguenze significative, spesso amplificando le disuguaglianze sociali.
Jamie Peck, nel volume “Workfare State” sottolinea che il workfare americano ha prodotto un aumento del lavoro povero e una marginalizzazione ulteriore dei soggetti più vulnerabili. La stessa dinamica si osserva in Italia, dove quelle che vengono definite “politiche di attivazione” non sono riuscite e non riescono tutt’ora a creare opportunità di lavoro stabile, contribuendo a consolidare un mercato basato su precarietà e salari insufficienti.
Le politiche di workfare italiane, che includono il Reddito di Cittadinanza e l’Assegno di Inclusione, sono state introdotte con l’obiettivo di contrastare la povertà e favorire l’inclusione sociale e lavorativa.
Il Reddito di Cittadinanza, introdotto nel 2019, era concepito come una misura universale per sostenere i poveri assoluti, ma nella pratica si è rivelato selettivo e condizionato. I criteri di accesso basati sul reddito e sul patrimonio hanno escluso una parte significativa dei poveri assoluti e non hanno considerato i poveri relativi, ovvero coloro che, pur lavorando, non riescono a far fronte alle spese impreviste. Inoltre, il Reddito di Cittadinanza ha introdotto obblighi di formazione e accettazione di offerte di lavoro, pena la decadenza del sussidio, trasformandosi di fatto in una misura di workfare.
Maristella Cacciapaglia, nel libro “Con il Reddito di Cittadinanza: Un’etnografia critica”, analizza l’impatto di questa misura a Taranto, città simbolo del Mezzogiorno. Attraverso interviste e osservazioni sul campo, l’autrice esplora le vite dei percettori, evidenziando le contraddizioni della policy. Molti beneficiari sono diplomati, spesso tramite percorsi serali o in strutture carcerarie, oppure persone con la terza media impegnate in lavori informali come la pesca, privi di sicurezza economica. Laureati e donne, escluse dal lavoro per dinamiche familiari patriarcali, si scontrano con un mercato privo di sbocchi.
Dalle testimonianze emerge la disillusione di chi vedeva il Reddito di Cittadinanza come riscatto lavorativo, trovando invece offerte precarie o nessuna proposta.
L’Assegno di Inclusione, che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, ha ulteriormente ridotto la platea dei beneficiari e ha introdotto criteri ancora più stringenti. Per gli “occupabili” è stato previsto un importo mensile ridotto e condizionato alla partecipazione a corsi di orientamento formazione. Tuttavia, secondo Roberto Ciccarelli, autore de “L’odio dei poveri”, queste misure sono state totalmente fallimentari per diversi motivi: in primo luogo, la selettività e la condizionalità hanno escluso numerosi poveri dal sistema di aiuti, imponendo obblighi di formazione e lavoro che spesso risultano irrealistici o difficilmente accessibili. In secondo luogo sono misure che non affrontano le cause profonde della povertà, come la precarietà lavorativa, i bassi salari e l’assenza di politiche abitative efficaci. In terzo luogo, i beneficiari sono stati stigmatizzati come “furbetti” o “divanisti” e sottoposti a pene esemplari in caso di dichiarazioni mendaci o rifiuto di offerte di lavoro, creando un clima di sospetto e colpevolizzazione generalizzata e soprattutto ostacolando la costruzione di politiche inclusive.
La stigmatizzazione si è accompagnata a una rappresentazione pubblica dei poveri come soggetti parassitari, incapaci di risollevarsi autonomamente, alimentando una narrativa punitiva, rafforzando le gerarchie etno-sociali e penalizzando o in molti casi escludendo le famiglie straniere.
Analizzando il panorama europeo, si osserva che in paesi come Francia e Germania, pur con sistemi di welfare più strutturati, le politiche per il reinserimento lavorativo presentano forti limiti. Come evidenziato da Ciccarelli, le misure attive del lavoro in questi contesti spesso non tengono conto delle specificità dei gruppi più vulnerabili, finendo per essere inefficaci per i senza dimora. In Francia, i programmi di inserimento lavorativo tendono a essere vincolati a contratti temporanei, che non garantiscono una stabilità economica reale. In Germania, il modello Hartz IV, pur avendo ampliato la base occupazionale, è stato criticato per la creazione di un vasto bacino di lavoratori precari e malpagati.

La responsabilità collettiva: Il lavoro come bene comune.
Il concetto di lavoro come bene comune rappresenta una visione radicalmente diversa del lavoro, che va oltre la dimensione individuale per riconoscerlo come un pilastro fondamentale di una società inclusiva che mette al centro partecipazione civica e solidarietà. Le teorie di Michel Bauwens sul modello peer-to-peer (P2P), Yochai Benkler, James Muldoon e quelle di Trebor Scholz illustrate in “Riprendiamoci la rete! Come le cooperative di piattaforma aiutano i lavori a democratizzare internet”, recentemente uscito in Italia, o l’interessante lavoro di E.G. Nadeau e Luc Nadeau “The Cooperative Society: The Next Stage of Human History” ci spingono a immaginare il lavoro come un ecosistema collaborativo, basato sull’interdipendenza tra le persone e sull’accesso condiviso a risorse comuni. Questo approccio ridefinisce le logiche tradizionali del mercato del lavoro, spostando l’attenzione dalla competizione alla cooperazione e dal profitto alla condivisione di risorse, conoscenze e opportunità.
In questa prospettiva, il modello cooperativo diventa uno strumento centrale per combattere la povertà assoluta e la povertà estrema. Esperienze di successo dimostrano che, attraverso le cooperative sociali, persone in situazioni di grave marginalità – come ex senza dimora o poveri assoluti – hanno costruito percorsi di autonomia partecipando attivamente alla vita economica e sociale delle comunità. Questi progetti, che spaziano dall’agricoltura biologica alla ristorazione solidale, dall’edilizia alla gestione del territorio, dall’informatica alla mobilità, non solo creano valore economico, ma trasformano i beneficiari in attori del cambiamento, contribuendo a ricucire le fratture presenti nel tessuto sociale.
Anche Roberto Ciccarelli, nel suo libro “L’odio dei poveri”, avanza proposte che integrano e ampliano questa visione, ripensando il lavoro come diritto collettivo e bene comune. Tra le sue idee principali spicca il Reddito di Base Incondizionato, un sostegno economico universale, libero da obblighi di prestazione lavorativa o formativa, e sufficiente a garantire una vita dignitosa. Questo strumento, da finanziare con una riforma progressiva del sistema fiscale e patrimoniale, è pensato per affrontare le disuguaglianze in modo strutturale.
Ciccarelli propone inoltre una redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione dell’orario lavorativo e una distribuzione più equa delle opportunità, favorendo una qualità della vita migliore e un nuovo significato del lavoro, inteso come strumento di autonomia. A questo si unisce una riforma dei sistemi di istruzione e ricerca per garantire accesso universale alla conoscenza e un welfare – definito commonfare – orientato al benessere collettivo e alla valorizzazione dei beni comuni. Infine, l’autore sottolinea l’importanza di un’educazione ispirata alla solidarietà e all’etica della cura, per costruire relazioni sociali ed economiche che mettano al centro l’interdipendenza e la solidarietà.
Queste proposte si allineano alla visione del lavoro come bene comune, tracciando una strada verso una società più inclusiva, dove dignità e cooperazione siano i pilastri di un nuovo modello sociale.

Il ruolo della comunità nel trasformare il lavoro in un bene comune.
Il lavoro come bene comune non può esistere senza il coinvolgimento attivo delle comunità. Nel capitolo precedente ho esplorato il lavoro come ecosistema collaborativo e strumenti per affrontare disuguaglianze strutturali, qui approfondirò il ruolo trasformativo della comunità, intesa come un insieme dinamico di relazioni sociali, economiche e culturali. Le comunità, attraverso pratiche condivise e modelli di governance democratica, rappresentano il terreno fertile per rendere il lavoro un elemento di coesione sociale e un motore di sviluppo equo e sostenibile.
Le teorie di Elinor Ostrom sui beni comuni sottolineano l’importanza della capacità delle comunità di autogovernarsi, sviluppando regole condivise e pratiche partecipative per gestire risorse collettive (Commons). Applicando questo modello al lavoro, le comunità possono diventare incubatori di iniziative collettive, come cooperative e imprese sociali, che non solo rispondono ai bisogni locali, ma rafforzano il senso di appartenenza e solidarietà. Attraverso processi democratici, come assemblee partecipative e comitati multi-stakeholder, è possibile costruire un modello di lavoro che metta al centro le persone più fragili piuttosto che il profitto.
La comunità è fondamentale per contrastare le forme di povertà più radicali e promuovere l’integrazione sociale. La solidarietà comunitaria si manifesta attraverso iniziative che coinvolgono cittadini, associazioni e gruppi informali. Questa generosità radicale, intesa come capacità collettiva di agire a livello locale per sostenere chi è in difficoltà, si traduce nella creazione di cooperative di servizi gestite da persone in stato di importante fragilità. Questi individui, spesso esclusi dai circuiti tradizionali del lavoro, trovano nelle cooperative uno strumento per riconquistare autonomia e dignità, partecipando attivamente alla vita economica e sociale.
Le cooperative sociali permettono di offrire servizi essenziali alla comunità, come ristorazioni solidali, manutenzione urbana, gestione del verde pubblico, progetti di agricoltura sociale, cooperative edilizie, falegnamerie sociali, stazioni di riparazione, portierati comunitari, ecc. La loro creazione richiede risorse iniziali, che possono essere rese disponibili anche grazie a forme di microcredito, uno strumento essenziale per fornire il capitale necessario ad avviare queste iniziative. Il microcredito consente di trasformare progetti apparentemente irrealizzabili in realtà sostenibili, generando benefici non solo per i lavoratori coinvolti ma anche per l’intera comunità.
La generosità radicale della comunità si esprime anche attraverso il supporto continuativo a queste cooperative. Programmi di formazione professionale, mentoring e accompagnamento organizzativo possono aiutare i lavoratori a sviluppare competenze tecniche e manageriali, migliorando la sostenibilità e l’efficacia delle imprese. Questo circolo virtuoso non solo migliora la qualità della vita dei lavoratori, ma contribuisce a creare un modello di lavoro che favorisce l’inclusione sociale e la coesione.
Nel capitolo successivo presenterò una sintesi di esempi concreti di cooperative e imprese sociali avviate da persone che hanno affrontato periodi di vulnerabilità, mettendo in luce le strategie che hanno reso possibili queste trasformazioni e le lezioni utili in diversi contesti. Nei prossimi mesi in questo blog, attraverso interviste, attività e progetti dedicati, approfondirò ulteriormente i modelli organizzativi, le strategie partecipative e i servizi offerti.

Lavoro bene comune: storie che cambiano il futuro.
Abbiamo visto come il lavoro, concepito come un ecosistema collaborativo, possa affrontare disuguaglianze strutturali e come la comunità rappresenti il terreno fertile per trasformare il lavoro in un elemento di coesione sociale. In questo capitolo presento alcune realtà italiane e internazionali che, attraverso modelli innovativi e solidali, stanno riscrivendo le regole del mercato del lavoro, mettendo al centro persone fragili, extracomunitari, poveri assoluti e persone senza dimora.

É UM RESTAURANTE – Portogallo.
L’associazione CRESCER è un’organizzazione portoghese fondata nel 2001, dedicata all’inclusione sociale di gruppi in situazioni di vulnerabilità. Attraverso vari progetti, CRESCER promuove l’integrazione comunitaria con un approccio umanista e pragmatico.
Uno dei progetti più innovativi di CRESCER è É UM RESTAURANTE, un ristorante aperto al pubblico dove il servizio è gestito da persone in situazioni di vulnerabilità, come senzatetto, persone in estrema povertà e rifugiati. Questo progetto fornisce formazione professionale e opportunità di lavoro, promuovendo l’inclusione sociale.
Oltre alla formazione tecnica nel settore della ristorazione, il progetto offre supporto psicologico per aiutare i partecipanti a ricostruire la fiducia in se stessi e a superare traumi e insicurezze.
L’interazione con i clienti diventa un elemento chiave del processo, favorendo la normalizzazione delle relazioni sociali e la reintegrazione nella comunità. É UM RESTAURANTE è un modello di solidarietà e inclusione che dimostra come il lavoro possa trasformare vite e offrire una seconda opportunità.
Nel 2021, CRESCER ha lanciato un nuovo progetto chiamato É UMA MESA, situato nel quartiere Padre Cruz a Carnide. Simile a É UM RESTAURANTE, questo ristorante offre formazione e impiego a persone vulnerabili.

K-Alma – Italia.
La Falegnameria Sociale K_Alma, inaugurata nel maggio 2017 presso il Villaggio Globale nel quartiere Testaccio di Roma, è un laboratorio di falegnameria artigianale dedicato alla formazione e all’inclusione di persone vulnerabili, tra cui migranti, richiedenti asilo e italiani disoccupati.
Il progetto offre corsi gratuiti e informali di falegnameria, mirati a fornire competenze pratiche nel settore. I partecipanti apprendono l’arte della lavorazione del legno, realizzando manufatti come taglieri, sgabelli, trottole e tavolini. Queste attività non solo sviluppano abilità tecniche, ma promuovono anche l’integrazione socio-culturale e l’empowerment personale. 
Oltre alla formazione, K_Alma si impegna nella produzione artigianale, collaborando con studenti, architetti e designer per creare oggetti unici. Le attività di autoproduzione e le commesse per cittadini e istituzioni offrono opportunità di reddito, contribuendo a un sistema di economia circolare. 
La falegnameria funge anche da spazio di aggregazione, ospitando workshop ed eventi aperti alla cittadinanza, favorendo la conoscenza reciproca e la contaminazione culturale. Questo approccio mira a combattere le disuguaglianze, mettendo al centro la dignità delle persone attraverso il lavoro e lo sviluppo delle competenze.

Karma Kitchen – Stati Uniti.
Karma Kitchen, nato nel 2007 a Berkeley, California, è un progetto emblematico del movimento ServiceSpace, una rete globale di volontari dedicata a diffondere la cultura della generosità e del servizio disinteressato. Questo ristorante opera secondo il principio dell’economia del dono, dove i clienti ricevono un conto di $0,00 al termine del pasto e vengono invitati a “pagare in anticipo” per i futuri avventori, mantenendo viva una catena di generosità.
Gestito interamente da volontari, Karma Kitchen va oltre la semplice ristorazione: è un esperimento sociale che coltiva connessione, fiducia e compassione. I volontari, provenienti da contesti eterogenei, trovano in questo progetto un’opportunità per offrire il proprio tempo e le proprie capacità, contribuendo al benessere della comunità. Tra questi vi sono anche individui in situazioni di vulnerabilità, che attraverso la partecipazione sviluppano competenze relazionali e professionali, rafforzando il loro senso di appartenenza e dignità.
Karma Kitchen è parte del più ampio ecosistema di ServiceSpace, una piattaforma che supporta oltre 500 iniziative globali dedicate alla promozione di valori come la solidarietà, l’inclusione e la sostenibilità. Il team di ServiceSpace comprende volontari, imprenditori sociali e leader che collaborano per ispirare il cambiamento positivo attraverso progetti di impatto, come reti di mentoring, supporto per comunità locali e spazi educativi che diffondono una cultura di altruismo e reciprocità.
Il modello di Karma Kitchen, replicato in altre città degli Stati Uniti e all’estero, ha dimostrato che la fiducia e la generosità possono generare un circolo virtuoso che sostiene sia la comunità che le persone più fragili. Grazie alla collaborazione con ServiceSpace, il progetto integra iniziative di ampio respiro, offrendo supporto psicologico, mentoring e connessioni con altre realtà del territorio, rafforzando la resilienza e il capitale sociale della comunità.

Ciclofficina Sociale – Italia.
La Ciclofficina Sociale, nata nel 2013, è un progetto promosso dall’Associazione La Movida Onlus, che coniuga vent’anni di esperienza in ambito educativo-riabilitativo con la pratica manuale e laboratoriale della ciclo-meccanica. Situata nella Stazione Ferrovie Nord di Cormano-Cusano Milanino (MI), questa iniziativa si presenta come un laboratorio di manutenzione, riparazione e realizzazione di biciclette, ma soprattutto come uno spazio permanente di socialità e inclusione, rivolto a persone con fragilità o in condizioni di disagio.
Il progetto unisce una dimensione educativo-relazionale a una formativo-professionale, offrendo ai partecipanti un ambiente in cui apprendere competenze tecniche legate alla riparazione delle biciclette. Grande importanza è data al recupero di biciclette abbandonate, che vengono restaurate e rimesse in circolazione grazie al lavoro degli apprendisti. Questo processo simbolico di “ridare nuova vita” alle biciclette diventa metafora del percorso di riabilitazione personale, aiutando i partecipanti a rafforzare la propria autostima e a scoprire risorse e capacità spesso inespresse.
Oltre ai laboratori tecnici, la Ciclofficina promuove attività educative e ricreative, come corsi di ciclo-meccanica base e avanzata, percorsi di formazione professionale, eventi ludico-sportivi in bicicletta e tandem per persone con disabilità, e iniziative di team building per aziende. Questi programmi non solo sviluppano competenze pratiche, ma favoriscono anche la costruzione di legami sociali e il senso di appartenenza alla comunità.
Il laboratorio si pone inoltre come promotore della cultura della sostenibilità e della mobilità dolce, organizzando attività ciclo-turistiche e sensibilizzando sull’importanza del riciclo e del riuso. Il progetto Tailor Bike permette di personalizzare biciclette o restaurare vecchi mezzi, dando valore all’artigianato e offrendo uno spazio creativo ai partecipanti.

Cooperativa Sociale Città Solare – Italia.
La Cooperativa Sociale Città Solare, attiva da oltre 25 anni, è un’organizzazione che si dedica all’accoglienza e al supporto di persone in situazioni di fragilità, promuovendo progetti di inclusione sociale e lavorativa. La cooperativa opera principalmente nel settore dell’housing sociale, offrendo soluzioni abitative temporanee e percorsi di reinserimento per coloro che vivono in condizioni di disagio abitativo o lavorativo.
Una delle aree di maggiore impatto è il lavoro nel settore edilizio, in cui la cooperativa integra attivamente persone vulnerabili, come migranti, ex detenuti e persone in percorsi di riabilitazione. Attraverso programmi di formazione professionale e cantieri sociali, i partecipanti acquisiscono competenze specifiche nelle attività di ristrutturazione e manutenzione edilizia. Questi percorsi non solo offrono opportunità concrete di lavoro, ma contribuiscono anche a rafforzare l’autostima e l’autonomia economica delle persone coinvolte.
La cooperativa è impegnata anche nella realizzazione di progetti di autocostruzione e autorecupero, che vedono i beneficiari direttamente coinvolti nella riqualificazione degli spazi abitativi. Questo approccio non solo riduce i costi di intervento, ma favorisce un forte senso di appartenenza e responsabilità verso il proprio ambiente di vita.
Tra le iniziative più significative della Città Solare vi è la gestione di strutture per l’accoglienza di migranti e rifugiati, dove il settore edile diventa uno strumento per fornire una formazione qualificante e creare nuove prospettive occupazionali. Le collaborazioni con enti locali, aziende e altre realtà del territorio amplificano l’impatto delle attività, contribuendo a costruire una rete solida di sostegno.

Sama – Stati Uniti, Kenya.
Sama, è un’impresa sociale fondata nel 2008 da Leila Janah con la missione di connettere persone a basso reddito a opportunità di lavoro digitale, contribuendo a ridurre la povertà globale. Operando principalmente negli Stati Uniti e in Kenya, Sama offre formazione e accesso a progetti tecnologici, dimostrando che anche i settori avanzati possono diventare strumenti di inclusione sociale globale.
Il modello operativo di Sama si basa sull’Impact Sourcing, che consiste nell’assumere e formare individui provenienti da comunità svantaggiate per svolgere lavori digitali, come l’annotazione di dati per l’intelligenza artificiale e la gestione di contenuti. Attraverso programmi di formazione intensiva, i partecipanti acquisiscono competenze digitali e professionali, preparandosi per il mercato del lavoro tecnologico. 
Una volta completata la formazione, i lavoratori vengono impiegati nei centri di produzione di Sama in Kenya, Uganda e India, dove partecipano a progetti per aziende tecnologiche globali. Questo approccio non solo fornisce un reddito stabile ai partecipanti, ma promuove anche lo sviluppo economico nelle comunità locali. 
Dalla sua fondazione, Sama ha connesso oltre 13.000 individui a lavori dignitosi nel settore digitale, migliorando le loro condizioni economiche e offrendo opportunità di crescita professionale. L’organizzazione è impegnata a creare condizioni che permettano ai membri del team e alle comunità di prosperare, minimizzando l’impatto ambientale e collaborando con i clienti per raggiungere obiettivi comuni di impatto sociale. 

Fageda – Spagna.
La Fageda, situata nel cuore della Catalogna, è una cooperativa sociale che da oltre 40 anni promuove l’inclusione lavorativa di persone con disabilità intellettuale o disturbi mentali gravi, offrendo loro opportunità di lavoro dignitose e stimolanti, principalmente nel settore agricolo e produttivo. Attualmente, la cooperativa impiega circa 270 persone, di cui il 70% proviene da situazioni di vulnerabilità.
Il lavoro agricolo rappresenta uno dei pilastri fondamentali delle attività di La Fageda. Le persone occupate partecipano attivamente alla gestione degli allevamenti, dove viene prodotto latte fresco di alta qualità, utilizzato per la realizzazione di yogurt e altri prodotti lattiero-caseari. Questi prodotti, riconosciuti per la loro eccellenza, sono diventati il simbolo del successo commerciale della cooperativa, che unisce produzione sostenibile e impatto sociale.
Oltre agli allevamenti, gli occupati si dedicano alla coltivazione di orti e alla gestione di giardini, svolgendo un ruolo centrale nella promozione di pratiche agricole sostenibili e nella cura dell’ambiente. Ogni lavoratore è assegnato a compiti specifici, in base alle sue capacità e preferenze, garantendo così un ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso delle individualità. Questa attenzione personalizzata favorisce l’autonomia economica, il benessere psicologico e il senso di appartenenza dei partecipanti.
La Fageda si impegna anche nella formazione continua: ogni dipendente ha accesso a programmi educativi che sviluppano competenze specifiche nel settore agricolo e produttivo. Questi percorsi formativi non solo arricchiscono il bagaglio professionale dei lavoratori, ma offrono anche nuove opportunità di crescita personale e lavorativa.

Sartoria Sociale – Italia.
La Sartoria Sociale, fondata nel 2012 dalla Cooperativa Sociale Al Revés a Palermo, è un laboratorio creativo e negozio che promuove il riciclo tessile e l’economia circolare nel settore della moda. Professionisti del cucito, educatori, operatori sociali e persone in difficoltà collaborano nel recupero e nella trasformazione di abbigliamento usato, favorendo l’inclusione socio-lavorativa e relazionale di individui svantaggiati.
Il team della Sartoria Sociale è composto da sarti professionisti, una rete di soci lavoratori e volontari, tra cui ex detenuti, donne vittime di tratta, persone con disabilità, immigrati e individui con disturbi neurologici. Questa diversità crea un ambiente inclusivo che valorizza le competenze di ciascuno, promuovendo la socializzazione e il benessere delle persone coinvolte. 
Un aspetto distintivo del progetto è la collaborazione con il Pagliarelli Lab, un laboratorio di cucito all’interno della sezione femminile del carcere Pagliarelli di Palermo. Qui, le detenute partecipano a programmi di formazione sartoriale, acquisendo competenze professionali che facilitano il loro reinserimento sociale e lavorativo una volta scontata la pena. 
La Sartoria Sociale si trova in un edificio confiscato alla mafia e assegnato alla cooperativa nel 2017. Questo spazio non è solo un luogo di lavoro, ma anche un simbolo di rinascita e legalità, dove gli scarti tessili diventano risorse e gli incontri si trasformano in relazioni significative.
Oltre alle attività locali, la Sartoria Sociale fa parte di una rete più ampia di sartorie sociali in Italia, mappate dalla Fondazione Progetto Legalità Onlus. Questa rete mira a diffondere e valorizzare il lavoro delle sartorie che promuovono inclusione ed economia circolare, offrendo una seconda vita agli abiti e una nuova opportunità alle persone in situazioni di fragilità.

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