Fotografie: Scarp de’ Tenis
Video: Tv 2000
Raccontare la marginalità e il mondo delle persone senza dimora oggi significa confrontarsi con una pluralità di linguaggi, piattaforme e codici narrativi: dalla carta stampata ai portali digitali, dai podcast alle web radio, dal cinema alla narrativa contemporanea, fino ai social network e alle graphic novel. In questo scenario in continua evoluzione, i media non solo informano, ma contribuiscono a ridefinire l’immaginario collettivo sull’esclusione sociale, offrendo strumenti per la comprensione, l’empatia e l’attivazione civile.
Accanto alle storiche testate italiane di strada come Scarp de’ Tenis, Piazza Grande, Fuori Binario, L’Osservatore di Strada e Terre di Mezzo, si sono moltiplicate iniziative digitali che raccontano o fanno monitoraggio delle marginalità urbane attraverso blog, canali YouTube e piattaforme come l’Osservatorio delle Povertà delle risorse e Redattore Sociale (chiuso nel 2024). Nel panorama audio emergono progetti internazionali come “We the Unhoused” (Stati Uniti), ideato da Theo Henderson, o “Where I Stay”, un podcast prodotto dalla rivista StreetWise di Chicago, che raccontano in forma documentaristica e partecipativa le vite di chi vive per strada. In Europa, la rete INSP promuove format come “INSP Media Voices”, mentre in Francia l’associazione La Cloche realizza campagne audio e podcast in collaborazione con le comunità locali.
In Italia, tra le esperienze più originali spicca Radio Piazzetta, progetto promosso da Caritas Ambrosiana a Milano: una radio comunitaria gestita da volontari, operatori sociali e persone con esperienza diretta di vita in strada, che offre uno spazio settimanale di racconto urbano e confronto pubblico. Di Radio Piazzetta ne abbiamo parlato con Michele Spreafico, responsabile del progetto, in “Radio Piazzetta. Da laboratorio a radio: quando l’inclusione diventa narrazione collettiva“.
Anche il cinema e la letteratura hanno offerto nuove prospettive sulla povertà e l’esclusione. Film come “Io sono tempesta” di Daniele Luchetti o “Pane dal cielo” di Giovanni Bedeschi, e documentari come Clochard – Vita sulla strada, affrontano in modi diversi la vita senza fissa dimora. In ambito editoriale, la collana “Working Class”, curata da Alberto Prunetti per Edizioni Alegre, ha dato voce a memorie operaie, vite precarie e narrazioni dal basso sul lavoro e la marginalità sociale, contribuendo a costruire una nuova geografia della narrativa civile contemporanea.
Un contributo fondamentale arriva anche dal graphic journalism, che con il suo linguaggio visivo riesce a rappresentare il disagio e la fragilità in forme potenti e accessibili. L’opera “Stigmate” di Lorenzo Mattotti e Claudio Piersanti, pubblicata da Einaudi, racconta la deriva esistenziale di un senzatetto in una metropoli allucinata, diventando un riferimento del fumetto d’autore sull’emarginazione. Mattotti ha inoltre firmato una copertina per Scarp de’ Tenis, rafforzando il legame tra arte e impegno sociale. A livello internazionale, “Diario della mia scomparsa” di Hideo Azuma (J-Pop) narra in forma autobiografica la sua esperienza da “homeless volontario”, rivelando con ironia e profondità le dinamiche della solitudine urbana e dell’autoesclusione. Case editrici come BeccoGiallo in Italia, e autori come Zerocalcare e Igort, hanno inoltre affrontato il tema del disagio sociale attraverso il racconto disegnato, contribuendo ad allargare il pubblico e la sensibilità su questi temi.
Sui social network, infine, campagne come #InvisiblePeople e progetti visuali come Humans of New York e le sue varianti locali hanno favorito una narrazione partecipata e meno stereotipata dell’esperienza di povertà.
In questo paesaggio ricco e frammentato, Scarp de’ Tenis continua a rappresentare un punto di riferimento per l’editoria sociale italiana: un giornale capace di coniugare rigore giornalistico, missione inclusiva, radicamento nei territori e apertura internazionale. L’intervista a Stefano Lampertico, direttore responsabile della testata, offre l’occasione per esplorare come nasce e si rinnova un’informazione capace di trasformare lo sguardo, restituire voce ai protagonisti e contribuire al cambiamento culturale e sociale.












Origini, passaggio di testimone e visione del progetto.
Scarp de’ Tenis nasce nel 1994 da un’idea di Pietro Greppi, pubblicitario milanese ispirato dal modello inglese di “The Big Issue“, con l’intento di creare anche in Italia un giornale di strada capace di offrire un’opportunità lavorativa alle persone senza dimora. Il progetto iniziale, pur sostenuto da grande entusiasmo e dal consenso simbolico di Enzo Jannacci – che autorizzò l’uso del nome tratto da una sua celebre canzone – si scontrò presto con le difficoltà pratiche di radicamento sul territorio: mancava il contatto diretto con le persone, la rete sociale, l’infrastruttura operativa necessaria per farlo diventare un reale strumento di inclusione. Dopo la pubblicazione di una dozzina di numeri in formato tabloid, nel 1995 i promotori si rivolsero a Caritas Ambrosiana, che decise di acquisire la testata.
Fu l’inizio di una nuova fase: nel marzo 1996, con la direzione di Paolo Lambruschi e il coordinamento redazionale di Stefano Lampertico, uscì il primo numero del giornale sotto la nuova gestione, registrato regolarmente al tribunale. Da allora Scarp de’ Tenis ha attraversato tre decenni di storia, mantenendo un’impostazione giornalistica rigorosa e al contempo profondamente sociale.
Il passaggio di testimone tra le diverse direzioni – da Lambruschi a Paolo Brivio, fino a Stefano Lampertico nel 2014 – non è stato solo un cambio di ruoli, ma ha rappresentato una continuità generazionale all’interno di una stessa comunità di riferimento, formata da operatori, volontari, giornalisti e amministratori locali, molti dei quali cresciuti nell’esperienza del servizio civile in Caritas.
Assumere la direzione di Scarp de’ Tenis ha significato per Lampertico raccogliere l’eredità di un progetto già consolidato e riconosciuto come una delle principali esperienze italiane di editoria sociale, ma anche affrontare un contesto in profonda trasformazione: la crisi economica post-2008, la crescente frammentazione sociale, le nuove forme di marginalità urbana, l’avvento della comunicazione digitale. In questo scenario, il compito del direttore è stato quello di riaffermare la missione originaria, offrire dignità, voce e lavoro a chi vive ai margini, aggiornando al contempo linguaggi, strumenti, alleanze e modelli operativi.
Anche il nome stesso del giornale, Scarp de’ Tenis, conserva intatta la sua carica simbolica: richiama il passo di chi vive per strada, ma anche la vicinanza con un linguaggio popolare, urbano, milanese, capace di parlare a tutti. Un segno identitario forte, che unisce cultura, concretezza e memoria condivisa.
Mario Flavio Benini. Direttore, può raccontarci il contesto storico, sociale ed editoriale in cui è subentrato alla guida di Scarp de’ Tenis? Come ha vissuto, anche sul piano personale, il passaggio di testimone con Pietro Greppi e quali erano, all’epoca, le principali sfide da affrontare per il giornale?
Stefano Lampertico. Scarp de’ Tenis nasce nel 1994 da un’idea di Pietro Greppi, pubblicitario che, dopo un’esperienza nel Regno Unito, aveva visto da vicino “The Big Issue” e deciso di replicarne il modello in Italia. Con lui collaboravano una giornalista del “Corriere della Sera” e un’altra persona. In tre avevano dato vita al progetto, chiedendo persino ad Enzo Jannacci il permesso di utilizzare il nome della testata, che lui concesse.
Quando arrivò in Italia, però, ci si accorse subito che mancava la componente essenziale del modello: le persone. Era difficile intercettare e coinvolgere venditori, instaurare rapporti diretti con chi viveva in strada. Così furono pubblicati una dozzina di numeri in formato tabloid, ma con molte difficoltà operative.
Nel novembre del 1995 Greppi e i suoi collaboratori si rivolsero a Caritas Ambrosiana. All’epoca il direttore era don Virginio Colmegna. Esisteva già un contatto con suor Claudia Biondi, responsabile dei servizi per i gravi emarginati di Caritas, che aveva accompagnato i primi passi del progetto. Greppi chiese a Caritas se fosse interessata a rilevarlo. Don Virginio rispose: “Quanto volete?” e il prezzo fu fissato in 3 milioni di lire. Caritas pagò quella cifra e acquisì la testata.
Da lì partì una nuova fase: venne costituita la cooperativa sociale “Oltre”, pensata per dare struttura editoriale al progetto e allo stesso tempo tutelarne la missione sociale. Nel marzo del 1996 uscì il primo numero “nuovo” del giornale sotto la proprietà di Caritas Ambrosiana, con la direzione di Paolo Lambruschi – oggi inviato di “Avvenire” – e con me come unico redattore. Ripartimmo dal numero uno perché la testata originaria, nata in forma sperimentale e autofinanziata, non era mai stata registrata presso il tribunale, come previsto dalla normativa italiana sull’editoria periodica.
Io e Paolo uscivamo entrambi dall’esperienza di servizio civile nell’ufficio stampa Caritas e avevamo già una formazione giornalistica. Da allora è partita la storia di Scarp de’ Tenis così come la conosciamo oggi. Nel 2026, con il numero di maggio, pubblicheremo il numero 300: trent’anni di Scarp de’ Tenis sotto l’egida di Caritas Ambrosiana.
Mario Flavio Benini. Quindi il passaggio di testimone lo hai avuto con Lambruschi?
Stefano Lampertico. No, con Paolo Brivio. Anche questa è stata una storia curiosa. Siamo partiti a marzo del 1996. Nel 1998 io sono diventato sindaco della mia città, Gorgonzola – un comune a nord-est di Milano – e ho ricoperto quell’incarico fino al 2008. In quel periodo la mia presenza a Scarp de’ Tenis era limitata alle mattine, mentre Paolo Lambruschi lasciò la direzione e subentrò Paolo Brivio, anche lui ex obiettore di coscienza in Caritas, insomma parte della stessa grande famiglia.
Quando nel 2008 ho terminato il mio mandato di sindaco, sono rientrato stabilmente al giornale. Nel frattempo Brivio era diventato sindaco del suo paese, Osnago. Così, nel 2014, ho assunto la direzione, dopo undici anni di guida di Paolo Brivio. In sintesi, Scarp de’ Tenis ha avuto tre direttori: Paolo Lambruschi, Paolo Brivio e, negli ultimi anni, io.
Mario Flavio Benini. In Italia esistono esperienze editoriali molto diverse. Penso, per esempio, all’”Osservatore di Strada“, il mensile romano promosso da Caritas Italiana e coordinato da Piero Di Domenicantonio. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra il vostro modello e quello adottato da questa testata?
Stefano Lampertico. L’Osservatore di Strada ha un’impostazione molto diversa dalla nostra. Intanto non ha un prezzo di copertina, e i venditori distribuiscono le copie gratuitamente, raccogliendo eventuali offerte dai passanti. Questo accade ogni mese, la domenica, in piazza San Pietro. È un modello interessante, sicuramente più legato all’idea di dono e sensibilizzazione, ma molto diverso dal nostro, che invece si basa su una struttura formale e contrattualizzata.
Noi abbiamo scelto una via più strutturata, anche dal punto di vista fiscale, legale e lavorativo. I nostri venditori sono regolarmente contrattualizzati attraverso la cooperativa Oltre, con un contratto da venditori porta a porta. Questo significa che versiamo i contributi previdenziali, rilasciamo il CUD ogni anno, e teniamo tracciate tutte le attività. È un modello che abbiamo costruito negli anni per garantire dignità professionale e tutele reali, e che io considero un elemento fondamentale della serietà e credibilità del nostro progetto.
Mario Flavio Benini. In effetti la vostra è una rivista vera e propria, mentre l’Osservatore di Strada si presenta più come un foglio. Anche da un punto di vista editoriale le due esperienze si muovono su piani diversi.
Stefano Lampertico. Sì, possiamo dire che l’Osservatore di Strada è più un foglio, nel senso che ha una struttura molto più snella. È nato su impulso diretto di Papa Francesco, che ha voluto incoraggiare un’informazione più attenta agli ultimi, e l’Osservatore Romano ha fatto nascere questa nuova pubblicazione.
Va detto però che noi, con Scarp de’ Tenis, a Roma non siamo mai riusciti ad arrivare. La Caritas di Roma non ha mai realmente aderito al nostro progetto, forse anche per una percezione un po’ “milanocentrica” della nostra iniziativa. In ogni caso, la nostra presenza nei territori dipende sempre da una scelta attiva delle Caritas locali. Dove c’è adesione e collaborazione, come per esempio a Napoli, dove siamo presenti da oltre vent’anni, il progetto attecchisce e cresce. Ma se il territorio non riconosce il valore del modello, semplicemente non si sviluppa.

L’Eredità giornalistica e la linea editoriale.
La direzione editoriale di Scarp de’ Tenis sotto la guida di Stefano Lampertico si è consolidata negli anni come un punto di riferimento nel panorama dell’informazione sociale italiana, coniugando rigore giornalistico e sensibilità etica. Il giornale ha saputo distinguersi per la qualità dei contenuti, la cura nel trattamento delle fonti, e soprattutto per la capacità di raccontare storie complesse senza ricorrere a stereotipi o narrazioni pietistiche.
Uno degli elementi qualificanti del progetto è stata la scelta consapevole di coinvolgere, nel tempo, firme autorevoli del giornalismo italiano – tra cui Luciano Gualzetti, Paolo Lambruschi, Alex Corlazzoli, Giorgio Terruzzi – capaci di offrire letture competenti e profondamente umane dei fenomeni sociali trattati. Questa rete di collaboratori ha rafforzato la credibilità del giornale, confermandone la qualità anche sul piano della scrittura, dell’analisi e della capacità di entrare nei contesti senza semplificazioni.
Allo stesso tempo, Scarp de’ Tenis ha sviluppato un linguaggio distintivo che restituisce dignità e complessità alle persone incontrate: migranti, senza dimora, lavoratori poveri, giovani in transizione, famiglie in difficoltà. È una narrazione che cerca di essere rispettosa, empatica e mai sensazionalistica, fondata sulla relazione e sull’ascolto, e che si differenzia sia dai linguaggi dei media generalisti che da quelli più istituzionali del terzo settore. Questo approccio ha permesso alla testata di costruire nel tempo un’identità riconoscibile, rafforzata dal posizionamento all’interno della rete internazionale INSP, che ne ha recentemente premiato la qualità grafica e contenutistica.
Mario Flavio Benini. Come ha costruito nel tempo la linea editoriale di Scarp de’ Tenis? Quali criteri e valori hanno guidato le vostre scelte, sia tematiche che stilistiche, per coniugare qualità giornalistica e missione sociale? E oggi, in un panorama così profondamente mutato, coniugare informazione e impegno sociale ha ancora lo stesso significato o implica nuove responsabilità?
Stefano Lampertico. Fin dall’inizio, la nostra linea editoriale si è basata su un principio molto chiaro: la difesa dei diritti delle persone più fragili. E parliamo di diritti che in Italia sono, spesso, negati o traditi. Giusto per fare un esempio: il primo numero di “Scarp de’ Tenis”, uscito nel marzo 1996 sotto la gestione di Caritas Ambrosiana, aveva in copertina il titolo Vittoria. Raccontava di un avvocato che era riuscito a far ottenere la residenza anagrafica a una persona senza dimora. Sembra una cosa minima, ma ancora oggi – parliamo del 2025 – più dell’80% dei comuni italiani non garantisce il diritto alla residenza a chi vive per strada.
Ecco, per noi questi sono diritti banali, fondamentali, che dovrebbero appartenere a chiunque. E invece, per moltissime persone, non lo sono affatto. Pensiamo al diritto alla salute: ancora oggi, senza il lavoro costante di realtà come Avvocato di Strada o altri soggetti del terzo settore, non ci sarebbe nemmeno la garanzia di un medico di base per le persone senza dimora. È una battaglia che va avanti da decenni. Sembra assurdo, ma chi non ha una casa è spesso escluso dal diritto alla cura, al voto, al lavoro, alla possibilità di iscriversi a una graduatoria per una casa popolare.
Mario Flavio Benini. Come se non fossero cittadini come gli altri?
Stefano Lampertico. Esattamente. Come se fossero invisibili. Il censimento ISTAT del 2021 ci dice che in Italia ci sono circa 100.000 persone senza dimora. Anche ammettendo che alcuni abbiano forme di ospitalità temporanea o residenze fittizie, siamo comunque di fronte a decine di migliaia di persone escluse da tutto: niente codice fiscale, niente residenza, niente assistenza sanitaria, niente diritto di voto, niente accesso ai servizi di collocamento. È una marginalità profonda e sistemica, che però non interessa politicamente: perché, banalmente, non votano.
Per questo, la nostra linea editoriale ha sempre cercato di stare dalla parte degli ultimi. In “direzione ostinata e contraria”, per citare Fabrizio De André. Oppure come diceva Enzo Jannacci, che parlava del barbone con “el g’aveva du occ de bun”. Il nostro compito è restituire sguardi umani a queste storie. Ma non basta.
Il secondo pilastro, per me altrettanto fondamentale, è sempre stato quello di offrire uno spazio di espressione diretta a chi non ha voce. Con gli anni ci siamo accorti che il dolore più grande di chi vive per strada non è solo la povertà materiale, ma la solitudine. L’assenza di relazione. E quando non hai nessuno con cui parlare, nessuno che ti ascolta, perdi anche la possibilità di esistere nel mondo degli altri.
Scarp de’ Tenis ha cercato di essere anche questo: una tribuna per il racconto personale, la poesia, la memoria, le emozioni. Negli anni abbiamo ospitato testi scritti da venditori, persone accolte nei dormitori, cittadini invisibili. Lo facciamo anche oggi: a Napoli, ad esempio, abbiamo avviato un laboratorio di scrittura, e quei testi finiscono nel giornale.
E non abbiamo mai voluto separare rigidamente le sezioni: nel nostro modello editoriale può capitare di leggere un articolo di Gianni Mura, che scriveva meravigliosamente sullo sport degli ultimi, e nella pagina successiva trovare una poesia di un nostro venditore ospite al dormitorio di Viale Ortles.
Anche questa è una scelta simbolica. Perché per noi il giornale deve mettere insieme mondi diversi, rompere le gerarchie della parola, creare vicinanza tra chi ha tutto e chi non ha nulla. È una scelta che abbiamo sempre sentito come nostra. E che, col tempo, ha continuato a dimostrarsi giusta.
Mario Flavio Benini. Ogni numero di Scarp de’ Tenis è costruito attorno a un tema monografico forte, che viene esplorato attraverso molteplici contributi. Dentro questi dossier, oltre all’approfondimento dei dati e delle dinamiche sociali, trovano spazio anche storie di associazioni, cooperative, imprese sociali che lavorano quotidianamente sul campo. Una delle criticità ricorrenti in Italia è la scarsa connessione tra queste realtà: spesso operano in modo frammentato, senza scambi strutturati. Invece, attraverso il vostro lavoro redazionale, sembra che Scarp favorisca indirettamente il dialogo tra queste esperienze, tessendo legami, facendo emergere trame comuni. È così?
Stefano Lampertico. Sì, assolutamente. Ogni mese scegliamo un tema monografico con l’idea di costruire un’inchiesta, potremmo dire, vecchio stile. Una narrazione corale che tiene insieme numeri, dati, pareri di esperti, opinioni di studiosi e soprattutto le storie, che sono sempre state uno dei tratti distintivi di Scarp de’ Tenis. Perché? Perché attraverso la storia riesci a far passare un’esperienza, che nel nostro caso è sempre un’esperienza positiva, replicabile, da cui altri possono prendere ispirazione.
Noi lo diciamo spesso: siamo probabilmente l’unico giornale in Italia che è contento se viene copiato. Prendete i pezzi, usateli, fateli girare. Ci va benissimo così. Perché? Perché è così che circolano le esperienze, le buone pratiche, le idee. E nel mondo del terzo settore – fatto di cooperative, associazioni, gruppi informali – le idee sono il vero patrimonio che può e deve essere messo in comune. Sono ciò che permette di innovare, di connettersi, di affrontare problemi complessi con strumenti nuovi.
Certo, cerchiamo sempre di essere originali, anche se non è facile: siamo un mensile, dobbiamo trovare ogni mese un tema che sia attuale, rilevante, capace di tenere insieme la cronaca e la riflessione. E non trattiamo argomenti leggeri: parliamo di povertà, disuguaglianze, salute mentale, carcere, migrazioni, e quindi serve sempre uno sforzo di approfondimento.
Lo schema, comunque, è più o meno sempre quello: partiamo da un tema, lo sviluppiamo con una parte analitica – l’intervento di uno studioso, un docente universitario, un sociologo – dati, infografiche, schede, e poi inseriamo le storie, che raccontano le stesse cose ma da un altro punto di vista. È in questa dinamica che, come dicevi, si crea una sorta di dialogo implicito tra esperienze diverse. È come se il giornale fosse un luogo dove le voci si incontrano: chi legge può mettere in relazione un’esperienza di Milano con una di Palermo, un progetto educativo con un’iniziativa di reinserimento abitativo.
Questo, per noi, è anche un modo per fare rete in modo narrativo. E se davvero si riesce a far passare questa possibilità di connessione, allora il giornale smette di essere solo un contenitore e diventa uno strumento di costruzione sociale.
Mario Flavio Benini. La presenza di firme autorevoli del giornalismo italiano è una delle caratteristiche distintive di Scarp de’ Tenis. In che modo questa scelta ha contribuito alla credibilità della testata? E con quale criterio vengono selezionati i collaboratori esterni, soprattutto in un progetto che coniuga rigore professionale e finalità sociali?
Stefano Lampertico. Questa è una cosa che ho introdotto io nel tempo, da quando sono diventato direttore. Mi chiedevo quale potesse essere la chiave per dare al giornale maggiore autorevolezza. Così ho pensato: se alle nostre firme – che sono comunque di qualità – affianchiamo quelle di giornalisti noti, di prestigio, possiamo garantire al giornale un posizionamento più solido e riconoscibile anche dal punto di vista dell’opinione pubblica. E quindi ho semplicemente chiesto ad alcuni giornalisti che stimavo, e che immaginavo potessero condividere la nostra linea editoriale o avere una particolare sensibilità sul tema.
Il primo a cui mi rivolsi fu Gianni Mura. All’epoca ci sembrava una figura irraggiungibile: una colonna del giornalismo sportivo, prima firma de La Repubblica. Ma gli scrissi. Gli dissi che ci leggeva già, e che ci avrebbe fatto piacere ricevere un suo contributo. Gli spiegai che, però, non potevamo pagarlo: o lo avremmo fatto molto poco, o quasi per nulla. E lui mi rispose: “Io quasi gratis non faccio nulla. Per Scarp de’ Tenis lo faccio gratis.”
E così ha scritto per noi per dieci anni.
Dopo di lui, Piero Colaprico, Giacomo Schiavi, Paolo Lambruschi, e altri. Firme importanti: uno è stato vice-direttore del Corriere, l’altro un riferimento di Repubblica. Ora abbiamo anche Giorgio Terruzzi, scrittore, giornalista, una penna pazzesca. Tutte queste collaborazioni ci hanno aiutato tanto, perché i loro pezzi alzano il tono del dibattito, e se scrivono qualcosa di pungente, ironico, drammatico, lo fanno sempre con un’eleganza e una precisione che lasciano il segno.
Questo è importante anche per un’altra ragione: il nostro giornale costa 4 euro, e spesso i lettori ne lasciano 5 per sostenere anche il venditore. Ma se chiedi 4 euro per un giornale, devi offrire un prodotto di qualità. Non puoi presentarti con un foglio fotocopiato, un ciclostile. Devi offrire una rivista vera, un magazine vero, un giornale vero. È una questione di rispetto.
Poi ci sono state due iniziative che, secondo me, hanno dato ancora più visibilità a Scarp. La prima è che mi sono proposto come conduttore per Prima Pagina su Radio Rai. Lo faccio due volte l’anno, e questo ha allargato tantissimo il nostro bacino potenziale di lettori. La seconda è stata quella di chiedere a giornalisti importanti di dirigere per un numero il giornale, come se fosse un numero speciale “a firma esterna”.
Il primo fu Carlo Verdelli, che accettò con entusiasmo. Poi Mario Orfeo, il direttore di TV2000, Emanuela Audisio de La Repubblica, e ne abbiamo ancora altri in lista per il futuro.
Queste collaborazioni aiutano tantissimo, perché ampliano il bacino delle relazioni. E oggi, nel mondo dell’informazione digitale, le relazioni sono fondamentali. Più relazioni hai, più generi conoscenza, e più si costruisce uno spazio riconoscibile nel panorama dei media. È un lavoro continuo. Io ogni mese presento il giornale in radio, sul circuito Marconi, su InBlu, su Radio Vaticana e alla Radio Svizzera Italiana. Cerchiamo di raccontare il nostro lavoro ovunque ci venga offerto uno spazio.
Mario Flavio Benini. Oltre all’attenzione all’informazione sociale, mi sembra che uno degli elementi distintivi di Scarp de’ Tenis sia anche la forte presenza della cultura. Non solo nelle firme e nei collaboratori, ma anche nei temi: arte, letteratura, musica, teatro spesso attraversano le vostre pagine. Un’impronta culturale che non è affatto scontata, soprattutto per una rivista che si occupa di grave marginalità.
Stefano Lampertico. Sì, anche in questo caso cerchiamo sempre un aggancio, magari piccolo, ma significativo, con il mondo della cultura. L’aspetto culturale – il racconto, l’intervista all’intellettuale, il dialogo con uno scrittore o un artista – per me è fondamentale. Offre sfaccettature diverse, permette approfondimenti che arricchiscono il pensiero sociale, lo spingono oltre l’attualità, lo nutrono.
Perché tutti abbiamo delle storie particolari e dei talenti, anche chi ha vissuto esperienze difficili: penso a chi ha attraversato la povertà, la solitudine, una crisi psichica, una caduta. Spesso quei talenti restano inespressi, ma esistono. E allora, se possiamo, andiamo a cercarli. Se non li troviamo direttamente, ci facciamo aiutare da qualcuno che li ha già incrociati nel suo lavoro o nella sua arte.
È una chiave distintiva, sì. Abbiamo sempre cercato un contatto con scrittori, artisti, intellettuali, perché pensiamo che la cultura possa essere uno strumento di riscatto, di lettura del reale, di creazione di senso.
Negli ultimi anni, poi, è cambiato anche il modo di fare informazione. È cambiato il modo di fruire le notizie, la stampa è cambiata, il messaggio si è trasformato, i tempi si sono velocizzati.
Allora, se c’è un’occasione per approfondire un tema da una prospettiva diversa, magari attraverso la voce di un artista, credo sia nostro dovere coglierla. La cultura, in questo senso è una leva per cambiare lo sguardo, anche su chi vive ai margini.





Redazioni territoriali, coordinamento e modello operativo.
Uno degli elementi più distintivi di Scarp de’ Tenis è il suo modello organizzativo decentrato, fondato su una rete di redazioni territoriali presenti in dieci città italiane. Questo assetto consente al giornale di mantenere un forte radicamento locale, valorizzando le specificità sociali e culturali dei diversi territori, pur all’interno di una visione editoriale unitaria e coerente a livello nazionale.
La collaborazione strutturale con Caritas Ambrosiana e con altre Caritas diocesane rappresenta un pilastro fondamentale del progetto: garantisce accesso a servizi sociali, connessione con le reti di prossimità, supporto alla formazione dei venditori e una cornice istituzionale che rafforza l’autorevolezza del progetto stesso.
Il modello operativo adottato nelle redazioni prevede un’attenta selezione delle persone coinvolte nella vendita del giornale, percorsi di formazione personalizzati, accompagnamento sociale e strumenti di valutazione dell’impatto. Si tratta di un modello che non solo genera lavoro dignitoso, ma costruisce percorsi di reinserimento più ampi e sostenibili, basati sul protagonismo delle persone e sull’integrazione con i servizi territoriali.
In questo scenario, il coordinamento tra la redazione centrale di Milano e le sedi locali, la gestione delle autonomie regionali e l’adozione condivisa di pratiche comuni rappresentano le condizioni fondamentali per garantire coerenza progettuale, efficacia sociale e continuità editoriale.
Mario Flavio Benini. Come funziona oggi la rete delle redazioni territoriali di Scarp de’ Tenis? Quali sono i meccanismi di coordinamento tra la redazione centrale di Milano e le sedi locali, e quali sfide si incontrano nel mantenere un’identità comune rispettando le specificità regionali?
Stefano Lampertico. Nelle città in cui la Caritas locale ha scelto di aderire al progetto, c’è una persona che si occupa della parte editoriale e una che segue le vendite.
Chi si occupa della parte editoriale – spesso un giornalista, o comunque qualcuno che lavora nel mondo della comunicazione e che già collabora con Caritas – partecipa regolarmente alle nostre riunioni di redazione, che organizziamo ogni mese per preparare il numero. In queste riunioni si portano le idee, si condividono storie, si propongono spunti, poi noi a Milano facciamo sintesi.
Ma è grazie a questa rete che Scarp riesce ad avere “antenne” sul territorio, persone che ascoltano, osservano, raccolgono. E questo è fondamentale. Perché ci permette di andare direttamente alla fonte, senza mediazioni o intermediazioni: le storie arrivano da chi le vive.
E da questo punto di vista, il fatto che Scarp sia parte di Caritas è un vantaggio enorme. Abbiamo accesso diretto ai centri di ascolto, ai dormitori, ai servizi di prossimità. Se una persona senza dimora ha qualcosa da raccontare, noi siamo lì. E questo, credimi, cambia tutto. Quando la storia ti arriva non per sentito dire, ma direttamente dalla voce del protagonista, ha un altro peso, un altro valore, un’altra verità.
Questa è davvero una delle ricchezze più grandi di Scarp de’ Tenis.
Mario Flavio Benini. Quindi il legame con Caritas resta un elemento centrale anche per la tenuta operativa e narrativa del progetto.
Stefano Lampertico. Assolutamente sì. Non a caso riceviamo moltissime richieste da parte di colleghi giornalisti che vorrebbero accedere a storie come le nostre, poterle raccontare. E noi li invitiamo a farlo, perché – come ti dicevo prima – più se ne parla, meglio è. Più queste storie vengono raccontate, più diventano visibili, più entrano nel discorso pubblico. E questo è esattamente il nostro obiettivo.
Mario Flavio Benini. La selezione, la formazione e l’accompagnamento dei venditori sono elementi importanti del progetto. Puoi raccontarci come si struttura questo percorso e quali strumenti, metodologie o approcci ritenete più efficaci per garantire dignità, autonomia e reale reinserimento sociale?
Stefano Lampertico. A Milano abbiamo una struttura dedicata che chiamiamo “redazione di strada”, che si occupa specificamente della parte vendite e dei venditori. Dentro questa redazione lavora un responsabile che cura tutta la parte amministrativa, contabile, logistica — dalla distribuzione alle spedizioni fino alla gestione delle copie. A fianco di questa figura c’è anche un’assistente sociale di Caritas Ambrosiana che segue gli aspetti relazionali e di accompagnamento personale dei venditori.
I nostri venditori, infatti, non arrivano direttamente dalla strada. Arrivano dopo aver già fatto un primo passo nel riappropriarsi della propria vita: provengono dai centri di ascolto della Caritas, dalle comunità di Sant’Egidio, dai dormitori o da servizi pubblici del territorio che ce li segnalano. Perché questa scelta? Perché quando li mandiamo a vendere — spesso il sabato e la domenica — la sera possono tornare a casa con parecchie decine di euro in tasca. E per chi ha vissuto situazioni di dipendenza o marginalità profonda, questo rappresenta un rischio enorme.
Un’altra particolarità che ci distingue dagli altri street magazine è che noi lavoriamo in conto vendita. A Milano abbiamo circa 50 venditori: 30 fanno riferimento direttamente a noi, mentre una ventina operano nelle principali città della diocesi di Milano — da Lecco a Cinisello, da Sesto a Varese — dove le Caritas locali ci aiutano a gestire il progetto.
Il meccanismo è questo: il giovedì i venditori ritirano le copie, vanno a venderle nelle chiese dove abbiamo già preso accordi con i parroci — creiamo per loro occasioni protette e dignitose di vendita — e il lunedì tornano e ci pagano solo le copie vendute. Il guadagno? Una parte viene loro riconosciuta subito (1,20 euro a copia), ma la parte più consistente arriva dalle mance, che restano tutte a loro. Abbiamo venditori che la domenica riescono a vendere 80-90 copie: significa tornare a casa con 360 euro in tasca. Capisci quanto può essere destabilizzante per qualcuno che non ha mai gestito una cifra simile in autonomia.
È per questo che chiediamo ai centri di ascolto di segnalarci persone che abbiano già fatto un percorso, che abbiano almeno in parte superato certe fragilità. Parliamo spesso di persone che hanno alle spalle storie di carcere, dipendenze, furti, certificati penali “non a posto”. Ma proprio questa è la forza del progetto: assumere — perché tutti sono contrattualizzati con la cooperativa “Oltre” come venditori porta a porta — persone che altrove non troverebbero alcuna possibilità. E non solo le assumiamo, come ti dicevo prima, garantiamo contributi, tutele e regolarità del lavoro.
Abbiamo una rete di vendita che seguiamo con grande cura, con un database strutturato e visite ricorrenti in parrocchie: in alcune andiamo ogni mese, in altre tre, quattro, cinque volte l’anno. Alcuni punti di vendita esistono anche in strada — a Napoli, Vicenza, Milano — ma è davvero difficile vendere per strada oggi in Italia.
Mario Flavio Benini. Perché secondo te è così difficile vendere in strada in Italia rispetto ad altri Paesi?
Stefano Lampertico. Per diversi motivi. Primo: in Italia c’è un sospetto cronico verso chi vende qualcosa per strada. Siamo stati abituati per anni a sentirci rifilare di tutto, e quindi scatta un automatismo difensivo. Secondo: città come Milano sono sempre più veloci, frenetiche. La gente corre, non si ferma, non ascolta. Terzo: il contante è quasi sparito, e chi vende un giornale ha bisogno di monetario. E poi c’è stata una stagione — non tanto tempo fa — in cui le strade erano sature di persone che chiedevano l’elemosina: migranti, rom, racket. Tutto questo ha creato diffidenza e un sovraccarico simbolico negativo.
Noi qualche punto fisso lo manteniamo: per esempio davanti alla Curia abbiamo un nostro venditore che incontra gli studenti della Statale. Ma più che un punto vendita, è diventato un presidio simbolico. In generale, però, vendere per strada è dura. Basti pensare che oggi chiudono anche le edicole: da 100.000 in Italia, siamo scesi a 14.000. E non abbiamo mai voluto inserire Scarp in librerie o punti vendita tradizionali, perché lì si perderebbe l’essenza del nostro modello: il rapporto umano diretto tra venditore e acquirente.
Mario Flavio Benini. Ma quindi, accanto a un’opportunità economica, si tratta anche di costruire un percorso accompagnato, con tutte le complessità che comporta. In tutti questi anni, quanti venditori avete incontrato?
Stefano Lampertico. Settecento. Settecento persone, con le loro storie, i loro mondi, le loro fatiche e le loro speranze.
Mario Flavio Benini. Ho fatto volontariato in molte realtà, anche con Caritas a Roma sia con servizio notturno che nei centri d’ascolto a bassa soglia e so bene quanto sia difficile riportare una persona dentro un percorso lavorativo, soprattutto se ha vissuto la strada. Il vostro modello mi sembra uno dei pochi strumenti realmente efficaci per questo tipo di reinserimento. Andrebbe replicato.
Stefano Lampertico. È proprio questo il punto: non ce ne sono. O meglio, ne esistono pochissimi. E noi, nel nostro piccolo, proviamo a colmare questo vuoto. Tra i settecento venditori che abbiamo incontrato, molti — soprattutto i più giovani — siamo riusciti ad accompagnarli anche nel lavoro “vero”, fuori da Scarp. Grazie al sistema Caritas, alcuni li abbiamo inseriti in cooperative, centri di accoglienza, piccole strutture. Qualcuno è rimasto con noi come venditore per un po’, poi gli abbiamo chiesto di lasciare il posto a qualcun altro, e così via.
Ma chi arriva da noi ed è già over 55, lì le possibilità di reinserimento sono quasi nulle. Zero. Anche perché magari mancano le qualifiche, non c’è un titolo di studio, c’è una dipendenza non completamente superata. E chi è disposto ad assumere, oggi, una persona che è stata in carcere quattro anni?
Mario Flavio Benini. Però anche un lavoro minimo, se è regolare e dignitoso, cambia la vita.
Stefano Lampertico. Esattamente. Parliamo di guadagni modesti, certo, ma sufficienti per permettere a qualcuno di non dormire in strada, di non dover sempre mangiare alla mensa, di comprare un paio di scarpe, un libro, un regalo per un figlio. Di sentirsi vivo. E questa è una conquista enorme.
Mario Flavio Benini. Significa anche di sentirsi parte di qualcosa, no? Di una comunità. Perché una delle ferite più profonde della grave marginalità adulta è proprio la solitudine, la rottura dei rapporti familiari e sociali.
Stefano Lampertico. Ti racconto una storia. Anzi, più di una. Abbiamo accompagnato tre o quattro dei nostri venditori fino all’ultimo viaggio, al cimitero. Perché? Perché Scarp de’ Tenis era tutto quello che avevano. Nessun parente, nessun amico, nessun legame. Solo noi. Michele, per esempio, veniva in redazione ogni giorno. Tutti i santi giorni, alle tre e mezza era lì. Non aveva altro.
E poi Claudio. Lo abbiamo perso durante il Covid. Ci siamo accorti che era morto perché non lo vedevamo da una settimana. Siamo andati a cercarlo. Claudio era dislessico, disgrafico, discalculico, con un grave ritardo cognitivo. Era stato picchiato dal padre per tutta l’infanzia, portato a lavorare in Svizzera da ragazzino, asfaltava gallerie. L’unica parola tedesca che conosceva era “Brot”, pane. Tornato in Italia, viveva sulla 90-91, la circolare notturna milanese: ci dormiva sopra, perché era l’unico posto caldo. Lo trovò Marta della Ronda della Carità e ce lo segnalò. Da allora, Claudio ha venduto Scarp per tanti anni.
Noi lo portavamo anche allo stadio a vedere la Juve. Gli davamo ticket pasto, un piccolo contributo mensile. Era uno di noi. E storie come la sua — come quella di Michele, come tante altre — sono la ragione per cui facciamo quello che facciamo.
Alla fine, uno può anche pensare di fare il giornalista, ma poi incontri queste vite. E ti restano dentro.




Il Restyling grafico e l’identità visiva.
Nel 2025 con il numero 289 Scarp de’ Tenis ha avviato un’importante operazione di restyling grafico che ha segnato un passaggio rilevante nella storia visiva e comunicativa del giornale. Dopo oltre dieci anni dalla precedente veste editoriale, si è scelto di ripensare l’intero impianto grafico per rispondere alle nuove esigenze di leggibilità, accessibilità e fruizione da parte di un pubblico sempre più eterogeneo e digitalizzato.
Il nuovo progetto grafico, curato da Francesco Camagna, ha mantenuto la riconoscibilità storica della testata, lavorando su una maggiore pulizia del segno, sulla semplificazione dei caratteri e su una struttura visiva più chiara e coerente. Il cambiamento non è stato solo estetico: ha rappresentato un’occasione per ascoltare i lettori, interrogarsi sull’identità del progetto e rilanciarne la forza narrativa in un contesto mediatico in profonda trasformazione.
All’interno di una crisi strutturale dell’editoria cartacea, Scarp de’ Tenis ha scelto di investire sulla qualità visiva come leva per rafforzare la propria missione sociale e il suo ruolo nell’informazione alternativa. In questo processo, l’equilibrio tra innovazione e memoria, tra design e funzione sociale, è diventato il filo conduttore di un rinnovamento che coinvolge l’intera esperienza del lettore.
Mario Flavio Benini. Da cosa è nata l’esigenza di ripensare la veste grafica di Scarp de’ Tenis dopo oltre dieci anni? Quali riflessioni hanno accompagnato il processo di rinnovamento e quali erano gli obiettivi principali che vi eravate posti?
Stefano Lampertico. Era più di un decennio che il giornale aveva la stessa impostazione grafica, e sentivamo fosse arrivato il momento di cambiare abito. Per due motivi fondamentali: il primo, per migliorare la leggibilità e la fruibilità; il secondo, per aggiornare la grafica al gusto contemporaneo. Come cambiamo noi nel tempo — nei vestiti, nei modi, nei pensieri — così anche un giornale deve cambiare. Un grande direttore, Paolo Pietroni, che ha diretto 7 – Sette, Specchio della La Stampa, e ha scritto anche per il teatro, mi disse: “Quando fai un giornale, devi pensarlo come una persona. E una persona cambia nel tempo.”
E così abbiamo fatto. Prima di uscire con il nuovo progetto, ho anche chiesto consiglio a Carlo Verdelli. Gli ho mostrato la nuova veste grafica e gli ho detto: “Direttore, stiamo in piedi oppure buttiamo tutto nel cestino?”. E lui mi ha risposto con un’immagine che non ho mai dimenticato: “Un giornale è come una fila di panni stesi: deve iniziare bene, finire bene, e restare sempre teso, sempre interessante.” Da queste suggestioni è partito il nostro lavoro collettivo di rinnovamento.
Abbiamo cambiato la testata, il font, la gabbia grafica, le colonne. Un feedback molto ricorrente da parte dei lettori era che il testo fosse troppo piccolo, difficile da leggere. Quindi abbiamo ingrandito il carattere, aumentato l’interlinea, scelto un font graziato che migliora la leggibilità — lo stesso usato dal Guardian. Abbiamo anche rafforzato la parte iconografica: più spazio alle fotografie, più cura nelle illustrazioni.
E qui c’è un aneddoto bellissimo. Ho scritto a Lorenzo Mattotti, uno dei più grandi illustratori contemporanei, autore di oltre 40 copertine per The New Yorker. Gli ho chiesto se voleva disegnare una copertina per noi. E lui, che vive a Parigi, mi ha risposto: “Ti ascolto a Prima Pagina su Radio Rai, conosco te e conosco il giornale.” Poi ha aggiunto una frase che mi ha colpito molto: “Ti dico sì subito, anche perché sei uno dei pochi che nella mail con cui mi chiede un lavoro, scrive anche quanto può pagarmi.” Gli avevo scritto con molta trasparenza, spiegandogli fino a dove potevamo arrivare, ben lontano dai cachet di The New Yorker. E lui ha accettato.
Non solo: mi ha anche mandato una serie di circa 40 disegni sul tema dell’homelessness che aveva realizzato nel tempo, dicendomi: “Usali come vuoi per illustrare le tue storie.” Un gesto di una generosità straordinaria, come solo i fuoriclasse sanno fare.
Il restyling ha riguardato anche la struttura editoriale: abbiamo riorganizzato la scansione delle pagine, rivisto alcune rubriche, introdotto nuovi contributi grafici. Perché oggi l’immagine ha un ruolo cruciale anche per la carta stampata. Inoltre, grazie alla rete internazionale dei giornali di strada, abbiamo accesso gratuito all’archivio fotografico di Reuters, e questo ci ha permesso un salto di qualità anche dal punto di vista iconografico.
Da parte mia — lo dico con tutta l’onestà possibile — credo che il progetto sia ben riuscito. Il giornale oggi è leggibile, fluido, contemporaneo. Non ha sacrificato l’approfondimento, né la forza delle storie. Abbiamo cercato un equilibrio tra contenuti impegnativi e narrazioni più leggere, tra densità e accessibilità. E i riscontri sono stati molto positivi.
Mario Flavio Benini. Come hanno reagito i vecchi lettori a questa trasformazione?
Stefano Lampertico. Molto bene. Ho ricevuto tantissimi apprezzamenti, anche da colleghi giornalisti. Io, ogni mese, invio Scarp a una lista interminabile di nomi — da Enrico Mentana a Mario Orfeo. Rompo le scatole a tutti, perché voglio che sappiano che esistiamo. E devo dire che il nostro lavoro viene riconosciuto e stimato. Questo, per me, è un grande segnale.
Mario Flavio Benini. La collaborazione con Francesco Camagna ha portato alla realizzazione di un progetto che rinnova l’identità visiva del giornale mantenendone la riconoscibilità. Come avete lavorato insieme su questo equilibrio tra tradizione e leggibilità?
Stefano Lampertico. Francesco è sempre stato un amico di Scarp de’ Tenis. È con noi da molto tempo: aveva già curato i due progetti grafici precedenti. È un grafico che viene da una scuola importante: ha lavorato con Piergiorgio Maoloni, e ha avuto esperienze significative anche nei quotidiani. Lo abbiamo conosciuto una ventina d’anni fa, quando fece il primo progetto grafico per il nostro giornale, e da allora ci ha accompagnato passo passo nella nostra crescita, diventando un punto di riferimento stabile.
Il nostro è un lavoro artigianale, fatto in casa: impaginiamo noi stessi il giornale. Io e il mio collega curiamo materialmente la grafica: scegliamo le fotografie, le elaboriamo, impaginiamo le pagine, prepariamo i PDF per la stampa. Francesco ci prepara le gabbie grafiche e poi ci offre l’ultimo sguardo critico prima dell’uscita. Rilegge tutto, ci segnala ciò che non funziona, suggerisce modifiche — soprattutto sulle immagini, che lui sa trattare con un occhio molto preciso. Le copertine, ad esempio, le ha sempre fatte lui. È una collaborazione preziosa, affettuosa e competente.
Ha una grande qualità: riesce a rendere fruibile e visivamente accessibile anche un contenuto denso, tosto, pesante. E questo è fondamentale per un giornale come il nostro, dove il dossier di copertina arriva a occupare anche dieci pagine. Chi fa ancora dieci pagine di inchiesta oggi? È una sfida vera, che si vince solo se hai al tuo fianco qualcuno capace di dare forma a quella densità senza appesantirla, senza rinunciare alla leggibilità.
Mario Flavio Benini. C’è qualcosa che mi colpisce profondamente in questa fase storica, ed è la scomparsa dei luoghi di prossimità — spazi che non erano solo destinati alla vendita, ma anche alla relazione, allo scambio umano, alla socialità diffusa nei quartieri. Penso alle latterie: quando ero un ragazzo giovanissimo, erano tra i posti più frequentati. Oggi non ne esiste quasi più traccia. Ma penso anche alle cartolerie, spazi creativi a stretto contatto con la scuola, che si sono trasformate radicalmente, e naturalmente alle edicole, che sono un nodo centrale di questa trasformazione degli spazi di prossimità. Non erano solo punti vendita, erano punti d’incontro, crocevia di parole, di chiacchiere, di abitudini quotidiane condivise. Ecco, quando scompaiono questi luoghi, non perdiamo solo dei canali commerciali, perdiamo un patrimonio culturale e relazionale, una dimensione di vicinanza urbana che non è stata adeguatamente ripensata. È un patrimonio che si sta dissolvendo senza che ci sia stato un vero sforzo progettuale e sistemico per comprenderne il valore e rilanciarlo in forme nuove.
Tutto questo ci porta al cuore del nostro discorso, che è anche il cuore di una trasformazione più ampia: quella del modo in cui oggi si fruisce dell’informazione. Lo dico con una punta di nostalgia ma anche con realismo: ero un grande lettore di giornali, e all’università spendevo cifre inaudite in editoria cartacea. Oggi — se guardo me stesso — faccio fatica ad andare in edicola. È un cambiamento radicale, che investe le abitudini, le economie e le modalità stesse di stare nel mondo.
Torno allora a Scarp de’ Tenis: il nuovo progetto grafico sembra voler aprire anche a un’evoluzione digitale più decisa. È così? In che modo questa nuova identità visiva dialoga con le piattaforme digitali e i contenuti multimediali? E in che misura le trasformazioni che ho appena evocato hanno cambiato anche il vostro modo di lavorare, di immaginare il giornale e di relazionarvi con i lettori?
Stefano Lampertico. Quella digitale è la sfida più complessa e più decisiva che abbiamo davanti. Lo è per tutti, certo, ma per noi lo è in modo particolare. Anche per gli altri giornali di strada del mondo è così: molti hanno provato a immaginare una versione completamente digitale, ma i risultati — per ora — non sono soddisfacenti.
Qualcuno mi ha detto: “Stefano, voi siete più fortunati, perché avete alle spalle un progetto sociale, e quindi il passaggio al digitale sarà più lento rispetto ai grandi giornali di carta che hanno già la data di fine segnata.” Ma io non ne sono così sicuro. Non abbiamo certezze. Abbiamo, però, iniziato a potenziare la nostra presenza sui social, per amplificare i contenuti e attrarre lettori. E pubblichiamo anche un’edizione digitale, che viene letta da abbonati che vivono in città dove i nostri venditori non arrivano. Per ora, ci siamo fermati lì.
Ma è chiaro che siamo dentro una trasformazione strutturale. E per noi, che facciamo un giornale costruito sulla relazione, sull’incontro tra venditore e lettore, è ancora più difficile immaginare un futuro esclusivamente digitale. I nostri venditori vivono dello scambio umano, del contatto, della parola. Se viene meno questo, cosa resta?
Non abbiamo modelli replicabili, nemmeno all’estero. Ci sono esperimenti: ad esempio “Zed“, il giornale di strada olandese, ha fatto una transizione al digitale completa, ma non ha funzionato. “Megaphone“, a Vancouver, ha creato una app in cui puoi vedere la foto del venditore, leggere la sua storia, ascoltare la sua voce e acquistare da lui il giornale in digitale. È un’idea interessante, e forse è una via. Resta una sfida enormemente complessa.
Io, nel frattempo, cerco di coinvolgere qualche giovane, ragazze e ragazzi che possano portare nuova linfa. Ma è sempre più difficile. Anche perché la professione del giornalista, per come l’abbiamo conosciuta, non esiste più. È tutto cambiato nel giro di pochi anni — anzi, nel giro di un battito d’ali di farfalla.
Oggi l’informazione è usa-e-getta: arriva in trenta secondi, la consumi senza nemmeno sceglierla, poi sparisce. Non c’è più approfondimento, né sedimentazione. Davanti a questo panorama, a volte mi verrebbe da alzare le mani. Ma dobbiamo in ogni caso provare a cercare strade nuove partendo dalla forza del racconto, nelle storie che hanno un volto e una voce. E sono certo che troveremo nuove forma, nuovi linguaggi, una nuova casa. Anche se ancora non sappiamo dove.
Mario Flavio Benini. Credo che oggi si pongano almeno due grandi sfide.
La prima riguarda il contenuto editoriale, che nel passaggio al digitale tende spesso a semplificarsi, a perdere complessità e profondità. È un processo che riguarda ormai anche molte grandi testate italiane: l’informazione si trasforma quasi in gossip, in titoli-immagine, in stimoli visivi immediati. Un’informazione che informa poco, che si consuma in pochi secondi e che viene formattata fin dall’origine per essere veicolata, rilanciata e amplificata attraverso i social. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
La seconda sfida riguarda invece il modello di distribuzione e vendita, che nel vostro caso è fondato su una relazione ricorrente, su un rapporto di fiducia, su un orientamento personalizzato che si costruisce nel tempo. Ecco, mi pare che anche questa relazione umana stia sparendo, trasformata in una transazione impersonale, mediata da piattaforme anonime e automatizzate.
Come state affrontando questa doppia transizione – quella del contenuto e quella del modello distributivo?
Stefano Lampertico. Da quel punto di vista – quello della transazione digitale legata alla distribuzione – non credo sia il problema fondamentale. Ci sono esempi virtuosi che dimostrano come la tecnologia possa essere integrata senza necessariamente perdere la dimensione relazionale.
Penso per esempio a Hus Forbi, il giornale di strada danese: è il magazine settimanale più venduto in Danimarca e per oltre il 90% lavora con entrate digitali. Tutto è tracciato, tutto passa attraverso QR code, conti digitali personali dei venditori, pagamenti via smartphone, POS. Anche Augustin in Austria ha sperimentato con successo queste modalità.
Noi in Italia ancora no, semplicemente perché il contante ancora gira. Ma è evidente che nei prossimi anni tutti avranno il pagamento via smartphone. Dovremo attrezzarci. Quella, però, non è la parte difficile: gli strumenti ci sono, i modelli anche.
Il vero nodo è un altro: non esistono ancora modelli replicabili che permettano di trasferire l’elemento relazionale e il reddito dei venditori in una forma digitale, senza disperdere il senso del progetto.
L’elemento chiave per noi è la relazione di fiducia, la possibilità per il venditore di costruire un legame stabile con i lettori, con chi lo incontra. Trasformare tutto questo in un ambiente digitale, mantenendo la dignità, l’identità e il valore sociale, è la sfida vera. Stiamo cercando, discutendo, esplorando. Per ora la carta regge, ma non sappiamo fino a quando.
Mario Flavio Benini. Se allarghiamo lo sguardo, mi sembra che l’editoria più interessante oggi arrivi da contesti non convenzionali, da esperienze fuori dai grandi circuiti editoriali. Penso per esempio a Scomodo, una rete territoriale ed editoriale giovane, partecipata, che ha saputo riattivare spazi urbani e coinvolgere centinaia di ragazzi e ragazze in processi creativi collettivi. Parliamo di un mensile cartaceo distribuito in oltre 500.000 copie, con più di 700.000 persone coinvolte, oltre 4.000 eventi, e una struttura progettuale che connette mondo fisico e digitale attraverso la lettura aumentata e l’intermedialità. È un modello ibrido che unisce rivista, eventi, crowdfunding, comunità, advocacy. E tutto questo con una forte gratuità nelle scuole e università, e una distribuzione a pagamento in librerie indipendenti e spazi culturali. Ecco, forse anche fuori dal vostro contesto diretto ci sono esperienze che andrebbero intercettate, magari perchè no creando collaborazioni inedite. Forse lì ci sono idee nuove, generate da persone molto giovani, su cui varrebbe la pena investire uno sguardo.
Stefano Lampertico. Sì, assolutamente. Sono d’accordo. Ci sono energie nuove, idee vive, e c’è una generazione che sta cercando linguaggi e strumenti diversi, anche se magari non ha ancora tutto lo scheletro organizzativo.
Io, lo ammetto, ho anche il limite dell’età. Ho 58 anni, e pur essendo ormai molto digitale – perché oggi quasi tutto quello che leggo e faccio passa da lì – non riesco a pensare un progetto editoriale nato esclusivamente per il digitale. Non è il mio mondo.
Io ho sempre fatto giornali cartacei, radio, ho sempre lavorato sulla parola scritta, sulla voce, sulla presenza fisica. Ma non sono pessimista, anzi. Sono fiducioso.
Perché il valore delle cose che racconti resta. Resiste. È quello il punto.
Tutti, a un certo punto, dicevano che sarebbero scomparsi i libri cartacei. Con il Kindle, con gli e-book… E invece non è stato così. Nemmeno tra i giovani. Nemmeno tra i giovanissimi.
Mario Flavio Benini. Esattamente. È un po’ come è successo con la musica: l’industria discografica aveva dato per morti i vinili, e invece hanno trovato una nuova vita, una nicchia vitale, un mercato parallelo capace di tenere insieme tradizione e innovazione. Forse anche per l’informazione cartacea non tutto è perduto, se sapremo costruire nuove relazioni e nuovi rituali di lettura.
Avete fatto anche delle sperimentazioni sullo shop online, e se non sbaglio vi siete affacciati anche al mondo dei podcast. Mi pare quindi che, in modo graduale, si sia aperto un orizzonte di sperimentazione digitale: piccole cose, ma comunque significative.
Stefano Lampertico. Sì, abbiamo avuto una trasmissione radio, facciamo tuttora degli interventi radiofonici, ad esempio sul circuito Marconi. Poi c’è lo shop online, dove vendiamo gadget, gli abbonamenti, e ovviamente la rivista. È una vetrina utile, perché ci ha permesso non solo di raccogliere qualche fondo aggiuntivo, ma soprattutto di raggiungere un pubblico che altrimenti non potremmo raggiungere. Pensa, per esempio, a una persona che vive a Pavia, dove non ci sono venditori: come fa ad acquistare Scarp? Non possiamo essere presenti in tutte le città d’Italia, sarebbe un’impresa folle. Allora lo shop diventa una possibilità di accesso, ci permette di vendere la rivista anche in digitale, abbiamo alcuni abbonati PDF, che non vogliono l’edizione cartacea ma desiderano comunque leggere il giornale. È un’esperienza positiva, sicuramente, perché allarga la platea, permette di far circolare i nostri contenuti anche in contesti non raggiunti dalla rete territoriale dei venditori.
Mario Flavio Benini. E nel momento in cui la rivista viene venduta in PDF, e quindi non passa attraverso i venditori, come funziona? Il ricavo va interamente alla rivista, o esiste una forma di redistribuzione?
Stefano Lampertico. Va tutto alla rivista, sì. Però bisogna considerare una cosa: noi non calcoliamo come costo tutto ciò che ruota attorno al lavoro dei venditori, come ad esempio i costi del personale Caritas che li segue, o quelli della redazione di strada. Riceviamo un contributo annuale da Caritas, che copre la parte mancante dei nostri bilanci. Per darti un’idea: vendiamo circa 100.000 copie all’anno. Ogni copia costa 4 euro, ma 1,20 euro vanno direttamente al venditore. Vuol dire che mancano 120.000 euro all’appello. E questi soldi vanno trovati. Fortunatamente la rete Caritas ci sostiene. Ma c’è un’altra cosa importante: il valore sociale. Con il lavoro che diamo, togliamo 100 persone dalla linea dell’assistenza. E quanto vale quel lavoro lì? Quanto vale in termini di risparmio per il welfare? È difficile quantificarlo, ma è chiaro che c’è un impatto molto concreto, molto reale.
Mario Flavio Benini. E per quanto riguarda i podcast? Avete già realizzato qualcosa o siete ancora in fase esplorativa?
Stefano Lampertico. Abbiamo avuto una trasmissione che si chiamava Radio Scarp, che poi abbiamo trasformato in pillole radiofoniche: brevi interventi da cinque minuti, che andavano in onda tre volte alla settimana su Radio Marconi. In queste pillole raccontavamo storie di Scarp, oppure di associazioni del terzo settore, libri particolari, progetti interessanti. Era curata da Marta, che oggi si occupa dei social media. Abbiamo provato anche a mettere qualcosa su Spotify, e qualche idea più strutturata per un vero podcast l’avremmo anche. Ma sai, non siamo Chora Media, che riesce a farne anche una fonte di guadagno. Per noi significherebbe un investimento ulteriore, un impegno di risorse e di tempo che, al momento, non possiamo permetterci. Mi hanno anche mandato delle prove di podcast: lettori, simpatizzanti, anche attori professionisti che si sono offerti per leggere le nostre storie. Ma non è il nostro stile. Scarp ‘de Tenis non può essere raccontato con voce impostata, con la dizione da doppiatore. Il podcast, se lo faremo, dovrà essere impastato di umanità, dovrà portare le storie di strada, senza sovrastrutture. È un territorio ancora inesplorato per noi, ci stiamo pensando, ma non è semplice.
Mario Flavio Benini. Hai ragione. Prima che arrivasse Chora Media, anche in Italia le grandi testate facevano fatica a dare un valore economico al podcast. Era visto quasi come uno strumento di branding.
Stefano Lampertico. E ancora oggi, la verità è che quasi nessuno guadagna davvero dai podcast. È una fruizione gratuita, molto spesso senza pubblicità o con pochissima pubblicità. Io ne ascolto tanti: l’ultimo che ho sentito è stato quello di Pablo Trincia sulla morte di Denis Bergamini, bellissimo, ma senza uno sponsor. Eppure c’è un lavoro pazzesco dietro, mesi di ricerca, interviste, editing, studio. È un’impresa impeccabile, certo, ma molto difficile da sostenere economicamente.
Mario Flavio Benini. E invece, sul fronte community online? Come sta andando il vostro rapporto con il pubblico digitale?
Stefano Lampertico. Sta andando bene, per quello che possiamo fare. Premessa importante: non abbiamo mai pagato nulla per amplificare il nostro pubblico. Niente sponsorizzazioni, niente pubblicità a pagamento. Chi ci segue, ci segue per scelta. Siamo su Facebook, dove abbiamo circa 10.000 follower, tutti nella fascia d’età tra i 50 e i 65 anni: è la nostra base lettori tradizionale. Poi siamo anche su Instagram, dove pubblichiamo le storie, i nostri reel. Su X (ex Twitter) abbiamo sia l’account ufficiale di Scarp sia il mio personale, che uso al 95% per il giornale. E lì ho circa 7.000 follower, per lo più professionisti della comunicazione e del sociale. Una platea molto settoriale, ma utile. Detto questo, si potrebbe fare molto di più, certo. Ma bisogna considerare chi siamo: io ed Ettore facciamo fisicamente il giornale, Marta cura i social, Sabrina è la nostra segretaria di redazione, si occupa di testi, correzioni, relazioni. E poi ci sono i collaboratori esterni. Questo è tutto. Se avessimo risorse in più, si potrebbe investire in altro. Ma non possiamo perdere di vista il nostro cuore operativo: la prima domenica del mese il giornale deve essere pronto, i venditori devono averlo in mano, e devono poter guadagnare. Questo viene prima di tutto.






Modelli e testate: l’editoria di strada in Italia e il confronto internazionale.
In un mondo mediatico in rapida evoluzione, il confronto tra testate di editoria sociale è sempre più necessario per comprendere le traiettorie di sviluppo, le sfide comuni e le possibilità di innovazione. Scarp de’ Tenis, con la sua lunga esperienza e la riconosciuta leadership nel panorama nazionale, rappresenta un punto di riferimento per molte realtà italiane, ma allo stesso tempo partecipa attivamente al dialogo internazionale attraverso la rete INSP.
Accanto a Scarp, l’Italia ospita esperienze importanti come Piazza Grande a Bologna, Fuori Binario a Firenze, Terre di Mezzo a Milano e testate come Shaker (oggi ferma) o Napoli Monitor (oggi solo online), ognuna con approcci diversi al giornalismo sociale, alla partecipazione dei venditori e all’indipendenza economica. Queste realtà, pur con risorse limitate, offrono uno sguardo prezioso sulle città, i conflitti sociali e le forme di esclusione che attraversano il paese.
Sul piano internazionale, la rete INSP mette in dialogo oltre novanta testate di strada in più di trenta paesi, da The Big Issue (UK/Australia) a Surprise (Svizzera), da Hus Forbi (Danimarca) a L’Itinéraire (Canada), offrendo modelli innovativi in termini di digitalizzazione, formazione dei venditori, sostenibilità economica e advocacy. In molte di queste esperienze, la partecipazione attiva dei venditori alla produzione editoriale e la sperimentazione di linguaggi multimediali sono elementi chiave.
Per Scarp de’ Tenis, il confronto con questi modelli rappresenta uno stimolo costante a migliorare e adattare il proprio approccio, cercando un equilibrio tra il radicamento territoriale e l’apertura alle sfide globali dei giornali di strada.
Mario Flavio Benini. Vorrei approfondire con te il rapporto con le testate estere. Voi fate parte di una rete molto interessante, e di recente ho visto un articolo in cui raccontavate una mostra dal titolo How Street Papers Change Lives, realizzata insieme alla rivista di strada Surprise di Berna. Era una mostra sulle esperienze internazionali dei giornali di strada, mi pare di un paio d’anni fa. Mi confermi che non è mai stata portata in Italia?
Stefano Lampertico. No, purtroppo no. È stata esposta in Francia, in Inghilterra, mi sembra anche ad Hannover. Ma non in Italia.
Mario Flavio Benini. Peccato davvero. Sarebbe interessante portarla anche qui, perché permetterebbe di far conoscere un patrimonio internazionale di esperienze spesso poco note. Al di là delle testate più celebri, come The Big Issue, che esempi consideri oggi particolarmente significativi?
Stefano Lampertico. The Big Issue ovviamente è un gigante: è un settimanale, una vera impresa sociale. Però va detto che dopo il Covid ha subito una battuta d’arresto pesantissima, sia sul piano delle vendite che nella tenuta del modello. In ogni caso, ci sono esperienze meno conosciute che trovo molto interessanti. In Germania, per esempio, l’editoria di strada ha avuto uno sviluppo straordinario: oggi ci sono più di venti giornali di strada attivi. Se guardiamo all’Italia, invece, il panorama è più scarno. Esistiamo noi di Scarp de’ Tenis, c’è Fuori Binario a Firenze, che è un’esperienza piccola e militante, e c’è Zebra in Alto Adige, un mensile bilingue legato soprattutto alla comunità dei migranti e dei rifugiati. Poi forse ci sarebbe anche Piazza Grande, ma temo che ormai non pubblichi più. Sono amici, ci sentiamo ogni tanto, ma non so neanche se stampano ancora. Avevano una diffusione limitata, interna a librerie o biblioteche. È un peccato. All’estero, invece, c’è una vitalità enorme. In Austria, per dire, ci sono otto testate. In Nord America sono tantissime, ma anche in Asia, in Oceania, in Sud America.
Ad Atene, ad esempio, c’è Shedia, un giornale di strada che è anche un’impresa sociale molto strutturata. Hanno avviato progetti paralleli per generare sostenibilità: hanno aperto un bar, vendono opere d’arte realizzate con le copie riciclate del giornale, e hanno creato piccole imprese legate alla redazione. A Oslo c’è Erlik, che ha fatto qualcosa di simile: nella loro sede, all’ultimo piano, hanno aperto un caffè per impiegare persone senza dimora. Il loro giornale, tra l’altro, costa dodici euro: è un prodotto editoriale curatissimo, quasi da rivista di design. In Danimarca c’è Hus Forbi, che è forse l’esempio più radicale e coerente: da trent’anni ha la stessa impostazione, con copertine sempre identiche – un primo piano in bianco e nero di un venditore – e una struttura editoriale che non cambia, ma continua a funzionare. In Giappone c’è un’edizione di The Big Issue, molto autorevole. In Sud America c’è Hecho en Buenos Aires, un’esperienza militante, fortemente legata a movimenti sociali e politiche di opposizione. A Città del Messico c’è Mi Valedor, in Svezia ce ne sono diversi, in Slovacchia, a Taiwan, in Australia. In tutto sono circa un centinaio i giornali che fanno parte dell’International Network of Street Papers. Alcuni sono grandi, altri minuscoli, ma ciascuno ha una propria identità e un proprio valore. A Monaco di Baviera, ad esempio, c’è BISS, una testata con trent’anni di attività che ha costruito una struttura enorme: hanno venditori che sono assunti come dipendenti, producono contenuti di altissima qualità, generano risorse importanti, e sono un punto di riferimento in tutta la Baviera. È un progetto davvero impressionante. Ma, al di là delle differenze, la cosa che accomuna tutti questi giornali è l’idea che non si fa elemosina, si crea lavoro. Si offre una possibilità. Si permette a chi è in difficoltà di ripartire. Questo è il tratto comune, in ogni parte del mondo.
Mario Flavio Benini. Quanto è prevista – o praticata – la partecipazione diretta delle persone senza dimora nella produzione editoriale? Mi riferisco non solo alla possibilità di raccontarsi, ma anche all’eventuale coinvolgimento nelle decisioni editoriali. Mi sembra che in alcune realtà ci sia una forma di redazione allargata, ma non ho approfondito abbastanza. È qualcosa che accade anche da voi, o che vi ispira?
Stefano Lampertico. All’estero è molto diffuso il racconto in prima persona. I venditori spesso sono protagonisti di rubriche fisse, o addirittura di intere sezioni del giornale. Anche noi lo facciamo, in parte. Per molti anni abbiamo avuto la rubrica del “venditore del mese”, in cui un nostro venditore si raccontava in prima persona, a volte in forma autobiografica, a volte con l’aiuto della redazione. Era un contenuto molto letto, e molto apprezzato sia dai lettori sia dagli stessi venditori, che trovavano un motivo in più per proporre il giornale. Perché se tu vendi una rivista in cui c’è la tua storia, la tua voce, hai una motivazione in più. È anche un riconoscimento, e in qualche modo un pezzo del tuo percorso di riscatto.
Nei paesi nordici questo aspetto è ancora più visibile. Come ti dicevo, Hus Forbi non ha mai cambiato copertina: da decenni pubblica sempre il volto del venditore del mese. È il loro marchio di fabbrica. The Big Issue lo fa da sempre: la prima pagina è spesso dedicata al venditore, con la sua storia, la sua immagine. C’è un valore simbolico molto forte. E c’è anche una funzione narrativa: raccontarsi significa ricollocarsi nel mondo, significa rientrare nel discorso pubblico, riconquistare uno spazio. In questo senso, l’autonarrazione diventa parte del percorso di reinserimento. E anche per noi, pur con i nostri limiti, è sempre stato un punto importante.





Il Modello economico: sostenibilità, ricavi e innovazione.
Il modello economico di Scarp de’ Tenis rappresenta una delle componenti più strategiche del progetto, non solo per la sua tenuta nel tempo, ma anche per la coerenza con la missione sociale originaria. In un’epoca segnata dalla crisi dell’editoria cartacea, dalla transizione verso sistemi di pagamento digitali e dalla crescente gratuità dell’informazione, Scarp ha saputo costruire una struttura economica solida, fondata su un’equilibrata diversificazione delle fonti di ricavo.
Accanto alla vendita diretta del giornale in strada — che continua a rappresentare il cuore del modello — si sono affiancati nel tempo abbonamenti, shop online, merchandising, donazioni e partnership istituzionali. La capacità di reinvestire le risorse per sostenere i percorsi di reinserimento sociale dei venditori e garantire la qualità editoriale è una delle peculiarità che distinguono il progetto, anche nel panorama internazionale.
Il confronto con testate sia italiane che estere mostra come la sostenibilità economica sia una sfida condivisa e sempre più complessa. Le risposte a questa sfida variano: c’è chi punta sull’innovazione digitale, chi sul crowdfunding, chi su collaborazioni strategiche con il terzo settore o con il mondo delle imprese o chi segue ancora il modello della raccolta pubblicitaria classica. Per Scarp de’ Tenis , la sfida è mantenere un equilibrio dinamico tra identità sociale, innovazione gestionale e sostenibilità finanziaria.
Mario Flavio Benini. Oltre al giornale in senso stretto, avete mai sviluppato progetti editoriali paralleli o attività culturali che contribuissero sia alla sostenibilità economica che all’impatto sociale del progetto? E come si collocano queste iniziative all’interno della vostra struttura economica più generale — che oggi si regge su vendite in strada, abbonamenti, shop digitale, donazioni, merchandising e partnership?
Stefano Lampertico. Sì, abbiamo fatto anche qualcos’altro. Per esempio, abbiamo realizzato, sempre nato dal basso, un progetto molto bello: una guida turistica alternativa della città di Milano che si chiama I Gatti di Milano non toccano terra, fatta dai Gatti Spiazzati. I Gatti Spiazzati sono un gruppo nato nell’ottobre 2016 da tre frequentatori del centro diurno La Piazzetta della Caritas Ambrosiana. La guida è stata realizzata con loro, con le loro parole, le loro camminate, i loro occhi. È un progetto bellissimo, anche molto poetico.
Poi abbiamo fatto altre cose: al Castello Sforzesco di Milano, per esempio, abbiamo realizzato più di cinquanta tavole con i principali fumettisti italiani, in una mostra dedicata a Enzo Jannacci. Era una rassegna che, con un intento solidale, faceva rivivere i personaggi delle sue canzoni. Ne abbiamo realizzate due edizioni: una al Castello, l’altra al Museo del Fumetto. Le tavole originali sono poi state messe in vendita per raccogliere fondi a favore della Caritas. Ogni tanto abbiamo anche fatto aste di beneficenza: mi ricordo all’inizio proprio le “scarpette da tennis” in ceramica dipinta da illustratori, che poi mettevamo all’asta. Abbiamo anche pubblicato un libricino con le strisce di Papuzzi, che sono delle strisce ironiche e divertenti disegnate da due artisti della Disney che collaborano alle pagine di Scarp. E dalla mostra su Jannacci è nata anche una esposizione itinerante che abbiamo fatto girare un po’ di città. Insomma, abbiamo sempre cercato di diversificare secondo le nostre forze.
Quello che invece a noi manca rispetto agli altri giornali è il ricavo della pubblicità. Perché? Perché noi non possiamo fare pubblicità a certi settori: non possiamo accettare pubblicità sul gioco d’azzardo, perché magari i nostri venditori hanno perso tutto al gioco. Non possiamo mettere pubblicità su alcol o lusso. Chi mai pubblicherebbe pubblicità di superalcolici o orologi di lusso su Scarp? E le automobili? Ma chi mai si comprerebbe un’auto guardando una pubblicità sul nostro giornale? Il mondo pubblicitario italiano oggi è fatto di questo: gioco, alcol, banche, grandi catene della distribuzione. Ecco, su questo fronte noi siamo tagliati fuori.
Certo, abbiamo qualche inserzione pubblicitaria mirata: associazioni, gruppi con cui collaboriamo. A volte celofaniamo il giornale e inseriamo dei volantini per raccolte fondi, per campagne specifiche. Ma questo è il nostro mondo, e il nostro modello di business ovviamente non regge le leggi del mercato in senso stretto. Abbiamo abbattuto tutti i costi possibili: stampiamo in rotooffset, il giornale non costa moltissimo. Però devi considerare che una parte del prezzo va al venditore, una parte serve a mantenere la struttura, una parte va ai giornalisti.
Se uno vuole guadagnare con un giornale, non fa Scarp de’ Tenis. Fa altro. Ma non fa questo.
Impatto sociale.
L’impatto sociale è il fulcro attorno al quale ruota la missione di Scarp de’ Tenis. L’obiettivo non è soltanto quello di offrire un’opportunità di lavoro dignitoso a persone senza dimora o in condizioni di fragilità, ma anche di contribuire attivamente a processi di inclusione sociale, promuovere la cittadinanza attiva e trasformare la narrazione pubblica sulle marginalità. Restituire dignità, visibilità e voce a chi è spesso invisibile nella comunicazione mainstream rappresenta una scelta editoriale ma anche una presa di posizione culturale e politica.
Nel tempo, Scarp de’ Tenis ha sviluppato una pluralità di strumenti per valutare e comunicare il proprio impatto: indicatori quantitativi (numero di venditori attivi, percorsi di reinserimento, accesso ai servizi sociali e abitativi), strumenti qualitativi (analisi dei cambiamenti relazionali, autostima, motivazione), monitoraggi interni e raccolte sistematiche di testimonianze. Accanto ai dati, le storie di trasformazione personale restano l’espressione più potente dell’efficacia del progetto.
Anche in questo ambito il confronto con altre esperienze italiane e internazionali dimostra che la misurazione dell’impatto è una sfida centrale per l’editoria sociale: da un lato serve a garantire trasparenza e credibilità verso lettori, donatori e partner istituzionali; dall’altro, impone una riflessione profonda su cosa significhi davvero “successo” in percorsi complessi e non lineari come quelli del reinserimento sociale.
In questo contesto, saper comunicare l’impatto non solo in termini numerici ma anche come cambiamento umano e sociale è essenziale per costruire fiducia, ispirare sostegno e contribuire a un immaginario collettivo più equo e inclusivo.
Mario Flavio Benini. Recentemente ho incontrato Alex Toselli, il fondatore di Albergo Etico. Una delle cose che mi ha colpito di più è il fatto che lui, pur venendo da una formazione in ambito economico e finanziario, ha sempre ragionato in termini di impatto sociale: trasformazione delle persone, risparmio per il welfare. È un approccio che lui cerca di tradurre anche in cifre, in indicatori. Ecco, mi sembra che anche tu, parlando di Scarp de’ Tenis, accennavi prima a qualcosa di molto simile. Se provassimo a calcolare il valore generato da un progetto come il vostro — in termini di riduzione della dipendenza da sussidi, miglioramento delle condizioni di vita, accesso al lavoro o alla casa — il ritorno sul sistema di welfare sarebbe probabilmente molto alto.
Stefano Lampertico. Sì, è proprio così. Vediamo ogni giorno quanto impegno serve per accompagnare queste persone fuori dal circuito dell’assistenza e portarle dentro a un percorso di autonomia, che sia parziale o totale, ma comunque orientato al lavoro, alla dignità, a una forma concreta di riconoscimento. Sono persone che, grazie al lavoro con noi, escono dal sistema dei sussidi. Ti faccio un esempio: per iscriversi alla graduatoria per una casa popolare bisogna avere un reddito, anche minimo. Ma bisogna dimostrare di poter pagare un affitto, anche piccolo. E allora avere quel minimo reddito grazie a Scarp può voler dire accedere a un alloggio ALER, a un progetto di housing sociale o anche di housing first. Significa potersi permettere di vivere in un quartiere popolare, magari, ma con una casa. Oppure di affrontare piccole spese, pagare una bolletta, comprarsi qualcosa, non andare più alla mensa. Piccoli segni, ma decisivi.
Questo cambiamento, che avviene un passo alla volta, ha un impatto enorme. Non solo sulla vita delle persone, ma anche sui costi per il sistema pubblico. Non sono in grado di dirti con precisione quanto valga tutto questo in termini economici — non ho una cifra in tasca — ma dal mio punto di vista è evidente che il valore è grande. Quando togli anche solo dieci, venti, trenta persone dal circuito dell’assistenza, significa che quelle persone non pesano più sui contributi, sui sussidi, sui bilanci dei Comuni. E questa cosa ha un senso anche in termini di contabilità pubblica, non solo in termini umani e sociali. Anche se, va detto, per noi la dignità e l’autonomia viene sempre prima di tutto.
Mario Flavio Benini. Avete mai realizzato un bilancio sociale? Intendo uno strumento che possa raccontare in modo trasparente e articolato non solo i numeri economici, ma soprattutto l’impatto generato dal vostro lavoro: chi raggiungete, quali trasformazioni avvengono, che tipo di valore restituite alla comunità?
Stefano Lampertico. Sì, ogni anno realizziamo un piccolo bilancio sociale. È un documento semplice ma molto concreto, che racconta chi sono i nostri venditori, da dove provengono, quanti sono, quanto hanno guadagnato durante l’anno, e in quali città operano. Spieghiamo anche in quali ambiti abbiamo impegnato o speso risorse per sostenere i loro percorsi: progetti formativi, accompagnamenti, momenti di incontro. Non è un bilancio strutturato secondo i criteri delle grandi fondazioni o delle imprese sociali più complesse, ma è comunque uno strumento che per noi ha valore, perché restituisce un’immagine chiara del lavoro svolto, dei risultati ottenuti, delle persone coinvolte. Lo inviamo ai nostri abbonati, ai lettori, ai sostenitori: è un modo per dire con trasparenza dove vanno le risorse e quale impatto reale hanno.
Marginalità nuove e antiche: il cuore sociale del progetto.
La lotta contro la marginalità rappresenta la ragion d’essere e il nucleo identitario più profondo di Scarp de’ Tenis. In quasi trent’anni di attività, la testata ha saputo raccontare l’evoluzione delle forme di esclusione sociale, documentando con sensibilità e rigore come mutino i volti, le traiettorie e i bisogni delle persone ai margini. Se la figura del senza dimora resta centrale, negli ultimi anni sono emerse nuove e complesse vulnerabilità: giovani precari, migranti, donne sole, famiglie indebitate, persone con problematiche di salute mentale o dipendenze, anziani isolati.
Fattori come la crisi economica, la pandemia, la transizione digitale e l’instabilità del mercato del lavoro hanno contribuito a rendere più fluida e articolata la linea di confine tra inclusione ed esclusione, generando nuove forme di invisibilità sociale. In questo scenario, Scarp de’ Tenis ha continuato a interrogarsi su come raccontare la marginalità senza pietismo, restituendo protagonismo alle persone, valorizzando le reti di solidarietà e mettendo in luce le pratiche di accoglienza e riscatto che prendono forma nei territori.
Il confronto con altre esperienze italiane e internazionali dimostra che la marginalità è oggi un fenomeno globale, segnato da dinamiche comuni ma anche da risposte locali originali. In questo quadro, la sfida per l’editoria sociale di strada è duplice: da un lato mantenere un alto livello di qualità giornalistica, dall’altro garantire un impatto sociale, di prossimità, autentico e trasformativo, in grado di ispirare cambiamento culturale e politiche più inclusive.
Mario Flavio Benini. Voi siete, in qualche modo, un osservatorio privilegiato. Lavorate a stretto contatto con le persone in condizioni di fragilità, ascoltate quotidianamente le loro storie, incrociate le traiettorie di vite ai margini. Come è cambiata, dal vostro punto di vista, la povertà estrema e la grave marginalità adulta in Italia?
Stefano Lampertico. Trent’anni fa si poteva cadere in povertà, certo, ma erano molte meno le persone rispetto a oggi. Oggi il rischio è elevatissimo, riguarda anche chi apparteneva — o credeva di appartenere — al ceto medio. Parliamo di persone che avevano una casa, un lavoro, una famiglia. Ora, secondo il Rapporto Caritas, la figura oggi più esposta al rischio di povertà — escludendo i già gravi emarginati — è quella di una donna sola, separata o uscita da una relazione, con un figlio giovane a carico e un affitto da pagare. Questa è la nuova frontiera della vulnerabilità, ed è quella che emerge con forza nei centri di ascolto. I sismografi sociali, se così possiamo chiamarli, segnalano proprio questo: una crescita esponenziale della povertà tra chi, fino a poco tempo fa, non la conosceva nemmeno. Il ceto medio è diventato povero.
E poi c’è un dato che io trovo agghiacciante: oggi in Italia la povertà si eredita. Come un patrimonio, ma al negativo. Se nasci in una famiglia povera, hai un’alta probabilità di restare povero per tutta la vita. Porti sulle spalle il fardello di un destino che non hai scelto, ma che ti viene consegnato. Questo vuol dire compromettere il futuro di intere generazioni. Trent’anni fa l’immagine della persona senza dimora era quella, un po’ romantica, del “barbun” di Jannacci, una figura quasi bohemienne, che sembrava aver scelto la strada. Una bugia, ovviamente. Oggi abbiamo scelto come immagine-simbolo quella dell’equilibrista: qualcuno che cammina su un filo sottile, e se cade, risalire è difficilissimo. Non è più solo una questione di scelta di vita o di rottura, ma di fragilità sistemica.
Le antenne sul territorio ci raccontano di famiglie che non riescono più a pagare le bollette, le spese condominiali, i libri di scuola per i figli. Persone che magari hanno perso il lavoro, o sono in cassa integrazione, o monoreddito, o devono accudire un familiare anziano. Se oggi in casa hai un anziano da assistere, la famiglia rischia il collasso: 2.000 euro al mese per una badante, 3.000 per una struttura residenziale. È un sistema che si sta rompendo. Le pensioni sono sempre più basse, l’accesso al credito è sempre più difficile, e tutto questo impatta in modo drammatico anche sulle famiglie cosiddette “normali”. Figuriamoci su chi vive già forme di marginalità estrema. Non riescono nemmeno a curarsi. E se in casa hai un figlio che ha bisogno di un apparecchio per i denti, devi chiedere il TFR per riuscire a permettertelo. È diventato tutto molto più faticoso. Io non ho le competenze per tracciare una linea sociologica precisa, ma la realtà che vediamo ogni giorno ci parla in modo molto chiaro.
Mario Flavio Benini. Scarp de’ Tenis, oltre a essere una rivista, è anche un laboratorio sociale. Un laboratorio che intercetta, racconta e sperimenta risposte per queste nuove fragilità. Ma quello che trovo un po’ distonico, e ovviamente non riguarda voi direttamente, è il fatto che da questo osservatorio così vivo e pieno di idee non si riesca a trarre abbastanza valore pubblico. Cioè, mi chiedo perché le istituzioni non lo ascoltino di più, perché da qui non emergano — o non vengano accolte — delle proposte diverse, più strutturate.
Stefano Lampertico. È verissimo. Ma questa distanza si vede anche in ambiti più concreti. Moltissime cooperative sociali oggi sono in crisi per mancanza di educatori professionali. Il motivo? Nessuno vuole più fare l’educatore. È un lavoro pesantissimo, ti impegna sette giorni su sette, spesso anche di notte, e il contratto prevede uno stipendio di 1.300 euro al mese. È ovvio che i giovani non lo scelgano più. E nel frattempo, il welfare continua a chiedere risposte per le situazioni più complesse: disabili, disabili gravi, senza dimora, anziani con Alzheimer o demenze. Ma se il sistema è impoverito, se mancano le risorse, se le professionalità si svuotano, come si possono dare quelle risposte?
La povertà del welfare, prima o poi, si riflette su tutto: sulla qualità del lavoro, sull’efficacia dell’assistenza, sulla capacità di progettare il futuro. E così, anche realtà come la nostra — che magari raccolgono storie, intuizioni, pratiche, che vedono per prime cosa sta accadendo — finiscono per restare fuori dalle politiche strutturali. Ed è un’occasione sprecata, perché qui ci sono segnali che potrebbero orientare le scelte pubbliche. Solo che, troppo spesso, non vengono ascoltati.
Passaggio generazionale, leadership ed eredità.
Dopo quasi trent’anni di attività, Scarp de’ Tenis si trova di fronte a una delle sfide più delicate e decisive per ogni progetto sociale e culturale: il passaggio generazionale e la costruzione di una leadership capace di garantire continuità, innovazione e fedeltà ai valori fondanti. La trasmissione dell’esperienza, della memoria e della visione che hanno reso Scarp un punto di riferimento per l’editoria sociale italiana richiede non solo strumenti organizzativi, ma anche una cultura della condivisione, della formazione e dell’ascolto reciproco.
In un contesto in cui cambiano i linguaggi, le competenze e le aspettative delle nuove generazioni, la capacità di coinvolgere giovani operatori, venditori, lettori e sostenitori è cruciale per assicurare futuro e vitalità al progetto. Il tema della leadership, inoltre, non riguarda solo la direzione formale, ma anche la capacità di valorizzare i talenti interni, promuovere l’innovazione responsabile e custodire l’eredità ideale e pratica di chi ha guidato Scarp de’ Tenis fino a oggi. La riflessione su questi temi, arricchita dal confronto con altre realtà italiane e internazionali, è fondamentale per accompagnare il giornale verso una nuova stagione di crescita e impatto sociale.
Mario Flavio Benini. Vorrei chiudere tornando su un tema che mi sembra cruciale: quello del passaggio generazionale. Tu stesso lo hai accennato prima. Quali sono, secondo te, le sfide principali nel trasmettere un progetto come Scarp de’ Tenis — così storico, importante, radicato — alle nuove generazioni? Mi riferisco sia al pubblico dei lettori, che inevitabilmente cambia, sia a quel grande mondo di sostenitori e collaboratori che vi ha seguito e accompagnato per tanti anni.
Stefano Lampertico. La sfida principale, oggi, è quella di saper parlare con un linguaggio comprensibile, vivo, che sia capace di intercettare chi verrà dopo di noi. Non solo i lettori, ma anche chi, un domani, prenderà in mano questo progetto. E questo significa prima di tutto una cosa: vigilare costantemente sul linguaggio. Dobbiamo essere capaci di usare parole che arrivino, che vengano capite, che non siano autoreferenziali o specialistiche. È una critica che rivolgo spesso anche al mondo sociale: troppo spesso parliamo tra noi, usiamo un codice che ci isola invece di aprirci. E poi c’è la questione degli strumenti. Lo dico chiaramente: la vera sfida delle sfide è quella dello strumento. La carta resta il nostro cuore, ma sappiamo che non basta più. Le generazioni più giovani sono immerse nei linguaggi digitali, si informano attraverso piattaforme, contenuti veloci, video, reel, storie. La sfida sarà trovare una sintesi tra questi mondi, senza perdere la sostanza.
Mario Flavio Benini. E dal punto di vista interno? Cioè, in redazione e nella rete territoriale, come state affrontando il tema del ricambio? Esistono iniziative specifiche di formazione, mentoring, percorsi pensati per il coinvolgimento dei più giovani?
Stefano Lampertico. Lì, un po’ di difficoltà la vedo. Perché parliamoci chiaro: chi raccoglierà il testimone? Chi sarà disposto a portare avanti un progetto così radicato nella carta, nel contatto umano, nella vendita in strada? I giovani giornalisti oggi crescono dentro altri codici: sono formati a usare i social, a fare video brevi, a lavorare con i tempi rapidi del web. Il giornalismo lento, profondo, cartaceo, rischia di sembrare qualcosa di lontano. Però noi, nel nostro piccolo, ci abbiamo provato. Abbiamo aperto la redazione ai progetti scuola-lavoro, abbiamo attivato tirocini, collaborazioni. E ogni volta che arrivano ragazzi e ragazze motivati, rimangono colpiti. Alcuni sono davvero bravissimi: ricordo un ragazzo in particolare, che poi ha fatto relazioni internazionali a Roma e oggi vive a Bruxelles, ha collaborato con Scarp e lui sarebbe stato perfetto per dirigere Scarp de’ Tenis, perché capiva al volo. Aveva capito davvero il senso di questo progetto.
Qualcun altro l’abbiamo aiutato a muovere i primi passi, li abbiamo accompagnati verso altre redazioni, li abbiamo visti crescere. Molti dei giovani che sono passati da qui oggi lavorano in RAI o in testate importanti. Scarp de’ Tenis, alla fine, è sempre stato anche un laboratorio. E questo è forse l’aspetto che più mi dà soddisfazione. La speranza, ovviamente, è che l’eredità che lasciamo sia raccolta con responsabilità e passione. Che chi verrà dopo di noi sappia tenere insieme le due anime che da sempre sostengono il nostro progetto: da una parte, il lavoro per gli ultimi; dall’altra, la capacità di raccontare storie e temi che i grandi media spesso ignorano, che non vengono raccontate dal mainstream.
Però, vedi, c’è un nodo che non riesco a non sottolineare. Nessuna delle scuole di giornalismo, nemmeno qui a Milano, alla Cattolica, ci ha mai mandato uno stagista. Nessuno. Come se Scarp de’ Tenis non fosse all’altezza, come se non potesse rappresentare un’esperienza formativa utile. E invece magari quegli stessi studenti vanno nelle redazioni dei grandi quotidiani, dove però vengono lasciati a fare poco e niente. Ecco, questa mi pare una distorsione grave. Perché Scarp de’ Tenis sarà anche una testata piccola, ma offre una scuola vera. Una scuola di giornalismo unita a una scuola di umanità.
Scarp de’ Tenis
Sito Internet: https://scarpdetenis.it
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