Vite randagie: il selfie senza fissa dimora di Elsa M.

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Elsa, i suoi cani
e il diritto ad avere una casa.

#DirittoAllaCasa #DonneSenzaDimora #PromesseNonMantenute #ResistereConDignità #NonAiutoChiedoRispetto.

Fotografie e video: Elsa M.

“Però bisogna andare avanti. Anche se la vita sembra un muro invalicabile, bisogna provare a superarlo. Ce la faremo. In qualche modo, ce la faremo”.
Elsa M.

Elsa M. vive oggi a Bari, all’interno di un edificio abbandonato dell’ex Macello comunale, dove cerca ogni giorno di mantenere una quotidianità dignitosa insieme ai suoi cani. Per lei, come per molte persone che vivono in strada, questi animali non sono un semplice affetto o compagnia: sono la sua famiglia.
La loro presenza rappresenta un legame profondo, fatto di fiducia reciproca, protezione e amore incondizionato. Lo si capisce subito guardando le fotografie e i video che Elsa ha inviato attraverso Messenger e WhatsApp: in ogni immagine, i cani sono lì, accanto a lei, parte integrante della sua esistenza.

Elsa mi ha contattato tramite la pagina Facebook di Selfie Senza Fissa Dimora, offrendosi di raccontare la sua storia perché, come dice lei:

“Il problema più grande è la precarietà. Non avere un posto sicuro dove stare, non sapere se riuscirai a mangiare quel giorno, non avere protezione. E poi ci sono i pregiudizi. Se sei una donna in strada, ti guardano tutti come se fossi un problema, una minaccia o una fallita”.

Con Elsa si è aperto un lungo scambio fatto di messaggi vocali, foto, aggiornamenti quotidiani. Abbiamo costruito insieme questo racconto, a partire dalla sua voce. Elsa ha scelto di parlare anche per denunciare quanto sia difficile, per chi vive in strada, trovare una casa vera. Nonostante percepisca il Reddito di Inclusione e sia pronta a pagare un affitto equo, non riesce a trovare una sistemazione: troppe porte chiuse, troppa diffidenza, troppe promesse mancate da parte delle istituzioni. Il motivo principale? I suoi cani. Nessuno le affitta perché non vuole animali. Ma Elsa non è disposta a lasciarli: sono la sua famiglia, il suo affetto, la sua protezione.

Tuttavia, questo legame profondo diventa anche una delle barriere più difficili da superare: i dormitori e i centri di accoglienza raramente permettono l’ingresso agli animali. E trovare una casa in affitto a un prezzo equo è quasi impossibile, Elsa ha ricevuto tante promesse da parte delle istituzioni, ma nulla si è mai concretizzato.

Il racconto di Elsa è un racconto lucido, amaro, ma anche tenace. Elsa non cerca pietà, ma rispetto. E soprattutto, chiede una cosa semplice: poter vivere sotto un tetto con la sua famiglia, che per lei vuol dire anche, e soprattutto, vivere con i suoi cani.

La relazione tra le persone senza dimora e gli animali che le accompagnano è spesso profonda e trasformativa, eppure sistematicamente ignorata. Questa scelta – che per altri può sembrare incomprensibile – è, invece, un atto di coerenza e di cura.

Donna Haraway, filosofa e femminista, nel suo “Manifesto delle specie compagne“, ci invita a riconsiderare il modo in cui costruiamo relazioni con esseri viventi diversi da noi. Scrive:

“Ci vuole un’attenzione tutta femminista per abitare il mondo insieme a coloro che vivono con noi e che non hanno forma umana, prendersi cura e imparare a prestare attenzione a essi, avere a che fare con il mondo nella sua violenza, nelle sue conquiste, nel suo possibile futuro – un futuro ancora possibile. Non parlo di prestare attenzione solo alle donne, o altre sciocchezze di questo tipo: parlo del tipo di pratiche di cura e attenzione che le donne hanno condiviso e insegnato agli altri, come parte della convivenza con altri esseri umani, compresi i cani. Non parlo dei cani in generale, ma dei cani nel loro specifico essere al mondo, compresi i cani-compagni nel senso di animali domestici. Le specie compagne sono molte di più che i cani: sono quelle con cui letteralmente spezziamo il pane assieme”.

Elsa ha avuto tanti cani nella sua vita. Alcuni li ha salvati, altri l’hanno salvata. Ripetiamo sua richiesta è semplice: avere una casa dignitosa in cui vivere con loro, pagando il giusto. Non cerca assistenza passiva, ma una possibilità concreta. Raccontando la sua esperienza, ci ricorda che il diritto all’abitare non può valere solo per chi risponde a certi criteri, ma deve includere chiunque voglia vivere con dignità.

La sua è una storia di resistenza e disillusione, ma anche di una donna caparbia e tenace. Una testimonianza importante, perché racconta cosa significa essere donna, povera, invisibile e insieme profondamente umana in un Paese dove il diritto all’abitare sembra non valere per tutti allo stesso modo.

Questa è la terza storia del progetto SelfieSFD. Altre ne seguiranno, raccontate direttamente da chi vive ai margini o grazie al contributo di cittadini e associazioni che ci aiutano a raccogliere testimonianze.

I fatti narrati sono riportati sotto la responsabilità di Elsa M., poiché non è stato possibile verificarli indipendentemente.

Vuoi offrire un aiuto concreto a Elsa M.? Puoi contattarla inviando un messaggio su Messenger alla sua pagina Facebook.

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Il momento di passaggio.

Mario Flavio Benini. Elsa, puoi raccontarci quando è iniziato tutto? Qual è stato il momento in cui la tua vita ha iniziato a cambiare? Cosa ti ha portata sulla strada? 

Elsa M. Ho vissuto ad Adelfia dal 1987 al 1992. In quegli anni, io, mio fratello e mio padre gestivamo un negozio di computer, mentre nostra madre viveva a Milano, separata da mio padre. Quando il negozio ha dichiarato fallimento, abbiamo dovuto chiudere tutto, e da lì sono iniziati i problemi.

La casa di famiglia, che sarebbe dovuta rimanere nostra, mi è stata fatta cedere con la promessa che me ne avrebbero comprata un’altra. In realtà, mio fratello se l’è intestata e, per evitare che io o mio padre potessimo reclamarne l’usufrutto, l’ha subito passata a nome di sua moglie.

Nel frattempo, mio padre aveva conosciuto una professoressa di Valenzano, con cui è andato a vivere in una villa tra Valenzano e Adelfia. Mi invitò a stare con lui e io accettai. In quella villa, che aveva venti cavalli, galline e altri animali, ho vissuto per circa otto, nove anni, occupandomi delle pulizie, del giardino e aiutando la signora con la casa.

Poi tutto è precipitato di nuovo. Mio fratello e la donna con cui viveva mio padre hanno deciso di interdirlo, facendolo ricoverare in psichiatria. In un attimo, mi sono ritrovata fuori casa.

Mio fratello si è preso tutto: le quattro macchine di famiglia, tra cui una Mercedes Cabrio, una Mercedes Station Wagon e i furgoncini da lavoro. Io ero rimasta con una Opel Kadett Cabrio, ma senza una casa e senza un posto dove andare.

MFB. Quando hai capito che stavi per perdere casa e l’impatto com’è stato?

EM. È stato orribile. Non dormi mai davvero, hai paura di chiunque possa avvicinarsi, resti in allerta anche quando cerchi di riposare. Ogni rumore ti fa sobbalzare, ogni ombra diventa una minaccia.

In quel periodo avevo un pitbull, che ha fatto anche otto cuccioli. Erano la mia unica compagnia, l’unico calore in quelle notti fredde. Lui mi proteggeva, o almeno mi faceva sentire meno sola. Ma anche avere un cane non rendeva le cose più facili: se qualcuno ti vede con un animale pensa che tu non abbia bisogno di aiuto, che te la puoi cavare. E invece non è così.

Quando vivi in strada, ti rendi conto che tutto può cambiare in un attimo. Una notte può sembrare tranquilla, e quella dopo potresti ritrovarti senza più nulla. Devi stare attenta a dove ti fermi, a chi hai intorno, a chi ti osserva. Sei in balia di tutto e di tutti, e la cosa peggiore è che nessuno sembra accorgersene.

Quando finisce la speranza, comincia la resistenza.

MFB. Quandoi hai capito che non c’era più una soluzione, cos’hai fatto?

EM. Ho sempre cercato di trovare un lavoro, di rimettermi in piedi. Ma ogni tentativo è finito male.

Ho avuto due camper, ma per diversi motivi li ho persi entrambi, a quel punto mi sono trovata senza più alcuna possibilità di avere un tetto sopra la testa. Ho capito che la mia situazione non era più temporanea, che non era solo una fase difficile da superare: era diventata la mia realtà.

Nel frattempo, mia famiglia mi ha completamente disconosciuta. Sono rimasta senza nessun sostegno, mentre mio fratello si è preso tutto ciò che era rimasto: i soldi di mio padre, quelli di mia madre e persino quelli di mia nonna.

Mia nonna, che viveva con noi, è stata portata in una casa di riposo da mio fratello e, dopo un mese, è morta intubata. Mia madre, che inizialmente aveva denunciato mio fratello per furto, è stata manipolata da lui e alla fine ha ritirato la denuncia, arrivando addirittura a farne una falsa contro di me, accusandomi di averle messo le mani addosso.

Dopo tutto questo, non avevo più un posto dove andare. Ho iniziato a sopravvivere vendendo oggetti usati, facendo braccialetti e cappelli all’uncinetto, come facevo da bambina. A Bari riesco ancora a vendere qualcosa, ma la mia vita ormai è completamente cambiata.

Dopo anni di riprese e ricadute, ho capito che nessuno sarebbe venuto a salvarmi. Ho smesso di sperare e ho iniziato semplicemente a sopravvivere.

MFB. Hai cercato aiuto da qualcuno o da qualche associazione? Com’è andata?

EM. Mi sono rivolta alla Chiesa, perché da piccola ero cresciuta lì. Cantavo nel coro, ero boy scout, facevo volontariato, ho sempre creduto nei valori della comunità e della solidarietà. Pensavo che avrebbero teso una mano a una persona che aveva fatto parte di loro, che avrebbe trovato accoglienza, almeno un po’ di comprensione.

E invece, niente. Mi sono sentita dire “Non possiamo fare niente per te”. Mi hanno trattata come se fossi solo un peso, un fastidio, un problema da mandare via il prima possibile. Mi aspettavo un aiuto, ho trovato freddezza e indifferenza.

Tornare ad Adelfia per chiedere aiuto ai miei amici? Mai. Per me sarebbe stata una sconfitta, non potevo mostrarmi così. Avevo sempre avuto un carattere forte, indipendente. Tornare indietro con la coda tra le gambe, dopo tutto quello che era successo, era impensabile. L’orgoglio mi ha bloccata, la paura del giudizio mi ha tenuta lontana.

Così ho provato con la Caritas, con le Chiese, con chiunque potesse offrire un pasto o un posto dove stare. Ma anche lì ho capito una cosa: nessuno ti aiuta davvero se sei sola. Ti danno qualcosa per tirare avanti, ma nessuno ti tira fuori dalla buca. Così ho smesso di cercare e ho iniziato a cavarmela da sola.

MFB. C’è stato un momento in cui hai capito che stavi attraversando una porta che ti avrebbe portato a quello che hai vissuto e stai vivendo?

EM. Come ti dicevo, ho sempre cercato di fare qualcosa per risollevarmi, di trovare un lavoro, un modo per ripartire. Ci ho provato tante volte.

Ho fatto lavoretti a nero, soprattutto assistenza agli anziani. Ma ogni volta che sembrava andare bene, succedeva qualcosa. O l’anziano moriva, o la famiglia decideva di non volere più nessuno in casa, o i soldi non bastavano comunque. Ogni volta era una speranza, e ogni volta veniva spezzata.

Non c’è stato un giorno preciso in cui ho capito che non sarei più riuscita a rialzarmi. È stato un continuo cadere e rialzarsi, fino a quando non ho avuto più la forza di farlo. Ho smesso di guardare al futuro, ho iniziato a vivere giorno per giorno, perché era l’unica cosa che potevo permettermi.

All’inizio pensi sempre: “È temporaneo, tra poco andrà meglio”. Poi il tempo passa e ti accorgi che sei ancora lì, ancora per strada, ancora senza un vero piano per uscirne. E a quel punto ti rendi conto che forse una via d’uscita non c’è più. Non perché non la vuoi, ma perché ogni volta che provi a prenderla, qualcosa te la chiude in faccia.

La vita in strada.

MFB. Hai detto che hai avuto due camper e che li hai persi entrambi, dopo aver perso il tuo ultimo camper, come sei riuscita a cavartela? Dove hai trovato rifugio e chi ti ha aiutata? Hai ricevuto supporto dalle istituzioni o hai dovuto arrangiarti da sola?

EM. L’ultimo camper l’ho perso in una notte terribile. Simone, il mio ragazzo dell’epoca, preso da un raptus di follia, mi ha colpita con un bastone mentre stavo cucendo. Per difendermi, ho reagito con le piccole forbici che avevo in mano. Siamo finiti entrambi in ospedale. Il mio cane è stato portato al canile, mentre la mia cagnolina, una nera, è rimasta in strada, spaventata e impossibile da prendere. Io sono stata dimessa prima di lui e mi sono precipitata a cercare i cani. La mia cagnolina l’ho ritrovata davanti alla chiesa di San Sabino, lo stesso posto dove era parcheggiato il camper. Sono andata a recuperare gli altri cani dal canile, ma quando sono tornata al camper non sono potuta rientrare: lui era ancora lì.

Ho dormito all’aperto, davanti alla chiesa, sperando di trovare un po’ di pace. Ma quando Padre Angelo mi ha visto, mi ha detto chiaramente che non potevo restare lì: “Non puoi dormire qui”. Nessuna comprensione, nessuna alternativa, solo il rifiuto.

Alla fine, è stata una mia amica russa ad aiutarmi. Mi ha dato le chiavi di un giardino con un piccolo edificio abbandonato nell’ex Macello comunale, dicendomi che, se volevo, potevo restarci. Non è un vero rifugio: ci sono topi e il freddo d’inverno è terribile, ma era comunque meglio che stare in strada.

Nel frattempo, ho continuato a cercare aiuto dalle istituzioni. Sono andata più volte a parlare con il Sindaco, sperando che potesse fare qualcosa per me. Ma ogni volta ricevevo sempre la stessa risposta: “Tu vai al dormitorio, i cani al canile”. Come se fosse così semplice. Ma i miei cani senza di me non sopravvivrebbero. Sono la mia famiglia, l’unica cosa che mi è rimasta.

Trovare una casa in affitto è impossibile per me. Dicono che il problema sono i cani, ma non capisco: a tante persone con un passato discutibile affittano, e a me no? Io chiedo solo una stanza con un bagno, nient’altro, e sono disposta a pagarla. Eppure, non trovo nulla.

Intanto, come dicevo prima, Simone si è impossessato del camper, ancora lì dentro, con il braccialetto elettronico alla caviglia. La causa contro di lui è stata rinviata, forse a ottobre o novembre. Non so quando finirà tutto questo. Sembra una storia senza fine.

Le relazioni in strada e l’organizzazione della vita quotidiana.

MFB. Che tipo di rapporti hai con le altre persone senza dimora? Quali sono le difficoltà più grandi che affronti ogni giorno?

EM. Le relazioni con le persone di strada sono complicate. Io che sono in questa situazione da vent’anni, ho visto e vissuto di tutto. Conosco le storie di ognuno, so chi sono veramente. Più della metà delle persone che frequentano la Caritas o le mense delle chiese non sono davvero senza dimora. Hanno una casa, una pensione, a volte anche una famiglia. Ma vengono lì per trovare compagnia, per rimorchiare donne sole o per approfittarsi di qualche anziano. C’è chi si presenta alla mensa di Santa Chiara solo per non dover cucinare o sporcare la propria casa. La mensa non offre certo pasti di qualità, ma per molti è un pretesto per avere una routine, per sentirsi parte di qualcosa, anche se superficiale.

Poi ci siamo noi, quelli che la strada la viviamo davvero. Siamo pochi. Ognuno pensa per sé, ognuno ha la propria storia, i propri segreti, i propri peccati. Non c’è solidarietà, non ci si aiuta. Perché? Perché ognuno nasconde qualcosa, e nessuno si fida di nessuno. In strada, fidarsi della persona sbagliata può costarti tutto.

Le mie giornate sono sempre uguali. Dormo nella casa abbandonata dove mi ha lasciato stare la mia amica russa, a volte in altri posti più nascosti. Mi alzo presto, perché, anche se ho un tetto sulla testa, la strada non concede il lusso di dormire troppo. Se c’è qualcosa da mangiare, bene. Altrimenti, si aspetta di poter raccattare qualcosa in giro o alle mense.

Il problema più grande è la precarietà. Non avere un posto sicuro dove stare, non sapere se riuscirai a mangiare quel giorno, non avere protezione. E poi ci sono i pregiudizi. Se sei una donna in strada, ti guardano tutti come se fossi un problema, una minaccia o una fallita. Nessuno pensa a cosa c’è dietro, alla storia che ti ha portata fin qui.

La cosa più difficile da gestire è la solitudine. Perché alla fine, anche in mezzo a tutta questa gente, sei sola. Devi pensare a sopravvivere, e basta.

Le difficoltà nel trovare una casa.

MFB. Qual è la difficoltà più grande che ti impedisce di trovare una casa? È solo una questione legata ai cani o ci sono altri ostacoli?

EM. Trovare una casa è la cosa più difficile. Senza una casa, non puoi davvero costruire nulla: né un lavoro stabile, né una vita normale. Per chi vive in strada, avere un tetto sopra la testa sembra quasi impossibile.

Come dici tu, uno dei problemi principali è che, se hai dei cani, nessuno ti affitta una stanza. Anche se potessi dividere un alloggio con un’altra persona, magari con un’altra donna nella mia situazione, trovare un accordo è difficilissimo. Se fai certi lavori, come la badante, potresti avere un tetto almeno temporaneamente, finché la persona che assisti è in vita. Ma altrimenti, senza garanzie e senza soldi per anticipi e cauzioni, le porte restano chiuse.

Io non ho mai vissuto in affitto prima. Ho sempre abitato nella casa di famiglia, che era di proprietà. Ora, ritrovarmi a cercare una sistemazione è un percorso pieno di ostacoli: servirebbe almeno un anticipo di due o tre mesi e io quei soldi non li ho mai avuti. E poi, c’è sempre il problema degli animali. Cani, gatti… non li vogliono. Non capisco perché.

MFB. Secondo te, il sistema di aiuti per le persone senza dimora (servizi sociali, centri di accoglienza) funziona oppure presenta delle lacune? Se sì, quali sono i problemi principali?

EM. I servizi sociali aiutano fino a un certo punto. O meglio, aiutano chi vogliono loro. Non fanno davvero il loro lavoro, non lo fanno quasi mai sul campo, soprattutto non lo fanno con il cuore. Funziona tutto attraverso le conoscenze, a favori, a scelte fatte in base a chi conviene aiutare e chi no.

Ho parlato con tanti sindaci, ho ascoltato promesse, ma alla fine sono tutte parole. Ti dicono “vediamo, troviamo una soluzione”, ma non cambia nulla. Alla fine arrivi a pensare siano solo marionette, manovrate da chi sta sopra. C’è un sistema che decide chi può avere qualcosa e chi no. Non è solo lo Stato, è ovunque: nelle chiese, nella politica, nei servizi sociali. È un sistema fatto di simpatie, di favori, di soldi che girano. Se non fai parte del giro, resti fuori.

Avevo diritto a una casa, almeno a una sistemazione più dignitosa, ma alla fine non ho ottenuto nulla. Quando hai chiesto aiuto mille volte e non hai mai ricevuto una risposta vera, arriva un punto in cui smetti di credere che qualcosa cambierà.

MFB. Come ti senti oggi rispetto a tutto questo? Hai ancora speranza di cambiare la tua situazione?

EM. Ci sono giorni in cui non ho neanche più voglia di alzarmi dal letto. Sono stanca, delusa. Sembra che ogni porta sia chiusa, che ogni tentativo sia inutile. Ho chiesto, ho provato, mi sono fatta sentire. Ma nulla. Ogni volta che penso che possa cambiare qualcosa, finisco sempre allo stesso punto.

Però bisogna andare avanti. Anche se la vita sembra un muro invalicabile, bisogna provare a superarlo. Ce la faremo. In qualche modo, ce la faremo.

#SelfieSDF #PovertàNonèInvisibilità #laCasaUnDirittoPerTutti

4 risposte a “Vite randagie: il selfie senza fissa dimora di Elsa M.”

  1. […] di vita) e Sofie Bumke (responsabile delle unità mobili) di Save the Dogs. Mira, Elsa e Roberto — tre persone senza dimora che convivono con i loro cani — pongono nuove domande, che […]

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  2. […] abbiamo raccontato le loro storie in Selfie Senza Fissa Dimora — Mira De Zolt, Roberto Di Maio e Elsa Marchese — che convivono con i loro cani, pongono a LAV una serie di domande nate dalla loro esperienza […]

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  3. […] cui abbiamo raccontato le storie in Selfie Senza Fissa Dimora – Mira De Zolt, Roberto Di Maio e Elsa Marchese – pongono le loro domande a Francesca Collodoro, responsabile delle attività territoriali […]

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  4. […] storie di Mira DZ, “Cadere senza Rete” e Chico e la risalta” e di Elsa M, “Elsa, i suoi cani e il diritto di avere una casa“), i cani non sono semplicemente animali da compagnia: sono famiglia, protezione, affetto, […]

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