Abitare che cura. Un approfondimento su psicologia, legami e desiderio nel modello Housing First.

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Fotografie: PsyPlus

La casa non è solo un tetto: è il contenitore simbolico che può riorganizzare l’identità frammentata di chi ha vissuto nella devastazione.

Giuseppe Riefolo, Storie ai margini.

Dopo il confronto con Giulio Ciucci sulla genesi e la visione del progetto Housing First a Roma, proponiamo un approfondimento che si concentra sull’esperienza clinica e relazionale maturata da due professioniste attive in PsyPlus ETSBeatrice Simmi, psicologa e psicoterapeuta, referente clinica dell’Area Inclusione Sociale, e Giulia Paoloni, psicologa e coordinatrice del progetto Libera Mente, rivolto a persone in condizione di vulnerabilità economica.
L’intervista si sviluppa come un focus tematico sui nodi più delicati e spesso invisibili del lavoro con persone senza dimora: la casa come contenitore psichico e affettivo, la perdita dell’abitare come trauma identitario, il ruolo trasformativo dell’équipe, il rientro in casa come soglia da attraversare. Come sottolinea Riefolo “la perdita della casa è una rottura del legame simbolico”.
Si approfondisce così un tratto fondamentale del modello Housing Plus: l’abitare come processo soggettivo, clinico e relazionale, non riducibile a un semplice esito sociale. È uno spazio simbolico in cui la psiche si muove, si ritira, si espone, si ricostruisce. Nel corso del dialogo emergono esperienze di coabitazione, riflessioni sul tempo dell’abitare, sulla cura come responsabilità condivisa e sul limite del volontariato in assenza di contenitori adeguati.

Un’intervista che integra e completa la riflessione avviata nella prima parte e nella seconda parte dell’intervista a Giulio Ciucci, offrendo uno sguardo vivo e consapevole sul lavoro psicologico all’interno della marginalità estrema.

Integrare la psicologia nei progetti abitativi Housing First.

Mario Flavio Benini. Perché, secondo voi, il supporto psicologico non entra ancora stabilmente nei progetti di Housing First italiani, o comunque fatica a diventare una componente permanente e integrata?

Giulia Paoloni. Bella domanda. La prima cosa che mi viene in mente riguarda proprio l’immagine che questa professione ancora trasmette. La psicologia, la psicoterapia, sono spesso percepite culturalmente come qualcosa di un po’ “aleatorio”, poco tangibile, non concretizzabile. Qualcosa che appartiene al mondo del pensiero, delle idee… quando invece, almeno per come la vedo io – e penso che sia un sentire abbastanza condiviso nella nostra équipe – la psicologia è una scienza dell’intervento.
Parte certo da un pensiero, da una riflessione profonda sui contesti, sui legami, sulle dinamiche personali e istituzionali… ma poi si traduce in un’azione concreta. Sempre un intervento è.
Per questo trovo interessante la tua domanda: perché esiste ancora, a livello culturale, l’idea che il lavoro psicologico debba restare chiuso in una stanza, con un certo setting, un certo assetto. Invece la clinica è nella vita, nella realtà quotidiana. E forse questa professione, finora, ha faticato a trasmettere questa dimensione. È rimasta un po’ chiusa, autoreferenziale, nel suo spazio.

Beatrice Simi. Mi trovo perfettamente d’accordo con Giulia. In effetti, quello che caratterizza il lavoro in un’équipe come la nostra, dove c’è una forte attenzione alla dimensione psicologica, è proprio il fatto che le azioni che facciamo non siano “automatiche”: c’è un pensiero dietro, c’è un sentire.
E senza entrare troppo nei tecnicismi, lavoriamo anche con ciò che succede nella relazione. È un lavoro che implica una presenza mentale ed emotiva.
Aggiungerei un altro spunto: mi chiedo se non ci sia anche un aspetto legato a come viene ancora percepito il “senza dimora”. Penso ai giovani psicologi, nei primi anni di formazione: quasi tutti fanno esperienze che non sono da psicoterapeuti in stanza, ma da operatori relazionali, lavorano con adolescenti, giovani adulti… e lì la relazione è centrale.
Forse invece il lavoro con i senza dimora viene ancora visto troppo in un’ottica assistenzialistica: dare il pasto, l’aiuto materiale, il servizio. E allora il lavoro relazionale passa in secondo piano. Finché rimane questa visione, forse servirà ancora tempo per far passare l’idea che anche qui la relazione – e dunque la componente psicologica – debba essere al centro.

Lavorare sulle reti: cura, fiducia, contesti.

Mario Flavio Benini. Restiamo ancora un momento su questo tema, perché mi sembra davvero centrale. Nelle ricerche più recenti, ad esempio quella realizzata dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università la Sapienza di Roma e raccolta nel volume “Povertà estreme” anche qui a Roma emerge sempre di più che la condizione di senza dimora è un fenomeno multidimensionale: non si diventa homeless solo per la perdita di un lavoro, ma per un insieme di fattori intrecciati. E come diceva anche Giulio Ciucci sappiamo anche che più a lungo una persona resta in strada, più la situazione si cronicizza, come accade in molte patologie gravi.
In questo quadro, appare chiaro che un pasto o un posto letto non bastano: serve un lavoro complesso, su più piani. Eppure, nonostante anni di dibattito, sembra che stentino a nascere équipe e modelli di intervento davvero multidimensionali. Secondo voi perché? 

Giulia Paoloni. Nella tua domanda ci sono tante parole che risuonano: cronicità, multidimensionalità, lavoro d’équipe, rete… Per come la vedo io, uno degli aspetti fondamentali del nostro approccio – che deriva sia dalla formazione che dall’esperienza sul campo – è proprio il porsi come operatori “di confine”: non lavoriamo solo sulla persona, ma attorno alla persona.
Cerchiamo di ricucire quella frammentazione che attraversa ogni livello della nostra società: da quello istituzionale fino a quello familiare. Viviamo in tempi frammentati, e la frammentazione alimenta isolamento, sfiducia, paura. Lavorare sulle reti, quindi, è già prendersi cura della persona. Significa stare sui contesti, sui legami.
Questo, per me, è il modo più efficace di affrontare il lavoro con le persone senza dimora. Ma è una scelta controcorrente, perché va in direzione opposta rispetto a molte delle derive attuali del lavoro sociale.
È difficile, richiede pazienza, un investimento continuo. Ma è anche l’unica strada, secondo me, che può produrre un cambiamento reale.

Beatrice Simi. Lavorare sulla rete è fondamentale, perché proprio l’isolamento, la perdita di legami, è spesso la radice della condizione di strada.
E questo lavoro non riguarda solo le reti esterne: parte innanzitutto da noi, dalle nostre relazioni come équipe. Non possiamo pretendere di costruire legami per gli altri se non coltiviamo i nostri. E la presa in carico, da noi, non è mai individuale: è sempre una presa in carico dell’équipe.
Noi ricreiamo una rete attorno alla persona e poi proviamo, con pazienza, a riannodare le reti che quella persona ha perso o che possono essere riattivate.
È un lavoro lungo e faticoso, fatto di tentativi, di passi avanti e indietro, di tempi che non sempre coincidono. A volte sembra di non muoversi affatto, ma poi, all’improvviso, qualcosa cambia: un gesto, una parola, un piccolo segnale di fiducia. Ed è lì che capisci che il filo sta tenendo.

Quando arrivi a percepire questo — che la relazione, nonostante tutto, tiene — allora senti che questa è davvero la strada giusta. Le altre risposte rischiano di essere parziali, frammentate.
E questo non vale solo per le persone senza dimora: è qualcosa che attraversa oggi tutta la nostra società. Sempre più individualismo, sempre meno comunità, sempre più fatica a vedersi e a riconoscersi reciprocamente.

Giulia Paoloni. Sì, e aggiungerei un’altra cosa. Mi viene in mente un articolo che abbiamo discusso di recente in scuola di specializzazione. La domanda che poneva era: “Dove si colloca la mente dell’individuo?”.
Se pensiamo che stia tutta dentro l’individuo, il nostro intervento seguirà una certa direzione. Ma se riconosciamo che la mente vive anche nei legami, nei contesti, nelle relazioni… allora il nostro lavoro cambia radicalmente.
Perché se vogliamo davvero sostenere una persona, e promuoverne i diritti e il benessere, dobbiamo lavorare sui suoi legami, sulle sue connessioni con gli altri e con il mondo.
E questo, come diceva Beatrice, passa anche dalla relazione tra noi e il beneficiario, e tra noi come équipe. Se non ci prendiamo cura prima di tutto di noi stessi, di come stiamo nella relazione, poi non può passare nulla di buono. Tutto parte da lì.

Singolarità e desiderio: abitare la relazione.

Mario Flavio Benini. Spesso nei servizi si tende a proporre percorsi molto standardizzati: ci si aspetta che la persona si “prenda carico” dei propri problemi e segua un iter prestabilito – corsi, collocamento, lavori di basso livello, spesso sottopagati o pagati in nero. Se non ci riesce, si attribuisce il fallimento a una sua “mancanza di volontà”.
In questo modo però si perde di vista la storia individuale, le proprie capacità, la rete di legami (o di rotture) che quella persona porta con sé. Come affrontate voi questo lavoro di ricostruzione dei legami e di riconoscimento della singolarità?

Beatrice Simmi. Guarda, proprio ieri riflettevo su queste cose… Chi sceglie di vivere in strada sta comunicando qualcosa. Come se dicesse: “Non ho mai avuto un posto. Non solo uno spazio fisico, ma un posto nella mente dell’altro.
Tutte le nostre azioni comunicano. E un approccio standardizzato, uguale per tutti, rischia proprio questo: di mettere a tacere la voce di chi abbiamo davanti.
Se poi gli diciamo: “Non hai trovato lavoro? Allora è colpa tua, non ti sei impegnato abbastanza”… non facciamo che aggiungere un ulteriore fallimento, un altro strato di colpa.
Forse invece quello che una persona ci sta chiedendo è prima di tutto di essere tenuta a mente. Di sapere che c’è qualcuno che la pensa, che la considera. E da lì può nascere una relazione. E in quella relazione si può capire, insieme, cosa desidera davvero per sé. A volte nemmeno la persona lo sa, serve tempo.
Per me è questo il punto: creare quello spazio mentale e relazionale in cui qualcosa può emergere.

Giulia Paoloni. Sì, assolutamente. E proprio su questo mi veniva in mente un esempio.
Seguo un beneficiario che è stato inserito in un appartamento un po’ particolare: non un condominio classico, ma una sorta di villetta, in un quartiere con un’atmosfera quasi da piccolo villaggio.
All’inizio lui quasi non ci stava mai, era come se la casa non fosse “abitata” da lui, nemmeno interiormente. Poi, piano piano, ha iniziato a percepire che i vicini lo vedevano, che c’era un’attenzione. Il vicino che taglia la siepe, il barista sotto casa… piccoli segnali.
Questo lo ha spinto prima a parlarne con me, poi a voler incontrare i vicini, a entrare in relazione. Ora è lui che mi porta a vedere i suoi luoghi: il bar dove ormai lo conoscono, la chiesa dove passa… Si è ricreato un suo contesto.
Perché essere visti – sentirsi visti – ti fa esistere nella relazione. Se nessuno ti vede, svanisci. Se qualcuno ti vede, inizi a esserci, a cambiare, a voler abitare quel legame.
E non è mai semplice, certo. Ma lo sguardo dell’altro è strutturante: ti rimanda un’immagine di te stesso. E se ti piace, bene; se non ti piace, ci si può lavorare. Ma senza quello sguardo, non succede nulla.

La casa come contenitore di continuità.

Mario Flavio Benini. Che cosa significa, nel vostro lavoro, andare oltre l’emergenza e strutturare invece percorsi di accompagnamento di lungo periodo, come avviene nell’Housing First? Quali sono le implicazioni, in termini operativi e organizzativi? E che ruolo ha, per voi, la continuità del team: perché spesso, in molti contesti, il lavoro è molto frammentato, fatto da volontari a rotazione, con poca possibilità di costruire legami nel tempo. Cosa significa per voi, invece, lavorare sui tempi lunghi, con una relazione che si sviluppa e si trasforma?

Giulia Paoloni. Lavorare sui tempi lunghi ha un valore enorme. Da un lato è rassicurante, perché ti permette di legittimarti nel lavoro: avere il tempo necessario da dedicare a una persona ti consente di stare davvero in quella relazione, senza dover correre o “produrre risultati” in tempi imposti.
Anche i servizi, spesso così sofferenti per motivi economici e sistemici, finiscono per operare in una logica di urgenza. Invece, quando un progetto è pensato per durare il tempo che serve, ti permette di lavorare in modo più autentico.
Ma non è solo una questione di tempo o di operatori. Per come lo sto vivendo io, in realtà lo strumento di lavoro vero non siamo solo noi, o l’équipe: è la casa.
È la casa che diventa l’organizzatore psichico per quella persona. Noi partiamo da lì. La casa contiene tutto: il rapporto, la persona, le separazioni che possono avvenire (perché anche gli operatori cambiano, la vita cambia).
La casa rimane. È il campo che contiene. E questo dà senso e continuità, anche se un operatore per qualsiasi ragione dovesse andare via. Non dobbiamo essere noi a renderci indispensabili: è la casa che crea continuità.

Beatrice Simmi. Sì, aggiungo solo un aspetto più pratico. Come già dicevamo, la presa in carico è sempre dell’équipe, non del singolo operatore. Quindi la persona si sente dentro un progetto più ampio, non dipendente solo da una figura.
Per questo motivo, anche se qualcuno cambia, la casa resta e il percorso va avanti.
Il tema dei volontari è un po’ delicato, perché è difficile lavorare con volontari che ruotano o che hanno presenze discontinue. Però, per esempio, noi abbiamo persone in tirocinio che a volte ci accompagnano nelle visite domiciliari. In quei casi, un elemento fondamentale è la capacità di ascolto.
Ti faccio un esempio: una persona che accompagnamo ha notato che un tirocinante non veniva più, e lo ha chiesto. È importante poterlo dire, parlarne apertamente. Noi stiamo molto attenti alle relazioni: anche quando avviene una separazione o un cambiamento, la accompagniamo, la prepariamo.
Anche le separazioni fanno parte del lavoro, sono materiale su cui si può lavorare insieme. 

Il ritorno in casa: attraversare la soglia psichica.

Mario Flavio Benini. Per molte persone che hanno vissuto a lungo in strada, entrare in casa non è un semplice passaggio logistico, ma un cambiamento profondo, che investe la percezione di sé, il rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’altro. Abitare, in questi casi, significa anche ricostruire un legame con la propria storia, con la possibilità di desiderare, di essere pensati, di esistere di nuovo nello sguardo dell’altro. Vorrei allora chiedervi come osservate voi — nella pratica quotidiana — questo passaggio: cosa succede nei momenti di rientro in casa, nella relazione con gli spazi, nei tentativi di ricostruzione identitaria? Come cambia il vostro modo di stare accanto alle persone in queste fasi così delicate?

Giulia Paoloni. Tantissimi spunti… non so se Beatrice è d’accordo, ma qui verrebbe da aprire molti cassetti. Forse il modo più chiaro per rispondere è partire dall’esperienza diretta, dal lavoro che stiamo facendo ogni giorno.
In effetti, sì: vediamo spesso quanto l’ingresso in casa non sia un fatto lineare. Non è semplicemente “ti do una casa e tu la abiti”. È un passaggio che richiede un accompagnamento, perché comporta la rielaborazione di vissuti profondi, di ferite.
Ci sono persone che fanno una gran fatica, e allora bisogna stare molto attenti a capire: sono io, come operatrice, che spingo perché questa persona entri in casa, oppure è lei che lo desidera, ma ha bisogno di essere aiutata in questo movimento?

Beatrice Simmi. Ti faccio un esempio: seguiamo un uomo che viveva in strada da anni, poi è passato per un periodo all’ostello della Caritas e infine è arrivato all’appartamento. Ma il passaggio è stato tutto un gioco di equilibri: un po’ in casa, un po’ in ostello, poi di nuovo in casa, poi magari una notte tornava fuori… Un andare avanti e indietro, che abbiamo accompagnato con attenzione, anche attraverso un percorso di psicoeducazione con me.
In termini psicoanalitici, diremmo che serve una funzione “transizionale”: qualcuno che accompagni quel passaggio tra due stati dell’essere. Perché la casa, in sé, non è un contenitore neutro: è piena di significati, e per alcuni contiene anche dolore, fallimenti, aspettative disattese. Bisogna avere il tempo e lo spazio per affrontarli.
E anche oggi, pur essendo ormai stabilmente in casa, questa persona ci mostra quanto sia ancora in movimento. Anche nel modo in cui parla di sé con gli altri, evita di dire apertamente che oggi ha una casa. È come se avesse bisogno di difendere un’identità costruita in strada, che non può essere abbandonata di colpo.
Allo stesso tempo, però, vedi che qualcosa si muove. In un incontro recente ha voluto regalarmi un oggetto trovato per strada — ci teneva a sottolineare che non era rubato — come gesto di riconoscenza. Sentiva il bisogno di non essere solo “uno che riceve”, ma di poter dare qualcosa, di essere attivo in quella relazione.
Ecco: questi passaggi, che a volte sembrano piccoli, in realtà sono enormi. Parlano proprio di un movimento interiore che ha a che fare con quella ferita psichica di cui parlavi: essere visti, sentirsi “pensati” da qualcuno, avere un posto — non solo fisico, ma nella mente e nello sguardo dell’altro.

Giulia Paoloni. È così. E questa cosa la vediamo ancora di più nei percorsi di coabitazione. Ti porto un altro esempio, dall’appartamento che sto seguendo come facilitatrice della convivenza.
All’inizio, per queste persone, la casa era solo un posto dove dormire. Nulla di più. Il tema era: “chi pulisce?”, “come ci organizziamo?”, “a che ora spegniamo la luce?”. Cose pratiche, che però mostrano un modo di vivere la casa ancora difensivo, legato al bisogno immediato.
Poi, con il tempo — e stiamo parlando di più di un anno di lavoro — è emerso qualcosa di nuovo. Oggi i coinquilini parlano fra loro di cosa significhi davvero vivere lì insieme. C’è chi dice: “Ma noi dovremmo essere come una famiglia”. Altri rispondono: “Ma non siamo una famiglia. Siamo coinquilini? Siamo una comunità? Che cosa siamo?”.
Vedi che la casa comincia a diventare qualcosa che va oltre i muri e i mobili: diventa un luogo di relazioni, di legami. E lavorare su questo passaggio è fondamentale.
Anche perché, come diceva prima Beatrice, spesso queste persone vengono da storie di rottura dei legami. E non solo con la casa intesa come spazio fisico, ma con i legami simbolici: con la propria storia, con il proprio ruolo nella comunità, con la percezione di sé.
Per questo ci vuole tempo. E ci vuole anche la nostra capacità di lavorare su di noi: sulle nostre relazioni, sui nostri legami, sul modo in cui stiamo nella relazione con loro.
Non possiamo chiedere loro di costruire un nuovo legame con lo spazio e con la comunità se noi stessi, come equipe, non siamo capaci di costruire legami solidi e autentici.

L’abitare come trauma e possibilità.

Mario Flavio Benini. Tornando a quanto dicevamo prima: l’esclusione abitativa è, prima ancora che un problema materiale o sociale, una ferita psichica, una rottura del legame simbolico. In un testo di Giuseppe Riefolo ho trovato un’altra idea che mi sembra molto interessante: in fondo, per chiunque — non solo per chi vive in strada — la perdita o il cambiamento di casa comporta sempre una forma di trauma. Un lutto, un trasloco forzato, una separazione: ogni cambiamento abitativo porta con sé una rottura o una trasformazione che incide profondamente sulla vita psichica.
A maggior ragione per chi ha vissuto l’uscita da casa come una frattura radicale, e ha poi abitato la strada — che a sua volta diventa, in un certo senso, uno spazio vissuto.
Volevo chiedervi il vostro punto di vista su questo tema. E vi aggiungo anche uno spunto personale: io ho una formazione da architetto e ricordo il lavoro di Alessandro Mendini, che per un imprenditore aveva progettato una casa a partire da suggestioni emerse nel suo percorso di analisi. Senza spingerci fino a quell’estremo, credo però che un’esperienza come la vostra — così profondamente a contatto con il rapporto tra abitare e psiche — potrebbe offrire riflessioni preziose anche per la progettazione degli spazi abitativi, per i progetti Housing First e non solo. Non vi sembra che questo aspetto sia ancora un po’ trascurato, anche da parte dei servizi e delle istituzioni?
Forse bisognerebbe addirittura scriverci un libro.

Beatrice Simmi. Guarda, io ti rispondo molto di pancia: sì, credo che questa dimensione sia ancora sottovalutata, e non solo dai servizi. Anche per noi, a volte, è difficile stare a contatto con il trauma profondo che porta con sé una storia di esclusione abitativa.
Ti faccio un esempio. Ricordo i primi incontri con un beneficiario — proprio quello di cui si parlava prima — e sentivo che ogni gesto, ogni parola, portava con sé una sofferenza interna molto forte, difficile da tollerare.
Allora mi chiedo: non è forse la difficoltà di stare a contatto con quel dolore, che ci porta, a volte inconsapevolmente, a non vederlo, a non riconoscerlo? È più semplice spostarsi sul piano pratico: trovargli un letto, un pasto, un servizio. Ma così si lascia in ombra un aspetto centrale.

Giulia Paoloni. Ti porto anch’io un esempio. Uno dei beneficiari che seguo non riesce affatto a scindere la perdita della casa dalla frattura col suo mondo relazionale, in particolare con un familiare. Per lui quella perdita è un tutt’uno: casa e legami rotti.
Ed è proprio questo che dice Riefolo: la perdita della casa è una rottura del legame simbolico. La casa è spazio fisico, ma è anche contenitore affettivo, luogo che permette di costruire un’identità e delle relazioni.
Da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme — e da quando ha di nuovo una casa — queste cose stanno lentamente emergendo. Lui dice ancora: “Per me quella persona è morta, non la voglio più vedere”. Ma ne parla, e questo è già un movimento.
C’è però anche una resistenza dall’altra parte. Perché — come ci dice spesso Riefolo — a un certo punto essere senza dimora diventa anche un sistema difensivo. Rimanere in strada paradossalmente protegge dal trauma: se non hai una casa, non rischi di rivivere la perdita.
Per questo il lavoro di accompagnamento è delicatissimo. È un continuo ascoltare, tessere, ascoltare di nuovo. E questa parte non sempre viene colta nei servizi, né negli spazi che si progettano.
Per questo io trovo molto interessante lo spunto che dicevi: che servirebbero luoghi pensati proprio per accompagnare questi passaggi. Noi vediamo molto chiaramente come il modo in cui è fatta la casa — il tipo di spazio, il contesto, anche il tipo di vicinato — fa la differenza.
E forse un giorno bisognerebbe davvero scriverlo questo libro, come dicevi. Perché progettare l’abitare in questi percorsi richiede un pensiero che oggi è ancora troppo poco coltivato.

Beatrice Simmi. Sì, anch’io ci pensavo. Il tema dell’abitare va ben oltre l’avere un tetto. Per molte delle persone che seguiamo, il legame con la strada è molto forte. La strada stessa, in fondo, è fatta di luoghi abitati: una panchina, un portone, un angolo. Non è uno spazio neutro. È uno spazio che hanno vissuto, conosciuto.
E quando si entra in una casa, questa dimensione non sparisce. C’è un passaggio, spesso difficile, da uno spazio “aperto” ma noto, a uno spazio chiuso che può far paura. Per questo anche la qualità dello spazio conta: com’è fatta la casa, com’è il quartiere, che tipo di relazioni si possono costruire.
Noi lo vediamo ogni giorno. E sarebbe bello che chi progetta questi spazi partisse di più da queste esperienze. Perché anche l’architettura, in fondo, è cura.

Mario Flavio Benini. Incontro spesso persone senza dimora con storie complesse e stratificate, che i servizi, a volte, non riescono davvero ad accogliere fino in fondo.
Penso, ad esempio, a un uomo di nazionalità araba che ho conosciuto di recente. Per anni aveva lavorato come OSS, convivendo a casa di un uomo anziano, di cui si prendeva cura. Col tempo si era creata una forte sintonia con la figlia dell’anziano, tanto che, prima di morire, l’uomo aveva espresso un desiderio: che i due si sposassero.
Così è stato. Dopo il matrimonio, l’uomo è rimasto a vivere in quella casa, insieme alla moglie e alla figlia di lei, nata da una relazione precedente.
Dopo qualche anno, però, sono emerse tensioni nella coppia, legate soprattutto a divergenze culturali sull’educazione della ragazza. I conflitti si sono inaspriti, fino a portare alla rottura del rapporto. L’uomo, rimasto senza una rete familiare o sociale di supporto, si è trovato improvvisamente fuori casa ed è scivolato in una condizione di grave marginalità.
Ciò che mi ha colpito è che, nonostante fosse una persona in grado di lavorare e ricostruire un percorso, il suo desiderio non era “ripartire” altrove, ma rientrare proprio in quella casa, recuperare quella dimensione perduta. Non cercava un’altra casa, ma quella.
Ecco, ascoltando voi, mi è venuto da ripensare a questa storia: credo che il grande valore del lavoro che fate sia proprio nel cogliere queste dimensioni profonde e nell’inserire ogni biografia in un percorso adeguato, non standardizzato.

Volevo allora tornare su questo punto: quando prendete in carico un nuovo caso, come viene analizzato e accolto all’interno del vostro gruppo di lavoro? Quali sono i primi passaggi per costruire un percorso? Come si muove l’équipe, in pratica?

Giulia Paoloni. Innanzitutto, tutto parte dalle segnalazioni, che arrivano e vengono raccolte e gestite dal responsabile. Da lì si individuano gli operatori che seguiranno il caso e si costruisce un primo quadro. L’équipe è sempre coinvolta: ci sono riunioni operative, supervisioni di caso, supervisioni d’équipe sui processi di lavoro, confronti continui. È un lavoro a più livelli, che richiede costante attenzione.
Una cosa importante però è che molta autonomia viene data all’operatore o all’operatrice che seguirà quella persona: diventa, in un certo senso, la figura che tiene il filo diretto della relazione. Ma non è mai da solo. Il lavoro è sempre sostenuto dall’équipe, che funziona come un contenitore.
Nel nostro approccio, strumenti fondamentali sono la relazione, l’ascolto, il controtransfert: cioè il modo in cui noi sentiamo quella persona, cosa proviamo accanto a lei, quali emozioni emergono. Non è un dettaglio: quelle emozioni ci dicono molto della storia che quella persona porta, delle sue difese, dei suoi bisogni profondi.
Ti faccio un esempio: in un caso che sto seguendo ora, sto dedicando molto tempo proprio a ricostruire insieme a quella persona la sua storia, il suo percorso, finché lei ha voglia di raccontare. È preziosissimo, perché ti permette di cogliere temi-chiave, nodi relazionali, elementi che poi ti guidano anche nel trovare la giusta distanza: una distanza che non sia né invadente né abbandonica.
È un equilibrio delicatissimo. Se sei troppo vicino, rischi di spaventare. Se sei troppo distante, rischi di riattivare il vissuto di abbandono. E ogni relazione richiede di muoversi, di aggiustarsi, di ascoltare cosa accade momento per momento.
Per questo l’équipe è indispensabile: da sola non potrei fare questo lavoro. Tante volte sono le colleghe a “riacchiapparmi”, come dico io, quando magari mi sto immergendo troppo nella relazione. Mi riportano delle domande: “Come ti sei sentita in quel momento? Cosa ti ha detto quella reazione? Che lettura possiamo darne insieme?
E lì ti riposizioni, aggiusti il passo.
Per me questo è proprio il senso del “prendersi cura di chi si prende cura”: non è solo supportarsi nei momenti di difficoltà, è proprio pensare insieme come stiamo noi nel lavoro, come ci muoviamo, cosa portiamo nella relazione. Perché il nostro modo di essere accanto a quella storia, a quella persona, è già parte del lavoro terapeutico.
Quindi, quando arriva un nuovo caso, il primo lavoro è proprio questo: costruire uno spazio in cui ascoltare, accogliere quella storia — senza forzare, senza anticipare — e capire insieme, passo dopo passo, come poter accompagnare quella persona in un percorso che abbia davvero senso per lei. Non per i servizi, non per i protocolli, per lei.

Beatrice Simmi. Quello che posso aggiungere è che quando arriva un nuovo caso, per noi è fondamentale ascoltare davvero quella storia, nella sua interezza e complessità. E questo significa — come dicevi anche tu raccontando quella situazione — non fermarsi a categorie standard, non leggere solo i “bisogni” o i “problemi”, ma cercare di capire cosa quella storia ci sta dicendo, che dinamiche ci sono dietro.
Perché a volte la persona stessa non riesce ancora a vedere quello che le sta succedendo, oppure non è pronta a metterlo in parola. E allora il primo lavoro è proprio quello di creare uno spazio in cui quelle cose possano emergere, piano piano, senza forzature.
Quando prendiamo in carico un nuovo beneficiario, ci confrontiamo molto in équipe: sia nei momenti formali (riunioni, supervisioni di caso), sia in modo informale, nel quotidiano, perché il confronto è continuo. Ogni operatore porta il suo sentire, le sue percezioni: è un lavoro che richiede una grande attenzione anche ai nostri vissuti interni, alle risonanze che quella relazione attiva in noi.
E poi c’è un altro aspetto: noi lavoriamo sempre come équipe. La presa in carico non è mai affidata a una singola persona. Questo è importante perché crea continuità, protegge le relazioni, dà stabilità.
Come diceva Giulia, l’equilibrio della distanza è delicato. Spesso quello che portano queste storie è un vissuto di abbandono molto profondo, e anche solo piccoli segnali da parte nostra — un cambio di operatore, un’assenza, un gesto frainteso — possono essere vissuti come nuove ferite.
Per questo l’équipe diventa il contenitore, lo spazio in cui elaboriamo quello che accade, in cui possiamo “pensare” insieme quella relazione. È un lavoro fatto di ascolto continuo, di aggiustamenti, di attenzione ai tempi della persona. Non è un percorso lineare: richiede pazienza, flessibilità. E anche tanta cura di noi come gruppo, perché solo se ci prendiamo cura delle nostre relazioni possiamo poi prenderci cura davvero delle relazioni con chi seguiamo.
Quello che cerchiamo di fare, sempre, è di partire dalla storia di quella persona, non da un modello precostituito.

Fragilità intersezionali e ascolto profondo.

Mario Flavio Benini. Molti modelli esteri di Housing First si sono specializzati nel lavoro con target specifici di persone senza dimora: giovani LGBTQ+ cacciati da casa, donne vittime di violenza, persone trans, migranti senza rete familiare. Anche in Italia alcune realtà stanno iniziando a muoversi in questa direzione, ma spesso resta ancora un ambito poco esplorato.
Avete mai pensato, nel vostro lavoro, di orientare una parte del progetto su uno di questi target? E secondo voi cosa manca oggi in Italia, in termini di attenzione e intervento su queste fragilità che si sovrappongono?

Beatrice Simmi. Il nostro progetto è ancora relativamente giovane e, per ora, non abbiamo avuto in carico persone trans, ad esempio. Però ci siamo già trovate a lavorare con beneficiari che portano altri livelli di complessità: migranti, persone straniere con problemi di cittadinanza, con vissuti di forte sradicamento.
In questi casi emerge subito come la questione “casa” è anche una domanda di identità, di appartenenza. “Sono qui, ma non mi sento di questo paese”, oppure “sono qui, ma non so ancora che posto posso avere in questa società”.
Credo che, proprio per questo, l’ascolto diventi ancora più importante: l’altro ci sta dicendo qualcosa che va oltre l’assenza di un tetto. E spesso è facile non coglierlo, o schiacciarlo su risposte standardizzate.
Mi ha colpito anche il racconto che facevi prima di quell’uomo che rifiuta l’idea di cercare un’altra casa perché vuole rientrare proprio in quella casa, nella sua storia, nella sua relazione. Anche lì c’è un messaggio che va ascoltato. Costringerlo su percorsi “funzionali” — trovati un lavoro, affittati una casa — rischia di mettere a tacere qualcosa di più profondo.
La direzione da prendere potrebbe essere quella di un ascolto autentico, non giudicante, al fine di costruire risposte che partano dalla storia e dal desiderio della persona.
Lavorare su target specifici sarebbe sicuramente utile, perché richiede strumenti, sensibilità e approcci mirati. Ma ritengo sia importante partire sempre da lì: dal non dare mai nulla per scontato e dal riconoscere che ogni storia è unica.

Raccontare sé stessi: tra verità, omissioni e fiducia.

Mario Flavio Benini. Nel rapporto con i servizi sociali spesso il lavoro con le persone senza dimora è episodico: un incontro ogni due settimane, o addirittura una volta al mese, in cui si fa il punto sulle urgenze — reddito, lavoro, alloggio — e poi si rinvia al successivo. In queste logiche istituzionali, la biografia della persona resta spesso sullo sfondo, e l’incontro finisce per diventare un interrogatorio mascherato: si cerca di capire se quella persona “dice la verità”, se “merita” l’aiuto, se “si sta impegnando davvero”.
Ma — come voi sapete bene — quella che una persona racconta di sé è sempre una verità complessa, mescolata a difese, a zone opache, a omissioni, e in ogni caso è la sua verità. Dentro quella narrazione, che può contenere anche elementi contraddittori, ci sono comunque esperienze e significati che vanno accolti e compresi.
Vorrei chiedervi: come vi confrontate con queste dinamiche nel rapporto con i servizi e con i beneficiari? Come lavorate sul tema del racconto di sé — e su tutto ciò che questo racconto porta con sé?

Giulia Paoloni. Mi viene da dire che per prima cosa dobbiamo accettare che ci sono parti che non conosceremo mai — e che va bene così. Non si può sapere tutto. Ogni persona conserva spazi che non mette in relazione, e questo è legittimo.
La differenza, però, la fa la continuità. Se si riesce a costruire una relazione costante, affidabile, senza fretta, allora la persona, con i suoi tempi, comincia ad affidare pezzi di sé. Che sono sempre parziali, frammentati — e quei vuoti che restano sono pieni di senso, di vissuti, di esperienze che non sempre possono o vogliono essere dette.
In questo processo l’équipe è fondamentale. Il fatto che lavoriamo in gruppo, con ruoli e prospettive diverse, aiuta moltissimo. Perché ogni relazione fa emergere aspetti differenti. Io, per esempio, vedo certe dinamiche nei momenti di facilitazione della convivenza, altre nei colloqui individuali, altre ancora emergono quando parliamo con i servizi o con i CSM.
La persona mette in scena parti diverse a seconda del contesto che abita. E noi, come équipe, abbiamo il compito di mettere insieme questi pezzi, di costruire una visione più integrata, meno frammentata. Perché poi è lì che si gioca tutto: nei legami, nelle relazioni che la persona riesce a riattivare o a costruire.
E questo richiede comunicazione continua: dentro l’équipe e tra équipe e servizi. Da soli non si può fare. E non è mai un lavoro solo sull’individuo, ma sui legami e sui contesti.
Poi è vero, ogni volta è un equilibrio sottile. Però se riusciamo a creare un clima di ascolto, non giudicante, spesso le persone hanno voglia di raccontarsi, di condividere. Anche con i servizi, se c’è lo spazio per farlo.
E a volte mi capita di pensare che anche i servizi, spesso, vivono un grande senso di solitudine. Il collasso dei “contenitori collettivi” riguarda anche loro. Per questo stare sui confini — in modo rispettoso, collaborativo — può aiutare anche loro a sentirsi meno soli.

Beatrice Simmi. Sì, su questo sono molto d’accordo con Giulia. Se ci si ferma solo a quello che non funziona, non si costruisce nulla.
Invece quando riusciamo ad avvicinarci con un atteggiamento aperto, di ascolto vero, spesso succedono cose inaspettate. Rapporti che sembravano chiusi si riaprono, collaborazioni che sembravano impossibili iniziano a funzionare.
Oggi abbiamo relazioni positive con alcune istituzioni che all’inizio ci sembravano inaccessibili. Avevamo quasi rinunciato. Poi, cambiando approccio, ci siamo accorti che c’erano spazi di dialogo.
E questo ci ha insegnato molto: anche il modo in cui noi ci poniamo, come équipe, fa la differenza. Se riusciamo a costruire fiducia, ad ascoltare anche le difficoltà degli altri — dei servizi, degli operatori — spesso si aprono possibilità che all’inizio non vedevamo.

Tempi dell’abitare e tempi del progetto.

Mario Flavio Benini. Una questione che mi sembra molto delicata è quella del rapporto tra i tempi del progetto e i tempi dell’abitare. Molte esperienze si appoggiano almeno in parte ai bandi. Ma il bando, per sua natura, è a tempo: ha una scadenza. Mentre l’abitare, i legami, i percorsi di cura e di ricostruzione della persona hanno tempi lunghi, a volte lunghissimi.
C’è poi un altro aspetto: l’istituzione che finanzia chiede risultati rapidi, spendibili anche sul piano politico. Ma l’abitare non è mai qualcosa che si possa “accelerare”. Come si tiene insieme questa tensione? Come affrontate, nel vostro lavoro, il rischio che il “progetto” diventi una cornice troppo stretta per accompagnare veramente le persone per tutto il tempo necessario?

Giulia Paoloni. Questa è una questione molto concreta. In Housing First, per fortuna, abbiamo la possibilità di lavorare sui tempi lunghi. Ma in altri progetti che abbiamo seguito — penso per esempio a uno che durava otto mesi, con un target molto complesso — la difficoltà è stata proprio quella che dici tu: sapere fin dall’inizio che hai poco tempo.
In questi casi la prima cosa che facciamo è accettare il limite. Scendere da un piano ideale a un piano reale. Lavorare con quello che c’è. Allora ti dai obiettivi concreti, raggiungibili, senza pretendere di “risolvere” tutto.
Poi cerchiamo sempre di costruire un’uscita che non sia un taglio netto. Per esempio, in quel progetto abbiamo proposto come équipe di scrivere un documento che restituisse l’esperienza, da condividere con l’ente che ci aveva affidato il progetto. Dentro questo documento abbiamo suggerito di prevedere dei follow-up: momenti di confronto dopo tre mesi, sei mesi, un anno.
Ovviamente tutto questo — come capita spesso — non ha budget, non è previsto formalmente. Ma già farlo entrare nel pensiero dell’ente è importante. Perché poi è quello che diceva anche Beatrice prima: che cosa te ne fai dell’esperienza? Positiva o negativa, comunque deve lasciare qualcosa. Qualcosa che può servire anche ad altri.
Alla fine è questo: accettare i limiti, riconoscere l’impotenza che a volte si prova, ma allo stesso tempo cercare di lavorare con ciò che si ha. E far sì che almeno un pezzo di quel lavoro possa restare.

Prendersi cura come responsabilità politica.

Mario Flavio Benini. Il tema della cura, negli ultimi anni, è rientrato con forza nel dibattito pubblico: nei libri, nella saggistica, perfino in politica.
A volte in modo un po’ retorico o generico, ma comunque è un tema che oggi ha un grande spazio. Non solo come dimensione tecnica — prendersi cura di qualcuno — ma anche come questione umana, etica, politica.
Allora vi chiedo: per voi, nel vostro lavoro quotidiano — e più in generale dentro PsyPlus — cosa significa davvero “prendersi cura”? Che peso ha, che valore ha questa parola? Ha anche una dimensione etica, politica?

Beatrice Simmi. La prima cosa che mi viene in mente è proprio questa: tenere a mente l’altro. Questo per me è il senso profondo della cura.
Poi sì, c’è sicuramente anche una dimensione politica ed etica. Almeno per me — parlo proprio per me — è anche una scelta, che va rinnovata ogni giorno. Perché a volte, davvero, sarebbe più facile girarsi dall’altra parte. Davanti a certe situazioni di sofferenza, che sono difficili da reggere, lo senti. Io stessa mi dico: “sono una privilegiata, ho avuto fortuna nella vita”. Ma proprio per questo penso che sia una responsabilità non farlo, non voltarsi.
Per me è proprio una questione di civiltà. Un Paese civile è un Paese che non si gira dall’altra parte, che ha il coraggio di vedere la sofferenza e di farsene carico.

Giulia Paoloni. Mentre parlavi, pensavo che per me “prendersi cura” significa anche prendersi la responsabilità delle proprie scelte. E poi, per estensione, anche della cura dell’altro.
Perché scegliere di non voltarsi, scegliere di esserci, ha un peso. E nel nostro lavoro — che è sempre dentro le relazioni — non è mai una cosa neutra. La cura, non è solo tecnica. È un modo di stare nel mondo. E ogni volta che scegli di esserci, di non far finta di niente, di metterti in gioco, stai anche facendo una scelta etica.

Il volontariato tra valore civico e rischi sistemici.

Mario Flavio Benini. Vorrei chiedervi anche un’opinione sul tema del volontariato.
Vi dico la mia posizione, che forse è un po’ estrema, ma deriva anche dal fatto che per anni ho fatto volontariato e tutt’ora continua a farlo ma con un approccio un po’ diverso.
Ho l’impressione che in molti casi — parlo in generale, non solo nel lavoro con le persone senza dimora — il volontariato venga usato per coprire aree che invece richiederebbero personale formato e retribuito: attività manuali, ripetitive, come servire pasti, raccogliere dati, eccetera.
In questi casi, secondo me, il volontariato non risponde davvero al tema della cura, della presa di responsabilità verso l’altro. Prendesi cura di qualcosa o di qualcuno, probabilmente è  più un esercizio civico, che richiede apprendimento, competenza, attenzione per gli altri, quello che la socio-linguista Vera Gheno descrive con il termine “cittadinanza attiva”.
Mi sembra che questo tema interroghi un po’ tutto il sistema, perché il volontariato è anche uno degli elementi su cui si basa tanta comunicazione e raccolta fondi.
Volevo sapere cosa ne pensate voi, che sicuramente su questo tema l’avete vissuto in prima persona.

Giulia Paoloni. Se penso a quante associazioni di volontariato ci aiutano ogni giorno, a quante soluzioni troviamo insieme — ben venga il volontariato!
Anche a livello personale: io stessa ho iniziato in PsyPlus come tirocinante, ci sono rimasta quasi due anni.
Detto questo, però, sono d’accordo: il volontariato non può diventare “la risposta a tutto”. Va benissimo che ci sia, ma non può servire a sostituire figure che invece richiederebbero competenze, formazione, continuità.
Anche per una questione di tutela: perché quando si lavora con persone che hanno storie profonde, complesse — come dicevamo prima — serve una struttura che ti sostenga. Io posso lavorare in un certo modo perché ho un’équipe che mi accompagna, che mi aiuta a rileggere le situazioni, che mi “riacchiappa” quando serve.
Nel volontariato spesso questo non c’è, ed è un problema sia per le persone che si aiutano, sia per i volontari stessi, che rischiano di trovarsi a gestire emozioni e vissuti per cui non sono preparati.
Quindi, ben venga il volontariato: è uno strumento prezioso di cittadinanza. Ma non può diventare il jolly per ogni falla del sistema. Perché non è tutelante per nessuno. E perché, quando manca una struttura di sostegno, è anche molto facile scivolare.

Cosa dovrebbe fare lo Stato?
Proposte per un welfare più umano.

Mario Flavio Benini. Dal vostro punto di vista — che è anche, per molti aspetti, un osservatorio privilegiato, perché vi permette di vedere da vicino cose che altri non conoscono — cosa dovrebbe fare oggi il Ministero della Salute per aiutarvi concretamente nel vostro lavoro con le persone senza dimora?
Servirebbero, secondo voi, nuovi fondi nazionali? Linee guida diverse? Cambiamenti nel sistema?
Se doveste raccontare la vostra esperienza per proporre un cambiamento, su cosa puntereste?

Giulia Paoloni. Rispondo in modo molto personale, perché non conosco nel dettaglio le linee guida del Ministero. Ma sicuramente — per quello che vediamo ogni giorno — esistono dei vuoti enormi. Faccio un esempio: per chi viene da altri Paesi esistono dei percorsi, anche se non sempre lineari — penso al codice STP (Stranieri Temporaneamente Presenti), al Samifo (Servizio per la salute dei migranti forzati e delle vittime di tortura) qui a Roma, che offre cure dedicate. Ma per chi è senza dimora, spesso questi percorsi non esistono. Se non hai il codice fiscale, non esisti. Non puoi accedere al sistema di cura. Ti muovi in circuiti visibili e invisibili, in una zona grigia che ti lascia fuori.
Poi c’è anche un altro aspetto: non è solo una questione di accesso, è anche una questione di autorizzarsi ad accedere.
Molti vivono situazioni talmente complesse che anche solo accettare di essere curati diventa difficile. Ti faccio un esempio: conosco persone che ogni notte dormono in pronto soccorso, ma che si rifiutano di farsi visitare.
Preferiscono quel luogo perché — a modo loro — è uno spazio “protetto”, ma guai a chi prova a toccarli, a curarli davvero.
E allora mi chiedo: perché succede questo? Forse perché i contesti istituzionali non sono sentiti come luoghi accoglienti. Forse perché, per queste persone, è più facile e meno stigmatizzante andare in contesti più informali, legati alle associazioni.
Non so qual è la soluzione — non credo sia creare percorsi paralleli, separati — però è un dato che dovremmo interrogare di più. Forse dovremmo chiederlo anche a loro: come vorrebbero essere curati? In quali spazi si sentirebbero accolti?

Beatrice Simmi. Mi vengono in mente tante cose. La prima è che si potrebbe puntare su un un pensiero di lungo termine.
Ogni anno, sempre la stessa storia: piano freddo, emergenza freddo.
È un po’ come dicevamo prima: è come se queste persone non avessero un posto nella mente dell’altro.
Non sembra si ragioni mai su una progettualità che le tenga davvero a mente, tutto l’anno. Ogni volta si interviene sull’emergenza, sull’immediato.
Ma manca proprio uno spazio di pensiero.

Anche dal punto di vista economico, ogni anno si perdono molte risorse senza arrivare a una vera soluzione.
Chissà se ci sarà la possibilità di pensare in modo sistemico e non solo sull’onda dell’emergenza.

Leggi la prima parte dell’intervista: “PsyPlus: ripensare la cura nella grave marginalità adulta. La casa come punto di partenza (1° parte)”.
Leggi la seconda parte dell’intervista: Housing Plus: abitare come processo trasformativo nella marginalità adulta (2° parte).

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