Oltre la paura e la solitudine: il selfie senza fissa dimora di Mira DZ.

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Parte 2: Chico e la risalita – Sopravvivere oltre la strada.

#DonneSenzaDimora #ViolenzaSulleDonne #resilienza #invisibili #DirittoAllaCasa.

Immagini fornite da Mira DZ.

“Io ho vissuto nello schifo, tra i topi, tra i vetri rotti, tra la paura e il dolore.
Ma non mi sono mai lasciata andare.
E se oggi sono ancora qui a raccontarlo, è solo grazie a chi ha scelto di vedermi ancora come una persona, anche quando ero invisibile agli occhi di tutti gli altri.”
Mira DZ.


Le donne senza dimora e la violenza invisibile: la seconda parte della storia di Mira DZ.

Le donne senza dimora sono tra le persone più invisibili della nostra società. La loro presenza è spesso cancellata due volte: prima dalla povertà, poi dalla violenza. Essere una donna per strada significa affrontare il rischio quotidiano di aggressioni, abusi, sfruttamento. Non si tratta solo di una condizione di precarietà abitativa, ma di una continua esposizione alla brutalità del mondo.

Se nella prima parte della sua storia Mira ha raccontato la discesa nella povertà e nell’esclusione, in questa seconda parte emerge un altro aspetto drammatico della vita in strada: la violenza nelle relazioni. Quando una donna è senza dimora, è più esposta a dinamiche di abuso e sopruso, in un ciclo di dipendenza che spesso non lascia vie di fuga.

La violenza nel quotidiano è un fenomeno trasversale, che colpisce donne di ogni estrazione sociale. Ma per chi vive ai margini, denunciare un uomo violento non è sempre un’opzione. Il rischio di ritorsioni, l’assenza di alternative, la sfiducia nelle istituzioni e la mancanza di un rifugio sicuro portano molte donne a subire in silenzio.

Mira DZ ha vissuto tutto questo sulla propria pelle e ha scelto di raccontare la sua storia. Mi ha contattato tramite la pagina Facebook di Selfie Senza Fissa Dimora, offrendosi di condividere il suo vissuto perché, come scrive lei stessa: “La mia storia può servire per capire cosa significa essere una donna senza dimora. Non lo auguro a nessuno.” Abbiamo ricostruito il suo percorso attraverso messaggi vocali su WhatsApp, rielaborando il testo più volte fino alla versione definitiva che ora leggete.

Questo è il secondo capitolo della sua storia: . Il primo capitolo,Cadere senza rete è già stato pubblicato nel blog.

Mira non chiede nulla per sé, ma se qualcuno desidera aiutarla, anche solo facendole sentire la propria vicinanza, può contattarla direttamente tramite la sua chat Facebook. Oppure può offrirle un vero sostegno per ricominciare commissionando uno dei suoi disegni, che Mira pubblica sulla pagina I colori del cuore.

I suoi lavori possono diventare regali personalizzati per compleanni, biglietti di auguri, pensieri per i bambini o semplicemente un modo per sostenere il suo percorso verso una nuova vita.

I fatti narrati sono riportati sotto la responsabilità di Mira DZ, poiché non è stato possibile verificarli indipendentemente.

Ogni conversazione pubblicata su Selfie Senza Fissa Dimora è un selfie verbale: un autoritratto in parole, che permette a chi vive questa realtà di raccontarsi con la propria voce. Non vogliamo offrire risposte preconfezionate, ma ascoltare, capire e portare avanti domande che riguardano tutti noi.

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Un nuovo compagno di viaggio.

Arrivai in stazione alle dieci e un quarto. Alle dieci e diciassette ero già al terzo binario. Lì trovai una ragazza che stava per prendere il treno. Mi indicò un cane legato alla ringhiera e disse: “Ecco il cane.”
La guardai confusa. “E io cosa dovrei fare con un cane?”
Lei si strinse nelle spalle. “Arrangiati.”
Mi spiegò, in modo distratto, che il cane era stato affidato a lei e al suo ragazzo, ma che ora lui era stato rimandato in Africa e lei non poteva più occuparsene. Non capii bene se fosse stato un regalo o un prestito – chi mai presta un cane? – ma il risultato era che adesso quel cucciolone di quaranta chili era lì, senza nessuno che se ne occupasse.
Guardai quel grosso cucciolo e gli dissi: “Beh, vieni con me. Almeno mi farai compagnia… e magari mi aiuterai a togliermi di torno quel pirla di uomo che ho accanto.”
Così presi il cane e lo portai via con me. Non sapevo ancora quanto avrebbe cambiato la mia vita.

Un rifugio per due.

Nel frattempo, avevo cambiato rifugio. Sempre al Candiano, ma un po’ più su rispetto a prima. Il vecchio posto dove dormivo era un disastro: pioveva dentro e nessuno mi aiutava a sistemarlo. Non potevo scavalcare per riparare il tetto, così cercai una stanza migliore, sempre in quello stesso piazzale.
Ci lavorai per giorni. La stanza era piena di macerie, c’era perfino un armadio coperto di escrementi. Mi armai di scalpello e paletta per stuccare, grattai via tutto e ripulii lo spazio. Mi ci vollero tre giorni, ma alla fine avevo un posto dignitoso. Portai dentro dei cartoni, presi l’armadio che avevo pulito, lo rovesciai e, dietro la parete, creai una sorta di letto. Sopra ci misi un materasso e delle coperte. Non so neanche io come feci, ma alla fine avevo costruito il mio letto.

Per terra, accanto a me, stesi una coperta per il cane. Non aveva un nome. Tutti lo chiamavano Ciccio, ma in realtà si chiamava Chico.
Guardai quel grosso batuffolo peloso e pensai: “Ecco, adesso ho un cane.”
E dentro di me sentii che quello era un passo importante. Era anche una scusa in più per liberarmi di quel ragazzo che mi aveva completamente logorata. Tra le continue denunce e le botte che prendevo ogni giorno, ormai ero arrivata allo stremo. Il primo anno di vita in strada era stato un inferno: finivo in ospedale per le botte, ma nessuno faceva nulla. Una volta avevo persino trovato il coraggio di denunciarlo, ma poi lui mi minacciò di morte. Minacciò anche i miei figli. E io, innamorata e stupida, ritirai la denuncia. Il maresciallo dei Carabinieri di Ravenna si arrabbiò con me. “Stai facendo un errore,” mi disse. E aveva ragione. Ma io, in quel momento, ero convinta di fare la cosa giusta.

Una donna da sola per strada non è al sicuro. Eppure, piano piano, avevo trovato un motivo per andare avanti: quel cane.

Un legame che non tutti capiscono.

Chiamai mia madre per dirle che avevo trovato un cane. “Un cane?!” si arrabbiò. “Ma sei matta? Come pensi di occupartene?!”
Non ne voleva sapere, mi fece una testa tanta. Ma io sentivo che quel cane poteva aiutarmi a sopravvivere. “Io dormo fuori, mamma. Non ho niente. Forse lui mi aiuterà.”
Non so cosa mi spingesse a pensarlo, ma dentro di me lo sapevo. Il cane sarebbe stato la mia forza.
E pensare che fino a qualche anno prima vedevo la gente che dormiva in strada solo in televisione. Non mi ero mai immaginata di finire così anche io. Eppure, ero lì. E il mio compagno di viaggio era un cane che nessuno voleva.

La mia vita con Chico.

Ho sempre visto persone vivere per strada. Guardavo programmi come Invisibili su Rai1, ascoltavo storie di senzatetto con il cane al seguito e mi chiedevo il perché. Perché avere anche un cane, oltre ai problemi che già si hanno? Non lo capivo.
Poi ho trovato Chico e ho capito.

Era maggio, forse il 13 o il 14, non ricordo con precisione. Quando lo vidi per la prima volta, non sembrava nemmeno un Amstaff Pitbull. Sembrava un maiale, gonfio, senza forma, il pelo di un colore indefinito, la testa incastrata nella carne, gli occhi nascosti dal grasso. Era cieco. L’hanno nutrito a pane e maionese per anni ed era l’unica cosa che riusciva a mangiare.Ma per me Chico è stata una manna dal cielo. Pregavo da mesi per trovare una via d’uscita da quell’incubo, da quell’essere violento che mi stava accanto, che mi faceva camminare sulle uova, che mi faceva vivere nella paura. Ogni giorno speravo di liberarmene, e il destino mi ha mandato Chico.
Lo portai con me a Candiano, senza sapere nulla di cani. La prima domanda che mi feci fu: “E adesso cosa gli do da mangiare?” Non avevo nulla, neanche per me. Chiesi al mio ex compagno, che con il solito atteggiamento sprezzante rispose: “Vai in Famila.”
Non sapevo neanche cosa fosse la Famila.

Il supermercato Famila.

Non avevo idea che sopra Candiano ci fosse un supermercato. Non ero mai stata lì, non sapevo come funzionava, né cosa volesse dire “andare in Famila”. Ma ormai ero disperata, così ci andai.

Arrivai davanti all’enorme insegna rossa, senza sapere da dove cominciare. Fu allora che incontrai Celestino, un nigeriano che si trovava lì davanti. Mi ascoltò, capì la mia situazione e mi fece spazio accanto a lui. Fu lui il primo a spiegarmi come sopravvivere fuori dalla Caritas.
Mi sistemai davanti all’entrata, appoggiata a un palo, osservando la gente che passava. All’inizio la vergogna mi bloccava. Come si chiede aiuto? Poi iniziai a parlare. “Ho bisogno di aiuto, ho un cane da sfamare, ho perso tutto.”

Il primo giorno fu incredibile.
Non mi aspettavo nulla. Invece la gente si fermò, mi ascoltò, mi aiutò. Mi riempirono le tasche di soldi, portai giù in Candiano due buste piene solo per Chico: croccantini, scatolette, giochi, salviette per pulirlo. Non riuscivo a crederci.
Chico diventò il mio compagno di vita. Io lo avevo salvato, lui aveva salvato me.

Due anni davanti alla Famila.

Da quel giorno, la Famila diventò la mia seconda casa. Passai due anni lì, davanti a quel supermercato. La gente mi conosceva, mi salutava, mi portava cibo, medicine, vestiti per me e per Chico.

I vigili arrivarono presto. “Non puoi stare qui a chiedere soldi.”
“Io non chiedo soldi,” risposi. “Io ho bisogno. Vivo fuori, ho un cane, non ho un posto dove andare. Se non posso stare qui, dove devo andare?”
Non avevano risposte. E così rimasi.

Col tempo, la gente imparò a conoscermi. Alcuni mi portavano pasta al forno, parmigiana, patatine. Altri si affezionarono a Chico più che a me. Una coppia mi regalò una pettorina double face, un altro signore un guinzaglio nuovo lungo. Qualcuno persino la museruola, per tenerlo tranquillo davanti al supermercato.
E così non dovetti più andare alla Caritas a mangiare.

Il ritorno a Cortina.

Dopo due anni alla Famila, qualcosa dentro di me si mosse. Dovevo andarmene.
Cercai una scusa, un pretesto. Chico non aveva un microchip, aveva bisogno di cure. Avevo bisogno di portarlo da un veterinario.
Maggio era appena iniziato quando il mio compagno scomparve per una notte intera. Non tornò fino al mattino successivo. Ero furiosa, ma ormai la nostra relazione era una condanna, non un legame. Lo odiavo, avevo paura, ma non riuscivo a staccarmi.
Un amico, Marouane, un tunisino che dormiva in una delle case abbandonate sopra Candiano, mi fece compagnia quella notte. Sapeva cosa passavo con il mio compagno, sapeva che volevo scappare. Fu lui a darmi il coraggio di partire.

Alle sette del mattino, presi il treno. Destinazione Cortina.
Furono solo tre giorni, il tempo di fare i controlli a Chico, mettergli il microchip, prendere fiato.
Ma il mio respiro durò poco. I servizi sociali scoprirono che ero tornata e bloccarono le chiamate con mia figlia.

Di nuovo a Candiano: sola con Chico.

Quando arrivai, sapevo già che non volevo rivederlo. Ma lui era ancora lì. Lì, come se nulla fosse successo, come se io non fossi mai andata via. Ma ormai tra noi non c’era più nulla, solo la mia paura e la mia rassegnazione.
Aveva sempre avuto altre donne. Io ero stata solo un’ombra tra mille altre. Ma ora sapevo di poter fare a meno di lui. Avevo Chico.
E lui aveva paura di Chico.
Pian piano, le cose si sciolsero da sole. Lui imparò a farsi i fatti suoi. Io imparai a vivere a Candiano da sola.

Armata di cane, coltello e spranga.
A volte, quando ci penso, mi sembra impossibile di aver vissuto così. Ma era la mia realtà. E io dovevo sopravvivere.

Il ritorno a Candiano e le nuove violenze.

Il mio percorso da sola, se così si può chiamare, iniziò con la speranza di sfuggire alla sua presenza, ma lui continuava a tormentarmi. Anche se mi ero spostata di quasi 700 metri, sempre dentro quel grande piazzale abbandonato, non era abbastanza lontano per liberarmi di lui.

Trovai un nuovo rifugio vicino al ponte mobile, nella zona dove stavano alcuni tunisini. Lì c’era un vecchio edificio dell’Enel, che io chiamavo la torre dell’Enel. Non era altro che un centro di distribuzione elettrica abbandonato, con un piccolo stanzino a fianco che probabilmente, in passato, serviva come alloggio per il personale.
Quando entrai, l’odore di muffa e sporcizia era soffocante. Spostai un po’ di cose, cercai di ripulire il minimo indispensabile per poterci dormire. Non era un posto sicuro, ma almeno aveva una porta che potevo chiudere. Per me, abituata a dormire senza barriere tra me e il resto del mondo, era già una protezione enorme.
Lì rimasi per circa due o tre mesi, provando a ricostruire un’esistenza senza la paura costante della sua presenza. Ma lui non sparì mai del tutto.
Veniva a cercarmi, ogni sera, sempre con la stessa prepotenza.
“Vergognati, sei vecchia, sei stupida, nessuno ti vuole.”
Parole velenose, ripetute ogni volta con lo stesso tono, con la stessa intenzione. Non gli bastava più farmi del male fisicamente, voleva distruggermi anche dentro. Chico lo sapeva. Lo sentiva prima di me. Quando lo vedeva arrivare, iniziava a ringhiare, a mettersi davanti a me, come se volesse proteggermi. E forse mi ha davvero salvata più volte di quanto io stessa mi sia resa conto.

Una notte, andò oltre. Mi diede fuoco.

Le fiamme.

Ero nella mia stanza, dormivo profondamente, senza sapere che lui era lì fuori, nell’ombra, che mi stava guardando, che stava aspettando il momento giusto per colpire.

Non mi accorsi di nulla, fino a quando sentii un odore di fumo denso, acre. All’inizio non ci feci caso, pensai che venisse da fuori. Poi sentii qualcosa che bruciava sui miei piedi. I calzini stavano prendendo fuoco. Fu Chico a salvarmi.
Mi afferrò per un piede e mi tirò, facendomi svegliare di colpo. Quando aprii gli occhi, vidi il fumo riempire la stanza, il mio zaino era avvolto dalle fiamme.
Scesi dal materasso, scalza, in mezzo alla cenere, cercando di capire cosa stava succedendo. Quando realizzai, era troppo tardi per spegnere il fuoco.
Presi quello che potei e uscii. Fuori, al sicuro, guardai il mio rifugio che diventava cenere, e capii che ero arrivata al limite.

Quell’uomo mi avrebbe uccisa.

L’inizio della fuga: la tenda.

Dopo quell’episodio, non potevo più rimanere lì.
Chiamai i carabinieri quasi ogni sera. Ma loro mi rispondevano sempre allo stesso modo: “Mira, noi siamo stanchi di ricevere le tue chiamate. È un luogo abbandonato, te ne devi andare.”
Ma dove?
Dove volete che vada se non ho nulla?
Non avevo una risposta. Non ce l’avevano nemmeno loro.
Arrivò l’estate del 2023 e, come un lampo, capii che l’unico modo per sopravvivere era sparire completamente. Dovevo nascondermi.
Con gli ultimi soldi che avevo, comprai una tenda dai cinesi, una di quelle economiche, da 15-16 euro. Se non potevo fermarmi in un posto, allora avrei vagato.
Ogni notte dormivo in un luogo diverso.
Un giorno in una casetta abbandonata, un altro all’aperto, finché trovai un posto nascosto tra gli alberi, vicino ai fichi selvatici, in un angolo dove nessuno poteva vedermi.

Era il mio rifugio.
Ma la pioggia non perdona.
Non è come stare in una casa abbandonata, dove almeno c’è un tetto sopra la testa. Nella tenda, l’acqua filtrava ovunque. I vestiti si bagnavano, il materassino si inzuppava, tutto diventava freddo e marcio.

E così, dovetti muovermi di nuovo.

Il bosco davanti alla Famila.

Mi spostai ancora. Questa volta attraversai Candiano e finii nel bosco di fronte alla Famila.
Avevo con me Chico e un carrello della spesa, dove tenevo tutta la mia roba. Feci più viaggi avanti e indietro, spostando le mie cose di nascosto, quando sapevo che lui non era nei paraggi.
Mi sistemai su una piccola collina, tra gli alberi, convinta di aver trovato finalmente un posto sicuro.
Ma Chico non sapeva stare fermo.
Ogni cosa che si muoveva, lui la ringhiava. Ogni cane che passava, lui abbaiava. Quella era una zona dove la gente portava a passeggio i propri animali, e presto iniziarono a lamentarsi della mia presenza.
“Non puoi stare qui con un cane così grande.”

Dovevo andarmene di nuovo.

Di nuovo a Candiano.

Non avevo scelta. Presi le mie cose e tornai indietro.
Tornai a Candiano, nella mia zona di sempre, l’unico posto che conoscevo e che, in fondo, era diventato casa.
Ma questa volta ero sola. Lui non faceva più parte della mia vita. Io e Chico, da soli, sotto le stelle.
Con una tenda, un cane di 50 chili e la certezza che avrei resistito ancora un giorno. E poi un altro.

Perché sopravvivere è tutto ciò che mi restava.

L’ultima battaglia: Chico, la solitudine e il ritorno a Cortina.

Chico è stato con me per due anni, dal 2023 fino ad agosto del 2024. Non avrei mai pensato di legarmi così tanto a un animale, ma Chico non era solo un cane. Lui era la mia protezione, la mia compagnia, la mia ancora in un mondo che sembrava volermi cancellare.

All’inizio, non sapevo nemmeno di chi fosse. Dopo avergli fatto mettere il microchip, provai a cercare informazioni. Chiesi in giro, pubblicai foto su Facebook, e alla fine scoprii che apparteneva a una ragazza di nome Pamela.
Non sapevo nemmeno che faccia avesse questa Pamela, ma il destino ci fece incontrare lo stesso.
Scrissi a una delle tante Pamela che trovai su Facebook: “Ciao, scusa il disturbo, mi chiamo Mira. Ho trovato un cane che si chiama Ciccio o Chico. Sembrava un maiale sporco quando l’ho trovato, ma ora sto cercando di rimetterlo in sesto. È il tuo?”
Mi rispose subito: “Chico? Ma davvero? È un Amstaff Pitbull! L’avevo dato a un amico perché non potevo tenerlo per motivi di lavoro. Ma è lui!”
Non sapevo se sentirmi sollevata o preoccupata. Quel cane ormai era mio. Lo avevo curato, nutrito, difeso. Mi ero aggrappata a lui come lui si era aggrappato a me. Ma capivo anche Pamela. Era il suo cane, e forse Chico voleva essere parte della sua vita.
Da lì nacque un legame tra noi due. Lei mi ha aiutata tanto, mi ha sostenuto, ma ha anche reso le cose difficili. Prendilo, riportamelo, portalo via, riprendilo. Un continuo tira e molla che, col tempo, iniziò a pesarmi.

Ero stanca. E volevo rimettere in piedi la mia vita.

Vivere in strada con un cane: tra amore e ostacoli.

Avere un cane, quando vivi in strada, è sia una benedizione che una condanna.
Da un lato, Chico mi proteggeva. Sapevo che nessuno avrebbe osato avvicinarsi a me di notte. Se qualcuno tentava di farmi del male, lui ringhiava, mostrava i denti, faceva capire che non ero sola.
Dall’altro lato, tenere un cane significava rinunciare a tante cose.
Non potevo dormire nei dormitori, perché nessuno accettava gli animali. Anche quando cercavo una sistemazione, la prima cosa che mi dicevano era: “Il cane non può entrare”.

E poi c’erano gli altri. Gli africani che passavano da Candiano e si prendevano Chico come se fosse il loro.
Lui era cresciuto con loro, parlavano la loro lingua, e ogni volta che lo chiamavano, lui li seguiva. Lo facevano senza cattiveria, ma per me era un dolore continuo. Vederlo andare via, doverlo riprendere, sentirmi sempre in bilico.

Ad agosto capì che non potevo più farcela.
Se volevo davvero riprendere in mano la mia vita, non potevo farlo con un cane da 50 chili al mio fianco. Chi mi avrebbe dato un lavoro? Chi mi avrebbe dato una casa?
E poi c’era un’altra cosa. Un giorno, mentre cercava di difendermi, Chico mi ha morso. Non perché volesse farmi del male, ma perché in lui c’era ancora qualcosa di rotto, qualcosa che non avrei mai potuto aggiustare.

Doveva tornare da Pamela.
Feci l’unica cosa possibile. Contattai la polizia locale di Ravenna, spiegai la situazione e consegni il cane nelle loro mani. Mia madre, che a 80 anni non poteva più tenerlo intestato a suo nome, rinunciò ufficialmente alla proprietà.
Non so se Chico sia tornato da Pamela. Non la sento più.
So solo che dal giorno in cui l’ho lasciato, qualcosa dentro di me si è spezzato.

L’illusione degli aiuti e la realtà delle associazioni.

Continuavo a salire alla Famila ogni mattina, perché anche se volevo ricominciare, nessuno dà lavoro a una senza dimora.

Le associazioni? Solo parole. Le associazioni servono davvero a poco. Tutti parlano di aiuti ai senzatetto, ma la verità è che senza una residenza, non esisti.
Io ero residente a Cortina d’Ampezzo, quindi a Ravenna per loro ero un fantasma.
Ogni volta che andavo a chiedere aiuto, la risposta era sempre la stessa: “Ma tu non sei residente qui.”
Ma allora chi aiutano? Perché agli stranieri, che non sono egualmente residenti, danno sempre qualcosa, e a me, che sono italiana, non spettava niente?
I dormitori non mi accettavano perché avevo un cane.
I servizi sociali non mi aiutavano perché non avevo la residenza.
Le associazioni si facevano vedere solo quando c’erano le telecamere.
Quando ero in pericolo, quando chiamavo i carabinieri perché subivo violenze, loro mi dicevano di andare via, di arrangiarmi, che non era un loro problema.
E così sono rimasta in strada tre anni, senza che nessuno facesse nulla.
I veri aiuti sono venuti dalle persone, non dai servizi sociali.

Il ritorno a Cortina: il dolore di tornare a casa.

Da agosto a dicembre 2024 sono rimasta a Candiano, da sola, in tenda. Con quella ho passato il mio ultimo inverno per strada.
A Natale, ero ancora in tenda, da sola.
Fu il Natale più bello degli ultimi anni. Perché non c’era nessuno che mi tormentava, nessuno che mi faceva del male.

Ma ormai ero stanca, il mio corpo era distrutto.
E poi c’è stato il segnale più forte. Successe qualcosa. Un giorno, andai a farmi una doccia a Santa Teresa. Dopo tre giorni senza lavarmi, usai le salviette per rinfrescarmi. Fu allora che lo sentii. Un nodulo. Un piccolo rigonfiamento al seno. In un attimo, capì che non potevo più stare in tenda.
Dovevo tornare a casa, anche se non sapevo più cosa significasse “casa”.
Chiamai mia madre.
Le spiegai tutto. Che stavo male, che avevo bisogno di aiuto, che forse avevo qualcosa che non potevo ignorare.

Lei mi disse di tornare.
Ma tornare non fu facile.
Dopo tre anni in strada, una casa non è più una casa.
La prima notte non riuscivo a dormire in un letto.
Mi sentivo scomoda, chiusa, soffocata dalle pareti, dal silenzio, dalla luce elettrica.
Ero abituata al buio della tenda, al freddo, al suono del vento.
Persino l’idea di lavarmi tutti i giorni mi sembrava strana.

Eppure, ero ancora viva.

Ricominciare da zero: il ritorno a casa e le difficoltà della nuova vita.

Ora ho 50 anni, mezzo secolo di vita sulle spalle e una battaglia ancora da combattere: ricominciare da capo.

Sono tornata a Cortina, ma non so cosa sarà del mio futuro. Forse non voglio nemmeno pensarci, perché per ora lo vedo solo nero.

Il mio corpo è logoro, spezzato da tutto quello che ho passato in strada. Mi sono rotta lo sterno, mi sono spappolata un ginocchio, ho problemi alla caviglia. Da quando ero bambina soffro di osteoporosi, e tre anni passati a dormire per terra, sui cartoni, nella pioggia, nel gelo e nell’umidità, hanno finito di distruggermi.

Dormire fuori non è solo sopravvivere al freddo. È respirare aria sporca, è non poter stendere le gambe, è sentire il gelo che ti entra nelle ossa e non ti lascia più. Ho perso la vista da un occhio, ho perso denti, ogni parte di me porta i segni di quello che ho passato. Se sono ancora viva, è un miracolo.

Sto cercando di ricostruire una vita, ma non è semplice. Non ho un lavoro e, dopo tutto quello che mi hanno fatto passare, riprendere una vita qui a Cortina è come cercare di scalare una montagna a mani nude.

Mi affido a Dio, perché se una cosa l’ho imparata in questi anni, è che se non ti aiuta lui, nessun altro lo farà.

La realtà della legge e l’illusione della giustizia.

Chi mi ha fatto del male non ha pagato davvero.
Ho saputo che mio ex compagno è stato arrestato per spaccio,  ma gli amici che ancora mi scrivono mi hanno detto che è già ai domiciliari.

E allora mi chiedo: ma che legge è questa?
Perché in Italia si proteggono i delinquenti e le vittime devono arrangiarsi da sole?
Perché una donna deve sopportare anni di violenze, deve passare per pazza, deve essere abbandonata da tutti, e poi quando finalmente si trova il coraggio di denunciare chi l’ha ridotta in quello stato torna libero nel giro di poco?

Non c’è giustizia, non c’è tutela, non c’è sicurezza.
Oggi non mi stupisco più se ci sono così tanti femminicidi.

Io sono ancora viva, ma quante donne non ce l’hanno fatta? Quante sono state lasciate sole, come me, fino a quando non era troppo tardi?

Sono stata lasciata sola, ricattata, soggiogata, plagiata, senza nessun aiuto. Ma da soli non ce la si può fare.  In quella situazione era già tanto che riuscivo a sopravvivere 

L’ultima riflessione: rialzarsi non è facile.

Se dovessi dire qualcosa alla gente, direi questo: è troppo facile voltare le spalle e dire “vai a lavorare” quando vedi una persona in difficoltà.
Quello che molti non capiscono è che una volta caduti, rialzarsi è tutta un’altra storia. Finire in strada può succedere a chiunque, e una volta che ci sei, il mondo intero sembra costruito per tenerti giù.

Quando vai a cercare lavoro e hai dormito per terra la notte prima, non è così semplice. Se sei fortunato e hai vestiti puliti, magari hai una speranza, ma dove li lavi se nessuno ti dà un posto?
A Ravenna, per lavare i vestiti dovevo farmi quattro o cinque chilometri a piedi, portando tutto sulle spalle. Non avevo una bicicletta: me ne hanno rubate quattro o cinque, anche quelle che mi avevano regalato.

Alla fine, mi lavavo come potevo, usando l’acqua fredda a Candiano. Sciacquavo i vestiti e li stendevo su fili legati tra un albero e l’altro, proprio come si faceva una volta.

Io vengo da un’epoca in cui non esistevano i cellulari, quando per telefonare c’erano ancora i vecchi telefoni a disco. Ho vissuto tre anni in Tunisia, ho imparato a cavarmela, a dormire sui materassini per terra, a lavare i vestiti a mano. Non era quello il problema.
Il problema vero non era dormire per terra, ma dormire in mezzo alla violenza.
La violenza e la legge che non ti aiuta e non protegge.

Quello che mi ha segnato di più non è stata la povertà, ma le botte, gli insulti, le minacce.

Ringraziare chi c’è stato.

Non so cosa sarà della mia vita, Non so cosa mi riserverà il futuro. Ma so che sono grata.

Grata alle persone comuni. Non alle istituzioni, non alle associazioni, non ai servizi sociali. Tutti sono pronti a commuoversi, a dire quanto fanno per i poveri, ma quando si tratta di aiutarti davvero, le istituzioni non ci sono.

Sono grata alle persone. Se oggi sono ancora qui, è grazie al mio carattere e alle persone che mi hanno aiutato davvero.

Sono grata:
A chi mi ha sorriso quando non avevo più speranza.
A chi mi ha dato una coperta quando avevo freddo.
A chi mi ha portato un pasto caldo, una coperta, una parola di conforto quando pensavo di non farcela.
A chi mi ha detto una parola gentile quando tutto sembrava crollare.

Io ho vissuto nello schifo, tra i topi, tra i vetri rotti, tra la paura e il dolore.
Ma non mi sono mai lasciata andare.

E se oggi sono ancora qui a raccontarlo, è solo grazie a chi ha scelto di vedermi ancora come una persona, anche quando ero invisibile agli occhi di tutti gli altri.

Non è stata la giustizia a salvarmi.
Mi sono salvata da sola.

#SelfieSDF #PovertàNonèInvisibilità

👉 Se ti sei perso la prima parte della storia di Mira DZ, “Cadere senza rete”, puoi leggerla qui.
📖 Leggi la prima parte.

Una risposta a “Oltre la paura e la solitudine: il selfie senza fissa dimora di Mira DZ.”

  1. […] dimora (SelfieSFD ne ha già parlato nelle storie di Mira DZ, “Cadere senza Rete” e Chico e la risalta” e di Elsa M, “Elsa, i suoi cani e il diritto di avere una casa“), i cani non […]

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