Radio Piazzetta. Da laboratorio a radio: quando l’inclusione diventa narrazione collettiva.

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Fotografie: Mario Flavio Benini

In un tempo in cui le disuguaglianze si misurano anche nell’accesso alla parola – e non solo alla casa o al reddito – si moltiplicano esperienze che mettono in discussione le forme dominanti della comunicazione pubblica. La radio comunitaria e il podcast sociale diventano, sempre più spesso, strumenti capaci di ridare voce a chi per troppo tempo è stato ridotto al silenzio: non solo restituendo visibilità, ma riconoscendo l’autorità narrativa di soggettività considerate marginali o improduttive. È in questo orizzonte che si colloca Radio Piazzetta: una radio nata all’interno di un centro diurno per persone senza dimora, che nel tempo ha saputo trasformarsi da laboratorio a redazione stabile, da spazio di accoglienza a spazio di cittadinanza.

Come ricorda Ellie Rennie nel suo libro Community Media: A Global Introduction (Rowman & Littlefield, 2006), i media di comunità rappresentano una forma alternativa e relazionale di cittadinanza: non più centrata sulla rappresentanza istituzionale, ma sulla capacità di prendere parola, creare alleanze, articolare bisogni e desideri attraverso la narrazione condivisa. Allo stesso modo, Nick Couldry in Why Voice Matters: Culture and Politics After Neoliberalism (Sage, 2010) sottolinea come la voce non sia solo un’espressione individuale, ma una pratica fondativa della democrazia, capace di produrre mondo comune e visibilità politica. Quando questa voce viene negata, ostacolata o non ascoltata, si produce una forma di esclusione ancora più radicale: non solo materiale, ma anche epistemica.

Nel campo specifico delle persone senza dimora, la letteratura mostra come l’accesso a forme narrative autogestite – siano esse radio comunitarie, podcast o scritture collettive – non sia un semplice “dare voce ai senza voce”, ma un autentico processo di riappropriazione identitaria e relazionale. Mary L. Schuster, in Homeless Voices: Stigma, Space, and Social Media (2022), esplora come queste voci, spesso stigmatizzate e marginalizzate, trovino nei media alternativi uno spazio per esprimersi senza essere tradotte o addomesticate  . Diversamente dagli interventi mainstream che raccontano l’homelessness come “evento” isolato, come descritto da Rachel Best (2010) in Situation or Social Problem?, questi progetti regolari e dal basso consentono una narrazione continua, che sottrae alla marginalità il tempo e la complessità della vita quotidiana.

Radio Piazzetta si muove in questa direzione: è un progetto milanese nato dentro La Piazzetta – centro diurno gestito da Farsi Prossimo in collaborazione con Caritas Ambrosiana – che ha saputo crescere in modo organico, trasformando la marginalità abitativa in una piattaforma di protagonismo collettivo. La radio è diventata, nel tempo, uno spazio dove il microfono non funziona come dispositivo di spettacolarizzazione ma come strumento di cura, relazione e co-produzione di senso. Non è un progetto assistenziale né un laboratorio di animazione: è una redazione viva, dove le storie si intrecciano, i ruoli si mescolano, le fragilità si trasformano in stile narrativo. In questo processo è risultata determinante anche l’adesione alla rete cittadina Share Radio, che ha consentito alla redazione di consolidare il proprio percorso dentro una comunità più ampia di media indipendenti.

Il panorama internazionale conferma la vitalità di queste esperienze. In Canada, il progetto Re:Sound raccoglie podcast audio prodotti da soggettività marginalizzate – tra cui senzatetto, rifugiati e migranti – dando vita a un laboratorio di storytelling dal basso. In Scozia, il Homeless World Cup podcast racconta in formato audio le vite e i percorsi delle squadre di calcio formate da persone senza fissa dimora, restituendo uno spaccato dignitoso e non stereotipato della povertà urbana. Negli Stati Uniti, Homeless in San Diego e Invisible People sano il podcasting e il video-documentario per restituire la complessità dei vissuti, la soggettività delle esperienze, e il diritto a una narrazione non stigmatizzante.Anche questa intervista nasce dentro un percorso più ampio. Il progetto Commoning è uno spazio di ricerca e racconto dedicato alle pratiche di mutualismo, co-progettazione e prossimità che, in tutta Italia, stanno ridisegnando il perimetro della cittadinanza attraverso la rigenerazione di luoghi, relazioni e immaginari. Esperienze come le Case di Quartiere di Torino, le Portinerie di Comunità, le falegnamerie sociali K-Alma e BRIChECO, le Fonderie Ozanam, Portineria di Comunità, Case di Quartiere a Torino o la rete Banca delle Visite, mostrano che la costruzione di beni comuni non è un fatto tecnico, ma una pratica politica. La cultura si fa infrastruttura, la voce si fa capitale relazionale, la comunicazione diventa bene comune. È questo, in fondo, il cuore del commoning: non solo un metodo, ma un gesto di alleanza e reciprocità, capace di generare valore condiviso a partire dalle fragilità.

Questa intervista a Michele Spreafico, responsabile di Radio Piazzetta, rappresenta un’occasione per approfondire il progetto sia cresciuto, rispetto alle pratiche dei podcast sociali e delle radio comunitarie, e come abbia saputo tradurre fragilità in protagonismo, narrazione in azione, sperimentazione in struttura dedicata – restando sempre fedele al suo spirito laboratoriale e partecipativo. È la storia di un progetto capace di riflettere: il senso politico del racconto dal basso, la sostenibilità, l’impatto territoriale e la possibilità concreta di rigenerare la cittadinanza.

La nascita di Radio Piazzetta.
Come nasce una voce dal margine?

Radio Piazzetta nasce nel cuore del Centro Diurno La Piazzetta, servizio a bassa soglia di Farsi Prossimo Onlus e Fondazione Caritas Ambrosiana, che accoglie persone senza dimora e in condizione di forte vulnerabilità sociale. Ma la radio non è solo un’attività ricreativa: diventa uno spazio di espressione, narrazione, identità. Uno strumento di dignità.

Negli ultimi anni, anche in Italia, sono emerse esperienze simili che hanno sperimentato l’uso della voce, della narrazione e della radio come dispositivi educativi, sociali e politici. Radio Piazzetta si inserisce in questo solco, con una sua originalità: nasce dall’interno di un servizio socio-educativo, e si trasforma in progetto comunicativo, comunitario, narrativo.

Secondo la stessa Farsi Prossimo, il Centro Diurno “La Piazzetta” è uno spazio dove si cerca di “ristabilire quotidianità, relazioni, fiducia” per persone escluse dal circuito abitativo e sociale Farsi Prossimo. In questo contesto, la nascita della radio ha rappresentato molto più di un semplice laboratorio espressivo: è diventata uno strumento concreto di coinvolgimento e di valorizzazione delle persone accolte, permettendo loro di attivarsi, raccontarsi e contribuire alla vita collettiva del centro. 

Mario Flavio Benini. Quando e come è nata l’idea di dare vita a Radio Piazzetta all’interno del centro diurno? Quale bisogno ha intercettato?

Michele Spreafico. Ho iniziato a lavorare per Farsi Prossimo – che è la cooperativa che gestisce parte del personale dell’area grave emarginazione della Caritas di Milano – nell’estate del 2018. In quel periodo ero educatore sia al Rifugio Caritas di via Sammartini, che al centro diurno a bassa soglia La Piazzetta, che oggi si trova sempre in via Sammartini ma che allora era in piazza Miani, in zona Barona.
Qualche mese prima di iniziare questo lavoro, avevo conosciuto Shareradio, una realtà milanese che lavora nell’ambito del sociale con uno strumento molto interessante: la radio. Non è una radio tradizionale, con una programmazione continua, ma piuttosto una piattaforma che usa il linguaggio radiofonico in chiave educativa. Ho cominciato a collaborare con loro in alcuni laboratori nei centri di aggregazione giovanile: esperienze brevi, mirate a produrre podcast o a trasmettere dirette in occasione di eventi.
Quando poi sono entrato in servizio a La Piazzetta, mi è venuto naturale pensare: “Proviamo a fare qualcosa di simile anche qui.” Perché La Piazzetta, fin da subito, mi ha colpito per la ricchezza dei laboratori attivi: poesia, pittura, perfino cucina – nella sede precedente il venerdì si cucinava insieme, ognuno con un ruolo preciso, dalla spesa alla preparazione dei piatti. Era un modo molto bello e partecipato di stare insieme. Nella sede attuale, purtroppo, per ragioni logistiche non è più stato possibile riproporlo.
L’idea della radio è nata proprio dentro questo clima laboratoriale. In quel periodo avevo già un minimo di familiarità con l’aspetto tecnico, grazie all’esperienza con Shareradio. Inoltre, ho un passato da musicista: ho scritto canzoni, cantato, per un periodo è stato il mio lavoro. Quindi conoscevo lo studio di registrazione, anche se non avevo mai messo mano su un mixer o su software di montaggio. Con Shareradio ho imparato a farlo. E a quel punto ho pensato: proviamo.
Abbiamo iniziato coinvolgendo i Gatti Spiazzati, un’associazione che organizza passeggiate urbane guidate da persone che vivono o hanno vissuto situazioni di disagio. L’idea iniziale era semplice: fare un podcast che raccontasse i tour organizzati da loro nei quartieri di Milano. Un racconto urbano, con interviste, voci, e sempre tanta musica, che per noi è fondamentale. 
Radio Piazzetta nasce così, dentro un progetto già esistente e con contenuti “pronti”, già vissuti. Per un po’ è andata avanti in questo modo. Ma con il tempo ci siamo accorti che l’incontro settimanale – sempre il venerdì pomeriggio – aveva un potenziale più ampio. Iniziavano ad avvicinarsi nuove persone, e piano piano i temi legati solo ai quartieri di Milano iniziavano a starci un po’ stretti.
Ci siamo resi conto che tra gli ospiti della Piazzetta c’erano tante competenze, passioni, storie da raccontare. E così abbiamo deciso di allargare la partecipazione, di aprire la radio a tutti gli ospiti del centro, come un laboratorio libero, uno dei diversi laboratori de La Piazzetta.

Mario Flavio Benini. Quindi Radio Piazzetta è nata come un laboratorio?

Michele Spreafico. Esattamente. All’inizio era un momento aperto a chiunque volesse partecipare. Ogni settimana le persone erano diverse: c’erano alcuni affezionati, ma spesso il gruppo cambiava. Si decideva insieme di volta in volta cosa fare, magari scegliendo un tema, oppure costruendo una puntata attorno alla musica.
A volte eravamo anche dieci persone: in quei casi si facevano puntate più musicali. Ma non era solo mettere canzoni – si sceglieva un brano, si spiegava il motivo della scelta, si costruiva un filo. Era un modo per condividere e raccontarsi.

Mario Flavio Benini. La redazione di oggi è in parte quella originaria, nata con l’esperienza dei Gatti Spiazzati?

Michele Spreafico. Sì, assolutamente. Nella puntata che abbiamo appena registrato c’erano Gianni ed Elisabetta, che fanno parte della redazione fin dal primo giorno: loro provengono proprio dai Gatti Spiazzati. Anche Federico, che oggi era presente, è entrato successivamente nei Gatti Spiazzati, ma è ormai una presenza stabile. Poi ci sono Valentino, Maurizio… insomma, sono tutte persone che da anni sono con noi.
Oltre a loro, in questi anni sono passate tantissime altre persone: alcune hanno partecipato anche per un anno intero con continuità, altre magari solo per qualche mese. Alcune si sono fermate poco, ma tutte, davvero tutte, hanno lasciato un segno. Hanno dato un contributo importante, chi cercando musica, chi scrivendo testi, chi portando idee, racconti, riflessioni. Dopo il lockdown si è creato un vero metodo redazionale, un modo di lavorare più serio, più strutturato. Un passo alla volta.

Mario Flavio Benini. Il passaggio da laboratorio aperto a progetto redazionale stabile è avvenuto, se capisco bene, proprio durante e dopo il periodo del Covid. Un salto importante, che ha richiesto anche nuove scelte organizzative: tempi, ruoli, risorse.
Come siete arrivati a quella decisione? E come si è costruita, all’interno del gruppo, la fiducia necessaria per stabilizzare una redazione e costruire una struttura così coesa?

Michele Spreafico. All’inizio non è stato facile, perché lavorare con persone che vivono o hanno vissuto in strada comporta inevitabilmente una certa discontinuità. Ma già prima del Covid si era formato un piccolo nucleo molto presente, motivato, con grande capacità di espressione.
C’è un pregiudizio diffuso che associa la marginalità abitativa a un basso livello culturale. In realtà non è sempre così: alcune delle persone che hanno fatto parte della redazione avevano un bagaglio personale e culturale molto ricco. E questo si rifletteva sia nella qualità dei contenuti che nella capacità di parlare al microfono, di costruire pensieri complessi, di tenere viva l’attenzione.
Fino a un certo punto io non intervenivo in voce. Mi occupavo della regia, della scaletta, della parte tecnica, lasciando lo spazio di parola solo a loro. Era una scelta precisa: la radio doveva essere uno spazio loro, non mio. Quando ho visto che il gruppo era diventato solido, che si era creata una fiducia reciproca, ho sentito che potevo entrare anch’io nella narrazione, senza snaturare quello che avevamo costruito. Oggi partecipo attivamente anche in voce, e ti dirò: mi diverto più di prima.
Poi è arrivato il Covid, e lì c’è stato un altro passaggio decisivo.
Il centro diurno ha chiuso per molti mesi, ma io continuavo a lavorare al Rifugio, dove incontravo alcune delle persone che frequentavano la radio. Non potendoci vedere di persona, ci siamo tenuti in contatto telefonico. E da quelle telefonate è nato un nuovo progetto: una serie di episodi dedicati alla vita in strada durante il lockdown.
Era marzo 2020, tutti erano chiusi in casa – ma chi la casa non ce l’aveva? Abbiamo raccontato multe assurde, telefoni scarichi, l’assenza di spazi in cui ripararsi. È stato un racconto dall’interno, senza mediazioni. Le voci erano le loro, registrate al telefono, e io le montavo, le cucivo insieme. In quel periodo ho imparato moltissimo anche sul piano tecnico: avevo più tempo e ho potuto curare davvero l’editing, la narrazione, la costruzione dei contenuti. Erano veri podcast, molto diversi dalle puntate attuali, che hanno una forma più vicina alla diretta.
Quando il centro ha riaperto, abbiamo sentito che era arrivato il momento di fare un salto. Abbiamo deciso di non tornare al laboratorio “aperto a tutti”, ma di consolidare quel nucleo in una redazione vera e propria. Una piccola redazione stabile, con un impegno regolare.
Da lì, dalla seconda metà del 2020, è nata la Radio Piazzetta come la conosciamo oggi.
Quel periodo, per quanto drammatico, è stato anche un’occasione unica per raccontare un pezzo di realtà che nessun altro raccontava: la vita in strada durante un’emergenza sanitaria.
E non siamo passati inosservati: Radio Popolare ha trasmesso i nostri podcast nella trasmissione Prisma, che in quei mesi raccontava le trasformazioni della città durante il lockdown. È stato un riconoscimento importante, ma anche la conferma che quel tipo di racconto – diretto, non filtrato – aveva un valore. Da quel momento, la radio è diventata qualcosa di diverso. Non più solo un laboratorio, ma una voce stabile, riconoscibile, collettiva.

Il modello Radio Piazzetta
Come si costruisce una radio dal basso?

Radio Piazzetta è una redazione partecipativa che nasce dentro un centro diurno. Non è un progetto esterno calato dall’alto, ma un dispositivo comunicativo che si innesta nella quotidianità del servizio e si sviluppa attraverso pratiche relazionali, educative, organizzative. Il lavoro redazionale è settimanale, orizzontale e collettivo.
Nel tempo, il progetto ha evoluto la sua struttura, ha definito rubriche, modalità di partecipazione, rapporti interni, relazioni con l’esterno. Ha stretto un legame stabile con Share Radio – piattaforma di Citizen Journalism urbano – entrando a far parte di un ecosistema più ampio di comunicazione sociale, ma mantenendo un’identità fortemente radicata nel centro.
Questa sezione dell’intervista serve a far emergere il “come”, cioè le forme concrete che tengono viva la radio: tempi, ruoli, spazi, responsabilità condivise, cura dei contenuti.

Mario Flavio Benini. Ho studiato diverse esperienze radiofoniche legate alle fragilità e in particolare alle persone senza dimora. Quasi sempre si tratta di progetti a termine: nascono attorno a un evento o a una spinta iniziale, ma poi si esauriscono. Radio Piazzetta, invece, è cresciuta nel tempo. Ha acquisito continuità e struttura. Pensi che, pur rimanendo legata al centro diurno, possa evolvere in qualcosa di più autonomo, con una dimensione più ampia?

Michele Spreafico. Sì, è vero, molti progetti nascono e si spengono rapidamente. In questo senso, Radio Piazzetta è una piccola eccezione: è nata all’interno del centro diurno, ma ha preso via via una forma più autonoma. Lo dimostra anche una scelta logistica che ci portiamo dietro da tempo: registriamo sempre il venerdì pomeriggio, quando il centro è chiuso. All’inizio era solo una questione pratica — nella vecchia sede non avevamo uno spazio dedicato e c’era troppo rumore — ma poi quella fascia oraria è rimasta, anche ora che abbiamo una stanza nostra. È diventato un tempo “altro”, separato dalle attività quotidiane.
Anche la composizione della redazione lo dimostra: ci sono persone che partecipano solo alla radio e non frequentano il centro in altri momenti. Altre invece sono presenti in più attività. Io stesso faccio parte dell’équipe educativa, anche se ormai mi occupo esclusivamente della parte legata a Radio Piazzetta. I colleghi segnalano spesso ospiti interessati o adatti a questo laboratorio, e capita che alcuni di loro diventino partecipanti fissi.
Quindi sì, è un’attività del centro, ma ha acquisito una sua identità, una sua traiettoria.
Quanto al potenziale, sì, ce n’è tanto. Il gruppo si è consolidato, la qualità è cresciuta, e anche la cura nei dettagli. Ma non è facile farsi notare: il mondo dei podcast è affollatissimo, e non sempre si ha la forza o il tempo per “giocare la partita” fino in fondo. A volte non ci pensiamo neppure: ci basta incontrarci, stare bene, condividere idee, ascoltare musica insieme. Ci divertiamo, ridiamo tanto. Questo già fa la differenza.
Una delle cose a cui teniamo di più è l’apertura al territorio. Invitiamo persone e realtà che magari non hanno nulla a che fare con la grave emarginazione o con il terzo settore, ma che vivono e animano questa città. E spesso chi entra in contatto con noi resta colpito. Non è facile far conoscere Radio Piazzetta, ma quando succede, lascia il segno. Ce lo dicono in tanti: “Che bella atmosfera, che bella energia”.
E poi c’è la collaborazione con Share Radio, che ci ospita nel suo palinsesto. Per noi è importante, anche perché ci consente di dare tanto spazio alla musica, che è parte integrante di ogni puntata. Però questo comporta anche dei limiti: non possiamo pubblicare su Spotify, perché usiamo brani coperti da diritti. E i costi per ottenere le licenze non sono sostenibili per un progetto come il nostro.

Mario Flavio Benini. Radio Piazzetta non è un podcast nel senso classico del termine. È una radio in forma di podcast, un ibrido che si richiama fortemente al modello radiofonico. I podcast ispirati alla radio adottano spesso la struttura e i formati tipici della trasmissione radio: talk show, interviste, musica, approfondimenti. Ma il podcasting resta un’esperienza d’ascolto più testuale, frammentabile, on-demand. La radio è flusso, il podcast è testo. Eppure Radio Piazzetta sembra andare oltre questa distinzione.

Michele Spreafico. Sì, è una via di mezzo. Io dico sempre che è un podcast, perché tecnicamente lo è: registriamo un contenuto che viene pubblicato online e può essere ascoltato in qualsiasi momento. Ma in realtà il formato è quello di una trasmissione radio. Io faccio pochissimi tagli: elimino i silenzi, qualche problema tecnico, sistemo i volumi, ma tutto il resto resta com’è. L’idea è proprio quella di dare l’impressione di una diretta, con la sua spontaneità.
Questo nasce anche dal mio modo di intendere la radio: sono cresciuto ascoltando emittenti come Radio Popolare, dove sì c’è molta musica, ma soprattutto si dà spazio alle voci. Per me è sempre stato chiaro che volevo seguire quel modello, perché credo che permetta di far emergere davvero le persone, le loro sfumature, le loro differenze.
Rispetto al classico podcast, dove spesso si ascolta un monologo o un dialogo a due, questo tipo di formato offre molta più libertà. E per quello che facciamo noi, è perfetto.

Mario Flavio Benini. Tra le esperienze sui senza dimora che ho ascoltato di recente c’è Terminal, un podcast documentario di Rai Radio 3, firmato da Lorenzo Faggi e Manuela Stura. È ambientato nell’aeroporto di Fiumicino, e racconta le storie di persone che vivono dentro il terminal: senza dimora, ma anche lavoratori, operatori, volontari. Un lavoro molto curato, con narrazione, ricerca sul campo e una forte componente sociale. Il podcast prende le mosse da un’idea che viene anche dalla teoria antropologica: l’aeroporto, come lo definiva Marc Augé, è il non-luogo per eccellenza – uno spazio dove si passa, senza relazioni. Ma se quelle persone che ci vivono costruiscono relazioni, allora il non-luogo diventa habitat, e chi lo abita diventa cittadino. È un lavoro molto interessante, anche se profondamente distante dal vostro, fortemente narrativo.

Michele Spreafico. Certo, da quello che mi hai raccontato posso dire che ha uno spirito diverso dal nostro. Quello è un podcast narrativo, con una struttura chiara: c’è un autore, c’è un narratore, c’è un racconto. È un lavoro editoriale, costruito attorno alle storie degli altri.
Noi facciamo un’altra cosa. Le storie ci sono, certo, ma non è quello che ci guida. A noi interessa che le persone della redazione possano esprimere sé stesse: non solo raccontare la propria storia, ma condividere passioni, gusti musicali, riflessioni, interessi. Radio Piazzetta non è il racconto su di loro: è con loro e di loro, o meglio con noi e di noi.

Mario Flavio Benini. Radio Piazzetta nasce come laboratorio, ma si trasforma in qualcosa di altro: uno spazio ibrido, tra laboratorio, redazione e quasi attività semi-professionale. La tecnica si affina, l’organizzazione cresce, ma resta vivo lo spirito della condivisione dal vivo. Come dicevamo è più vicino alla radio, ad un laboratorio performativo che al podcast puro.

Michele Spreafico. Esattamente. E c’è un’altra cosa: questo formato ci permette di coinvolgere molte persone. In una trasmissione radio professionale già parlare in quattro è complicato. Ma noi siamo riusciti a fare puntate con dieci persone, trovando sempre il modo di dare spazio a tutti, senza sovrapporci.
Basta un po’ di attenzione, e ognuno può dire la sua. Anche questo, per me, è parte dell’identità di Radio Piazzetta: un luogo dove nessuno è di troppo, e dove ognuno può contribuire con quello che ha.  

Mario Flavio Benini. Come nascono i temi delle puntate? È un processo guidato o emergono spontaneamente, a partire dai vissuti o dalle discussioni interne? Seguite un format preciso o ogni puntata prende forma dal gruppo che si costituisce volta per volta?

Michele Spreafico. Abbiamo una modalità abbastanza definita, ma che lascia comunque molta libertà. Registriamo praticamente ogni settimana, di solito il venerdì. Tra le varie puntate, una in particolare è diventata un riferimento per noi: la chiamiamo Rubriche del mese. È un momento in cui la redazione è protagonista assoluta, senza ospiti esterni. Ogni componente propone un contenuto: una riflessione, una rubrica, un argomento che vuole condividere. A ciascun intervento si abbina una canzone, e da lì nasce la puntata.
Generalmente, chi partecipa arriva già preparato: sa cosa vuole dire, ha scelto il brano, ha pensato al tono. In quel caso l’unica cosa da definire è l’ordine degli interventi. È un format che ci portiamo dietro dagli inizi: rappresenta bene lo spirito originario di Radio Piazzetta, che è prima di tutto un laboratorio. Un luogo in cui ciascuno si responsabilizza sui propri contenuti, su quello che sa o desidera raccontare, senza dover gestire ospiti o fare interviste. È un modo per mettersi in gioco in prima persona.

Mario Flavio Benini. E chi propone gli argomenti, in concreto?

Michele Spreafico. Tutti i redattori portano idee. Cito solo qualche esempio: Gianni – o Mitico, come Gianni vuole essere chiamato in onda – ha mantenuto lo spirito dei Gatti Spiazzati. È un grande conoscitore di Milano: racconta i quartieri, i monumenti, le fabbriche che c’erano e non ci sono più. È appassionato di tram: suo padre era tranviere, e lui ti sa dire tutto su percorsi, linee, mezzi. Federico invece è un lettore forte e appassionato di musica: fa spesso monografie su artisti, unisce biografie e canzoni, racconta aneddoti. Maurizio ama lo sport e la politica: le sue rubriche spaziano dal calcio all’attualità. Ognuno parte da ciò che conosce o ama, e lo trasforma in contenuto.
All’inizio molti si preparavano testi scritti, schede, appunti. Oggi, lo “zoccolo duro” della redazione va a braccio: hanno fatto così tanta esperienza che gli viene naturale parlare in libertà.

Mario Flavio Benini. Ma ci sono anche puntate con ospiti esterni?

Michele Spreafico. Sì, spesso. Anche lì, gli spunti arrivano da dentro il gruppo. Ti faccio due esempi: l’organista Matteo Galli, che suona nelle chiese di San Satiro e Sant’Alessandro (puntata 209), è stato proposto da Gianni, Elisabetta e Federico. Avevano un contatto personale con lui, mi hanno detto: “Perché non lo invitiamo?” E io ho detto subito sì. È un mestiere particolare, bellissimo, e ne è venuta fuori una puntata molto interessante.
Oppure Mary, una volontaria che collabora con Avvocato di Strada e con Ciclochard: è venuta in studio con alcuni membri dell’associazione e abbiamo realizzato una puntata su di loro (puntata 206).
Altre volte i contatti arrivano dall’équipe del centro diurno. Ad esempio, il Museo della Scienza e della Tecnica ci ha coinvolti in un progetto: inizialmente aveva contattato La Piazzetta, e poi si è pensato di utilizzare la radio come strumento per fissare e rielaborare l’esperienza. Lo stesso accade con le scuole.

Mario Flavio Benini. Anche con le scuole quindi c’è un’interazione attiva?

Michele Spreafico. Sì, sempre di più. La Caritas accoglie spesso classi per esperienze di volontariato o progetti PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento). E Radio Piazzetta è diventata ormai una tappa fissa. Le classi che passano da qui fanno anche un piccolo laboratorio radiofonico. I ragazzi parlano, registrano, si mettono alla prova. A me fa molto piacere che possano farlo.

Mario Flavio Benini. Anche perché tu hai già esperienza di lavoro con i ragazzi e con le scuole, giusto?

Michele Spreafico. Dal 2020 collaboro con ACRA, una ONG che si occupa principalmente di cooperazione internazionale ma ha una sede a Milano che si occupa in buona parte di educazione alla cittadinanza globale. Lavoriamo nelle scuole con laboratori brevi su temi come sostenibilità, intercultura, parità di genere. Io porto lo strumento della radio. E anche lì abbiamo una pagina dedicata, come Radio Piazzetta, con i podcast realizzati dai ragazzi.
Per me è importante che possano vedere cosa succede in una redazione come la nostra. Che entrino, conoscano le persone, magari registrino qualcosa. Non devono essere professionisti, ovviamente. Ma se si crea un clima accogliente, divertente, anche chi arriva per un solo giorno può vivere un’esperienza significativa. È importante ascoltare cosa hanno da dire i giovanissimi, perché nessuno dà loro voce e li ascolta. Nella nostra società sono una categoria marginalizzata, e se ne sentono parte a tutti gli effetti. 

Mario Flavio Benini. La relazione con Shareradio ha segnato un passaggio importante per Radio Piazzetta. Che cosa ha significato per voi entrare a far parte di una rete radiofonica cittadina? Cosa è cambiato in termini di visibilità, di dialogo con il territorio, di continuità del progetto?

Michele Spreafico. È stato un passaggio fondamentale, fin dall’inizio. Shareradio è un progetto nato dal basso, e ha una gestione molto aperta, orizzontale. Non ha fondi strutturati, non ha uno staff retribuito che lavora in pianta stabile: l’idea di fondo è che, se hai un progetto, una proposta, loro ti offrono lo spazio per farlo. E questo approccio libertario è meraviglioso, funziona, ed è stato un grande vantaggio per noi.
Shareradio ha dato a Radio Piazzetta una casa. Una piattaforma su cui pubblicare, un palinsesto dentro cui inserirsi. E non solo: ci ha dato anche riconoscibilità. Poter dire che Radio Piazzetta è dentro Shareradio ha aiutato a posizionarci, ad avere una legittimità, un’identità chiara.
A livello personale, ha significato molto anche per me. Mi ha aperto strade, connessioni, nuove possibilità professionali. E questo vale anche per la redazione, che si è sentita fin da subito parte di qualcosa di più ampio, di una rete cittadina.
In più, attraverso Shareradio, abbiamo fatto diverse collaborazioni. Per esempio, in occasione di giornate internazionali – come la Giornata della Donna o la Giornata Mondiale del Rifugiato – abbiamo realizzato puntate in collaborazione con il Gruppo Intercultura del centro diurno La Piazzetta.
È un gruppo molto bello, che si riunisce ogni mercoledì mattina e che coinvolge persone provenienti da tanti paesi diversi. Non tutti partecipano stabilmente alla radio, ma in quei momenti condividiamo spazi, contenuti, riflessioni. Abbiamo fatto, ad esempio, una puntata sulla voce come strumento di espressione e una puntata davvero significativa per la Giornata del Rifugiato (puntata 211), con contributi raccolti anche all’interno del carcere.

Una radio comunitaria?
Chi è la “comunità” in una radio che nasce in un centro diurno?

Radio Piazzetta non è nata con l’intenzione esplicita di essere una “radio comunitaria”, ma ha finito per incarnare molte delle caratteristiche: partecipazione dal basso, inclusione di soggetti marginalizzati, linguaggio accessibile, funzione educativa e relazionale, attenzione al territorio. Ma che cosa significa essere una radio comunitaria oggi, in un centro diurno urbano? E soprattutto: chi è la comunità a cui parla – o con cui parla – Radio Piazzetta?

Secondo AMARC Europe (associazione europea delle radio comunitarie), una radio comunitaria è “una radio di, per e con la comunità che rappresenta, non commerciale e aperta alla partecipazione diretta nella produzione dei contenuti”. Le comunità possono essere territoriali o tematiche, ma devono essere protagoniste attive del processo comunicativo.

Un’importante occasione di riflessione viene dalla ricerca “Media Matters: Changing the Homelessness Narrative” di Cassandra Sangiuliano per HomelessHub, che segnala come i media tendano a presentare l’homelessness non come problema strutturale, ma come episodio isolato, contribuendo a mantenere narrazioni parziali e stereotipate. Questa critica aiuta a comprendere perché progetti come Radio Piazzetta — che offrono narrazioni continue, frammenti quotidiani, voci trattate come protagoniste — rappresentino un’eccezione di grande valore.
Questa sezione dell’intervista indaga in che modo Radio Piazzetta si relaziona a questo universo: se e come può definirsi comunitaria, che tipo di comunità costruisce, quali pratiche di ascolto e di rappresentanza mette in gioco.

Mario Flavio Benini. Shareradio si definisce una radio di cittadinanza attiva. Ma ascoltando Radio Piazzetta, mi sembra che anche voi possiate essere considerati una forma di radio comunitaria. Al di là del riferimento alle persone senza dimora, mi pare che promuoviate inclusione, cittadinanza attiva, attenzione alla giustizia sociale — non sempre in modo diretto, ma attraverso il modo stesso in cui affrontate i temi.
Pensi che questo elemento faccia parte, oggi, dell’identità di Radio Piazzetta?

Michele Spreafico. Assolutamente sì. Anche quando non parliamo esplicitamente di marginalità, tutto quello che facciamo è legato in qualche modo alla città di Milano, al suo tessuto sociale. Penso alle puntate con le rubriche, dove ognuno porta sé stesso, ma anche a tutte le altre: quelle con ospiti, quelle di racconto del territorio, quelle più spontanee. Al centro c’è sempre il desiderio di far emergere storie, esperienze, realtà che spesso restano invisibili. Intervistiamo associazioni, ma anche singole persone, magari sconosciute, che fanno cose significative. È un modo per mettere insieme tanti tasselli, che formano un mosaico diverso della città. E Milano, oggi, ha un disperato bisogno di questi altri racconti.
Milano sta attraversando un periodo difficile. Il costo degli affitti è salito alle stelle, le disuguaglianze aumentano, e la narrazione dominante — quella che passa sui media — è sempre più sbilanciata: o iper-securitaria, o totalmente distaccata dalla realtà sociale. In mezzo ci sono tante esperienze che non vengono più raccontate, o che fanno fatica a trovare spazio. Radio Piazzetta, nel suo piccolo, prova a colmare questo vuoto.

Mario Flavio Benini. Quindi siete anche una radio di territorio?

Michele Spreafico. Sì, direi di sì. Ci siamo sempre mossi molto, anche fisicamente. Abbiamo uno studio mobile, che ci permette di uscire dal centro e andare a registrare in giro per la città. Ti faccio un esempio: una volta siamo andati al bar Il Girevole, una realtà che sicuramente conosci…

Mario Flavio Benini. Certo, abbiamo anche intervistato padre Francesco.

Michele Spreafico. Siamo stati alla Cena dell’Amicizia: lì abbiamo registrato, raccontato cosa succede, ma abbiamo anche portato musica, creato un po’ di animazione. Perché poi succede sempre così: la radio diventa anche intrattenimento, socialità, movimento. Alla fine si crea un’atmosfera bella, conviviale. Metti musica, chiacchieri, e le persone partecipano con piacere.

Mario Flavio Benini. È una dinamica che si sposa benissimo con quella de Il Girevole: un bar che non è solo un bar, ma uno spazio che fa inclusione, animazione, cittadinanza.

Michele Spreafico. E questo è importante per noi: non restare chiusi, non aspettare che le persone vengano da noi. Ma portare Radio Piazzetta fuori, nelle strade, nei luoghi della città. Essere presenti, visibili, coinvolti. Una radio comunitaria, in fondo, è anche questo: stare dove le cose accadono.

Mario Flavio Benini. Una radio comunitaria, per definizione, ha una sua “comunità di riferimento”. Qual è la comunità di Radio Piazzetta? Gli ospiti del centro? Il quartiere? Chi ascolta online? Chi è quel “noi” di cui parlate? In altre parole: chi è la vostra comunità?

Michele Spreafico. È una domanda molto difficile. Ma anche molto bella. Credo che la nostra comunità sia formata da tutte quelle persone che, come noi, vivono in questa città ma non si riconoscono nella direzione che sta prendendo. Persone che sentono il bisogno di valorizzare ciò che Milano ha ancora di bello, di umano, di comunitario. Di raccontare storie diverse.
E ti assicuro che non sono poche. C’è un sacco di gente che la pensa come noi, che condivide questo disagio e questo desiderio insieme: disagio per quello che Milano rischia di diventare, desiderio di farla restare viva, accogliente, plurale. Ci sono tante persone che non hanno una voce pubblica ma che, se potessero, direbbero le stesse cose che stiamo cercando di esprimere noi.
Mi piace pensare che la nostra comunità sia proprio questa: non solo gli ospiti del centro, non solo chi ascolta la radio, ma tutti quelli che vogliono tenere accese le possibilità che questa città, nonostante tutto, continua ad avere. La sfida è riuscire a farle emergere, a tenerle vive. E anche se è sempre più difficile, credo che ce la possiamo — e dobbiamo — fare.

Mario Flavio Benini. Come si costruisce l’ascolto in un progetto come Radio Piazzetta? Non mi riferisco solo all’aspetto tecnico — cioè a chi vi ascolta — ma proprio all’ascolto come esperienza relazionale e culturale. Chi ascolta chi?
Molti podcast che trattano il tema della marginalità, soprattutto quando sono legati a organizzazioni, finiscono per essere autoreferenziali: raccontano storie che servono a valorizzare il lavoro dell’associazione che li produce. Spesso il tono è quello del testimonial, della “storia positiva” che dimostra l’efficacia del progetto. Invece voi avete scelto una strada diversa: c’è la voce viva delle persone, e sono loro a essere protagoniste. Questo cambia tutto. Ma allora: chi è che ascolta davvero Radio Piazzetta?

Michele Spreafico. Hai descritto molto bene quello che accade in tante esperienze simili alla nostra, che magari partono dallo stesso intento, ma poi prendono strade diverse.
Il nostro punto di forza, secondo me, è la spontaneità.
Abbiamo una struttura, certo, ma lasciamo tantissimo spazio all’improvvisazione, alla partecipazione, all’ascolto reciproco in tempo reale. Ed è proprio questo che rende Radio Piazzetta diversa.
Poi, se mi chiedi chi ci ascolta… ti dico la verità: non lo so. Il progetto va avanti da sette anni, ma non ci siamo mai posti davvero il problema di misurare l’ascolto. E questa cosa — lo ammetto — mi sorprende ogni volta che ci penso. Anche perché ultimamente ci stanno contattando persone che lavorano nel sociale, oppure appassionate di certi temi, che ci dicono di seguirci, di ascoltare le nostre puntate.
Credo che funzioni molto il passaparola. Non abbiamo sponsor.
Ma questa cosa, in fondo, ci ha fatto bene.
Ci ha dato uno spazio enorme di libertà. Non abbiamo vincoli di immagine, non dobbiamo rendere conto di ogni scelta. Possiamo lavorare con grande autonomia. E questa indipendenza vale per tutti, per me e per chi fa parte della redazione.
Devo anche dire che il nostro responsabile d’area di Caritas ci ha sempre lasciato molta fiducia. È stato lui, ad esempio, a volere uno studio più professionale quando ci siamo trasferiti nella sede attuale. Quella scelta non è venuta da me, ma da lui: ha capito che il progetto meritava uno spazio adeguato, e ce lo ha messo a disposizione.
Certo, sul fronte della promozione è un po’ più complicato. È una cosa che, da un lato, un po’ dispiace — perché vorremmo che Radio Piazzetta fosse conosciuta di più — ma dall’altro ci dà un’identità più libera, più indipendente. Se fossimo una radio istituzionale nel senso pieno del termine, sarebbe un altro progetto.
Così com’è, invece, abbiamo la possibilità di essere altro: un laboratorio di comunità, una voce dal basso, dentro ma anche fuori, che ha scelto di non rappresentare, ma di far parlare.

Mario Flavio Benini. In un’epoca in cui le voci fragili vengono spesso marginalizzate anche simbolicamente, cosa significa per te fare una radio “dal basso”? È anche un atto politico? Lo chiedo perché mi sembra che oggi la fragilità venga raccontata solo attraverso narrazioni stereotipate, diventate mainstream. Racconti che non restituiscono davvero la complessità, e che spesso servono anche come strumenti di governo del territorio, di gestione simbolica delle persone. Per questo penso che anche un progetto piccolo, laboratoriale come Radio Piazzetta, sia in fondo una scelta politica. Non so se condividi.

Michele Spreafico. Sì, lo condivido. Totalmente. Io vengo da una formazione politica che è molto diversa da quella cattolica, ma negli anni ho incontrato, proprio dentro realtà legate alla Chiesa, persone con esperienze e sensibilità molto varie. E spesso, molto vicine alle mie. Quindi, alla fine, non è una questione di appartenenza: è una questione di sguardo. Di postura. E per me, sì, fare radio come la facciamo noi è un atto politico. Senza bisogno di proclami, ma lo è. A volte lo dico apertamente, a volte no. Ma lo penso sempre.
Soprattutto se guardiamo al contesto in cui ci muoviamo. Milano non è Marte: è parte di un processo che riguarda tutte le grandi città. Quello che sta accadendo qui — disuguaglianze crescenti, esclusione abitativa, retoriche sulla sicurezza, spinta alla gentrificazione — accade già o accadrà anche altrove: a Bologna, a Roma, e oltre. E in parallelo sta cambiando anche il modo di fare informazione.
La qualità dei contenuti nei media si è abbassata tantissimo. Lo vediamo anche nelle grandi testate nazionali: rispetto a 15 anni fa, c’è una povertà intellettuale preoccupante. I social hanno spinto verso una comunicazione sempre più breve, più rapida, meno approfondita.
Hai 30 secondi per dire qualcosa — ma in 30 secondi non puoi raccontare davvero niente. Non puoi scavare, non puoi far emergere sfumature. Questo, secondo me, è molto dannoso.
E proprio per questo penso che realtà come la nostra, piccole, magari sconosciute, abbiano oggi un ruolo fondamentale. Perché riaprono spazi di ascolto vero. Di profondità. Di relazione.
Spesso entriamo nei contenuti più di quanto riescano a fare tante testate molto più “importanti”.

Mario Flavio Benini. Ma nel gruppo, nella redazione, c’è consapevolezza di questo? C’è coscienza del fatto che, magari senza dirlo, si sta facendo anche un lavoro culturale e politico?

Michele Spreafico. Bella domanda. E ti risponderei: forse no.
O meglio: non è una consapevolezza esplicitata. Non è che ci diciamo “guardate che stiamo facendo qualcosa di importante, qualcosa di politico”. Non è questo l’obiettivo dichiarato.
La spontaneità resta il nostro tratto distintivo. È la nostra forza. Ma è vero che, a volte, sento che dovremmo fermarci un momento e dircelo: stiamo facendo qualcosa di significativo. Qualcosa che non fa nessun altro. Un progetto che ha valore per la città, per la comunità, per chi ci ascolta. Un progetto che ha senso.
Forse è anche un mio limite. Io coordino il gruppo, seguo tutto il processo, ma fatico a riconoscere apertamente i successi. Faccio fatica a fare i complimenti, anche quando sono meritati. Me ne rendo conto. Ogni tanto lo dico, ma non abbastanza. E invece dovrei.
Perché se guardo a come sono cresciute alcune persone, è evidente.
Penso a Elisabetta, a Federico, a Mitico: sono migliorati tantissimo. Nel modo di parlare al microfono, nel modo di esprimere un concetto, di organizzare un discorso. E questo, al di là della politica, è un successo enorme.
Il solo fatto di ascoltarsi, riascoltarsi, imparare a comunicare meglio: è una trasformazione vera, che tocca la persona nella sua interezza. E questo per me è già un atto politico, un atto che vale già tantissimo.

Mario Flavio Benini. Radio Piazzetta è nata come laboratorio, ma oggi è diventata molto di più. È uno spazio professionale, una vera e propria radio che però continua a mantenere lo spirito laboratoriale, di cittadinanza attiva.
Nel tempo si è perfezionata, ha trovato una sua forma, quasi un suo “modello”. Allora mi chiedo: perché non raccontare questa esperienza per farla nascere altrove? Un po’ come se dal centro diurno fosse uscita una piccola startup sociale. Voi avete capito come può funzionare. Perché non portare questo metodo in altri contesti?

Michele Spreafico. Hai ragione, e ci ho pensato anch’io. Però secondo me ci sono anche delle difficoltà.
A parte ShareRadio, che è una realtà bellissima — lavora molto con le scuole, con i centri di aggregazione giovanile, ma anche con la salute mentale e con eventi pubblici sul territorio — fatichiamo a trovare esperienze simili con cui fare rete. Parlo di realtà come la nostra, che lavorano sulla marginalità, sul racconto dal basso, con strumenti radiofonici.
A Milano qualcosa c’è, come dicevi anche tu, ma al di fuori vedo poca connessione. Magari esistono progetti simili in altre città, ma non ci si incontra, non ci si conosce.
E invece sarebbe bello — e utile — costruire una rete. Condividere pratiche, esperienze, anche difficoltà. Sapere che a Bologna succede qualcosa di simile a quello che facciamo noi, e parlarne a Radio Piazzetta. O magari ispirarsi, prendere spunto, mettere in circolo contenuti.

Mario Flavio Benini. È un problema che ho riscontrato anche in altri ambiti: tanti progetti sociali innovativi che però restano isolati. Penso, ad esempio, ai percorsi di integrazione lavorativa per persone fragili. Ci sono esperienze bellissime: ciclofficine, falegnamerie, realtà come l’Hotel Etico, nato ad Asti, che ha costruito un modello replicabile per inserire persone con disabilità nel mondo del lavoro alberghiero.
Loro ce l’hanno fatta: hanno creato una rete, aperto nuove sedi in Italia e anche all’estero. Ma con le persone senza dimora è più difficile, per la complessità delle situazioni. Eppure, anche in quei casi, manca una rete nazionale tra esperienze. È come se ognuno facesse il proprio, senza condividere davvero i modelli che funzionano.

Michele Spreafico. Sì, sono d’accordo. È strano, perché in fondo non sono tantissime le realtà che fanno cose simili.
Magari sono un centinaio in tutta Italia. Non parliamo di numeri ingestibili. Eppure costruire una rete — una rete vera, stabile, attiva — sembra sempre difficile. E invece sarebbe importantissimo: condividere le buone pratiche, ma anche quello che non ha funzionato.
Aiuterebbe tutti.
E poi, da un punto di vista radiofonico, aprirebbe possibilità bellissime: se so che a Bologna succede qualcosa di significativo, perché non farne una puntata?
Anche solo per creare connessioni. Per mettere in dialogo le città.
Negli anni ’70 le radio libere si muovevano così: e quelle che sono sopravvissute, come Radio Popolare, sono riuscite a farlo perché hanno costruito reti, relazioni.
E pensa: lo facevano con strumenti infinitamente più complicati — il telefono fisso, magari un fax! Oggi, con tutti i mezzi digitali che abbiamo, fare rete dovrebbe essere più semplice. E invece, in queste esperienze più pratiche e sociali, sembra ancora complicato.
Se poi guardi ai movimenti politici, ad esempio quelli dal basso, lì la rete c’è eccome. Funziona. O almeno si prova a farla funzionare.
Ma nelle esperienze come la nostra, che sono legate più all’azione sociale che all’attivismo politico, manca questo respiro collettivo. E sì, sarebbe davvero utile provarci.

Mario Flavio Benini. Sarebbe interessante studiare i casi in cui questa rete è stata costruita con successo.
Penso ad Avvocato di Strada, che ha creato sportelli in tutta Italia, partendo da un’esperienza molto localizzata. Sono riusciti a mantenere l’identità e al tempo stesso espandersi. Oggi sono di fatto il più grande studio legale “diffuso” del paese. E tutto nasce dalla condivisione di un modello, costantemente aggiornato, che altri possono fare proprio.

Michele Spreafico. Sì, è un bellissimo esempio.
A proposito, ti dicevo prima di Mary, che oggi fa parte della redazione di Radio Piazzetta. Insieme a Marina ci hanno contattati un po’ a sorpresa: pensavo volessero fare qualche ora qui per il servizio civile, magari tramite Avvocato di Strada.
E invece no: vengono da noi per scelta, in modo totalmente volontario. E questa cosa mi ha colpito molto.
Sono persone che portano idee nuove, entusiasmo, freschezza. E il fatto che abbiano scelto di esserci, senza nessun obbligo, è una conferma fortissima del valore di quello che stiamo facendo.

Contenuti e stile narrativo.
Che cosa racconta Radio Piazzetta e come lo racconta?

Una delle caratteristiche più distintive di Radio Piazzetta è la sua dimensione narrativa e creativa. Le puntate non sono semplici bollettini informativi, ma trame di vissuti, di emozioni, di riflessioni. La radio diventa un contenitore espressivo in cui si intrecciano biografie frammentate, osservazioni urbane, pensieri poetici, testi collettivi, recensioni culturali.
Le rubriche più stabili – come testimoniano una molteplicità di linguaggi e sguardi, mentre la scelta dei temi avviene in modo orizzontale, spesso legato alla vita quotidiana del centro o a eventi sociali che toccano direttamente le persone coinvolte.
Il linguaggio di Radio Piazzetta è ibrido e incarnato: spontaneo, ma mai banale; emotivo, ma anche critico; poetico, ma radicato nell’esperienza concreta. È una radio che non ha paura di commuoversi, né di essere ironica, né di denunciare.

Mario Flavio Benini. Vorrei tornare un attimo sul tema dei contenuti e dello stile narrativo. Come nascono le puntate? Da esperienze personali, da riflessioni collettive, da stimoli esterni come eventi o attualità? E poi: tu dicevi che ciascuno, nella redazione, ha sviluppato una certa inclinazione tematica, quasi per vocazione. È un’esperienza che rimanda ancora una volta a un laboratorio. Mi interessa capire come tutto questo prende forma, in modo concreto.

Michele Spreafico. Direi che tutto nasce dalla continuità della pratica, oltre che dagli interessi personali e dalle inclinazioni individuali. È l’insieme di tanti piccoli gesti ripetuti nel tempo: informarsi, cercare contenuti, confrontarsi, trasmettere qualcosa agli altri. E soprattutto — questo è fondamentale — ascoltarsi. Intendo ascoltarsi nel senso tecnico, riascoltare le puntate, ma anche nel senso più profondo: ascoltare chi sta parlando, dentro il gruppo, mentre si registra. Nel tempo ognuno ha imparato a fare questo mestiere. O meglio: lo ha imparato facendolo. E quello che colpisce è che oggi, questa forma di rispetto e di attenzione — il fatto, ad esempio, che non ci si parli sopra — è diventata spontanea. All’inizio ci abbiamo lavorato tanto, oggi viene da sé.
E ti dirò di più: chi arriva per la prima volta, impara non da me, ma dagli altri membri della redazione. C’è un apprendimento orizzontale, collettivo. Chi entra in questo contesto sente subito che c’è una modalità precisa di stare al microfono, di stare nel gruppo, e cerca di farla propria.
Se uno è un po’ timido, magari all’inizio osserva, poi pian piano si lascia andare. È come se fosse contagiato da ciò che vede.
In genere, come ti dicevo prima, non lavoriamo con scalette scritte o appunti. Oggi quasi nessuno ha davanti un foglio con ciò che deve dire. Qualcuno lo faceva, i primi anni, ma poi ha imparato ad andare a braccio, a costruire il proprio intervento in modo più spontaneo.
E i nuovi redattori imparano questa stessa modalità: parlano, si ascoltano, si correggono.
Se però vediamo che qualcuno fa fatica, allora lo affianchiamo: magari lo aiutiamo a scrivere due righe, a organizzare meglio le idee. Ma non è la norma.
La norma è la trasmissione del sapere attraverso la pratica.
Un sapere che nasce dalla relazione, dall’osservazione, dall’esperienza diretta.
È questo, secondo me, il cuore del nostro modo di fare radio: un apprendimento reciproco che avviene dentro la relazione, dentro il fare.

Mario Flavio Benini. Quali sono i temi che ricorrono più spesso nelle vostre puntate? Parlate di sogni, fragilità, amore, rabbia, sentimenti? Ci sono parole che tornano?
Ti capita di cogliere, in mezzo alla leggerezza che contraddistingue Radio Piazzetta, delle profondità inaspettate?

Michele Spreafico. Guarda, non ti so rispondere con precisione, perché mescoliamo molto i registri.
Soprattutto da quando ho iniziato anch’io a parlare al microfono, lo stile si è un po’ contaminato: a me piace scherzare, ridere, buttare le cose un po’ “in caciara” — nel senso buono. Senza mai perdere il filo del discorso, ma cercando di mantenere un tono leggero, ironico. Questa cifra più scanzonata è diventata parte della trasmissione. Ma questo non significa che non affrontiamo temi seri. Anzi.
Capita spesso che emergano questioni profonde, complesse, legate anche direttamente alle esperienze personali di chi fa parte della redazione. Ci sono momenti di riflessione vera, anche di emozione forte.
Direi che è un equilibrio tra contenuto e tono: trattiamo argomenti anche difficili, ma sempre con un linguaggio semplice, diretto, accessibile. Senza mai banalizzare.
E credo sia proprio questo il nostro stile: riuscire a dire cose importanti senza diventare pesanti, con una leggerezza che non è superficialità, ma voglia di tenere il discorso vivo, coinvolgente.

Mario Flavio Benini. Mi puoi parlare della rubrica “Quarta parete”?

Michele Spreafico. Quarta parete” è un progetto che è nato tre anni fa all’interno del carcere di Bollate.
Tutto è cominciato con Maurizio, una persona molto attiva nella redazione, che abbiamo conosciuto nel dormitorio e che è entrato subito a far parte di Radio Piazzetta. A un certo punto ha smesso di venire, non riuscivamo più a contattarlo. Poi abbiamo scoperto che era finito nel carcere di Bollate. Era stato inserito nel cosiddetto reparto di trattamento avanzato, il quarto reparto, che è un contesto molto particolare: le celle sono chiuse solo la notte, c’è più libertà di movimento, ci sono educatori ministeriali ma anche educatori “interni”, presenti tutto il giorno, che seguono i detenuti su tanti aspetti — dalla relazione con le famiglie al reinserimento sociale. È un’esperienza carceraria, per quanto possibile, orientata alla persona.
Maurizio, insieme alle educatrici che lo seguivano, ha avuto un’idea bellissima: ci ha proposto di portare Radio Piazzetta dentro il carcere.
All’inizio è stato un modo per stargli vicino, ma la cosa ha preso piede. Siamo entrati in contatto con la Cooperativa Articolo 3, che lavora proprio all’interno del quarto reparto, e abbiamo iniziato a costruire una redazione radiofonica dentro Bollate.
Certo, il ricambio è altissimo — com’è naturale in carcere: chi può, esce. Altri arrivano. Ma il progetto è andato avanti. Da allora, io vado lì una volta ogni due settimane, e registriamo puntate direttamente nel reparto. Maurizio, oggi, è in regime di semilibertà: ha i permessi per uscire, e a breve — forse già da luglio — passerà a una forma ancora più autonoma, dormendo in una casa esterna. Ma continua a partecipare al progetto.
E “Quarta parete” è diventata una rubrica stabile di Radio Piazzetta.
È una di quelle esperienze che ti fanno capire quanto sia potente la radio, anche in contesti molto difficili. E quanto, anche in carcere, si possa costruire qualcosa di condiviso, creativo, vivo.

Impatto sui partecipanti e sul centro.
Che cosa cambia quando si dà voce a chi non l’ha mai avuta?

Uno degli aspetti più interessanti e potenti di Radio Piazzetta riguarda il suo effetto trasformativo, sia a livello individuale, che comunitario. Partecipare a una redazione, avere uno spazio di parola, essere ascoltati, raccontarsi: tutto questo non è semplicemente un’attività, ma un processo di cura, riconoscimento e autonomia.
Numerose esperienze internazionali (es. Street Sense Media negli USA, Vilardevoz in Uruguay) e italiane (Radio Fragola, Radio Onde Corte) confermano che la comunicazione partecipata è anche educazione affettiva, formazione non formale, pratica democratica. In Radio Piazzetta, questi effetti sembrano visibili nelle persone, nelle relazioni e nell’intero clima del centro.
Questo blocco serve a documentare e far emergere questi impatti, anche attraverso osservazioni e storie concrete.

Mario Flavio Benini. Quali sono i cambiamenti che hai visto, nel tempo, nelle persone che hanno partecipato a questo progetto? Perché, come dicevamo, Radio Piazzetta è un’esperienza di lunga durata — e non è affatto scontato: solitamente le persone in condizioni di grave marginalità non riescono a mantenere continuità. Eppure qui c’è stabilità, c’è un nucleo che resiste.

Michele Spreafico. Hai ragione, è un tema molto interessante.
Perché — senza generalizzare — è vero che, nella maggior parte dei casi, le persone senza dimora fanno fatica a mantenere un impegno nel tempo, a seguire un progetto in modo continuativo. E invece Radio Piazzetta ha smentito questo cliché.
Se penso al “nocciolo duro” della redazione, tutte le persone che ne fanno parte oggi non vivono più in strada.
Tutti, a un certo punto, hanno attraversato situazioni di difficoltà estrema — dormitorio, strada, assenza di legami familiari — ma nel tempo sono riusciti a costruirsi una nuova stabilità, una casa, un lavoro, o comunque un percorso più solido.
Alcuni addirittura non riescono più a partecipare alla radio… perché lavorano. E questa, in fondo, è la cosa più bella: non vengono più non perché si sono allontanati o disinteressati, ma perché la loro vita ha preso una nuova direzione. E questo, per me, è un risultato importantissimo.
Poi certo, ci sono stati anche dei momenti di difficoltà. Alcuni si sono allontanati, magari dopo aver dato tanto al progetto, e in certi casi ci sono state anche delle frizioni.
È normale, se ci pensi: tenere insieme un gruppo di persone che ha vissuto a lungo in strada, che ha imparato a contare solo su se stessa, che ha perso (o rotto) molti legami… non è facile.
Costruire fiducia, relazioni significative, senso di appartenenza: è una delle cose più difficili da fare. Eppure è anche uno degli obiettivi principali, per noi — sia come redazione che come Centro Diurno.

Mario Flavio Benini. E mi sembra che in tutto questo ritorni anche quel discorso che facevamo prima sulla radio come “esperienza terapeutica”. Tu stesso l’hai detto, parlandone a livello personale. Ma forse Radio Piazzetta è anche una forma di “terapia di gruppo”? Un’esperienza che, oltre a produrre contenuti, cura?

Michele Spreafico. Assolutamente sì.
E guarda, su questo ho riflettuto anche grazie a ShareRadio: tanti miei colleghi la pensano come me. Sono stati loro, in realtà, a farmi notare questa cosa per la prima volta. E quando ci ho pensato seriamente, ho detto: “Cavolo, è vero!”.
Parlare al microfono, condurre una trasmissione, fare domande, ascoltare gli altri — è terapeutico.
Io stesso, dopo una registrazione, esco stanco, certo. Perché non è sempre facile: bisogna tenere alta l’attenzione, gestire i cali, coordinare.
Ma ne esco sempre anche molto appagato. Mi fa stare bene. A livello personale, proprio. E sono convinto che non valga solo per me: è qualcosa che sentono tutti, in redazione.
Perché è questo il punto: esprimersi, essere ascoltati, trovare uno spazio in cui poter dire “chi sono” — è un bisogno profondo. E quando questo avviene in un gruppo che ti ascolta, che ti riconosce, che ti rispetta, allora sì: diventa una forma di cura collettiva.
Una terapia di gruppo spontanea, autentica, che fa bene a tutti.

Rischi, limiti e sostenibilità.
Come si tiene accesa una radio che nasce dalla fragilità?

Come molte esperienze nate nel mondo del sociale, anche Radio Piazzetta si regge su energie relazionali, motivazioni forti e risorse minime. La sostenibilità, in questi casi, è fatta di tempo umano, cura, flessibilità, visione educativa. Ma a lungo andare, questo equilibrio precario può diventare un limite.
Oggi Radio Piazzetta ha un budget dedicato? Gode di un sostegno strutturale? O si muove in una situazione in cui la stabilità economica può mettere a rischio la continuità del progetto?
Questa sezione vuole far emergere quali sono le sfide principali, come vengono affrontate e che tipo di strategie, collaborazioni o riconoscimenti potrebbero aiutare a consolidare e far evolvere l’esperienza.

Mario Flavio Benini. Vorrei aprire un altro tema importante: quello della sostenibilità. Condurre un progetto come Radio Piazzetta nel lungo termine ha sicuramente un costo, in termini di tempo, risorse, strumenti. Come viene affrontato questo aspetto? La radio è integrata in un progetto più ampio del centro diurno, o ha bisogno di trovare una sua autonomia? Quali sono oggi le difficoltà principali? Come si regge concretamente la redazione: operatori, volontari, ospiti? Ci sono spese specifiche per spazi, attrezzature, piattaforme? Radio Piazzetta ha un modello economico o lo sta cercando?

Michele Spreafico. È un tema molto interessante, e ti dirò: in realtà è un tema che non abbiamo mai affrontato davvero fino in fondo. Né con la redazione, né con l’équipe educativa, né con Caritas in modo strutturato.

Dal punto di vista formale, io seguo Radio Piazzetta all’interno di una collaborazione specifica con Caritas ma la redazione, invece, non percepisce nulla. È tutta costruita su base volontaria.

Le attrezzature, invece, quelle principali, sono fornite da Caritas. Per esempio, recentemente abbiamo dovuto cambiare il mixer portatile, quello che usiamo quando andiamo a fare registrazioni fuori, e Caritas ha coperto la spesa senza problemi. Però ecco, effettivamente, se iniziamo a ragionare su un orizzonte più ampio — sul medio e lungo periodo — avrebbe senso affrontare il tema della sostenibilità in modo più serio.

Penso, ad esempio, a Radio Popolare, una realtà che conosco bene. Anche loro, pur avendo un bacino di ascolto molto più ampio del nostro, fanno fatica. Per sostenersi, da anni propongono una campagna abbonamenti rivolta agli ascoltatori: “Se vuoi continuare ad ascoltarci così come siamo, abbonati”. Il contributo richiesto è di 90 euro all’anno.

E questo ti fa capire quanto sia complesso oggi, anche per realtà consolidate, trovare un modello di sostenibilità che funzioni davvero.

Mario Flavio Benini. Radio Piazzetta oggi vive all’interno di una struttura più grande, il centro diurno La Piazzetta, e questo le garantisce un certo grado di stabilità. Ma proprio per questo, viene anche da chiedersi: in un futuro più incerto, se ci fosse un cambiamento di priorità o un taglio di risorse, cosa accadrebbe?
Ti chiedo quindi: avete mai riflettuto sulla possibilità che Radio Piazzetta possa conquistare una forma di autonomia, anche economica, magari parziale? Non per snaturare lo spirito originario, ma per garantire la continuità e aprire eventualmente a nuove possibilità?

Michele Spreafico. È una riflessione importante, e in effetti è una questione che prima o poi dovremo affrontare seriamente. Finché rimaniamo in questa forma, tutto sommato “piccola”, riusciamo ad andare avanti senza grandi costi. Ma è chiaro che se un domani il progetto volesse crescere — più puntate, più tempo, più persone coinvolte — servirebbero risorse, e quindi anche un modello di sostenibilità.
Allo stesso tempo, però, io ho un po’ paura che inseguire una crescita troppo ambiziosa ci porti fuori strada. Perché uno dei valori principali di Radio Piazzetta è proprio la sua dimensione leggera, orizzontale, non istituzionale. Se dovessimo cominciare a strutturare tutto, magari con obiettivi di rendimento o di visibilità, potremmo finire per snaturarla.
Certo, ci sono forme di sostegno che potremmo immaginare: donazioni, piccoli finanziamenti, magari anche una rete di ascoltatori più attivi. Ma dovremmo farlo con attenzione, tenendo ben salda la bussola. Perché Radio Piazzetta, per restare viva, deve restare fedele al suo modo di fare le cose.

Confronto con altri media sociali.
Cosa può la radio che altri mezzi non fanno?

In Italia e nel mondo sono emersi negli anni progetti di comunicazione partecipata che coinvolgono persone senza dimora: giornali di strada come Scarp de’ Tenis, Piazza Grande, L’Osservatore di Strada, e più recentemente podcast come Homeless People – Strade di Vita, Terminal (RAI Radio 3), Come prima cosa: casa (fio.PSD).
Tutti questi strumenti cercano di restituire parola a chi spesso è invisibile nel discorso pubblico. Ma ogni mezzo ha la sua grammatica, le sue potenzialità, i suoi limiti. La radio – come mezzo orale, diretto, affettivo – permette un accesso immediato, una prossimità diversa, una dimensione di voce incarnata che altri media non sempre raggiungono.
Questa parte dell’intervista è l’occasione per mettere a fuoco cosa distingue Radio Piazzetta nel panorama della comunicazione sociale, cosa può imparare dagli altri, e cosa può trasmettere.

Mario Flavio Benini. Radio Piazzetta è una radio fatta con le persone senza dimora, non solo per loro. Mi chiedo: cosa riesce a fare un’esperienza come la vostra che altri media, anche molto attenti a queste tematiche, non riescono a fare? Penso ad esempio a testate come Scarp de’ tenis, Piazza Grande, o ad altri giornali di strada.

Michele Spreafico È una bella domanda, e credo che una risposta possibile stia proprio nel mezzo che usiamo: la radio.
Io sono sempre stato un appassionato di radio. A casa mia si ascoltava Radio Popolare dalla mattina alla sera, ed è stato lì che mi sono formato.
Quindici anni fa pensavo che la radio fosse un mezzo in declino, destinato a soccombere di fronte ai social, ai video brevi, a tutto ciò che era “istantaneo” e visivo.
Invece oggi penso l’esatto opposto. La radio è uno strumento che ha saputo attraversare le trasformazioni, restare vivo, e addirittura rinforzarsi.
E lo stesso vale per il podcast, che in fondo è una radio “on demand”. Negli Stati Uniti esiste da più di vent’anni, in Italia sta diventando un fenomeno solo ora.
Insomma, sono strumenti che restano. E restano non solo per nostalgia, ma perché funzionano.

Mario Flavio Benini. Ma se ci concentriamo sul mondo delle persone senza dimora?

Michele Spreafico. Ecco, lì credo che la radio – e soprattutto il modo in cui la facciamo noi – abbia dei vantaggi enormi.
Il primo è che non obbliga a “metterci la faccia”, nel senso letterale. Non serve mostrarsi, esporsi, apparire. Si lavora con la voce, e in uno spazio protetto.
Quando siamo in studio, parliamo tra di noi. Siamo insieme, ma senza la pressione del pubblico in carne e ossa, o della telecamera puntata addosso.
È un dispositivo che lascia spazio e tempo. Che permette anche a chi è più in difficoltà di trovare una propria voce.
E poi scrivere – come fanno i giornali di strada – è bellissimo, ma non è per tutti. Serve un certo livello di competenze, anche tecniche.
Molti dei nostri redattori hanno avuto percorsi di vita complessi, a volte con interruzioni scolastiche, o senza allenamento alla scrittura.
La radio, invece, è più accessibile: è diretta, spontanea, permette di esprimersi anche senza filtri troppo rigidi.

Mario Flavio Benini. Aggiungo che, rispetto alla carta stampata, la radio (e ancora di più il podcast) non ha fatto molta fatica a passare al digitale. Anzi il digitale le ha aperto naturalmente nuove prospettive di ascolto..
Molti giornali, anche nel sociale, fanno fatica a passare al digitale, o a trovare un modello sostenibile.
Non è facile convincere le persone a pagare per qualcosa che spesso trovano gratis altrove.
Ma proprio per questo forse ci vorrebbe più “impollinazione” tra esperienze diverse. Prendi per esempio The Big Issue, la rivista internazionale: ha la versione cartacea, il PDF digitale, e una redazione podcast che offre contenuti esclusivi agli abbonati.
Forse anche in Italia, esperienze come la vostra potrebbero dialogare con le testate cartacee, costruire sinergie. Magari con modelli economici più ibridi e sostenibili.

Michele Spreafico. Sì, sono totalmente d’accordo.
Forse uno dei nostri limiti è proprio quello: non aver ancora fatto quel “salto” verso una maggiore visibilità, verso un dialogo strutturato con altri media. Ma come dicevamo prima, non c’è solo un problema di risorse o di tempo. C’è anche una certa difficoltà a fare rete, a costruire ponti tra realtà che potrebbero imparare molto l’una dall’altra. E questo vale sia per le radio che per altri media del terzo settore. Sarebbe bello poter lavorare su questo, sperimentare, incrociare linguaggi.
Senza perdere la nostra identità, ma aprendoci a nuove possibilità. 

Sguardo futuro. Cosa può diventare Radio Piazzetta da qui in avanti?

Dopo anni di attività, Radio Piazzetta ha raggiunto una sua identità: è riconoscibile, stabile, radicata. Ma come ogni progetto vivo, interroga costantemente sé stesso. Il futuro di Radio Piazzetta dipende tanto dalle condizioni materiali, quanto dalla capacità di immaginare nuovi modi di raccontare, coinvolgere, espandere il proprio raggio d’azione.
Potrebbe diventare un archivio vivente di storie di strada. Oppure una redazione diffusa nei quartieri. O ancora una piattaforma formativa per chi vuole imparare a fare radio dal margine. In ogni caso, ciò che resta al centro è la voce. E la possibilità di trasformare l’ascolto in cittadinanza.

Mario Flavio Benini. Parliamo di futuro. Dopo tutto quello che mi hai raccontato, è chiaro che Radio Piazzetta non è solo un laboratorio, ma un’esperienza viva, in continua trasformazione.
Se ti guardi indietro, e poi provi a guardare avanti, dove pensi che siate arrivati oggi?
E dove vi piacerebbe andare? Ci sono sviluppi che vorreste attivare – nuove rubriche, format, collaborazioni, magari anche qualcosa di folle, come… Sanremo?

Michele Spreafico. In realtà non abbiamo mai ragionato molto a lungo termine. Uno dei motivi per cui, secondo me, Radio Piazzetta funziona è che siamo sempre andati al nostro passo, con i nostri tempi.
Niente obiettivi ambiziosi messi lì dall’inizio. Ogni tanto, però, arrivano dei passaggi naturali.
Ad esempio, quando abbiamo deciso di non aprire più il laboratorio a tutti gli ospiti del centro, ma di costruire una redazione più stabile: è stata una scelta importante, anche se non dichiarata formalmente.
Un cambiamento nato dall’interno. Sentivamo che era il momento di fare un salto. E così è stato.
Ora le cose stanno crescendo. La programmazione è fittissima, il gruppo è motivato, lo stile si è consolidato.
Tanto che – lo dico con un sorriso, ma neanche troppo – da qualche mese ci stiamo chiedendo: perché non provare ad andare a Sanremo?
Federico ci pensa seriamente. L’idea è nata per gioco, ma c’è una parte di noi che ci crede.
Non per suonare sul palco, ma per esserci, per raccontare. Per portare una voce diversa, una prospettiva altra, in un contesto iper-mediatizzato.
E magari sorprendere, ancora una volta. 

Mario Flavio Benini. Si percepisce questa motivazione. C’è una passione vera, un senso di appartenenza, anche una volontà di “alzare l’asticella”.
E allora – per chiudere – ti faccio una domanda semplice ma difficile: se dovessi spiegare a qualcuno che non conosce Radio Piazzetta perché dovrebbe ascoltarla, cosa diresti?

Michele Spreafico. Una domanda tosta. Anche perché io stesso faccio fatica a “promuoverla”.
Non vado in giro a dire: ascoltateci, seguiteci. Ma se dovessi spiegare perché vale la pena farlo, direi che oggi siamo diventati – senza quasi accorgercene – una radio “vera”.
Registriamo in modo professionale.
Non solo dal punto di vista tecnico, ma anche e soprattutto dal punto di vista dell’ascolto.
Le nostre puntate non annoiano. Sono vive, coinvolgenti. Non è detto che raccontino qualcosa di “straordinario” ogni volta, ma lo fanno con uno stile che funziona.
È un tono divertente, scanzonato, a volte surreale. Un po’ alla Renzo Arbore, o alla Fiorello quando faceva l’Edicola.
Ma – e questa è la differenza – da noi non c’è un conduttore-mattatore, un “leader carismatico” che tiene tutto in piedi.
Siamo un gruppo. Attorno a un tavolo. Tutti parlano, tutti hanno voce
.
È una radio che si fa insieme, in cui si ride, si riflette, si scopre qualcosa. E dove ognuno – davvero – conta qualcosa.
È per questo che, anche se non abbiamo ancora un piano strutturato per il futuro, so che questa esperienza ha un senso profondo.
E se un giorno dovessimo andare a Sanremo – come abbiamo scherzato, ma neanche troppo – beh, ci andremo così: tutti insieme, microfoni aperti e cuori liberi.

2 risposte a “Radio Piazzetta. Da laboratorio a radio: quando l’inclusione diventa narrazione collettiva.”

  1. […] Raccontare la marginalità e il mondo delle persone senza dimora oggi significa confrontarsi con una pluralità di linguaggi, piattaforme e codici narrativi: dalla carta stampata ai portali digitali, dai podcast alle web radio, dal cinema alla narrativa contemporanea, fino ai social network e alle graphic novel. In questo scenario in continua evoluzione, i media non solo informano, ma contribuiscono a ridefinire l’immaginario collettivo sull’esclusione sociale, offrendo strumenti per la comprensione, l’empatia e l’attivazione civile.Accanto alle storiche testate italiane di strada come Scarp de’ Tenis, Piazza Grande, Fuori Binario e Terre di Mezzo, si sono moltiplicate iniziative digitali che raccontano o fanno monitoraggio delle marginalità urbane attraverso blog, canali YouTube e piattaforme come l’Osservatorio delle Povertà delle risorse e Redattore Sociale (chiuso nel 2024). Nel panorama audio emergono progetti internazionali come “We the Unhoused” (Stati Uniti), ideato da Theo Henderson, o “Where I Stay”, un podcast prodotto dalla rivista StreetWise di Chicago, che raccontano in forma documentaristica e partecipativa le vite di chi vive per strada. In Europa, la rete INSP promuove format come “INSP Media Voices”, mentre in Francia l’associazione La Cloche realizza campagne audio e podcast in collaborazione con le comunità locali.In Italia, tra le esperienze più originali spicca Radio Piazzetta, progetto promosso da Caritas Ambrosiana a Milano: una radio comunitaria gestita da volontari, operatori sociali e persone con esperienza diretta di vita in strada, che offre uno spazio settimanale di racconto urbano e confronto pubblico. Di Radio Piazzetta ne abbiamo parlato con Michele Spreafico, responsabile del progetto, in “Radio Piazzetta. Da laboratorio a radio: quando l’inclusione diventa narrazione collettiva“. […]

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  2. […] iniziale del progetto vivono le storie raccolte le prime dieci esperienze – Fonderie Ozanam, Radio Piazzetta, Banca delle Visite, Ciclofficina Sociale di Cormano, Avvocato di Strada, Il Girevole, K-Alma, […]

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