Filosofia senza dimora.

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Quando Theodor Adorno scrisse gli aforismi che compongono la prima sezione di “Minima Moralia“, si trovava in esilio a Los Angeles nella metà degli anni Quaranta, dopo essere fuggito dalla Germania nazista. Una delle sue citazioni più celebri, “La vita sbagliata non può essere vissuta nel modo giusto”, è tratta dal diciottesimo aforisma della Parte I di “Minima Moralia”, intitolato “Asilo per senzatetto”1.

Come avviene per molti degli aforismi di Minima Moralia, “Asilo per senzatetto” prende avvio con una critica culturale mirata, per poi ampliare il proprio orizzonte fino a formulare una riflessione di maggiore portata sulla possibilità di una vita autenticamente buona nel capitalismo avanzato. Nonostante il titolo, la critica iniziale di Adorno non riguarda letteralmente la condizione dei senzatetto, ma piuttosto il disagio esistenziale di chi non si sente veramente a casa nel luogo in cui vive. Egli attacca le “abitazioni tradizionali” in cui siamo cresciuti, perché:

“Hanno preso qualcosa di intollerabile: ogni tratto di agio e di comfort è pagato in esse col tradimento della conoscenza, ogni traccia d’intimità con la muffosa comunità d’interessi della famiglia”.

D’altra parte, le abitazioni moderne, che hanno fatto tabula rasa, sono, secondo Adorno:

“Astucci preparati da esperti per comuni banausi, o impianti di fabbrica capitati per caso nella sfera del consumo, senza il minimo rapporto con gli abitanti”.

Questa insistenza sulle contraddizioni insite nel tentativo di sentirsi a casa potrebbe apparire paradossale, considerando gli orrori vissuti da coloro che, all’epoca in cui Adorno scriveva, erano letteralmente senza dimora: rifugiati ridotti in miseria, in fuga dai conflitti, cittadini in esilio e, soprattutto, i suoi correligionari nei campi di sterminio dell’Europa centrale. In netto contrasto con queste tragedie, Adorno conduceva in quel periodo un’esistenza relativamente agiata, risiedendo in un elegante elegante casa. Lo stesso filosofo la descrisse in una lettera a Virgil Thomson come: “Una casetta tranquilla e graziosa a Brentwood, non lontano, per inciso, dalla casa di Schönberg”.

Questo non significa che Adorno ignorasse la sorte di coloro le cui vite furono annientate dalla catastrofe dei primi anni Quaranta. Egli scrive:

“Il peggio capita, come sempre, a quelli che non hanno da scegliere. Essi abitano, se non in slums, in bungalows, che potranno essere domani capanne di foglie, trailers, auto o campeggi, o addirittura il cielo aperto”.

Tuttavia, c’è qualcosa di inquietante nel suo tentativo di incasellare tragedie di tale portata all’interno della sua critica culturale. L’aspetto più stridente emerge forse nel suo accostamento tra l’avvento dei campi di sterminio hitleriani e la scomparsa della tradizionale casa familiare:

“La casa è tramontata. Le distruzioni delle città europee, come i campi di lavoro e di concentramento, non fanno che eseguire e completare ciò che lo sviluppo immanente della tecnica ha deciso da tempo circa il destino delle case. Le case non esistono piú che per essere gettate via come vecchie scatole di conserva.”

Per quanto i suoi ragionamenti sulla condizione dell’abitare possano risultare paradossali, Adorno coglie una verità più profonda nelle ultime tre frasi di “Asilo per senzatetto”:

“Fa parte della mia fortuna – scriveva Nietzsche nella Gaia scienza – non possedere una casa». E oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria. Questo dice qualcosa del difficile rapporto in cui il singolo si trova con la propria proprietà, finché possiede ancora qualcosa. L’arte dovrebbe esprimere e mettere in evidenza proprio questo: che la proprietà privata non ci appartiene piú, nel senso che la quantità dei beni di consumo è potenzialmente diventata cosí grande che nessun individuo ha piú il diritto di attaccarsi al principio della loro limitazione; ma che si deve possedere qualcosa se non si vuol cadere in quello stato di dipendenza e di bisogno che torna a vantaggio della cieca persistenza del rapporto di possesso. Ma la tesi di questo paradosso conduce alla distruzione, ad una fredda insensibilità per le cose, che non può non rivolgersi anche contro gli uomini, e l’antitesi è – nell’istante stesso in cui è formulata – un’ideologia per coloro che, con cattiva coscienza, vogliono conservare il proprio. Non si dà vera vita nella falsa”.

L’ultima frase dell’aforisma è più comunemente nota in inglese attraverso la traduzione di Renato Solmi: “Non si dà vera vita nella falsa”. L’originale tedesco recita: “Es gibt kein richtiges Leben im falschen”. Ciò che la traduzione di Solmi non coglie appieno è il fatto che Adorno suggerisce che le forze sistemiche possano rendere impossibile per gli individui vivere in modo giusto.

Le frasi precedenti illustrano questa idea sistemica attraverso il rapporto degli individui con la proprietà. In una formula che la Friedrich Naumann Foundation for Freedom o la Liberty Fund potrebbe apprezzare, Adorno afferma che la tesi secondo cui “la proprietà privata non ci appartiene piú” finisce inevitabilmente per ritorcersi contro gli esseri umani stessi. L’affermazione opposta, ossia che “si deve possedere qualcosa”, non è altro che “un’ideologia per coloro che, con cattiva coscienza, vogliono conservare il proprio”.

Tuttavia, le considerazioni finali di Adorno sembrano descrivere meglio la condizione esistenziale nel capitalismo consumistico che non offrire una vera e propria intuizione etica o morale. È vero che i sentimenti tendono spesso a una prospettiva assolutista, ma i filosofi possono e devono fare di meglio.

In primo luogo, vi è spazio tra i due estremi rappresentati dall’idea che “la proprietà privata non ci appartiene piú” e l’idea opposta secondo cui ciascuno conserva semplicemente “il proprio”.

In secondo luogo, persino chi ha una visione tragica delle forze ineluttabili che plasmano l’economia politica può riconoscere che un’analisi secondo la quale nessuna azione è giusta non rappresenta un valido quadro di riferimento per una valutazione etica. Anche se nessuna azione può dirsi del tutto giusta, deve esserci spazio per riconoscere che alcune azioni sono migliori di altre. Documentare il maltrattamento degli americani di origine giapponese, come fece Dorothea Lange in una serie di fotografie che vennero poi sequestrate dal governo statunitense, è un’azione moralmente superiore rispetto a quella di essere un kapò in un campo d’internamento.

Dove i sentimenti spesso incontrano difficoltà è nella gestione dell’ambiguità o della sottigliezza. Eppure, è proprio in questi spazi che la filosofia dovrebbe eccellere. “Asilo per senzatetto” è un esempio in cui Adorno dimostra che, per quanto egli sia perfettamente a suo agio nell’esprimere il senso di disperazione associato alla vita nel capitalismo avanzato, vi è il rischio che, in quanto filosofia, il suo lavoro ci lasci senza una vera dimora concettuale.

  1. “Minima Moralia” Einaudi, Aforsma 18. “Asilo per senzatetto”.
    Asilo per senzatetto. A che punto siamo con la vita privata, si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi. «Abitare» non è piú praticamente possibile.Le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile: ogni tratto di agio e di comfort è pagato in esse coltradimento della conoscenza, ogni traccia d’intimità con la muffosa comunità d’interessi della famiglia. Le abitazioni moderne, che hanno fatto tabula rasa, sono astucci preparati da esperti per comuni banausi, o impianti di fabbrica capitati per caso nella sfera del consumo, senza il minimo rapporto con gli abitanti: esse contrastano brutalmente ad ogni aspirazione verso un’esistenza indipendente, che del resto non esiste piú. L’uomo moderno vuole dormire sul nudo terreno come una bestia, ha decretato con profetico masochismo un settimanale tedesco prima di Hitler, liquidando, col letto, la soglia tra la veglia e il sogno. Chi non dorme la notte è sempre disponibile e pronto a qualsiasi cosa senza resistere, vigile e incosciente nello stesso tempo. Chi si rifugia in appartamenti genuini, mamessi insieme a forza di acquisti, non fa che imbalsamarsi vivo. Chi cerca di sfuggire alla responsabilità dell’abitazione andando a stabilirsi in un hôtel o in un appartamento ammobiliato, fa, per cosí dire, virtú delle necessità imposte dall’emigrazione. Il peggio capita, come sempre, a quelli che non hanno da scegliere. Essi abitano, se non in slums, in bungalows, che potranno essere domani capanne di foglie, trailers, auto o campeggi, o addirittura il cielo aperto. La casa è tramontata. Le distruzioni delle città europee, come i campi di lavoro e di concentramento, non fanno che eseguire e completare ciò che lo sviluppo immanente della tecnica ha deciso da tempo circa il destino delle case. Le case non esistono piú che per essere gettate via come vecchie scatole di conserva. La possibilità dell’abitazione è distrutta dalla possibilità di una società socialista, che, trascurata, si trasforma in lenta rovina per la società borghese. Il singolo non può nulla contro questo stato di cose. Già quando si occupa di progetti di arredamento e di decorazione interna, capita nei pressi del gusto artigianale del tipo dei bibliofili, per quanto possa essere ostile all’arte industriale in senso stretto. Vista da lontano, la differenza tra Wiener Werkstätte e Bauhaus non è poi cosí considerevole. Nel frattempo, le curve della forma puramente funzionale si sono rese indipendenti dalla loro funzione e trapassano nel decorativo come le «forme elementari» del cubismo. L’atteggiamento migliore, di fronte a tutto ciò, sembra essere ancora un atteggiamento di riserva e di sospensione: condurre una vita privata finché l’ordine sociale e i propri bisogni non consentono di fare diversamente, ma senza caricarla e aggravarla, come se fosse ancora socialmente sostanziale e individualmente adeguata. «Fa parte della mia fortuna – scriveva Nietzsche nella Gaia scienza – non possedere una casa». E oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria. Questo dice qualcosa del difficile rapporto in cui il singolo si trova con la propria proprietà, finché possiede ancora qualcosa. L’arte dovrebbe esprimere e mettere in evidenza proprio questo: che la proprietà privata non ci appartiene piú, nel senso che la quantità dei beni di consumo è potenzialmente diventata cosí grande che nessun individuo ha piú il diritto di attaccarsi al principio della loro limitazione; ma che si deve possedere qualcosa se non si vuol cadere in quello stato di dipendenza e di bisogno che torna a vantaggio della cieca persistenza del rapporto di possesso. Ma la tesi di questo paradosso conduce alla distruzione, ad una fredda insensibilità per le cose, che non può non rivolgersi anche contro gli uomini, e l’antitesi è – nell’istante stesso in cui è formulata – un’ideologia per coloro che, con cattiva coscienza, vogliono conservare il proprio. Non si dà vera vita nella falsa.
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