Fotografie: Albergo Etico
La storia dell’Albergo Etico comincia quasi per caso, fra i fornelli del ristorante Tacabanda di Asti: è il 2006 quando lo chef Antonio De Benedetto accoglie in stage scolastico Niccolò Vallese, giovane con sindrome di Down. Da quell’incontro nasce il Metodo Download, un curriculum che unisce formazione professionale e autonomia personale, ispirato alla pedagogia montessoriana e articolato in tre ambienti comunicanti – casa, albergo, Accademia dell’Indipendenza. Qui i ragazzi apprendono il back-office, sperimentano il front-office a contatto con gli ospiti, trasferiscono le competenze nella vita familiare e, quando crescono, tornano come tutor dei nuovi allievi.
Quella “rivoluzione gentile” ha ormai superato i confini piemontesi: oggi gli Alberghi Etici operano a Asti, Roma-Prati, Fénis(Valle d’Aosta), Cesenatico, Roccamonfina, fino agli hotel gemelli in Argentina e Australia, Albania, con l’obiettivo dichiarato di “50 Alberghi Etici in 10 Paesi – ciascuno con la propria Accademia”. La rete combina ricavi ordinari dell’ospitalità con partnership di Social Impact Banking e monitora i risultati con strumenti rigorosi: lo studio SROI dell’Università di Firenze mostra che ogni euro investito genera 3,72 euro di valore sociale, riducendo i costi di cura per le famiglie e producendo benefici diffusi per la collettività.
In questo contesto intervistiamo Alex Toselli, presidente della Cooperativa Download e motore strategico del progetto, per comprendere come un’intuizione nata in cucina sia diventata un modello replicabile di imprenditoria sociale e quali sfide attendano oggi una rete in rapida espansione.
L’incontro rientra nel percorso editoriale Commoning, che mappa pratiche di rigenerazione civica – dalle Case di Quartiere alle Portinerie di Comunità, e ai progetti di ristorazione solidale delle Fonderie Ozanam a Torino, da spazi come K-alma a Roma ai milanesi Stecca 3.0 e bar per senza dimora Il Girevole sino alla rete di Avvocato di Strada – mostrando come la cura dei beni comuni, materiali e relazionali, possa trasformare città e vite. Con la sua capacità di tradurre l’ospitalità in cittadinanza attiva, l’Albergo Etico aggiunge un tassello essenziale a questa narrazione collettiva.
Un’intuizione che diventa modello: la genesi di un’impresa sociale innovativa.
Nel 2006, un tirocinio di cucina al ristorante Tacabanda di Asti mette in contatto lo chef Antonio De Benedetto e Niccolò Vallese. Quel banco di prova diventa il seme di un metodo – poi battezzato Download – che oggi alimenta una rete di alberghi etici in Italia, Argentina e Australia. Il salto dall’intuizione alla replicabilità, però, richiede un’architettura educativa, una sostenibilità economica e alleanze capaci di reggere la prova dei mercati. È qui che interviene Alex Toselli, ex manager bancario, ora timoniere della Cooperativa Download, il cui compito è trasformare l’idea in impresa misurabile e scalabile.
Mario Flavio Benini. Qual è stato il momento o la scelta strategica che ha segnato il passaggio fondamentale da una singola esperienza individuale con Niccolò a un modello sociale ed economico strutturato, replicabile e riconosciuto anche a livello internazionale? Quali condizioni avete dovuto creare per far sì che questa intuizione potesse davvero diventare un’impresa sociale sostenibile e replicabile?
Alex Toselli. Tutto comincia nel 2006, dall’incontro tra Nicolò – un ragazzo con sindrome di Down – e Antonio De Benedetto, chef del ristorante Tacabanda ad Asti. Nessuno dei due, all’inizio, aveva esperienza con l’altro: Antonio non aveva mai avuto contatti diretti con la disabilità e Nicolò si affacciava per la prima volta al mondo del lavoro. Era un connubio potenzialmente improbabile – e proprio per questo anche ricco di possibilità. Perché quando non hai riferimenti, o precedenti, spesso non hai nemmeno pregiudizi. E si può davvero costruire qualcosa di nuovo.
Tra loro scatta un’inaspettata sintonia. Nicolò inizia in cucina, ma capisce presto che il suo talento non è lì. Chiede di andare in sala e lì fiorisce, costruendosi da solo la sua strada verso il successo. Io, a quel punto, ancora non c’ero. Sono arrivato dopo, quasi per caso – se i casi esistono.
Abitavo all’ultimo piano dello stesso palazzo in cui si trovava il ristorante. Ero ad Asti per lavoro, in trasferta: venivo da Genova e lavoravo nel settore bancario e finanziario, da quasi venticinque anni. Vivevo da solo, e – lo confesso – non essendo un grande cuoco, andare a mangiare al ristorante sotto casa era un’ottima soluzione di sopravvivenza.
Così ho incontrato Nicolò. Era lui a servire ai tavoli, e tra una portata e l’altra cominciava a raccontarti questa storia che già allora si chiamava “Albergo Etico”. Solo che, a quel tempo, esisteva solo l’associazione. Quando gli chiesi: “Ma l’albergo dov’è?”, lui rispose: “Non c’è ancora”. E io dissi: “Allora dobbiamo aprirlo.” È così che dodici anni fa ci siamo lanciati.
Per rispondere alla tua domanda: non c’è stato un momento preciso o una figura “successiva” a Nicolò che ci abbia fatto dire “questa è la strada giusta”. È stato proprio Nicolò il punto di svolta. Un ragazzo con alto funzionamento, sì, ma che fino ad allora non aveva trovato il contesto giusto per esprimere il proprio potenziale. L’ha trovato lì, in sala. E se quell’ambiente non ci fosse stato, oggi forse Nicolò non sarebbe la persona che è diventata.
Vedere la sua evoluzione, giorno dopo giorno, è stato per noi una rivelazione. Ci siamo guardati negli occhi – io e Antonio De Benedetto – e ci siamo detti: “Un albergo etico può davvero funzionare.” Un albergo senza barriere, senza discriminazioni, cogestito da persone con disabilità e fragilità. E da lì è nato il salto di qualità.
Se Nicolò ce l’ha fatta, e noi siamo riusciti ad accompagnare il suo percorso, allora possiamo creare un’intera struttura che offra la stessa possibilità ad altri. Questo è stato, davvero, il punto di svolta.


Il coraggio di una parola: “Etico” come identità e responsabilità pubblica.
Le parole hanno il potere di creare mondi, orientare visioni e definire identità. In un tempo in cui termini come “etica” e “responsabilità sociale” rischiano di perdere autenticità perché abusati o svuotati del loro significato più profondo, scegliere di inserire “Etico” nel nome stesso dell’impresa rappresenta un gesto audace e dichiarativo. Albergo Etico non ha scelto un semplice slogan, ma un’identità chiara e pubblica che racchiude in sé la promessa di trasparenza, responsabilità e rispetto verso la comunità e le persone coinvolte. È una parola che implica un impegno quotidiano, un posizionamento strategico forte e un richiamo costante ai valori su cui il progetto è fondato.
Mario Flavio Benini. Come siete arrivati alla scelta della parola “Etico” per rappresentare l’identità del vostro progetto e quale messaggio desiderate trasmettere a chi si avvicina e collabora con voi?
Alex Toselli. Per noi, “etico” significa assumersi la responsabilità dei bisogni di una comunità. Vuol dire riconoscere che qualsiasi attività d’impresa – economica, produttiva, commerciale – non può esistere separatamente dal contesto in cui si trova. Deve prendersi cura del territorio, della natura, delle persone.
Ma vuol dire anche qualcosa di più profondo: che al centro di ogni gruppo, di ogni squadra di lavoro, ci sono le persone. Punto. Non importa chi siano o cosa siano. Non vogliamo – e non abbiamo mai voluto – giudicare qualcuno in base a quello che gli manca. Il nostro sguardo è orientato a ciò che c’è. A ciò che ciascuno può portare. L’etica, per noi, è mettere questo principio in pratica ogni giorno, in ogni scelta.

Dal semplice luogo di accoglienza allo spazio che genera autonomia e cittadinanza.
Nell’immaginario collettivo l’hotel è da sempre un “rifugio temporaneo”: un ambiente confortevole che offre servizi, cura, attenzione, ospitalità e protezione al viaggiatore. Con Albergo Etico questa prospettiva si “rovescia”. L’albergo diventa un laboratorio esperienziale dove ogni camera, ogni cucina e ogni turno di lavoro è progettato per far maturare competenze professionali, ma soprattutto per allenare le autonomie personali, la gestione delle relazioni e quel senso di appartenenza alla comunità che definisce la cittadinanza attiva. È qui che prende forma il “Sistema Download”: casa, albergo e Accademia dell’Indipendenza si intrecciano in un ciclo continuo di apprendimento “on the job”, restituzione alla famiglia e reinvestimento nella collettività.
In questo contesto, la reception non è solo un banco check-in: è una palestra di life-skills; la cucina non è soltanto un reparto produttivo: è uno spazio dove si sperimentano disciplina, coordinamento e gestione dello stress; il ristorante non è un semplice luogo di consumo: è una scena pubblica in cui clienti, operatori e ragazzi con disabilità agiscono insieme, generando consapevolezza e abbattendo stereotipi sull’inclusione lavorativa.
Mario Flavio Benini. Quali scelte progettuali e organizzative avete adottato affinché l’albergo superi la funzione classica di “accoglienza” e diventi, a tutti gli effetti, un dispositivo che genera autonomia personale, competenze professionali e cittadinanza attiva per i ragazzi che vi lavorano?
Alex Toselli. Io sono, per mia stessa definizione, un clandestino dell’industria alberghiera: non vengo da questo mondo, né per formazione né per tradizione familiare. Però sono sempre stato attento al sociale. Fin dai tempi del liceo e dell’università mi sono occupato di donazione di sangue e di organi: temi lontani, apparentemente, ma che hanno sempre avuto a che fare con la cura, il sostegno, la responsabilità verso gli altri. La disabilità, invece, l’ho incontrata per la prima volta con questo progetto.
Abbiamo fatto subito due scelte strategiche, secondo me coraggiose che nel tempo si sono dimostrate vincenti. La prima è stata decidere fin da subito che la disabilità non fosse il nostro biglietto da visita. Non abbiamo mai voluto esporre in prima linea la fragilità delle persone coinvolte, né per suscitare pietà o compassione, né per strumentalizzare emozioni facili. Non volevamo che il progetto fosse scelto perché lavoravamo con persone con disabilità, ma nonostante questo. Volevamo che si venisse da noi perché l’albergo era bello, accogliente, curato, con un servizio di qualità. E solo dopo, una volta dentro, si scopriva la grande storia che avevamo da raccontare.
Era una scelta tutt’altro che scontata, perché più di dieci anni fa la comunicazione intorno alla disabilità era ancora molto indietro. Si usavano ancora termini come “handicappati” o “mongoloidi”, e concetti come inclusione, empowerment, cittadinanza erano ben lontani dal lessico corrente. In quel contesto, esporsi con un progetto che coinvolgeva persone con disabilità intellettiva e relazionale significava anche esporsi al sospetto: venivano a controllarci, a chiederci se stavamo sfruttando manodopera fragile. Eppure quella scelta, che all’inizio ci è costata, oggi ci ha dato ragione.
Perché prima del Covid, diciamolo, il mondo dell’ospitalità non aveva molto interesse per questi temi. I margini erano altissimi: l’EBITDA del settore alberghiero – ovvero gli utili prima di interessi, tasse, svalutazioni e ammortamenti (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization) – è tra i più alti in assoluto. Bastava fare un po’ di greenwashing per sentirsi a posto. Solidarietà, inclusione, etica? Erano un “di più”, un vezzo. Ma noi eravamo già lì, a costruire un progetto che mettesse insieme valore economico e valore sociale.
Dal 2020 in poi, quel “di più” è diventato centrale. Tutti hanno cominciato a inseguire ciò che noi avevamo già costruito. E questo, strategicamente, ci ha portato in una posizione più solida, più avanti degli altri.
Abbiamo resistito anche nei momenti più duri. So che la parola “resilienza” è abusata, ma in qualche modo ci rappresenta. Non abbiamo mai ceduto sul nostro modello. Anzi, durante la pandemia abbiamo tenuto chiuso il più possibile per non snaturarlo. E strada facendo abbiamo imparato. Abbiamo imparato a migliorare la produttività con persone con disabilità. Abbiamo capito quanto sia fondamentale il ruolo dello staff normotipico, che deve essere formato per lavorare insieme e non al posto di. Abbiamo migliorato il rapporto con le famiglie, che spesso vivono situazioni complesse, non solo sul piano relazionale ma anche economico.
Tutto questo ha contribuito a definire un modello che non è solo alberghiero, ma sociale, educativo, comunitario. Non è stato facile, ma alcune scelte giuste fatte all’inizio ci hanno permesso di affrontare anche gli errori in modo costruttivo. Il nostro è un modello più complesso rispetto all’industria classica: abbiamo dovuto imparare a gestire meglio costi e ricavi, senza mai perdere di vista il senso del progetto.
E poi c’è un dato storico che pesa. In dieci anni di attività, cinque li abbiamo passati in piena era Covid. È un dato enorme, se ci pensi: abbiamo aperto ad Asti nel 2015, e il terzo Albergo Etico lo abbiamo inaugurato a gennaio 2020, appena un mese prima della pandemia. In quel momento avevamo appena consolidato la prima esperienza, ci stavamo affacciando a Roma e ad altri territori… e ci siamo schiantati contro una crisi globale. Non è una storia cominciata cinquant’anni fa: è una storia giovane, ma già segnata profondamente. Eppure siamo ancora qui, con ancora più convinzione di prima.



Il Metodo Download: educare attraverso l’esperienza e il coraggio dell’indipendenza.
Dalle prime sperimentazioni nel ristorante Tacabanda all’Accademia dell’Indipendenza, il Metodo Download si è affermato come un percorso formativo “a difficoltà crescente” – ispirato ai principi Montessori – che unisce learning-by-doing, tutoraggio tra pari e responsabilità familiare. Attraverso tre ingranaggi inseparabili (casa, albergo, foresteria), il ragazzo passa dall’esercizio guidato delle mansioni di back-office alla gestione delle relazioni di front-office, fino a trasferire le competenze nella vita domestica, scolpendo autonomia personale e cittadinanza attiva.
Nel corso di 600 ore di formazione gratuita, smartphone con GPS, gruppi WhatsApp, divise arancioni e sport come il judo diventano strumenti di rinforzo positivo che alimentano autostima, mobilità urbana e capacità di problem-solving. La famiglia – tramite il “Patto formativo” – da spettatrice diventa parte attiva, superando l’eccesso di tutela e sostenendo l’indipendenza del figlio .
Mario Flavio Benini. In che modo il Metodo Download traduce questi princìpi pedagogici in pratiche quotidiane concrete, e quali strategie adottate per personalizzare il percorso quando i talenti, i tempi di apprendimento e le fragilità dei ragazzi differiscono sensibilmente?
Alex Toselli. Per rispondere a questa domanda, devo partire dall’Accademia dell’Indipendenza. È un marchio registrato, proprio come Albergo Etico, ed è un luogo sia fisico che – da quando è arrivato il Covid – anche virtuale. Lì accompagniamo le persone con disabilità o fragilità in percorsi individualizzati, come giustamente richiamavi tu nella domanda. Percorsi che si reggono su tre pilastri fondamentali, che non sono tappe successive, ma azioni che procedono sempre insieme. Il primo è la formazione professionale, che realizziamo in collaborazione con istituti alberghieri e professionali dei territori in cui operiamo. La formazione prevede una parte teorica in aula ma, per esigenze legate alla disabilità intellettiva o relazionale, ha una forte componente pratica: perché l’aula, per molte delle persone che seguiamo, è un contesto più faticoso, mentre la pratica, il fare, favorisce apprendimento e autonomia.
Il secondo asse riguarda l’indipendenza personale. Per noi è fondamentale fornire strumenti che aiutino le persone a vivere in autonomia: imparare a gestire una camera, vestirsi, cucinare, organizzare i propri spazi. Non è un dettaglio. È il cuore di Albergo Etico: perché l’albergo è, simbolicamente e concretamente, una casa. È il luogo in cui si impara non solo un mestiere, ma una modalità di vita indipendente. Il terzo pilastro è l’inserimento lavorativo. Ma attenzione: per noi l’inserimento lavorativo non funziona se prima non ci sono stati quei due passaggi, se la persona non ha acquisito un grado minimo di autonomia e non è stata formata in modo adeguato.
Il Metodo Download nasce così: dal basso, dall’esperienza, e in parte anche dalla cultura pedagogica italiana, che abbiamo studiato e adattato. In particolare ci siamo accorti che stavamo applicando, senza saperlo, alcuni principi della pedagogia montessoriana. Lavorare facendo, osservare i pari, imparare per imitazione: sono elementi chiave. Ma soprattutto è centrale il concetto di libertà, di ambiente aperto, di regole elastiche, adattabili, dove la persona può esprimersi. Abbiamo tenuto insieme questi riferimenti teorici e pratici per costruire uno stile educativo che fosse capace di valorizzare le differenze. Personalizzare, per noi, non significa costruire strade solitarie, isolate, ma permettere a ciascuno di trovare il proprio passo dentro un gruppo. Creare contesti in cui percorsi individualizzati possano comunque restare inseriti in dinamiche collettive. Perché l’aspetto della socializzazione è fondamentale, soprattutto per chi ha disabilità intellettive. Molti ragazzi fanno fatica a relazionarsi, e sarebbe un errore creare percorsi esclusivamente individuali, che rischierebbero di isolarli.
Poi c’è un altro aspetto: ogni disabilità è diversa, anche all’interno della stessa diagnosi. Ogni persona è diversa. Ogni percorso, ogni tempo, ogni modo di apprendere è diverso. È come se dirigessimo un’orchestra in continua trasformazione, che va continuamente ritarata. Per questo, nell’arco dei 12-18 mesi di attività primaria dell’Accademia, costruiamo un doppio binario: percorsi di gruppo e piani individualizzati, che vengono monitorati e adattati costantemente.
Ma c’è un elemento imprescindibile, senza il quale tutto questo non funziona: il rapporto con le famiglie. Deve esserci condivisione. I messaggi di libertà, autonomia, responsabilità che trasmettiamo ai ragazzi devono essere coerenti con ciò che arriva da casa. Altrimenti si crea un cortocircuito. Se la famiglia manda segnali opposti, la persona si confonde, si blocca, non capisce quale direzione prendere. È fondamentale che ci sia un patto educativo, un’alleanza.
E dobbiamo essere onesti: non tutte le famiglie sono pronte. Alcune non accettano l’idea che il proprio figlio o la propria figlia possa lavorare, costruirsi una vita autonoma. A volte prevale la paura. A volte c’è un’idea del figlio come “risorsa economica” da proteggere, e si fa fatica a lasciarlo andare, a immaginare un futuro diverso. Noi questo lo capiamo, ma non possiamo rinunciare al nostro obiettivo: costruire una vita piena. Una vita che sia fatta di lavoro, di casa, di relazioni, di scelte, di libertà. Questo, per noi, è agire in modo etico.
Mario Flavio Benini. Hai detto prima che l’incontro con Nicolò è stato un punto di svolta, non solo per il progetto, ma anche per te personalmente. Quel suo modo di servirti al tavolo, quel dialogo iniziale, ti ha acceso una lampadina. E credo che ogni percorso progettuale, anche il più virtuoso, sia sempre fatto di incontri: di persone che segnano passaggi, che accendono cambiamenti, che generano svolte, a volte anche inaspettate. Mi piacerebbe soffermarmi su quelle positive. Ci sono state, nel tempo, figure che hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’Accademia dell’Indipendenza o del Metodo Download? Persone che hanno portato idee, visioni, capacità, e che hanno lasciato un’impronta viva nel progetto?
Alex Toselli. Tantissimi. Veramente tanti. Impossibile citarli tutti, perché ogni persona che è passata dall’Accademia ha portato qualcosa, ha lasciato una traccia. Non parlo solo di educatori, operatori o volontari. Parlo soprattutto dei ragazzi. Ognuno con la sua storia, con i suoi tempi, con i suoi cambiamenti. Alcuni oggi lavorano in contesti molto diversi da quelli alberghieri: c’è chi è finito in un concessionario d’auto, chi in un impianto di logistica, chi ha iniziato a viaggiare per conto proprio, chi oggi vive da solo. Sono tutte storie che, messe insieme, formano un messaggio fortissimo di crescita, di autonomia, di emancipazione reale.
Ti racconto un episodio recente, che mi ha colpito molto. Ero a pranzo, per caso, in un locale. Al tavolo accanto c’era un gruppo che ho capito dopo essere un centro diurno per persone con disabilità. Uno dei ragazzi mi guardava insistentemente. Mi fissava e sorrideva, come spesso capita con persone nello spettro autistico. Lo guardavo anch’io, cercando di capire, ma non riuscivo a collocarlo. Poi mi alzo per andare a pagare e anche lui si alza. Mi si avvicina, sempre sorridendo, e mi dice: “Asti!”. Io lo guardo un po’ sorpreso e lui continua: “Sono Ahmed! Ahmed!”.
Mi si è aperta una casella della memoria, come un flash. Ahmed era un ragazzo che avevamo accolto anni fa. Era arrivato in Italia come rifugiato, scappato dalla guerra in Iraq con la famiglia. Una situazione difficilissima: lui con un disagio intellettivo profondo, la madre, due sorelle, il padre e un fratello rimasti bloccati in Turchia. Quando ce lo mandò la comunità valdese, era senza fissa dimora. Eppure ora era lì, con una nuova vita. Mi ha riconosciuto a distanza di anni, e mi ha ringraziato. Io, lo ammetto, non l’avevo nemmeno riconosciuto. Quel momento mi ha toccato profondamente.
E potrei raccontarti anche di Daniele, un ragazzo con sindrome di Down, originario di Bormio. Quando ha iniziato il percorso con noi, praticamente non usciva mai di casa. Con l’Accademia è arrivato fino in Australia, da solo, per partecipare a un evento. Per la prima volta ha raccontato la sua storia di fronte a un pubblico, senza mamma, papà, sorelle. E questa volta erano i genitori ad ascoltare lui. È un cambio di prospettiva enorme.
Sai, Antonio De Benedetto, con cui abbiamo cominciato tutto, oggi tiene ancora una chat WhatsApp dove monitoriamo i ragazzi che viaggiano, che si spostano, che si muovono da soli da un posto all’altro. È una piccola rete di autonomia diffusa. Prima queste cose non le facevano. Ora lo fanno, con naturalezza. E in fondo, è questo il segno più concreto che un cambiamento è avvenuto davvero.

Innovazione digitale al servizio dell’inclusione.
Il “Metodo Download” è nato con strumenti essenziali —una divisa arancione che rende visibili, uno smartphone con GPS che rassicura le famiglie— ma oggi il panorama delle tecnologie per l’inclusione corre più veloce di quanto qualsiasi struttura possa sperimentare in tempo reale. Accanto alle app di settore, come la suite europea OMO Hospitality App che trasforma i compiti di housekeeping in video-tutorial adattivi e la piattaforma Digital-Ability per la formazione alberghiera accessibile, stanno emergendo ambienti di realtà virtuale quali Empower Ability che consentono di simulare situazioni di sicurezza in cucina senza rischio fisico. Nel frattempo l’intelligenza artificiale si affaccia con progetti come AI Coach di Anffas che personalizzano ritmi d’apprendimento e feedback per persone nello spettro autistico, mentre soluzioni di gamification introducono meccanismi di ricompensa capaci di sostenere la motivazione. Albergo Etico utilizza già strumenti digitali per monitorare in sicurezza gli spostamenti dei ragazzi e condividere report formativi con le famiglie, ma resta aperta la questione di come integrare innovazioni più avanzate senza snaturare un metodo basato su relazione umana, tutoraggio tra pari e corresponsabilità familiare.
Mario Flavio Benini. Negli ultimi anni anche il mondo della disabilità ha iniziato a confrontarsi con strumenti digitali, applicazioni educative e perfino intelligenza artificiale. Durante la pandemia avete introdotto nuove pratiche legate alla formazione a distanza e all’uso dei social. Oggi, immaginate un’integrazione più strutturata della tecnologia nei percorsi del Metodo Download? Come evitare che questa dimensione digitale vada a indebolire il valore educativo del “fare insieme” che è alla base del vostro approccio?
Alex Toselli. In realtà qualcosa l’abbiamo già fatto, soprattutto durante il periodo del Covid, che ci ha costretti a riorganizzare molte attività. Abbiamo spostato parte dei laboratori su strumenti digitali: laboratori semplici, alla portata dei nostri ragazzi, come l’inglese di base, il canto, la fotografia. L’obiettivo era mantenerli connessi, attivi, in relazione. Abbiamo anche insegnato loro a usare app per le riunioni online e strumenti per comunicare a distanza. Questo ha dato il via a un processo parallelo, che è ancora in corso, per aiutarli a usare in modo più consapevole anche i social e la messaggistica.
Noi lavoriamo molto con strumenti come WhatsApp, perché sono quelli che loro già conoscono e usano spontaneamente. Ma cerchiamo di insegnare loro a farlo in modo adeguato: evitare l’abuso di messaggi, capire quando è il momento di scrivere e quando no, sapersi regolare all’interno di un gruppo. Anche una chat può essere uno spazio di socializzazione, se usata bene. Ma bisogna costruire insieme delle regole: cosa si può dire, cosa no, come ci si risponde, che tipo di informazioni si condividono. Stiamo cercando anche di aiutarli a capire cosa significhi avere un profilo social, su Facebook o su Instagram: se sono in grado di gestirlo, se hanno bisogno di un affiancamento, se può essere un’opportunità o un rischio. Tutto questo rientra nel lavoro che facciamo sull’autonomia e sull’indipendenza.
Poi c’è l’aspetto legato al lavoro. Qui stiamo investendo di più. Vogliamo che chi lavora con noi impari a usare strumenti digitali che servono davvero sul posto di lavoro. Penso ai tablet per prendere le ordinazioni, a piccoli gestionali per la gestione delle prenotazioni, a sistemi semplificati per consultare un’email, rispondere, segnalare una camera pronta o fare un check-in. Tutte attività digitali che possono essere apprese gradualmente, e che aiutano a rendere davvero autonomo un percorso professionale.
Stiamo cercando anche il supporto di aziende del settore, come Zucchetti, per costruire versioni semplificate dei software gestionali. Non delle semplici demo, ma ambienti paralleli e protetti, in cui i nostri ragazzi possano esercitarsi senza il rischio di eseguire comandi reali. Copie fedeli dei sistemi esecutivi, adattate per rendere i processi più accessibili. Perché poi, come dico spesso, quello che è semplice e accessibile per una persona con disabilità… è migliore per tutti. Sistemi snelli, flessibili, facili da usare, migliorano l’efficienza del lavoro per chiunque.
E adesso, inevitabilmente, si apre anche il capitolo dell’intelligenza artificiale. Non si può più evitare il tema. Io stesso, negli ultimi mesi, mi ci sto confrontando con più attenzione, per capire quali siano gli strumenti più adatti da introdurre nel nostro lavoro. A me, ad esempio, piace molto un sistema di AI “Cloud” – lo trovo più ordinato su alcuni aspetti, utile per far vedere certe cose ai ragazzi, anche meglio strutturato rispetto a Chat GPT.
Siamo solo agli inizi, ma abbiamo cominciato a far vedere anche a loro come funzionano questi strumenti, come possono essere utilizzati per scrivere, raccontare, immaginare. Non si tratta di sostituire il lavoro manuale o relazionale, ma di integrare nuovi strumenti che possono diventare risorse per l’autonomia. Il nostro approccio resta centrato sul “fare insieme”, ma fare insieme oggi può voler dire anche imparare a usare una tecnologia. Purché resti uno strumento, e non un fine.
Un ciclo virtuoso che non si chiude mai: dall’Accademia dell’Indipendenza alla vita adulta.
Con il passaggio nelle camere–foresteria dell’ultimo piano di Asti, i ragazzi imparano a svegliarsi autonomamente, gestire tempi e spazi propri, stirare la divisa e rientrare dai turni serali senza supervisione diretta. Al termine del triennio, i più esperti rientrano come tutor per i nuovi arrivati: una “catena di restituzione” che trasforma l’ex-allievo in mentore, consolida la comunità educante e alimenta la sostenibilità del modello . In parallelo, la rete di “Super mamme”, la Rete d’accoglienza in famiglia e i “posti tappa” sul territorio accompagnano la transizione verso la piena cittadinanza, stimolando mobilità, gestione del denaro e relazioni extra-alberghiere .
Mario Flavio Benini. Accademia dell’Indipendenza significa avviare un percorso di formazione che poi diventa lavoro, ma anche – e soprattutto – vita. Come si mantiene vivo e aperto questo ciclo virtuoso? In che modo riuscite a far sì che la formazione non si esaurisca nell’inserimento lavorativo iniziale, ma continui a generare autonomia e futuro? Vi siete dotati di strumenti, risorse, partnership che rendano questo modello rigenerativo nel tempo?
Alex Toselli. C’è un po’ tutto questo. Ma la cosa fondamentale è che il modello Albergo Etico non si ferma mai. E, proprio per questo, nemmeno l’Accademia dell’Indipendenza si può fermare. Il rischio, infatti, sarebbe quello di considerare l’Accademia solo come un serbatoio da cui attingere per riempire lo staff di un singolo albergo. Ma se ci fermassimo lì, se una volta “coperti i turni” smettessimo di formare, il progetto si esaurirebbe. Sarebbe un modello chiuso, autoreferenziale. Invece la nostra idea è quella di un sistema aperto, in costante rigenerazione.
Ti faccio un esempio pratico. Supponiamo che domani io apra un nuovo Albergo Etico a Milano. Ho bisogno, mettiamo, di dieci persone con disabilità da inserire nello staff. Attivo l’Accademia, formo i ragazzi, li seleziono, li inserisco. A quel punto, potrei dire: bene, siamo a posto. Ma sarebbe un errore gravissimo. Perché nel frattempo ci sono altre richieste, altri ragazzi che vogliono entrare nel percorso, altri luoghi di lavoro che ci chiedono supporto. Il nostro sistema funziona perché non si chiude mai su sé stesso.
Abbiamo costruito una rete di partnership che rende tutto questo possibile. Non solo alberghi Etico, ma anche realtà esterne – catene come Best Western, grandi aziende, piccole strutture – che ci chiedono aiuto per avviare percorsi di inserimento lavorativo mirato. Ci chiedono: “Possiamo accogliere qualcuno che ha finito il vostro percorso? Potete affiancarci nel fare questo passaggio?” Ed è proprio questa domanda esterna che tiene in moto il ciclo. Perché da un lato continuiamo ad avere un po’ di turnover interno – ragazzi che cambiano, che crescono, che cercano altre esperienze – ma dall’altro possiamo offrire opportunità a chi esce dall’Accademia, aiutandoli a trovare la propria strada anche fuori da Etico.
Dal punto di vista economico, ci siamo strutturati nel tempo. Abbiamo il sostegno di fondazioni private, filantropia, fondazioni di origine bancaria, e anche donazioni da parte di cittadini o imprese. La nostra è un’impresa sociale: non distribuiamo utili, il nostro obiettivo è il pareggio di bilancio. Questo significa che qualsiasi margine ristorativo o alberghiero viene reinvestito nella parte sociale, e quindi anche nel funzionamento dell’Accademia. È un sistema che regge perché non è pensato per generare profitto, ma per generare impatto.
E i numeri ci danno ragione. Negli ultimi cinque anni abbiamo accompagnato oltre 250 persone con disabilità verso un inserimento lavorativo esterno stabile. Persone che oggi lavorano con contratti a tempo determinato o indeterminato, nel settore alberghiero, nella ristorazione, ma anche in ambiti diversi. C’è chi ha aperto piccole attività, chi si è spostato in altre regioni, chi ha trovato il proprio spazio nel mondo. E questo per noi è il successo più grande: non che restino dentro Etico, ma che trovino la loro autonomia altrove.
Certo, ci sono anche percorsi che si interrompono. È giusto dirlo. La nostra percentuale di “caduta” – cioè di ragazzi che iniziano ma non completano il percorso – si aggira attorno al 30-35%. Questo può succedere per tanti motivi: perché non si trovano a loro agio, perché la famiglia non condivide il percorso, perché cambiano città o semplicemente cambiano idea. È naturale. Le persone cambiano, si muovono, evolvono.
Ma quel che conta è che il meccanismo complessivo continui a girare. E oggi, a distanza di anni, possiamo dire che quel flusso esiste. Che quel ciclo – formazione, lavoro, vita – non si è mai interrotto. E ogni volta che un ragazzo ce la fa, ogni volta che qualcuno trova la sua strada, quel ciclo si rigenera. Ed è lì che il nostro lavoro acquista senso.


Misurare l’invisibile: l’impatto sociale attraverso lo sguardo della metodologia SROI.
Nel 2019 la Cooperativa Download ha incaricato il centro ARCO dell’Università di Firenze di calcolare, tramite la metodologia SROI (Social Return on Investment), quanto benessere produce l’Albergo Etico di Asti rispetto alle risorse investite. Il risultato è stato che ogni euro immesso nel progetto ne genera 3,72 in valore sociale, perché i benefici non si fermano allo stipendio dei ragazzi: comprendono le nuove competenze professionali acquisite, il sollievo economico ed emotivo per le famiglie (che hanno meno oneri di cura) e, di riflesso, un risparmio per la collettività.
Per ottenere una stima credibile, i ricercatori hanno seguito un percorso rigoroso. Hanno prima ascoltato più di cinquanta portatori d’interesse — dai ragazzi alle loro famiglie, dal personale ai clienti fino agli enti pubblici — per capire che cosa fosse davvero cambiato per ciascuno. Hanno quindi attribuito un «prezzo» anche a effetti apparentemente impalpabili, come l’aumento dell’autostima o la riduzione dello stress familiare, così da poterli mettere sullo stesso piano dei dati economici tradizionali. L’analisi si è appoggiata a due cornici teoriche riconosciute a livello internazionale: il modello ICF dell’OMS, che guarda alla disabilità come frutto dell’interazione fra persona e ambiente, e l’approccio delle capability di Amartya Sen, che misura il benessere in termini di opportunità reali di vivere la vita desiderata. Infine, per non gonfiare i numeri, sono stati applicati tre “sconti di prudenza”: si è tolto ciò che sarebbe accaduto comunque (deadweight), si è riconosciuta la parte di merito ad altri fattori esterni (attribuzione) e si è considerato che gli effetti positivi tendono a diminuire col tempo (drop-off).
Mario Flavio Benini. Dall’analisi SROI avete ottenuto dati significativi sull’impatto sociale generato dal vostro modello. Quali insegnamenti ne avete tratto sul piano strategico e della governance? E man mano che la rete di Alberghi Etici cresce in Italia e all’estero, come pensate di potenziare – o semplificare – gli strumenti di misurazione dell’impatto?
Alex Toselli. L’idea di misurare l’impatto sociale attraverso uno SROI – cioè il Social Return on Investment – è nata da uno studio che non abbiamo neppure cercato noi, ma che ci è stato proposto dal Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università di Firenze. È stato uno studio del tutto autonomo, condotto in maniera indipendente, e anche per questo l’abbiamo accolto con grande serietà. Hanno intervistato tutti i nostri stakeholder, analizzato dati su più anni, in diverse città, e alla fine ci hanno restituito risultati importanti.
Per me è fondamentale poter dire che quello che facciamo non è solo un racconto: è qualcosa che può essere misurato, verificato, testimoniato da soggetti esterni che si assumono la responsabilità di dirci dove stiamo andando. Lo studio è durato quasi un anno e mezzo e si riferisce in particolare agli anni pre-Covid, cioè il 2018, il 2019 e una parte del 2020. Avevamo già in mente di fare una seconda rilevazione a distanza di due o tre anni, ma la pandemia ha completamente cambiato lo scenario: i parametri non sarebbero più stati confrontabili.
Ora vogliamo riprendere in mano quei dati, aggiornarli, estenderli ad altre piazze e anche alla stessa Asti, per vedere come si è evoluto il nostro impatto nel tempo. Vogliamo farlo anche per continuare a raccontare il nostro lavoro attraverso indicatori precisi, attraverso i cosiddetti KPI (Key Performance Indicator – Indicatori Chiave di Prestazione). Perché vogliamo essere consapevoli, sempre, di cosa stiamo facendo, dove stiamo andando, e quali sono i risultati concreti delle nostre azioni.
Dove atterriamo? In quante nuove assunzioni riusciamo a realizzare, quante ore di formazione eroghiamo, quante esperienze di sport e di socialità attiviamo per i ragazzi, quanto tempo di sollievo restituiamo alle famiglie. E ancora: quanto risparmio generiamo per il sistema pubblico. Perché un cittadino che trova un lavoro non è più soltanto un utente del welfare: genera buste paga, versa contributi, consuma, partecipa alla vita della comunità.
Questo è un cambiamento profondo, e volenti o nolenti, sarà una strada che tutti – prima o poi – dovranno percorrere. Perché il sistema pubblico, da solo, non riuscirà più a reggere tutto. E allora modelli come il nostro non sono solo “esperienze belle”: sono modelli che funzionano. E che dimostrano di poter generare valore condiviso.
Molti progetti virtuosi che però fanno fatica a scalare, a replicarsi. Il mondo della cooperazione, del volontariato, dell’impresa sociale in Italia è ancora molto frammentato, e a volte anche litigioso. C’è poca abitudine alla collaborazione, alla condivisione di visione. Ci si muove spesso dentro zone di comfort. E il salto verso la replicabilità è sempre visto come qualcosa che “complica la vita”.
Ma è un rischio che va corso. Noi stessi potremmo chiudere tra due anni, non lo escludo. Ma il punto è che, in quindici anni, Albergo Etico ha già prodotto un cambiamento. Oggi se ne parla ovunque. E se un giorno sparissimo, io mi auguro che non resti il nostro marchio, ma il nostro impatto. Che non ci sia più nemmeno bisogno di chiamarlo “etico”, perché l’etica sarà diventata una condizione normale in ogni albergo.
Questo è il nostro obiettivo: contaminare, non conservare. E se davvero vogliamo dimostrare che questa contaminazione è avvenuta, dobbiamo avere strumenti per raccontarla. Strumenti che diano evidenza del fatto che un investimento in un’impresa sociale non è solo sostenibile, ma genera ricchezza per tutti. Non parlo solo della ricchezza interna a un’impresa, ma della ricchezza esterna: quella che resta nei territori, nelle persone, nelle comunità. È lì che si misura, davvero, la bellezza di un progetto come questo.
Imparare dagli altri per innovare: confronti internazionali tra modelli e pratiche inclusive.
Nel panorama dell’ospitalità inclusiva, Albergo Etico dialoga con una costellazione di esperienze internazionali che, pur nate in contesti diversi, condividono la convinzione che la disabilità possa diventare un autentico motore di innovazione sociale — e di qualità di servizio. È il caso di catene come Brownies & downieS, nate nei Paesi Bassi e oggi diffuse in oltre 50 sedi dei francesi Café Joyeux, che stanno esportando il proprio format anche oltreoceano; dell’iconico Martigny Boutique Hotel in Svizzera, dove più della metà del personale ha disabilità intellettiva; o di realtà statunitensi come Bitty & Beau’s Coffee, divenute un vero brand dell’inclusione nella coffee-culture. Ogni modello custodisce soluzioni originali su formazione, governance e sostenibilità economica, offrendo spunti preziosi per chi voglia misurarsi con la replica o l’adattamento di pratiche inclusive in altri mercati.
Mario Flavio Benini. Nel vostro percorso, ci sono state pratiche o modelli internazionali che vi hanno ispirato in modo particolare? E in che modo il confronto con esperienze nate in altri contesti vi ha aiutato a innovare, o magari a mettere in discussione alcune scelte del progetto Albergo Etico? In fondo, come dicevi tu, l’obiettivo più ambizioso non è replicare un marchio, ma diffondere un’idea: far sì che un giorno non ci sia più bisogno dell’“albergo etico”, perché tutti gli alberghi saranno diventati, semplicemente, etici.
Alex Toselli. A me piace moltissimo andare a vedere chi fa, chi sperimenta, chi riesce a fare anche meglio di noi. E ancora di più mi piace costruire legami, creare collaborazioni. In Italia ci sono realtà bellissime, alcune davvero straordinarie. Spesso sono piccole, micro, radicate in territori complessi, ma capaci di una qualità impressionante. È anche questo un tratto dell’impresa sociale italiana: un’energia diffusa, fatta di nicchie vitali. Però, se vogliamo confrontarci con il mercato alberghiero e della ristorazione – che è tra i più competitivi al mondo – non possiamo limitarci a guardarci intorno. Dobbiamo viaggiare, incontrare, imparare.
Due esperienze internazionali, in particolare, mi hanno colpito e con entrambe oggi c’è un dialogo attivo. La prima è Lemon Tree Hotels, una catena alberghiera indiana che ha sedi in India, Dubai, Bhutan e Nepal. Non è una realtà no-profit, ma un’impresa vera e propria, che ha fatto una scelta molto chiara: il 20% del personale assunto è composto da persone con disabilità. Lavorano in stretta collaborazione con centri esterni che si occupano di fragilità, e riescono a costruire staff misti, altamente professionali. Li ho visitati di recente. Ho visto con i miei occhi squadre composte da persone sorde e persone autistiche lavorare insieme nel rifacimento delle camere, con tempi, gesti e coordinazione davvero straordinari.
Loro non hanno un’accademia interna come la nostra: assumono direttamente e poi formano sul campo. Ma sono rimasti molto colpiti dal nostro modello dell’Accademia dell’Indipendenza, e abbiamo cominciato a confrontarci, a scambiarci esperienze. Ci siamo incontrati in un panel internazionale sulle buone pratiche nell’hotellerie inclusiva e da lì è nato un dialogo. Io sono andato da loro, ora dovrebbero venire loro da noi. Siamo alla ricerca di un terreno comune per sviluppare qualcosa insieme.
La seconda realtà che mi ha ispirato molto è Café Joyeux, un progetto francese. Non è un albergo, ma una rete di bistrot e caffetterie inclusivi, nati da un’idea di Yann Bucaille-Lanrezac, un imprenditore alberghiero bretone. Loro lavorano con persone con disabilità intellettiva e relazionale, e hanno costruito un format solido, bello, coinvolgente. Vendono caffè, hanno le loro miscele, curano l’immagine, l’esperienza cliente… e fanno tutto con un’altissima dignità professionale. Con loro stiamo cercando di capire se è possibile creare un format ibrido: un Albergo Etico con un Café Joyeux al piano terra. È un’idea che ci affascina molto e su cui stiamo lavorando.
In fondo è questo che ci interessa: non “esportare un marchio”, ma contaminare pratiche, ibridare modelli, renderli patrimonio comune. L’obiettivo non è che esistano mille Alberghi Etici, ma che l’ospitalità inclusiva diventi la normalità. E se un giorno questo succederà, il nostro lavoro avrà davvero raggiunto il suo scopo.

La comunità che sostiene e cresce: quando il cliente diventa parte della missione.
Negli anni — dai banconi del Tacabanda alle camere dell’Accademia dell’Indipendenza — il “cliente” ha smesso di essere un semplice fruitore di servizi per diventare un alleato educativo. Dai dati SROI sappiamo che per l’86 % degli ospiti la dimensione sociale è la ragione principale di soddisfazione e di ritorno (stimata in 42.697 € annui); TripAdvisor fotografa la stessa dinamica con un rating medio “eccellente/ottimo” in oltre 100 recensioni. In altri termini, gran parte dell’impatto di Albergo Etico passa dai corridoi alle scelte di consumo consapevole di chi vi soggiorna.
Mario Flavio Benini. I dati SROI indicano che l’esperienza degli ospiti in un Albergo Etico genera un valore percepito superiore del 15% rispetto alla media del settore. Quali sono i feedback più ricorrenti che ricevete da chi soggiorna nei vostri alberghi? E come gestite i casi – rari, ma possibili – in cui l’incontro con la diversità viene accolto con diffidenza o resistenza? In fondo, come trasformate i clienti in co-costruttori di comunità?
Alex Toselli. Ormai ci capita spesso di incontrare clienti che ci seguono da anni, che magari sono stati in un Albergo Etico in Australia e decidono di venire a trovarci a Roma o in un’altra città proprio per ritrovare quella stessa esperienza. Esiste una vera e propria fidelizzazione legata non solo al luogo, ma al progetto. Sempre più persone ci cercano consapevolmente, vogliono capire dove siamo, vogliono replicare quel tipo di soggiorno, anche in luoghi diversi.
Ovviamente non tutti arrivano sapendo cosa troveranno. Dipende molto dal contesto. A Genova, ad esempio, nel nostro Albergo Etico di Palazzo Cambiaso, abbiamo una clientela molto internazionale – arrivano dalla Nuova Zelanda, dall’Armenia, dal Canada – e spesso scelgono l’hotel perché è bello, centrale, curato… e poi scoprono il progetto solo dopo essere arrivati. In altre piazze, magari più locali o meno turistiche, la scelta è più diretta: vengono proprio perché è un Albergo Etico.
Quello che osserviamo con soddisfazione è che molti, una volta scoperto il progetto, restano coinvolti. Ci seguono sui social, si iscrivono alle nostre newsletter, consigliano l’esperienza ad altri, tornano, prenotano in altre città. Questo ci dice che il messaggio passa, e che l’esperienza lascia una traccia.
Sul fronte delle criticità, certo, può capitare qualche lamentela – come in ogni struttura ricettiva – ma sono episodi isolati, e quasi mai legati alla presenza di persone con disabilità. Le classiche lamentele riguardano piuttosto aspetti tecnici: l’aria condizionata, la pulizia, il rumore. Ma in oltre dieci anni, posso contare sulle dita di una mano i casi in cui abbiamo ricevuto commenti esplicitamente negativi legati alla nostra missione sociale. E quando succede, non è il posto giusto per quella persona. Succede, va detto, ma molto raramente.
Noi lavoriamo anche con i nostri ragazzi per prepararli a gestire eventuali commenti sgradevoli. Non sempre una persona è in grado di riconoscere chi ha davanti. Un cliente potrebbe non comprendere che chi lo sta servendo è una persona con una fragilità invisibile – come può essere nel caso dell’autismo – e interpretare una lentezza o un’incertezza come incompetenza o scortesia. Cerchiamo di spiegare ai ragazzi che queste incomprensioni fanno parte della vita, e che se qualcosa li mette in difficoltà devono rivolgersi a un collega, chiedere supporto, ma senza perdere fiducia in sé stessi.
Infine, ti confesso che non abbiamo mai avuto a che fare con vere e proprie comunità di hater. Forse anche perché abbiamo scelto una comunicazione sobria, misurata. Non siamo un progetto che cavalca l’onda del sensazionalismo. Non abbiamo mai voluto spettacolarizzare la disabilità, e questo – se da un lato ci rende meno visibili presso il grande pubblico – ci ha anche protetti. I nostri luoghi sono accoglienti ma anche tutelati. Non sono vetrine esposte al giudizio costante.
Certo, ci sarebbe bisogno di più visibilità. Ma preferiamo che sia quella buona, costruita nel tempo, sulla qualità dell’esperienza. E in fondo, forse, anche questo è un modo per costruire comunità: non gridando più forte, ma rimanendo fedeli a ciò in cui crediamo.
Mario Flavio Benini. Una cosa che mi interessa particolarmente è il legame tra un albergo e il suo contesto. Da un lato, l’albergo accoglie persone che arrivano da fuori – da altri paesi, da altre città – e porta quindi con sé una dimensione mobile, internazionale. Ma dall’altro, è anche un presidio territoriale, fortemente radicato: dipende da fornitori, servizi, reti locali. Mi chiedo allora: quanto e come riuscite a coinvolgere la comunità di prossimità, quella che vive attorno all’albergo, nel quartiere o nel municipio in cui siete inseriti?
Alex Toselli. C’è un coinvolgimento profondo, assoluto. Anzi, ti direi che quella comunità – quella del territorio immediato, del quartiere, della zona – è il nostro target primario. L’Albergo Etico non è pensato come una struttura che si chiude su sé stessa, ma come un punto di riferimento per il luogo in cui si trova.
Il primo livello è quello dei fornitori. Privilegiamo fornitori sociali, che condividano i nostri valori. Per esempio, ci affidiamo a cooperative o realtà del terzo settore per i servizi di lavanderia, oppure selezioniamo produttori locali – anche questi spesso impegnati in percorsi inclusivi – per l’approvvigionamento di cibo e bevande. Cerchiamo insomma di generare valore nella filiera, non solo all’interno dell’albergo.
Ma non ci fermiamo qui. Apriamo i nostri spazi a chi ha bisogno di visibilità o desidera creare relazioni. Le aree comuni dei nostri hotel ospitano mostre di artisti locali, eventi promossi da associazioni di quartiere, presentazioni organizzate da famiglie, scuole, servizi sociali. Vogliamo che le persone della comunità sentano l’albergo come un luogo anche loro. Non come uno spazio “altro” da guardare con distanza, ma come un pezzo del proprio ecosistema.
E c’è poi un aspetto che spesso si sottovaluta: le persone che vivono in quel quartiere hanno amici, parenti, colleghi che vengono da fuori. E quando ricevono una visita, amano poter consigliare un posto dove dormire. Sempre più spesso le famiglie non hanno spazio in casa, soprattutto nelle grandi città. Avere un luogo affidabile, accogliente, vicino, da proporre a chi arriva in visita, è un bisogno reale. E noi vogliamo essere quella risposta.
Per noi è fondamentale che la comunità dica: “Quando vieni da me, ti porto a dormire lì. Lì stai bene.” È questo che dà senso al progetto. Non basta che l’albergo sia bello. Deve essere vissuto. E un albergo vissuto non è solo quello che ospita, ma quello che restituisce qualcosa al territorio.
È questo, alla fine, che rende un albergo davvero etico. Non solo l’inclusione delle persone fragili, ma il fatto che l’albergo sia radicato, permeabile, in dialogo con ciò che lo circonda. Le camere accolgono chi arriva da lontano, ma il piano terra è aperto a chi vive lì vicino. Le storie degli ospiti si intrecciano con quelle del quartiere. E allora sì, l’albergo non è più un contenitore neutro: diventa parte attiva della comunità, e questo fa tutta la differenza.

Dietro ogni risultato, una storia: ascoltare per vedere oltre la visibilità.
Le valutazioni SROI parlano di numeri, proxy e indicatori; le rassegne stampa mostrano premi, aperture di nuove sedi, partnership con grandi aziende. Eppure, dietro ogni linea di bilancio e ogni taglio del nastro, c’è la biografia di un ragazzo o di una famiglia che — prima di diventare “caso studio” — ha attraversato timori, fallimenti, piccoli traguardi. Dal primo stage di Niccolò in cucina (oggi tutor) alla “rete d’accoglienza in famiglia” creata dalle super mamme, il Metodo Download sottolinea che l’impatto reale si misura nell’intreccio di storie individuali che faticano ad arrivare sui media, ma che alimentano la resilienza del progetto.
Mario Flavio Benini. Molte persone con fragilità non solo affrontano barriere concrete, ma vivono anche una forma di invisibilità: le loro storie restano ai margini, raramente ascoltate o restituite. Voi, che ogni giorno incontrate percorsi di vita complessi, piccoli successi e anche battute d’arresto, come custodite queste narrazioni? Che uso fate delle storie che attraversano l’Albergo Etico, al di là della comunicazione o della rendicontazione sociale?
Alex Toselli. Ti direi che sono un bagaglio umano inestimabile. Le storie che abbiamo incontrato – dei nostri ragazzi, degli ospiti, delle famiglie, delle persone che ruotano intorno ai nostri alberghi – sono tantissime, e ciascuna avrebbe qualcosa da insegnare. Sì, ci piacerebbe raccoglierle, raccontarle, farne un patrimonio comune. Ma non è semplice.
Quando siamo partiti, ad Asti, pubblicammo un piccolo libro. Si chiamava “Da Asti verso una città etica”. Era un racconto pionieristico, un’intuizione ancora in fase di costruzione. Oggi, dopo tanti anni e tanti volti incontrati, sentiamo il bisogno di fare qualcosa di diverso. Non tanto un manifesto, ma una raccolta di pillole di vita: brevi aneddoti, testimonianze, istantanee reali di quello che è successo e continua a succedere.
Vorremmo farne una pubblicazione vera e propria – magari un libretto semplice, sia in formato digitale che cartaceo – da mettere a disposizione negli hotel. Qualcosa che gli ospiti possano leggere se vogliono, che resti lì come segno della complessità e della bellezza che ci attraversa ogni giorno. Perché l’esperienza dell’Albergo Etico non è solo nelle camere o nel servizio: è anche nella relazione, nei piccoli gesti, nei cambiamenti silenziosi.
Mi piacerebbe che questo libricino fosse un segno della nostra identità. Perché, te lo dico sinceramente, quando giro il mondo e incontro altre realtà, vedo che la personalizzazione viene fatta spesso sul piano estetico – un angolo d’arredo, un design locale – ma raramente sulla storia. Raccontare chi sono le persone che vivono, lavorano, lottano in un progetto: questo è molto più difficile, ma anche molto più vero.
Stiamo studiando come fare. Ci vuole tempo, attenzione, cura. Ma ci crediamo. Perché una storia ascoltata e restituita può cambiare lo sguardo di chi legge. E può anche diventare una bussola per le nostre scelte future. Non si tratta solo di comunicazione. Si tratta di memoria, di senso, di comunità.
Mario Flavio Benini. Ho recentemente intervistato Antonio Mumolo, fondatore di Avvocato di Strada, una rete di sportelli legali che lavora in tutta Italia con le persone senza dimora. Anche lui ha raccolto un libro di storie, non per raccontare semplicemente delle vite difficili, ma per mostrare come quelle storie abbiano generato cambiamento: percorsi di inclusione, nuove leggi, formazione. Credo che raccontare le storie trasformative – senza edulcorarle, senza usarle come semplice strumento comunicativo – possa restituire davvero il senso profondo di un progetto. Ma non è facile. Richiede tempo, cura, ascolto. Ecco, mi chiedo: cosa significa per voi raccogliere queste storie? E in che modo diventano parte del vostro lavoro quotidiano, dei vostri cambiamenti reali?
Alex Toselli. Raccogliere storie, per noi, richiede una pazienza profonda. Richiede un ascolto vero. Perché quando le storie arrivano da persone con una disabilità o un disagio, non sono mai lineari. Non vengono “raccontate” come siamo abituati ad ascoltarle. Noi due, adesso, stiamo facendo un’intervista. Ci parliamo, ci capiamo, costruiamo un discorso. Ma questo è un tipo di normalità che non si può dare per scontata.
Quando lavori con persone fragili, serve tempo. A volte, serve tantissimo tempo. Non puoi pensare di ottenere una narrazione “completa” in un’ora. Bisogna imparare a stimolare, a far emergere, a leggere i silenzi, a cogliere le esitazioni. Bisogna capire come fare le domande, quando, e fino a dove puoi spingerti. È un lavoro delicato, che va fatto con rispetto, senza forzature, e con la consapevolezza che i contenuti ci sono – eccome se ci sono – ma hanno un’altra forma, un altro ritmo.
Eppure è proprio lì, in quel tipo di racconto, che si gioca la possibilità del cambiamento vero. Quando riesci a raccogliere una storia che all’inizio sembrava muta, e a darle voce, a restituirle dignità, allora entri in un punto cruciale: quello in cui il tuo lavoro può davvero cambiare la vita di qualcuno.
Questo è il nostro metro del successo. Non i numeri, non le percentuali, ma le trasformazioni visibili. E sono spesso piccole cose, ma potentissime: una persona che comincia a parlare meglio, che si muove con più sicurezza, che lavora con più autonomia, che entra in relazione con gli altri, che viaggia per la prima volta da solo. Sono gesti che per molti sembrano normali, ma che per qualcuno rappresentano una rivoluzione.
E noi lì ci siamo. Possiamo vederlo, toccarlo, accompagnarlo. Ed è un privilegio enorme. È un patrimonio umano che va raccontato con cura, senza strumentalizzarlo, ma anche senza nasconderlo. Perché è la prova tangibile che cambiare si può. Ed è lì, in quel cambiamento concreto, che il nostro lavoro trova il suo vero senso.

Costruire l’equilibrio possibile: tra sostenibilità economica e missione sociale.
Il vostro è un modello ibrido che combina i ricavi dell’ospitalità e della ristorazione con il reinvestimento degli utili e il sostegno di partner di “social impact banking”. L’analisi SROI condotta sul caso di Asti ha già mostrato un valore creato ben superiore alle risorse impiegate, ma nei fatti l’equilibrio fra bilanci, standard alberghieri e percorsi educativi richiede una continua opera di fine-tuning, soprattutto in un settore esposto a crisi sanitarie, stagionalità e shock energetici.
Mario Flavio Benini. Il vostro è un progetto che deve continuamente mantenere un equilibrio complesso: da una parte la sostenibilità economica in un settore altamente competitivo come l’hotellerie, dall’altra l’impegno sociale verso l’inclusione lavorativa e l’accompagnamento dei ragazzi dell’Accademia dell’Indipendenza. Quali leve organizzative, economiche o di rete vi aiutano oggi a sostenere questo equilibrio? E quali strategie di resilienza avete attivato per proteggere il progetto quando il contesto esterno, come accaduto ad esempio durante la pandemia, diventa particolarmente instabile?
Alex Toselli. La prima leva è quella classica: il lavoro quotidiano, fatto bene. Siamo dentro un mercato estremamente competitivo, e per questo dobbiamo essere capaci di gestire con attenzione sia i costi sia i ricavi. È fondamentale avere un approccio imprenditoriale serio, sostenibile in senso pieno, anche economico, con un’attenzione costante alle logiche di prezzo, di gestione, di qualità. Questo non significa rinunciare alla nostra specificità, anzi: la nostra “attenzione progettuale” – quella che i nostri competitor non hanno – è parte integrante del nostro DNA.
Ma ci sono momenti in cui tutto questo non basta.
Durante la pandemia, per esempio, ci siamo trovati per mesi impossibilitati a svolgere la nostra attività principale: accogliere ospiti, far vivere l’albergo come spazio di lavoro e relazione. Questo ha avuto un impatto enorme, perché il nostro progetto si regge proprio sul fare, sull’azione quotidiana, sull’interazione costante tra ospiti e ragazzi. Quando tutto si è fermato, è venuta meno quella dimensione esperienziale che è la base del nostro modello educativo e imprenditoriale.
I ragazzi dell’Accademia hanno vissuto un ritorno forzato alla segregazione, hanno perso lo spazio di relazione, di formazione, di autonomia. È stato un disagio fortissimo, per loro e anche per noi. Il progetto si regge proprio sull’incontro, sull’operatività quotidiana, sull’allenamento alla vita: quando tutto questo si blocca, si perde il cuore pulsante del modello.
C’è poi un elemento strutturale che dobbiamo affrontare ogni anno: l’Accademia dell’Indipendenza non è autosufficiente dal punto di vista economico.
C’è un gap, che stimiamo intorno al 20-25% dei costi, che viene coperto con donazioni, bandi, sostegno di fondazioni. È giusto che sia così – perché è la parte più trasformativa del progetto – ma richiede un lavoro costante, una ricerca continua di risorse, contatti, fiducia.
Oggi possiamo contare su un buon livello di fiducia nel nostro modello, che si è consolidato negli anni e ha retto anche alla crisi. Siamo riconoscibili, siamo scelti anche per ciò che rappresentiamo.
Ma l’equilibrio resta una sfida quotidiana. Non esiste una volta per tutte. Si costruisce giorno dopo giorno.
Comunicare senza semplificare: raccontare l’inclusione evitando stereotipi e retorica.
Dal 2015, con la storia di Niccolò portata a EXPO e le successive aperture in Italia e all’estero, Albergo Etico ha ottenuto ampia copertura mediatica – dal servizio di TG1 alle Storie di Sostenibilità di Enel Cuore Onlus nei podcast di Will Media – sempre cercando di parlare di disabilità senza pietismo né eroismi. Al centro c’è un lessico concreto: competenze, qualità del servizio, autonomia. Ma quando si cresce su più mercati e piattaforme social, il rischio di scivolare in immagini “edificanti” o, al contrario, sensazionalistiche aumenta.
Mario Flavio Benini. La comunicazione è un elemento fondamentale, soprattutto in un progetto come il vostro, che ha molteplici anime e si sviluppa in contesti differenti. Comunicare bene il modello generale, ma anche le singole progettualità locali, è cruciale per creare consapevolezza e coinvolgimento.
Nel vostro caso esistono diversi materiali: contenuti online, servizi televisivi anche piuttosto approfonditi, un podcast con Will Media… Insomma, l’attenzione alla comunicazione si vede.
Ma mi chiedevo: avete una figura o un gruppo che si occupa in modo coordinato della comunicazione complessiva? Esistono linee guida comuni per tutti gli Alberghi Etici?
Alex Toselli. Abbiamo un amico e professionista che ci segue da molti anni: si chiama Eugenio Giannetta, è giornalista, oggi scrive per Avvenire, e conosce il progetto fin dai suoi inizi. È una persona preparatissima, estremamente rigorosa. E questa è anche la nostra cifra: non siamo mai stati quelli degli slogan facili. C’è chi comunica puntando su messaggi forti, emozionali, virali — penso a quei video dove si dice: “prima non parlava, adesso fa la pizza” — ma per noi quel tipo di comunicazione è rischiosa, fuorviante.
Per una famiglia che vive ogni giorno la disabilità, quel messaggio può suonare più come una forzatura che come una speranza. E non è il messaggio che vogliamo dare.
Noi preferiamo un’altra strada.
Abbiamo un secondo collaboratore che segue i contenuti social, e ogni comunicazione esterna — interviste, articoli, post — viene letta, riletta, condivisa, prima di essere pubblicata. Personalmente non rilascio interviste se prima non ho visto il testo: so bene quanto un messaggio possa essere travisato, decontestualizzato, trasformato in qualcos’altro.
Certo, questa scelta ha un costo: arriviamo a un pubblico più ristretto, più lento, ma anche più attento.
E va bene così, perché il nostro progetto ha bisogno di tempo per essere compreso. Non si può raccontare in due slogan. Servono attenzione, ascolto e profondità. E chi ci segue davvero, questo lo capisce.

Il messaggio profondo: per una società che non lascia indietro nessuno
Dai percorsi di autonomia dei ragazzi alle “contaminazioni” che coinvolgono quartieri interi, l’Albergo Etico dimostra – con i fatti prima che con le parole – che l’inclusione può diventare motore di valore condiviso. È una visione che rispecchia il modello bio-psico-sociale sancito dalla CRPD ONU: la disabilità non è soltanto una questione clinica, ma nasce dall’intreccio fra condizioni individuali, fattori psicologici e barriere (o opportunità) dell’ambiente. In questo quadro, creare contesti accoglienti e relazioni significative è tanto essenziale quanto offrire servizi. Allo stesso modo, l’approccio delle capability di Amartya Sen ricorda che il benessere dipende dalle reali opportunità di “fiorire” che una società mette a disposizione di ciascuno.
Mario Flavio Benini. Come immagini il futuro dell’Albergo Etico e dell’Accademia?
Quali sviluppi vedi all’orizzonte, sia dal punto di vista operativo che valoriale?
E, in definitiva, qual è il messaggio che desideri lasciare a chi entra in contatto con il vostro progetto — ospiti, partner, istituzioni — perché non si senta solo un destinatario, ma parte attiva di una comunità in cui nessuno resta indietro?
Alex Toselli. Per il futuro vedo — e auspico — una crescita concreta delle opportunità per i ragazzi e le ragazze che accogliamo. Anche perché la domanda sta aumentando in modo strabordante. Parliamo di una platea in continua espansione: solo in Italia ci sono oltre 600.000 persone con una diagnosi di autismo, e oggi un bambino su 52 riceve questa diagnosi nei primi tre anni di vita.
Numeri enormi, che diventano vertiginosi se allarghiamo lo sguardo al mondo. Quando sono stato in India, dove pure c’è meno attenzione diagnostica rispetto a noi, si stimano oltre 20 milioni di persone autistiche.
Il punto è che questi bisogni stanno crescendo esponenzialmente.
Ma non stanno crescendo, di pari passo, le risorse economiche, le opportunità di lavoro, gli strumenti di inclusione. È come se avessimo due curve divergenti: una che punta al cielo, e una che fatica a salire di un gradino.
Il mio auspicio? Che un giorno Albergo Etico non esista più come eccezione. Che non ci sia più bisogno di chiamarlo così. Che diventi la norma. Perché, a un certo punto, non sarà più una scelta etica, ma una necessità strutturale. Se non rispondiamo insieme a questa sfida, semplicemente… non ce la faremo.
E poi, guarda: quando parliamo di inclusione, a volte facciamo fatica a definirla. Ma basta pensare all’opposto.
A quando ci siamo sentiti esclusi. Ognuno ha un episodio, ce l’ha subito a portata di memoria. È lì che dobbiamo partire: dalla ferita dell’esclusione, per capire davvero cosa significa creare uno spazio accogliente.
E infine — ma forse è il cuore di tutto — dobbiamo capire che questi non sono “altri da noi”. Basta andare poco lontano per trovare la fragilità in casa nostra: un figlio, un fratello, un genitore, un nipote.
Non è qualcosa che riguarda gli “altri”, ma ciascuno di noi, da vicino o da molto vicino.
E allora, sì: Albergo Etico è un contenitore che offre risposte a questi bisogni profondi.
Si muove in un settore produttivo che per l’Italia è e resterà strategico — il turismo — in un momento in cui mancano figure professionali e c’è una crisi di vocazione tra i giovani. In un contesto in cui le politiche migratorie non hanno ancora trovato un equilibrio chiaro, questo progetto può dare lavoro, dignità e formazione anche a persone fragili, e farlo in modo concreto, sostenibile, utile per tutti.
Ecco, per me questa è una ricetta fondamentale per il benessere comune.
Per il bene di ciascuno e per quello della nostra società intera.

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