Piazza Grande, nati da un giornale di strada, per scrivere un’altra città: radicale e solidale.

Published by

on

Fotografie: Piazza Grande Cooperativa Sociale.

Piazza Grande rappresenta oggi una delle esperienze più mature e riconosciute del welfare urbano in Italia. La sua storia inizia a Bologna nel 1993, in un momento di trasformazione profonda della città e del Paese, segnato dalla crisi dei sistemi industriali e dal progressivo disinvestimento nel welfare pubblico. È in questo contesto che un gruppo di persone decide di prendere parola in prima persona, fondando il primo giornale di strada italiano. Quel gesto iniziale, carico di forza simbolica e politica, ha innescato un processo collettivo che ha portato alla nascita prima dell’Associazione Amici di Piazza Grande e, nel 1997, della cooperativa sociale, con l’obiettivo di strutturare in modo trasparente e mutualistico attività produttive, servizi sociali e pratiche di cittadinanza attiva.

Nel corso degli anni, Piazza Grande ha saputo trasformarsi, rimanendo fedele ai propri valori fondanti. Il suo modello si distingue per la capacità di integrare trasversalmente dimensioni che altrove tendono a rimanere separate: diritto all’abitare, inserimento lavorativo, sostenibilità ambientale, cura della salute, costruzione di comunità e comunicazione sociale. Non si tratta di sommare servizi, ma di tenere insieme i fili della vita quotidiana, costruendo percorsi cambiamento a partire da relazioni significative, spazi abitativi stabili e opportunità lavorative concrete. L’approccio adottato rifiuta la logica emergenziale e assistenziale, e si fonda invece sull’idea che ogni persona, anche nelle condizioni più estreme di marginalità, possa essere soggetto attivo di diritti, relazioni e trasformazione.

La cooperativa ha sviluppato nel tempo un sistema abitativo articolato, che comprende progetti di Housing First, modelli di coabitazione solidale, accoglienze a bassa soglia e forme di abitare collaborativo. A ciò si affianca un forte impegno nell’inclusione lavorativa, che non si limita ai ruoli esecutivi ma si estende anche alle funzioni organizzative, amministrative e comunicative. L’area del riuso e dell’economia circolare, con il progetto Stoffa e l’e-commerce Riuso Piazza Grande, è diventata un motore di innovazione sociale e ambientale, capace di generare occupazione, ridurre l’impronta ecologica e proporre un consumo consapevole e tracciabile. Al centro di questa infrastruttura sociale si colloca una cultura organizzativa inclusiva, attenta alla partecipazione, alla formazione continua, alla valorizzazione delle competenze trasversali, alla promozione della parità di genere, con una base sociale in cui le donne e le persone con esperienza diretta di marginalità sono protagoniste.
Elemento fondativo e ancora oggi vivo è il giornale di strada Piazza Grande. Non solo un prodotto editoriale, ma un laboratorio permanente di narrazione, dignità e advocacy, dove si sperimenta la parola come forma di cura, di riconoscimento e di mobilitazione. Attraverso il giornale e le campagne pubbliche, la cooperativa agisce sul piano culturale, contribuendo a cambiare lo sguardo sulla povertà, sulla casa, sul lavoro, sulla salute. Questa dimensione narrativa e comunicativa, politica è un valore aggiunto che distingue Piazza Grande da altri modelli: qui la comunicazione non è solo strumento, ma parte integrante del processo di emancipazione.
Nel confronto con altre esperienze italiane e internazionali, Piazza Grande si configura come un modello ibrido e generativo. Da un lato, condivide alcune pratiche consolidate del terzo settore italiano, come l’inserimento lavorativo o l’accoglienza diffusa. Dall’altro, ne supera i limiti, integrando le dimensioni economica, sociale, culturale e ambientale in un’unica visione trasformativa. In dialogo con esperienze nordiche come Housing First Finland, con modelli di economia circolare come Kringloop Den Haag o Emmaus Francia, e con pratiche anglosassoni di impresa sociale come Greyston, la cooperativa bolognese offre una prospettiva originale: quella di un welfare urbano che nasce dalla strada, si nutre di partecipazione e si struttura come laboratorio permanente di comunità, cura e giustizia sociale.

Questa intervista a Margherita Neri, responsabile progettazione e sviluppo e Vicepresidente della Cooperativa Sociale dal 2022 al 2025, nasce dal desiderio di approfondire le traiettorie, le sfide e le potenzialità future di Piazza Grande. Un’occasione per rileggere criticamente l’evoluzione di un’esperienza trentennale e per interrogarne il presente, a partire da un’idea semplice ma radicale: che ogni persona ha diritto a una casa, a una relazione significativa, a un lavoro dignitoso e a una voce che possa essere ascoltata.

Dall’autonarrazione alla cooperativa: identità, governance e visione.

Dalla nascita del Giornale di Strada nel 1993, Piazza Grande ha intrapreso un percorso che ha ridefinito il modo di intendere il lavoro sociale con le persone senza dimora, passando dall’auto-narrazione e dall’attivismo di strada alla costruzione di una cooperativa sociale matura, capace di integrare empowerment, mutualismo e partecipazione reale. L’esperienza del giornale, nato come gesto di rottura e di visibilità pubblica, ha rappresentato la prima forma di restituzione di dignità e di agency a chi viveva ai margini, ponendo le basi per una cultura organizzativa fondata sull’idea che il cambiamento sociale si costruisce non facendo “per”, ma facendo “con” le persone coinvolte. La trasformazione in cooperativa sociale, avvenuta nel 1997, ha segnato il passaggio da un soggetto informale a un’organizzazione strutturata, capace di dialogare con le istituzioni e la città, ma senza rinunciare a una visione radicale e partecipativa.
Oggi Piazza Grande è un’impresa sociale che mantiene il cuore pulsante della sua missione originaria: restituire potere e possibilità a chi è stato escluso, attraverso la costruzione di percorsi di autonomia che passano dalla casa, dal lavoro, dalla relazione e dalla cittadinanza attiva. Il modello che ne è derivato si distingue per la capacità di integrare dimensione abitativa, inserimento lavorativo, welfare di comunità, economia circolare e comunicazione sociale, in un equilibrio dinamico tra radicamento territoriale e tensione all’innovazione. La governance della cooperativa riflette questa identità, con una base sociale composta in larga parte da persone con esperienza di marginalità, giovani e donne, e con una partecipazione reale ai processi decisionali. La scelta di includere nello staff persone provenienti da percorsi di svantaggio sociale, anche in ruoli amministrativi e gestionali, rappresenta un pilastro identitario e una sfida continua alla segmentazione tra “operatori” e “beneficiari”.
Nel passaggio da soggetto informale a organizzazione complessa, Piazza Grande ha dovuto affrontare la tensione tra la necessità di consolidare procedure, sostenibilità economica e rapporti istituzionali, e la volontà di custodire una visione radicale, capace di mettere in discussione le pratiche assistenziali tradizionali. La cooperativa si è così affermata come laboratorio di welfare urbano, luogo di sperimentazione e di costruzione di comunità, in cui la narrazione, la mutualità e la partecipazione non sono solo strumenti, ma elementi costitutivi dell’identità organizzativa.

Mario Flavio Benini. In che modo l’eredità del Giornale di Strada e la scelta di fare “con” le persone, e non “per” loro, continuano a orientare le strategie e le scelte della cooperativa oggi, soprattutto di fronte alle sfide di una struttura organizzativa sempre più complessa?

Margherita Neri. La storia di Piazza Grande l’ho appresa attraverso i racconti di chi l’ha fondata e di chi, ancora oggi, continua a viverla dall’interno. Piazza Grande non nasce solo per gestire servizi, ma da un’idea. Un’idea di dignità, di protagonismo delle persone, di quello che oggi chiameremmo empowerment, anche se all’epoca non si usava questo termine. Un’idea portata avanti con forza attraverso un processo di advocacy che metteva al centro l’esperienza diretta di chi viveva nelle strutture dei servizi sociali.
Il giornale è stato il primo strumento concreto di questa visione: serviva a raccontare l’emarginazione sociale a Bologna, ma farlo insieme alle persone che quell’esclusione la vivevano ogni giorno. Era quello che veniva definito come un “ribaltamento di prospettiva”, e penso che questa sia ancora oggi la parola chiave del nostro lavoro quotidiano: cambiare prospettiva. C’è un filo rosso che dagli anni Novanta arriva fino a oggi e che cerchiamo sempre di tenere presente nelle nostre azioni.
Il giornale Piazza Grande nasce per rispondere a più bisogni insieme: raccontare l’esclusione sociale senza delegare la narrazione, generare una forma di reddito per chi scriveva e distribuiva il giornale, e soprattutto restituire dignità e cittadinanza. Le persone senza dimora, attraverso il giornale, potevano essere cittadini normali. E per me la parola “normalità” ha un valore enorme: senza dimora non come cittadini “speciali”, da compatire o da premiare, ma semplicemente cittadini come tutti gli altri.
All’inizio, intorno a questa esperienza, si è creata una comunità fatta di persone senza dimora, volontari, giornalisti, sindacalisti della CGIL. Insieme hanno costruito il giornale di strada e il sistema di distribuzione. Poi ci si è resi conto che, per trasformare quell’idea iniziale in qualcosa di più strutturato, serviva un’organizzazione: così si è passati dalla forma associativa a quella cooperativa. Il giornale è rimasto, anche se oggi ha una forma diversa, ma continua a essere uno strumento di ascolto e di partecipazione.
Dopo la fondazione del giornale di strada siamo diventati anche gestori di servizi, ma con l’intento di mantenere fede all’idea originaria: progettare dal bassoProgettare con e non progettare per. Questo significa stare a contatto con le persone, fare le cose insieme a loro, non costruire servizi standardizzati che rispondono a un modello astratto, ma partire dai bisogni reali, anche a costo di sbagliare, di sperimentare, di tornare indietro.
Questo approccio ci ha portato, ad esempio, a dare vita al primo progetto Housing First in Italia. È nato così, con lo stesso metodo: dallo sguardo degli operatori e delle operatrici, dal contatto diretto con le persone, dalla volontà di immaginare un altro modo di abitare e di essere accompagnati. Proprio quest’anno ricorre il decennale di quel primo progetto, e credo che la storia di come è nato sia significativa per capire l’evoluzione – e la coerenza – del nostro percorso nel tempo.

Mario Flavio Benini. Come si riesce a mantenere viva la tensione tra la necessità di rispondere alle richieste istituzionali e di sistema e la volontà di custodire una visione radicale e partecipativa, evitando il rischio di una deriva burocratica o di una standardizzazione dei servizi?

Margherita Neri. Non è stato facile. Ci siamo trovati spesso a confrontarci con una crescita interna come organizzazione, che ha comportato inevitabilmente cambiamenti culturali significativi. Personalmente, quello che ho imparato in questi anni è che si cresce molto attraverso gli errori e il confronto. Il nostro punto di forza è avere un’assemblea di soci che ha sempre saputo interrogarsi e, nei momenti cruciali, ha scelto di ridefinire e rimettere in discussione le linee strategiche, proprio per tenere viva quella tensione originaria tra radicalità e istituzionalizzazione di cui tu parlavi.
Anche la forma cooperativa ci ha aiutato: ci ha permesso di ragionare in termini di strategia politica. Perché è importante ricordarlo: siamo una cooperativa sociale, e quindi facciamo politica. Questo è un elemento fondante, che ci consente di mantenere viva una visione radicale.
Un passaggio decisivo è stato comprendere che oggi nessuna organizzazione del Terzo Settore può più permettersi di “vivere da sola”. Se vogliamo davvero incidere, dobbiamo costruire alleanze, trovare formule di collaborazione capaci di tenere insieme approcci diversi, riconoscendo al tempo stesso anche i limiti reciproci. Provo a spiegarmi con un esempio: se voglio pensare di contrastare il fenomeno dell’homelessness, non posso farlo come soggetto isolato. Devo immaginarmi come parte di un ecosistema che comprende istituzioni, terzo settore e volontariato. Ma per farlo in modo autentico, devo essere consapevole dei miei limiti e di quelli degli altri.
Ci sono due spinte che si influenzano a vicenda: da una parte, la tendenza alla burocratizzazione che spesso si genera nel rapporto con le istituzioni; dall’altra, la capacità delle associazioni – maturata nel lavoro quotidiano sul campo – di innovare e uscire dagli schemi, grazie alla vicinanza con le persone coinvolte nei progetti. Questa presenza diretta ci permette di leggere i bisogni nel vivo della relazione e di coglierne le trasformazioni.
L’obiettivo è combinare questa capacità di ascolto e intuizione con una visione strategica, per sperimentare internamente soluzioni nuove e, una volta testate, rilanciarle verso l’esterno, fino a trasformarle in buone pratiche adottabili anche dagli enti pubblici.
Secondo me è questa la strada per non perdere la radicalità. Ma dobbiamo fare i conti con il contesto: le politiche sociali possono cambiare da un momento all’altro, così come i finanziamenti. Se vengono tagliate le risorse, tutto diventa più difficile.
Per questo serve una rete, non solo locale ma anche nazionale e internazionale, con organizzazioni che – come noi – fanno advocacy su più livelli. Solo così possiamo mantenere viva quella visione radicale e, al tempo stesso, affrontare le trasformazioni, non sempre positive, che sono in atto.
Io credo che il pensiero radicale non si esaurisca se riusciamo a mantenere vivo il contatto tra la nostra base sociale e le persone coinvolte nei nostri servizi. È più difficile di quanto sembri, perché siamo sommersi da vincoli, norme e adempimenti. Ma dobbiamo ricordarci, ogni giorno, qual è il nostro vero potere: il contatto con le persone. È da lì che nasce la possibilità di immaginare soluzioni nuove, fuori dagli schemi.

Mario Flavio Benini. Vorrei parlare del tema della governance, perché credo sia uno degli aspetti centrali di un progetto cooperativo come Piazza Grande. Come strutturate una governance che sia davvero partecipativa e capace di incidere sulle scelte, non solo all’interno della base sociale formale – cioè tra soci e lavoratori – ma anche coinvolgendo le tante persone che ruotano attorno alla cooperativa? Penso ai volontari, ai cittadini attivi, alle figure che spesso contribuiscono in modo significativo, ma che in molte organizzazioni non hanno alcuna voce in capitolo. Qual è la vostra esperienza su questo punto?

Margherita Neri. È anche la mia esperienza personale, e posso dire che è un tema delicato e fondamentale. In quanto cooperativa sociale, Piazza Grande ha una base di socie e soci che, formalmente, detengono la proprietà della cooperativa e ne definiscono le linee di indirizzo. Sono loro che eleggono il Consiglio di Amministrazione, che a sua volta rappresenta la base sociale e ha il compito di guidare le scelte strategiche. Su questo si innesta poi un organigramma operativo, composto da coordinatori, responsabili e operatori dei vari servizi.
Ma quello che ci interessa davvero è evitare che la governance resti una struttura solo formale. Cerchiamo di mantenere viva la connessione tra la base sociale e l’organizzazione quotidiana, prevedendo momenti di confronto non solo sulle decisioni pratiche, ma anche – e soprattutto – sugli indirizzi generali, sulle visioni di fondo, sulle trasformazioni in atto.
Per questo affianchiamo agli spazi formali – come le assemblee dei soci – anche momenti informali, più agili, in cui far circolare idee, domande, riflessioni. È un modo per evitare l’appiattimento, che è un rischio reale nel lavoro sociale, e per coltivare quella dimensione collettiva che aiuta a far crescere le competenze, ma anche a rigenerare motivazione e senso. Il lavoro sociale, lo sappiamo, è spesso faticoso e usurante: servono luoghi, momenti, dove ci si possa confrontare non solo sul “fare”, ma anche sul “perché”.
Questa attenzione alla dimensione interna è parte integrante della nostra cultura organizzativa. È qualcosa che attira anche nuove persone: molti arrivano a Piazza Grande proprio perché sanno che qui si lavora in un certo modo, con una certa attenzione al “come”, non solo al “cosa”. Per noi questo è un elemento identitario.
In concreto, abbiamo supervisioni di équipe non solo legate ai casi, ma anche ai processi di gruppo. Lavoriamo molto sulla qualità relazionale del lavoro: ogni gruppo ha momenti dedicati all’elaborazione collettiva, alla gestione dei conflitti, alla condivisione. Questo approccio lo portiamo anche nei servizi, cercando di riprodurre dinamiche simili con le persone accolte.
Ti faccio un esempio: proprio in questo periodo stiamo organizzando un’assemblea con le persone accolte per discutere insieme come riorganizzare gli spazi. Abbiamo un piccolo budget – 5.000 euro – e vogliamo decidere con loro come impiegarlo. È un esercizio concreto di redistribuzione del potere, che prova a mettere in pratica, su scala micro, quello che intendiamo quando parliamo di partecipazione reale.
Cerchiamo di fare lo stesso all’interno dell’équipe e tra le socie, sempre chiarendo la cornice, perché la partecipazione non significa assenza di regole. Serve una struttura, altrimenti si rischia l’anarchia. Ma dentro quella struttura, crediamo che ogni spazio – di lavoro, di accoglienza, di decisione – possa diventare un piccolo laboratorio di governance condivisa. E questo, secondo me, è uno degli elementi che ci permette di mantenere coerenza tra ciò che facciamo e il modo in cui scegliamo di farlo.

Il giornale di Strada Piazza Grande: laboratorio di inclusione, narrazione e advocacy.

Il Giornale di Strada Piazza Grande non è soltanto la radice simbolica della cooperativa sociale da cui prende il nome: è un organismo vivente che continua, a trent’anni dalla sua nascita, a interrogare la città, a mobilitare comunità, a produrre visione politica e trasformazione. Nato nel 1993 da un’intuizione rivoluzionaria – permettere a chi viveva in strada di raccontare in prima persona la propria condizione – è stato il primo street paper italiano e uno dei pochissimi a mantenere inalterata, nel tempo, la centralità dell’autonarrazione come strumento di emancipazione e di advocacy. La parola, in questo contesto, è un atto performativo: raccontarsi significa riapparire come soggetto politico, affermare un’esistenza che la società spesso preferirebbe invisibile, e aprire un varco nel discorso pubblico dove possa trovare posto un’esperienza non mediata, non pietistica, non stigmatizzante.

Il giornale ha accompagnato tutte le trasformazioni della cooperativa: dalla nascita informale all’evoluzione in impresa sociale, dalla sperimentazione dei primi servizi all’elaborazione di un modello integrato di welfare urbano. Eppure, non è mai stato assimilato agli altri servizi. Ha mantenuto una sua autonomia, una sua discontinuità, una capacità critica che talvolta ha perfino messo in discussione la stessa Piazza Grande, nel nome di una coerenza profonda con la sua funzione originaria: dare voce. Per questo, il giornale non è solo un prodotto editoriale, ma un laboratorio di convivenza e di co-produzione, in cui si intrecciano sguardi diversi: persone senza dimora, operatori, giornalisti, volontari, studenti, cittadini. È in questo incontro che si produce una forma radicale di mutualismo culturale: scrivere insieme non significa semplicemente condividere parole, ma produrre senso, visione e legittimità. L’inclusione qui non è un obiettivo astratto, ma una pratica concreta, incarnata nelle riunioni redazionali, nelle scelte di impaginazione, nelle discussioni sui titoli o sugli editoriali.
Nel tempo, il giornale di strada ha saputo evolversi nei linguaggi e nei formati, attraversando le trasformazioni del panorama mediatico e digitale. Ha arricchito la propria offerta informativa attraverso collaborazioni con altri media, esperienze multilingua, contenuti multimediali e campagne coordinate, e ha visto cambiare anche le forme di distribuzione: il sostegno ai venditori non si limita più alla consegna di copie cartacee, ma si articola in percorsi di accompagnamento, formazione e condivisione dei ricavi, sempre orientati alla dignità del lavoro e al riconoscimento pubblico del ruolo sociale svolto. La figura del venditore, infatti, non è un’espressione residuale della marginalità, ma una soggettività attiva che partecipa alla costruzione di legami sociali, spesso nei luoghi più affollati e disattenti della città.
Parallelamente, il giornale è diventato una piattaforma di campagne civiche: ha sostenuto mobilitazioni sul diritto all’abitare, sulla salute di prossimità, sul reddito di cittadinanza, sulle disuguaglianze di genere, su giustizia ambientale e transizione ecologica. Attraverso reportage, inchieste e testimonianze dirette, ha contribuito a creare un’alleanza narrativa tra le persone fragili e la cittadinanza più sensibile, trasformando la comunicazione in uno strumento di pressione politica e di riflessione pubblica. La sua autorevolezza non risiede tanto nella quantità delle copie vendute, quanto nella densità del suo sguardo: un osservatorio interno e radicale sulle fragilità urbane e sulle risposte del welfare locale e nazionale.
Nel confronto con altre esperienze italiane – come Scarp de’ tenis, street magazine milanese legato a Caritas – il giornale Piazza Grande si distingue per la sua funzione politica e per la continuità della sua presenza nella struttura cooperativa. Mentre altre testate si configurano come progetti di comunicazione sociale affidati a professionisti del settore, Piazza Grande è rimasto un luogo di confine e di produzione comunitaria, dove la narrazione non serve solo a spiegare, ma a trasformare. In questa prospettiva, il giornale di strada è ancora oggi uno degli strumenti più avanzati di advocacy culturale e comunicazione trasformativa, capace di connettere narrazione e azione, parola e politica, singolarità ed ecologia urbana.

Mario Flavio Benini. Il giornale di strada Piazza Grande ha contribuito, nel tempo, a ridefinire l’immaginario pubblico sulla povertà e sulla grave marginalità adulta in Italia, non solo a Bologna. In che modo è stato uno strumento capace di attivare un cambiamento di percezione su questi temi? E come può esserlo oggi, un giornale di strada?
Mi è capitato di conoscere – e intervistare – altri progetti editoriali simili, come Scarp de’ tenis, che affiancano alla funzione informativa una dimensione educativa e di orientamento lavorativo. Dal tuo punto di vista, come può uno strumento editoriale diventare parte attiva di un percorso trasformativo più ampio? In che modo contribuisce a modificare lo sguardo collettivo sulla marginalità e, allo stesso tempo, ad accompagnare le persone dentro processi di cambiamento individuale?

Margherita Neri. Ti rispondo da una posizione particolare: non ho mai fatto parte operativamente della redazione del giornale, ma il giornale ha avuto un impatto profondo sulla mia vita, sulla mia scelta di lavorare a Piazza Grande e sul mio modo di pensare la marginalità. Io sono entrata in cooperativa proprio perché conoscevo il giornale: è stato il mio primo contatto con Piazza Grande, e in un certo senso ha contribuito a definire anche la mia identità professionale.
Questa è una cosa che accomuna molte persone: anche chi non ha vissuto direttamente l’esperienza del giornale si riconosce nei suoi valori. Non a caso, quando negli anni abbiamo dovuto ripensare il giornale – ridefinirne forma, contenuti, identità – ne sono nate discussioni molto partecipate, perché per noi quel progetto non è solo uno strumento, è l’origine di tutto. Oggi il giornale non fa parte formalmente della cooperativa, ma dell’associazione Piazza Grande, con cui collaboriamo strettamente. Eppure, continua a essere un punto di riferimento simbolico fortissimo, anche per chi è entrato da poco.
Dal mio punto di vista, il valore del giornale non è nel prodotto finale, ma nel processo che attiva. Non è solo un foglio stampato da distribuire, ma un’occasione concreta per costruire comunità, stringere relazioni, generare appartenenza. Nei nostri servizi parliamo spesso di tre parole chiave: casa, comunità, relazioni. E il giornale le attraversa tutte. È stato uno strumento fondamentale per arrivare alla comunità – nel senso più ampio del termine – e per mettere in circolo relazioni, dentro e fuori Piazza Grande. Anche il progetto Housing First, che per noi è stato uno snodo importantissimo, è nato a partire da una campagna promossa proprio sulle pagine del giornale: “Prima tutti a casa”. Quindi sì, il giornale ha generato processi concreti di cambiamento.
Ti racconto un episodio personale. Quando lavoravo nei servizi, mi trovai a dover affrontare una tematica molto delicata: la questione di genere all’interno di un gruppo di uomini, tutti sopra i cinquant’anni, reduci da lunghi percorsi di homelessness. Decidemmo di avviare un laboratorio di discussione sul tema e, alla fine, realizzammo insieme un articolo. Era brutto, tecnicamente: nessuno di noi sapeva scrivere bene, io per prima. Il prodotto finale era disordinato, pieno di limiti, tanto che la redazione ci propose di rielaborarlo un po’. Ma quello che è successo in quel laboratorio ha avuto un valore enorme.
Il cambiamento non è stato nel lettore che ha acquistato il giornale. È stato nostro, mio e degli altri cinque uomini che hanno partecipato. Quel piccolo esercizio ha generato pensiero, emozioni, domande, conflitti, movimenti interiori. Ha permesso di rompere silenzi, di nominare questioni rimaste sospese. È stato un cambiamento micro, ma con una portata profonda. E per me è lì che si gioca il senso del giornale: non nel risultato estetico, ma nel processo che attiva.

Se ripensiamo alla povertà solo come mancanza materiale, perdiamo pezzi fondamentali. Per me la povertà estrema è mancanza di relazioni, assenza di potere, impotenza appresa. E molti servizi, se non sono costruiti con attenzione, rischiano di rafforzare questa impotenza. Il giornale, invece, può diventare una palestra di cittadinanza, un luogo dove allenarsi al pensiero, alla parola, alla presa di posizione. È uno spazio che restituisce voce e possibilità di agire, anche solo raccontandosi, confrontandosi, sbagliando insieme.
Certo, se poi questi processi avvengono anche con il supporto di professionisti della comunicazione, se c’è contaminazione tra esperienze e competenze, allora possono nascere articoli belli, efficaci, capaci di raggiungere davvero la comunità esterna. Ma per me, il valore più grande resta nella trasformazione che avviene in chi abita quello spazio. Ricordo ancora quell’articolo, ricordo le persone con cui l’ho scritto, ricordo che poi siamo scesi insieme in piazza l’8 marzo. È diventato un percorso. Ecco, è questo che intendo quando dico che il giornale può essere uno strumento di cambiamento. Un attivatore di processi trasformativi, sia personali che collettivi. Anche Housing First, alla fine, è nato così: perché le persone leggevano il giornale.

Mario Flavio Benini. Parlavamo prima di Scarp de’ tenis, che ha una mini-redazione centrale composta da giornalisti – alcuni con un passato nella stampa e nella politica – e poi una rete di redazioni esterne legate ai territori, spesso ospitate da parrocchie o centri Caritas. La distribuzione del giornale è intrecciata al lavoro di rete della Caritas e alla possibilità di offrire ai venditori un’occasione lavorativa. Ma come mi diceva il direttore Stefano Lampertico, al di fuori di quella rete è molto difficile raccogliere fondi: in Italia il giornale di strada si fatica a venderlo davvero.
Un altro esempio è “L’Osservatore di Strada” di Roma, un progetto editoriale promosso dalla Caritas e curato da Piero Di Domenicantonio ex caporedattore de l’Osservatore Romano: nasce direttamente nei servizi, nei dormitori e nei centri diurni, dove ospiti e operatori discutono i temi del mese, poi trasformati in articoli collettivi. Ecco, com’è organizzato invece il lavoro redazionale di Piazza Grande? Che tipo di partecipazione costruite e quali strategie state sperimentando oggi per mantenere viva la diffusione del giornale?

Margherita Neri. Il nostro giornale ha una redazione tendenzialmente stabile, ma sempre aperta a nuovi ingressi: chiunque voglia partecipare può farlo, un po’ come accade nei laboratori di comunità. La redazione si incontra regolarmente, credo con cadenza settimanale, all’interno del Laboratorio Scalo – uno dei nostri spazi partecipativi – e lavora insieme alla stesura degli articoli. Alla guida c’è un giornalista, che fa da caporedattore e coordina il lavoro di scrittura e selezione dei contenuti.
Si tratta di una redazione mista: ci sono volontari, giornalisti, persone che attraversano i nostri servizi e altre che gravitano attorno a Piazza Grande. È uno spazio di confronto intergenerazionale e interclassista, dove l’identità del giornale si costruisce ogni volta nel dialogo tra linguaggi ed esperienze diverse.
Sul tema della diffusione ci siamo interrogati molto. Il modello originario prevedeva che fossero le persone senza dimora a vendere il giornale per strada, indossando una pettorina riconoscibile con scritto “Piazza Grande”. Nel tempo, però, questo modello ha mostrato alcuni limiti: c’erano persone che vendevano numeri vecchi di dieci anni o che usavano il giornale più come strumento per chiedere l’elemosina che per veicolare un contenuto. Non c’è nulla di male nella questua, ma è una cosa diversa. Se manca il legame con il progetto editoriale, la diffusione perde significato.
Ci siamo resi conto che senza una motivazione profonda – senza un coinvolgimento autentico – il giornale non circolava più come strumento di relazione e di cambiamento. E in parallelo si faceva sempre più fatica a vendere per strada: a parte alcune persone già vicine a noi, la maggior parte dei passanti ignorava il giornale. C’era una dispersione crescente, e così abbiamo deciso di cambiare approccio.
Abbiamo iniziato a sperimentare modalità diverse di distribuzione, come quella dei “locali accoglienti”: bar, bistrot, ristoranti che scelgono di ospitare il giornale in uno spazio visibile, diventando punti di contatto con un pubblico più ampioL’obiettivo non è solo “vendere”, ma intercettare persone che, normalmente, non si interesserebbero al tema della grave marginalità. Quelle persone che magari, nella loro testa, associano la figura del senzatetto all’idea del “barbone che puzza”. Noi vogliamo arrivare lì, decostruire quell’immaginario, creare fratture in quello sguardo automatico e stigmatizzante.
Detto questo, non raggiungiamo numeri elevatissimi. È un lavoro lento, costante, che non può essere affidato solo al giornale. La creazione di comunità, il lavoro di sensibilizzazione, soprattutto nei confronti di chi è distante o indifferente, è un processo lungo e complesso. Ma ci crediamo. E anche il giornale, con i suoi limiti e le sue evoluzioni, continua a essere uno strumento centrale in questo percorso.

Mario Flavio Benini. Oggi è quasi scontato dire che la comunicazione non è solo un’attività finale, ma un processo che attraversa tutte le fasi di un progetto. Non è un “di più” da aggiungere alla fine per promuovere qualcosa, ma uno strumento strutturale, che accompagna, orienta, connette. Nel vostro caso, questo è particolarmente evidente: oltre al giornale, avete spazi fisici, momenti pubblici, attività culturali e relazionali che diventano veri e propri attivatori di rete, strumenti per costruire consapevolezza collettiva e raccogliere elementi utili anche per ripensare le azioni concrete.
Penso, ad esempio, alla vostra recente campagna sulla casa: lì la comunicazione ha avuto un ruolo chiave non solo per sensibilizzare, ma anche per costruire partecipazione e co-progettazione. È emersa l’urgenza di un problema politico e sociale, sono state individuate soluzioni, ed è stato attivato un processo di coinvolgimento, anche per facilitare la ricerca di alloggi. Puoi raccontarmi meglio come si è strutturata questa campagna? E più in generale: come intendete oggi la comunicazione nel vostro lavoro? A cosa serve e che funzione assume nei vostri percorsi?

Margherita Neri. Posso risponderti dal punto di vista di chi lavora nei servizi, anche se credo sarebbe interessante ascoltare anche chi ha curato direttamente la campagna (NDR cosa da fare!). Detto questo, dal mio osservatorio posso dire che ha funzionato. Ed è tornata proprio la parola chiave di cui parlavamo prima: non restare isolati. Perché una campagna di comunicazione, se fatta bene, ti permette di raggiungere persone che magari non vivono una condizione di grave marginalità, ma condividono una parte del problema. Prendiamo il caso della casa: a Bologna, oggi, è un tema trasversale. Non riguarda solo chi è senza dimora, ma tante persone che – pur avendo un lavoro e un reddito – non riescono a trovare un alloggio dignitoso.
Parlo anche per esperienza personale: se non avessi avuto la possibilità di entrare in una cooperativa di abitanti, oggi probabilmente mi troverei nella stessa situazione di tanti colleghi che, pur con uno stipendio, fanno fatica a trovare casa. Il mercato immobiliare è sempre più orientato verso forme di rendita breve, e l’impatto di Airbnb è evidente: molti proprietari preferiscono affittare a turisti, perché garantisce guadagni maggiori e meno vincoli. Questo rende ancora più difficile accedere a una casa per chi ha risorse limitate, ma anche per chi lavora stabilmente nel sociale, nella sanità, nell’istruzione.
Quindi la campagna, in questo senso, serve a creare un terreno comune, a far emergere la questione abitativa non come “problema dei poveri”, ma come problema politico, sociale, urbano. E questo consente di avviare interlocuzioni più forti con le istituzioni, ma anche di costruire una base sociale consapevole, sensibile, attiva.
Comunicare non vuol dire solo “spiegare quello che facciamo”, ma posizionarci, raccontare il nostro punto di vista, proporre delle soluzioni e vedere chi è disposto a costruirle con noi. Ad esempio, nella campagna abbiamo incontrato persone con case sfitte, sensibili al tema, ma frenate da paure comprensibili: il timore di non ricevere l’affitto, di non vedere tutelato il proprio immobile. E spesso non sono grandi proprietari: sono famiglie o persone con risparmi di una vita, che hanno bisogno di garanzie. Ed è lì che la comunicazione diventa strumento relazionale: serve a entrare in contatto, raccogliere bisogni, costruire fiducia reciproca, immaginare insieme delle garanzie.
In fondo, comunicare vuol dire anche costruire una visione condivisa. E senza una visione comune – senza un “sentimento” collettivo, senza un riconoscersi in un bisogno che riguarda molti – non si genera movimento, non si attivano processi. Le campagne, in questo senso, ci hanno insegnato molto: ci aiutano a intercettare risorse, sì, ma soprattutto persone disponibili a costruire qualcosa di diverso, a immaginare insieme un’altra idea di città.
Ecco perché oggi cerchiamo di tenere il più possibile collegata la comunicazione alla progettazione. Non deve essere un’attività esterna, né imposta. Deve nascere dal fare e rientrare nel fare. E quando questo succede, la comunicazione non solo racconta, ma trasforma.

Modelli abitativi: Housing First, Housing Led e abitare collaborativo.

Per Piazza Grande, l’abitare rappresenta il fulcro di una strategia di inclusione articolata, che si declina in una pluralità di modelli e soluzioni capaci di intercettare la complessità delle storie e dei bisogni delle persone coinvolte. Il modello Housing First, adottato in modo pionieristico dalla cooperativa, garantisce un accesso immediato e incondizionato alla casa per persone con esperienze di grave marginalità: dal 2015, oltre 150 beneficiari hanno intrapreso un percorso abitativo, con un tasso di stabilità superiore all’85% a tre anni dall’ingresso. Un risultato reso possibile da un accompagnamento educativo altamente personalizzato, gestito da équipe multidisciplinari che operano in stretta sinergia con i servizi sociali e sanitari del territorio, come ASP Bologna e ASL, per sostenere non solo la gestione dell’alloggio, ma anche la cura della salute, la ricerca di un lavoro e la ricostruzione delle relazioni affettive e sociali.
Accanto all’Housing First, la cooperativa ha sviluppato progettualità nel campo del social housing e dell’abitare collaborativo, come Pop House a Calderara di Reno e i Condomini Solidali di Scalo e Zaccarelli, dove studenti, lavoratori, anziani e nuclei fragili condividono spazi comuni, attività e un sistema di gestione sociale. In questi contesti, l’abitazione diventa un laboratorio di convivenza intergenerazionale e partecipazione attiva, rafforzando le reti di prossimità e dando vita a legami significativi. La cooperativa ha inoltre attivato percorsi specifici rivolti a target differenti: il progetto Tac+ accompagna famiglie con minori verso l’autonomia abitativa; il Budget di Salute sostiene persone con disagio psichico in un processo integrato di cura e stabilizzazione; mentre il sistema SAI accoglie richiedenti asilo e rifugiati in oltre cento appartamenti diffusi, promuovendo l’inclusione attraverso il coinvolgimento attivo della comunità locale.
Le sperimentazioni intergenerazionali, come quelle avviate nel Condominio Scalo, combinano giovani, anziani e persone con fragilità in un modello di welfare circolare, in cui le competenze si trasmettono orizzontalmente e i servizi di portierato sociale fungono da collante relazionale. L’infrastruttura educativa è elemento chiave di questo sistema: le équipe dedicate non si limitano a gestire la transizione dalla strada alla casa, ma costruiscono percorsi di cittadinanza abitativa attraverso mediazione condominiale, laboratori di comunità e formazione alla vita indipendente. Iniziative come “A tutta pasta!” all’Happy Center o la presenza attiva nei quartieri dei portieri sociali testimoniano l’impegno della cooperativa nella creazione di contesti abitativi permeabili, inclusivi e capaci di rompere l’isolamento.
Questo sistema integrato si confronta quotidianamente con ostacoli strutturali come la pressione del mercato immobiliare, la scarsità di alloggi pubblici e la crescente complessità dei bisogni. La risposta di Piazza Grande si fonda sulla capacità di adattare i modelli, costruire alleanze territoriali solide e rimanere ancorata a una visione dell’abitare come pratica politica e comunitaria. La casa, in questa prospettiva, non è solo uno spazio funzionale, ma un dispositivo generativo di autonomia, relazioni e cittadinanza.

Mario Flavio Benini. Il modello Housing First, a distanza di quasi un decennio dalla sua attivazione, mostra risultati significativi in termini di stabilità abitativa e riduzione della marginalità. Quali sono, dal tuo punto di vista, gli apprendimenti principali emersi in questi anni? E quali sono le condizioni necessarie per consolidare e ampliare questo approccio in un contesto istituzionale ancora frammentato, segnato da carenze strutturali e da un mercato immobiliare sempre più inaccessibile?

Margherita Neri. Ti rispondo partendo da un esempio concreto, che ci riporta alle origini. Quando è nato il progetto Housing First a Bologna, ci trovavamo in una fase critica: in strada c’erano adulti soli, ma anche famiglie con minori. Una condizione allarmante che ha spinto Piazza Grande a lanciare il progetto Tutti a casa, nato dal giornale e pensato proprio per dare risposte diverse a bisogni diversi. Si trattava in realtà di due percorsi: uno per adulti soli, uno per famiglie. Oggi, fortunatamente, a Bologna non ci sono più famiglie in strada. Questo significa che i bisogni cambiano e che anche i servizi devono cambiare.
Il primo insegnamento importante è proprio questo: i servizi non possono essere statici, devono adattarsi ai cambiamenti sociali. Per questo è essenziale avere una lettura aggiornata del contesto, basata sui dati. Finalmente quest’anno l’ISTAT ha aggiornato l’indagine nazionale sulle persone senza dimora che era ferma al 2015. È fondamentale, perché se non connettiamo il dato con la visione rischiamo di costruire risposte miopi, magari ben intenzionate, ma inefficaci.
Nel frattempo, è cambiato anche il quadro istituzionale e finanziario. Accanto a Housing First si è affermato il modello dell’Housing Temporaneo, che condivide i principi di fondo ma ne modifica uno decisivo: la durata. Housing First accompagna “per tutto il tempo necessario”; l’Housing Temporaneo ha una scadenza: 24 mesi. Questo cambia radicalmente il tipo di relazione e di progettazione.
Per questo oggi cerchiamo di lavorare sulla differenziazione del target, con indicatori chiari che ci aiutino a leggere le traiettorie di povertà delle persone, non per etichettarle, ma per costruire risposte proporzionate. Per alcune persone – penso a chi ha alle spalle molti anni di strada, rotture relazionali profonde, cronicità – Housing First rimane la risposta più adeguata. Per altre, magari in difficoltà da poco tempo, con una rete ancora attiva o con un lavoro precario, l’Housing Temporaneo può essere un volano utile, a patto che ci sia un supporto educativo forte e una prospettiva di uscita concreta.
Il problema, però, è: dove si va dopo? Perché la casa, nel mercato immobiliare di oggi, non si trova. A Bologna, come in molte altre città italiane, il mercato è bloccato, i canoni sono altissimi, e molte case sfitte sono finite nel circuito degli affitti brevi o degli Airbnb. Non possiamo continuare a illuderci che basti il “merito” individuale o lo sforzo personale per accedere a un’abitazione dignitosa. La verità è che manca un’offerta strutturale, e le politiche pubbliche sulla casa sono state smantellate negli anni.
Ecco perché oggi non basta fare bene Housing First: serve progettare nuove forme di abitare, differenziate e accessibili, che vadano dal Co-Housing al Social Housing, fino all’Housing Led. Forme che permettano percorsi sostenibili, anche con una minore intensità educativa, per chi non ha bisogno di accompagnamenti complessi ma semplicemente di una possibilità reale.
Per me è questo il punto chiave: la marginalità abitativa è una condizione sfaccettata e dobbiamo conoscerla a fondo per poter progettare risposte efficaci. Servizi che siano sostenibili, anche economicamente – perché lo sappiamo: Housing First, se ben applicato, costa meno di un dormitorio – ma che, soprattutto, rispondano davvero a un bisogno.
E tutto questo va inserito in una cornice più ampia: le città sono congestionate, la casa è diventata un bene inaccessibile per molti, e questa situazione non è casuale. È il frutto di una precisa scelta politica che ci portiamo dietro da anni: quella di svendere il patrimonio pubblico, lasciando scoperto il fronte della residenzialità sociale. Ecco perché oggi più che mai serve un ripensamento radicale delle politiche abitative, con uno sguardo sistemico e di lungo periodo.

Mario Flavio Benini. Ho recentemente approfondito l’esperienza del progetto Housing First di PsyPlus a Roma, coordinato da Giulio Ciucci. Anche loro, come voi, hanno fatto la scelta della coabitazione, in parte come adattamento a un mercato immobiliare molto difficile. Giulio mi raccontava che la scelta di uscire dal modello originario del monolocale, previsto da Sam Tsemberis, è stata anche una risposta pragmatica ai vincoli reali: trovare alloggi singoli, oggi, è quasi impossibile.
Voi come siete arrivati a definire la coabitazione come modalità abitativa? È stata una scelta consapevole, frutto di un percorso metodologico? Oppure un compromesso necessario, dettato da contingenze esterne?

Margherita Neri. È stato un compromesso, assolutamente.
Siamo partiti studiando il modello portoghese di José Ornelas ispirato a quello americano, di Sam Tsemberis. La raccomandazione era chiara: l’Housing First va fatto in un monolocale. Così abbiamo provato a cercarli… ma non li trovavamo. Non c’erano. Punto.
A quel punto ci siamo detti: partiamo o non partiamo? Abbiamo deciso di partire lo stesso, con un po’ di incoscienza — e oggi direi che quell’incoscienza è stata utile, ma ci ha anche costretti poi a ripensare molte cose in corsa, correggere, aggiustare.
L’idea di fondo nasceva dall’unità di strada: conoscevamo alcune persone, le vedevamo entrare e uscire dai dormitori, avevamo costruito relazioni di fiducia… così abbiamo cominciato a proporre a chi conoscevamo meglio un ingresso in appartamento, per testare cosa succedeva.
Le prime case che ci venivano offerte le prendevamo così com’erano. Era una sperimentazione pura: all’inizio mettevamo anche due persone in una stessa stanza, pur di partire. Ma presto ci siamo accorti che non era sostenibile. Le coabitazioni, così impostate, non funzionavano. E abbiamo capito una cosa molto semplice: non era la strada giusta. Nemmeno io vorrei vivere in una stanza doppia con una persona sconosciuta.
Da lì è cominciato un lento lavoro di adattamento: ci siamo dati dei criteri minimi — a partire dalla privacy — e abbiamo iniziato a lavorare solo con camere singole. Misuravamo gli spazi, valutavamo le compatibilità, cercavamo soluzioni più vivibili. È stato un apprendimento sul campo.
Nel frattempo, abbiamo anche capito che per alcune persone la coabitazione era una soglia troppo alta. Non la accettavano. Non entravano. Quindi sì, per alcune persone serve davvero il monolocale. E qualche spiraglio si è aperto: in collaborazione con il Comune, siamo riusciti a ottenere alcuni alloggi sottometrati dell’edilizia residenziale pubblica, e lì abbiamo trovato spazi singoli che hanno funzionato molto bene.
Oggi lavoriamo per differenziare: non applichiamo un modello rigido. Cerchiamo di leggere i bisogni delle persone e, laddove possibile, adattiamo la risposta. A volte avremmo bisogno di più monolocali di quelli che riusciamo a reperire. Ma questo è il dato di realtà con cui dobbiamo fare i conti.
La verità è che la coabitazione può funzionare, ma solo se c’è un impianto educativo forte, costruito su misura. Altrimenti, rischia di trasformarsi in un fallimento.
Non è solo una questione logistica. È una questione relazionale e metodologica. La casa, da sola, non basta: serve accompagnamento, presenza, fiducia costruita nel tempo. È da lì che si parte.

Accompagnamento sociale, salute e welfare di comunità.

Per Piazza Grande, l’accompagnamento sociale e i servizi educativi rappresentano la vera infrastruttura che trasforma l’abitare in un’esperienza di cittadinanza attiva e di emancipazione personale. L’abitare, infatti, non è mai considerato un punto di arrivo isolato, ma l’innesco di un sistema complesso di relazioni, supporti e possibilità che si sviluppano nel tempo e nei territori attraversati dalle persone accolte. Questo accompagnamento non si esaurisce nella “presa in carico”, ma si configura come un processo lungo, continuo e personalizzato, capace di attraversare dimensioni molteplici: dalla salute mentale alla riattivazione delle competenze sociali, dalla ricostruzione dei legami affettivi alla relazione con i servizi pubblici, fino alla costruzione di reti di prossimità e alla partecipazione nei contesti di vita quotidiana.
Tutto questo si fonda su elementi fondamentali: la fiducia, la presenza costante e una prossimità concreta, che permettono alla persona non solo di gestire la casa, ma di riappropriarsi della propria vita. Attorno alla casa, Piazza Grande ha costruito un ecosistema relazionale che include équipe multidisciplinari, operatori sociali, pari con esperienza, portieri di comunità, volontari e professionisti. Figure diverse lavorano insieme per accompagnare la persona dalla strada all’autonomia, dalla fragilità alla costruzione di progettualità di futuro. I progetti di accoglienza socio-sanitaria, come quelli attivati nei centri R8 e Rostom, integrano interventi sanitari continuativi, educazione alla salute, mediazione relazionale e cura della quotidianità, in una logica di presa in carico globale e non frammentata.
Il servizio mobile “In Strada” e l’Help Center costituiscono presìdi fondamentali di prossimità, capaci di intercettare le persone nei luoghi della marginalità urbana e di accompagnarle nell’accesso ai diritti, alla salute e ai servizi. A questi dispositivi si affiancano interventi capillari nei quartieri popolari e nei contesti condominiali – come i laboratori di comunità e i progetti di mediazione territoriale – realizzati in sinergia con ASP e ASL, che permettono di abbattere le barriere all’accesso e di costruire reti di sostegno là dove non esistono.
Un’esperienza particolarmente rilevante è quella del Budget di Salute, che permette di andare oltre l’approccio prestazionale dei servizi per costruire, insieme alla persona, un piano integrato e personalizzato di cura, abitare e partecipazione. Attivando risorse pubbliche, comunitarie e familiari, questo strumento consente di affrontare situazioni di alta complessità – salute mentale, cronicità, dipendenze – attraverso percorsi non lineari, ma sostenibili e centrati sul benessere globale della persona. L’accompagnamento sociale, in questo senso, non è solo supporto o orientamento, ma una vera pratica trasformativa, capace di aprire spazi di parola, relazioni significative, desideri e possibilità di cambiamento.
L’alleanza tra operatori, persone accolte e territori diventa così il cuore di un welfare di prossimità che non è assistenziale, ma generativo, che punta sulla continuità dei percorsi e sulla qualità delle relazioni. Oggi più che mai, questo modello è chiamato a rispondere a nuove vulnerabilità emergenti: solitudini radicali, traumi sommersi, e intersezioni di disuguaglianza che sfuggono alle griglie categoriali dei servizi.

Mario Flavio Benini. Nell’accompagnamento educativo, avete maturato un’esperienza molto ampia e diversificata: coabitazioni tra giovani, intergenerazionali, tra persone con fragilità complesse. Cosa avete imparato? Quali sono le lezioni più significative che avete tratto da queste esperienze?

Margherita Neri. I problemi della convivenza sono, in fondo, gli stessi per tutti: che si tratti di persone senza dimora o di persone con fragilità, cambia poco. Quello che cambia davvero è il modo in cui si riescono a gestire i conflitti. La discussione sull’uso del frigorifero, ad esempio, è esattamente la stessa che potremmo avere io e te se convivessimo. Ma quello che nelle nostre vite avviene magari davanti a un caffè – ti sei mangiato il mio formaggio, ok, ti chiedo scusa, te lo ricompro – per molte delle persone con cui lavoriamo diventa un problema ingestibile. Perché mancano gli strumenti relazionali, manca la capacità di nominare le emozioni, di trovare una mediazione.
Abbiamo capito che servono spazi costanti e strutturati, delle vere e proprie “palestre di relazione”, in cui poter lavorare sulle dinamiche di convivenza. Per me, è stato un passaggio importante anche dal punto di vista personale e professionale. Ho dovuto ridefinire il mio ruolo educativo. Nelle domiciliari, non sei la figura che dice cosa è giusto o sbagliato: sei un facilitatore, qualcuno che sostiene un processo. Ricordo una situazione in cui un gruppo doveva decidere come gestire gli spazi comuni, in particolare sala e cucina. Avevano una credenza, e hanno deciso di usarla come scarpiera. Dentro di me pensavo: “Ma siete matti?”. Mi sembrava sbagliato, assurdo. Ma la mia collega mi ha fermata: “Guarda che sta succedendo una cosa importante. È un processo decisionale collettivo. Lasciali fare”. E aveva ragione. Il mio compito non era correggerli, ma permettere che si esprimessero, che arrivassero a una loro soluzione. Anche se non era quella che io avrei scelto.
Questo approccio l’ho poi applicato anche in altri contesti, ad esempio nei progetti legati alla salute mentale. Avevamo una casa abitata da persone con disagi psichici, all’interno di un grande condominio. E lì nasceva il dilemma: come mi comporto con i vicini? Mi presento io, li accompagno, non intervengo? Non è banale. All’inizio lo facevamo noi, quasi a fare da garanti. Ma poi una persona mi disse: “Ci stai togliendo dignità. Siamo in grado di farlo da soli”. Ecco, quel momento mi ha fatto cambiare approccio. Con molte persone ho iniziato a lavorare su come presentarsi. Facevamo role playing: cosa succede se ti aprono e ti chiudono la porta in faccia? Come reagisci? Non viviamo in un mondo perfetto. Le persone hanno paura della fragilità. Se arriva un ex senza dimora o una persona disabile, scatta lo stigma. Il lavoro educativo è anche questo: aiutare a stare nella relazione con l’esterno, ad affrontare il rifiuto, a non interiorizzare lo stigma.

Mario Flavio Benini. Questo è un passaggio molto delicato: come evitare un approccio calato dall’alto, paternalistico?

Margherita Neri. Esatto. Non lo avevo mai pensato in quei termini, ma sì: spesso lo facevamo con le migliori intenzioni, “col buon senso”. Ma in realtà stavamo imponendo un modo di essere. Da quel momento ho iniziato a riprogettare anche attività che svolgevamo abitualmente. Il lavoro educativo è diventato, in certi casi, costruzione di simulazioni, esercizi di realtà. Perché è facile parlare di comunità, ma dobbiamo riconoscere che c’è anche un lato oscuro nei progetti di abitare: lo stigma è reale, l’ostilità esiste. Mi è capitato di lavorare con anziani senza dimora che venivano aggrediti verbalmente o addirittura con lanci d’acqua dal balcone. In quei casi interveniamo, perché siamo anche gestori e dobbiamo proteggere. Ma lo facciamo senza togliere voce alla persona: affiancandola, aiutandola a elaborare, senza sostituirci.
Questo vale anche per chi vive in un monolocale. Perché la coabitazione non è solo “condividere la casa”, è stare in un condominio, è abitare uno spazio comune. E anche lì serve accompagnamento. Anzi, a volte è più difficile, perché non hai l’occasione del conflitto visibile: tutto si gioca nella solitudine, nel non sapere come agire. Anche lì serve un supporto.

Mario Flavio Benini. Entrando nel dettaglio, il vostro approccio educativo va ben oltre la “presa in carico” classica. Com’è organizzato il lavoro d’équipe? Come funziona?

Margherita Neri. Lavoriamo in un’équipe multiprofessionale: educatori, operatori sociali, operatori pari, psicologi. Tutte queste figure assumono anche il ruolo di case manager: sono referenti sia per la persona che per l’appartamento. Abbiamo una struttura articolata: ogni appartamento ha due operatori domiciliari, che seguono la vita quotidiana, la convivenza, le dinamiche di gruppo. Poi c’è un case manager individuale per ogni persona, con cui si costruisce un piano educativo personalizzato.
All’inizio avevamo pensato che le due figure potessero coincidere. Ma ci siamo accorti che le dinamiche di gruppo spesso interferiscono con la relazione individuale: la persona tende a parlare dei problemi della casa, e non di sé. Così abbiamo scisso i ruoli, mantenendoli entrambi attivi e integrati. Il case manager lavora in coordinamento con i servizi di riferimento – dai servizi sociali territoriali ai servizi di salute mentale – ma anche con la rete informale: amici, familiari, caregiver. Lavoriamo molto sulla co-progettazione, anche con chi non è formalmente “professionista”.
Abbiamo inoltre costruito uno strumento interno che ci aiuta a definire e monitorare l’intensità educativa: bassa (2 ore settimanali), media (4), alta (6), con la possibilità di andare oltre nei casi più complessi. Ogni sei mesi rivediamo l’intensità, non per ridurla a prescindere, ma per leggere l’andamento. A volte diminuisce, altre aumenta: la vita cambia, e il nostro lavoro deve essere flessibile.
Questo strumento ci consente anche di allocare meglio le risorse e di partire dai bisogni reali, non da standard. È fondamentale, però, che tutto parta dalla casa. Se non rispondiamo al primo gradino della piramide di Maslow, non possiamo chiedere a nessuno di desiderare. Invece noi vogliamo lavorare proprio sul desiderio: perché troppo spesso le persone non sanno più cosa vogliono, non hanno più lo spazio per pensarlo. E quindi il nostro compito è anche creare quello spazio. Lo facciamo nella relazione individuale e nella dimensione comunitaria: dalle assemblee domiciliari ai piccoli gesti quotidiani, come montare insieme una mensola. Anche il “fare” è una forma di comunicazione potente. E tutto questo prende forma nell’équipe, che si incontra settimanalmente per pensare, rielaborare e costruire insieme.

Lavoro, impresa sociale e inclusione: l’inserimento come leva trasformativa.

Per Piazza Grande, il lavoro non è mai stato soltanto un mezzo di sostentamento, ma un dispositivo centrale di riconoscimento, dignità e trasformazione sociale. Fin dalla nascita del giornale di strada – dove scrivere, vendere, raccontare diventava gesto pubblico e primo gradino verso una nuova identità – l’idea che l’inclusione lavorativa fosse una condizione essenziale per superare la marginalità ha attraversato ogni evoluzione del progetto. Con il tempo, questa visione si è tradotta in una strategia complessa, che combina formazione, sperimentazione imprenditoriale, sostenibilità ambientale e valorizzazione delle soggettività fragili, in un contesto che riconosce la capacità di tutti e tutte di contribuire alla creazione di valore.
L’area del lavoro in Piazza Grande si muove su più fronti. I servizi “classici” dell’area B – pulizie, giardinaggio, manutenzione – rappresentano una prima soglia di accesso, ma non si esauriscono nella logica del lavoro protetto: anche in questi contesti si lavora per la responsabilizzazione, la crescita, l’autonomia. A essi si affianca il progetto Stoffa e l’intera area del riuso, un laboratorio in cui sostenibilità ambientale, inclusione lavorativa e innovazione digitale si intrecciano in una filiera che va dagli sgomberi al negozio vintage, fino all’e-commerce. Solo nel 2024 sono stati attivati oltre 25 percorsi di inserimento e firmati 22 contratti di lavoro stabili, con un impatto positivo anche sul piano ambientale e relazionale, come rilevato dalle valutazioni periodiche.
Ciò che rende distintivo l’approccio della cooperativa è la volontà di includere persone con esperienze di esclusione non solo nei ruoli operativi, ma anche in quelli gestionali, amministrativi e decisionali. Una scelta culturale prima che tecnica, che supera la dicotomia tra chi “aiuta” e chi “riceve” e trasforma il lavoro in uno spazio di co-produzione, dove vissuto e competenza si incontrano. L’impresa sociale, in questo senso, non è solo luogo di produzione, ma contesto di apprendimento, laboratorio relazionale e palestra di cittadinanza. La certificazione di parità di genere ottenuta dalla cooperativa, così come la composizione eterogenea del personale, confermano la tensione costante verso l’equità, la pluralità e la valorizzazione delle differenze.
La formazione gioca un ruolo centrale. Non è pensata come modulo standardizzato, ma come percorso personalizzato, che si svolge sia in aula che nei contesti di lavoro, con contenuti che spaziano dalla digitalizzazione alla gestione dei conflitti, dalla vendita al commercio elettronico. Il principio guida è quello della pedagogia della responsabilità, che valorizza la progressione soggettiva, la motivazione e l’apprendimento situato. I percorsi sono costruiti e monitorati insieme, con attenzione agli obiettivi individuali e alla coerenza con le evoluzioni organizzative.
Anche il sistema di feedback interno ha valore trasformativo: i questionari rivolti a lavoratori e clienti non servono solo a rilevare la soddisfazione, ma diventano strumento per affinare i percorsi, migliorare l’organizzazione e generare cambiamento. I lavoratori segnalano alto livello di coinvolgimento, senso di appartenenza e consapevolezza del significato sociale del proprio ruolo. Allo stesso tempo, i clienti dell’area del riuso e dei servizi ne riconoscono la qualità e la missione, contribuendo a consolidare un patto fiduciario tra cooperativa e comunità.
L’inclusione lavorativa, infine, non è confinata negli spazi della cooperativa. Nei progetti SAI, nei percorsi abitativi, nei servizi rivolti ai giovani o alle persone con disabilità, il lavoro è parte integrante dei progetti di autonomia. L’attivazione, l’orientamento e la ricerca di opportunità esterne si affiancano all’inserimento interno, in una logica di accompagnamento integrato, continuo e relazionale, in cui il lavoro diventa asse portante di un nuovo accesso ai diritti, alla cittadinanza, alla possibilità.

Mario Flavio Benini. Prima parlavamo dei “doveri” che i servizi spesso impongono alle persone accolte. Nei percorsi tradizionali, soprattutto quando si arriva da una lunga storia di grave marginalità, le soluzioni proposte sono quasi sempre standardizzate: orientamento al lavoro, corsi motivazionali, percorsi formativi che partono dal presupposto che la persona debba diventare “autonoma”. Ma nella maggior parte dei casi questi percorsi si rivelano del tutto scollegati dalla realtà delle storie individuali, e finiscono per trasformarsi in fallimenti annunciati. Come costruite voi, invece, un percorso che abbia senso? Come si accompagna una persona verso ciò che possiamo chiamare una forma possibile di autonomia, ammesso che questa parola abbia ancora senso?

Margherita Neri. È proprio questo il punto: per me la parola autonomia ha perso senso. È da tempo che cerco di eliminarla dal mio vocabolario. E te lo dico anche attraverso un’esperienza personale: durante il Covid mi sono scoperta non autonoma. E se non lo ero io – con una rete affettiva, con un lavoro, con strumenti culturali e sociali – perché dovremmo chiedere autonomia a persone che hanno attraversato anni, spesso decenni, di vita in strada, istituzionalizzazione, solitudine e traumi ripetuti?
Il problema è che il linguaggio dei servizi è ancora imprigionato in questa retorica. Anche i PEI, i progetti educativi individualizzati, parlano sempre di “raggiungimento dell’autonomia”. Ma noi dovremmo cambiare paradigma: non lavorare sull’autonomia, ma sulle competenzeÈ una trasformazione culturale enorme. L’Housing First ci aiuta molto in questo, perché introduce un principio che definirei politico: per tutto il tempo necessario. Questo ci obbliga a uscire dalla logica della prestazione a tempo determinato e a vedere la persona per quello che è, non per quello che dovrebbe diventare “dentro” un modello.
E qui arriviamo alla parte più importante del discorso: per molte persone l’autonomia non arriverà mai. Non è un fallimento: è un dato di realtàE noi dobbiamo costruire percorsi dignitosi anche per chi non diventerà mai autonomo. Anzi, proprio per loro.
Ti faccio degli esempi concreti, perché è lì che il modello diventa vero, che tocca il piano della realtà.
Luisa, per esempio. Non è “uscita” dalla sua condizione. Ma è riuscita a chiedere da sola di essere ricoverata. Ha mantenuto il suo cane in casa, dopo anni passati in un camper. Ha costruito con noi una relazione stabile, lei che per lunghissimo tempo non parlava con nessuno. Ha imparato a cucinarsi un piatto di pasta. Sono competenze minime? No, sono conquiste enormi. E hanno un valore politico: mostrano cosa significa davvero accompagnare qualcuno fuori dall’impotenza appresa.
Poi c’è David: 24 anni in strada. Non è diventato autonomo. Avrà bisogno di supporto per sempre. Ma è ancora in casa. Quando è entrato, avevamo paura che si facesse male col gas. Gli abbiamo dato un microonde. Per mesi ha dormito per terra, lamentando mal di schiena. Poi, lavorando sul comportamento e non sull’idea astratta di autonomia, ha cominciato a usare il materasso. Ha imparato a fare il caffè. Sono abilità piccole, sì, ma fondamentali per vivere. Non è autonomo, ma ha competenze. E le ha costruite dentro la casa, non fuori. Perché la casa è la condizione che rende possibile qualsiasi apprendimento. Perché – e ci tengo a dirlo – la strada uccide. La casa abbassa il rischio, rende pensabile un cambiamento.
È per questo che dico che dobbiamo smettere di illuderci: non diventeranno tutti autonomi. Ma possono migliorare le competenze relazionali, organizzative, affettive. E già questo cambia la vita.
Da qui deriva anche una responsabilità politica del Terzo Settore: innovare non a partire dagli slogan, ma a partire dai dati, dalla metodologia, dalla conoscenza reale dei target. Formulare proposte che tengano insieme idealità e fattibilità. E soprattutto fare advocacy: interrogarsi su ciò che accade dopo l’housing temporaneo. Perché se alla scadenza dei progetti – come potrebbe accadere nel 2026 – non c’è un “dopo”, allora avremo tradito le persone.
Ecco perché insisto: lavorare sulle competenze è, insieme, un gesto educativo, politico e culturale. È la sola strada per costruire percorsi che abbiano senso, senza alimentare illusioni e senza cadere nella trappola della meritocrazia sociale.

Mario Flavio Benini. Vorrei tornare su un elemento che hai evocato più volte e che considero centrale: il desiderio. Perché tra le tante forme di deprivazione che colpiscono chi vive la marginalità estrema, c’è anche quella della capacità di desiderare. Di sperare in qualcosa. Di immaginare una vita possibile.
Invece, ciò che spesso accade con i servizi sociali è esattamente il contrario: non si parte dal desiderio, né tantomeno dalle competenze residue o potenziali. Si parte da una richiesta di verità, che assume talvolta la forma di una confessione, a metà tra un interrogatorio giudiziario e una confessione religiosa. Ti viene chiesto di raccontare chi sei, quali sono state le tue cadute, se hai avuto dipendenze, se hai sbagliato… E solo a partire da questo resoconto della “verità oggettiva”, che si può pensare di costruire un percorso verso l’autonomia.
Ma questo approccio – oltre a essere profondamente moralista – è anche paradossale: perché la possibilità di trasformare se stessi passa proprio dalla capacità di desiderare, di immaginare. Le storie che ci raccontiamo su chi siamo, persino quelle “false” o romanzate, sono la spina dorsale di chi siamo e di come eventualmente potremmo cambiare. E invece questo spazio viene spesso negato.
Il problema è che oggi siamo dentro un contesto politico e istituzionale che toglie ogni legittimità al desiderio, alla molteplicità delle differenze, riducendo tutto a una logica binaria: vero/falso, meritevole/non meritevole, capace/incapace. Questa visione si trasmette non solo alle istituzioni, ma anche ai cittadini, che riproducono a loro volta questo sguardo.
Allora mi chiedo: come se ne esce? È possibile, a partire dal vostro lavoro, costruire una contro-narrazione che tenga insieme accompagnamento delle persone vulnerabili e educazione della cittadinanza? Perché non basta accompagnare individualmente: occorre anche educare i quartieri, i condomini, le strade a capire cosa significhi marginalità, desiderio, fragilità. E riconoscere che il desiderio è centrale nei processi di cambiamento e di vita e soprattutto non è mai solo individuale: è sempre sociale.

Margherita Neri. È una domanda bellissima e insieme difficilissima. E provo a rispondere partendo da un piano molto concreto: bisogna stare nei territori. Vuol dire, letteralmente, uscire dagli uffici. Scendere per strada. Abitare i luoghi informali. Lo dico sempre alle operatrici: fate i colloqui fuori. Andate al bar del quartiere, al circolino. Sedetevi dove la comunità si incontra. Perché è lì che intercetti le storie, i bisogni, ma anche le paure delle persone. È lì che puoi iniziare a fare davvero un lavoro di comunità.
E attenzione: “lavoro di comunità” non significa trovare soluzioni immediate. Significa stare. Costruire presenza. Accettare la complessità. Riconoscere che ogni persona è fatta di molte storie, non di una sola verità. E che queste storie cambiano a seconda del contesto. Io stessa sono diversa con te ora, con il mio compagno stasera, con i miei colleghi domani. Così è per tutti. Per le persone con dimora e per quelle senza.
Per questo la sfida non è dividere, ma mettere insieme: creare contesti in cui persone con e senza dimora possano stare, parlarsi, riconoscersi. Senza annullare la differenza, ma valorizzandola. E lì noi possiamo giocare un ruolo: non da tecnici, non da salvatori, ma da facilitatori. È una posizione delicata, ma preziosa. Facilitare non significa risolvere, ma abilitare relazioni, attivare risorse latenti, connettere mondi separati.
E questo si fa anche riconoscendo che i territori hanno già i loro ruoli. Il bar sotto casa spesso conosce meglio di noi chi vive lì, le sue difficoltà, le sue abitudini. Ma non si tratta di estrarre informazioni, quanto di creare le condizioni perché quella conoscenza diventi relazione. E le relazioni vanno costruite anche sulle paure. Devo saper entrare nei panni del vicino “normale” che ha paura del senza dimora. Non per giustificarlo, ma per costruire un ponte. E il ponte può essere qualcosa di molto concreto. Una volta abbiamo attivato un progetto in un condominio di edilizia popolare, lavorando con lentezza, partendo da bisogni molto banali. Tante mamme erano sole, non sapevano a chi lasciare i figli. Abbiamo scoperto che potevano organizzarsi tra loro, perché avevano turni di lavoro sfalsati. Ma ci è voluto un anno e mezzo perché cominciassero a parlarsi. Ci siamo arrivati passando da cose semplici: una bacheca, volantini con i numeri di telefono, una festa con cibo condiviso. A volte non veniva nessuno. Ma poi, pian piano, qualcosa si è mosso.
Ecco, è questo “stare” che fa la differenza. Ma per farlo bene serve anche lavorare su di noi, come equipe. Noi ogni tre mesi ci fermiamo dall’operatività per fare riprogettazione dei servizi. Lo facciamo insieme, non lo decide un dirigente dall’alto. L’equipe fa emergere i bisogni, formula proposte, si confronta con i responsabili, e insieme decidiamo cosa si può fare ora e cosa dopo. Questo ciclo di riflessione, sperimentazione, revisione lo portiamo poi nella programmazione.
E vale anche nei percorsi individuali. Perché se è vero, come dici tu, che il desiderio è sociale, è anche vero che può nascere solo in un contesto che lo rende dicibile. Che accoglie le storie, anche quelle imperfette, anche quelle fantasiose. Non ci serve sapere tutta la “verità” su chi abbiamo davanti. Ci serve stare con lui abbastanza a lungo da far emergere qualcosa che assomigli a un desiderio. E per farlo, dobbiamo creare spazi di prossimità. Dentro le case, dentro i quartieri, dentro le città.

Mario Flavio Benini. Il lavoro di connessione con i territori passa inevitabilmente anche attraverso il rapporto con realtà complementari che operano nel tessuto urbano, a stretto contatto sia con i cittadini che con le istituzioni. Penso, per esempio, all’esperienza delle Case di Quartiere di Torino, o alle Portinerie di Comunità – anch’esse nate a Torino. In particolare le portinerie, proprio per la loro natura ibrida e capillare, si configurano come vere e proprie strutture di mediazione: luoghi che mettono in connessione le risorse disponibili con le domande che emergono dal territorio, e che intercettano bisogni, fragilità, possibilità, in una logica generativa.
Ecco, la domanda se anche voi, come Piazza Grande, avete costruito – o state costruendo – relazioni di questo tipo. Relazioni cioè che vadano al di là del rapporto con le istituzioni, e che contribuiscano alla costruzione concreta di comunità, di reti, di alleanze operative tra soggetti diversi.

Margherita Neri. Sì, decisamente. Anche a partire proprio dal modello del portierato di comunità, con cui condividiamo molte affinità, stiamo costruendo esperienze territoriali che si muovono nella stessa direzione. Una delle prime è stata la rete dei locali accoglienti: una rete nata da un’esigenza concreta, emersa nel nostro lavoro quotidiano, e che si è trasformata in una rete viva, in movimento. Ma per restare viva, appunto, ha bisogno di cura, di manutenzione quotidiana. Non basta attivarla: bisogna continuamente alimentarla, altrimenti si spegne. Ed è un lavoro che continuiamo a fare con tenacia, perché ha a che vedere con l’idea stessa di comunità che ci guida.
Un’altra esperienza importante che stiamo portando avanti si chiama Bologna Homeless Zero: è una rete di soggetti che si è costituita attorno a un tavolo comune, nata dal bisogno di confrontarci, come cooperativa, con altre realtà del territorio. Un confronto che va oltre la gestione quotidiana dei servizi – per la quale abbiamo già spazi dedicati – e che si fonda su un ambizioso desiderio condiviso: quello di arrivare a una città senza persone senza dimora. Non come utopia sterile, ma come direzione concreta di lavoro, generando percorsi virtuosi in cui il benessere percepito dalle persone sia davvero soddisfacente.
A questo tavolo ci sono CaritasAntonianoAvvocato di Strada… ma non è un’alleanza formale: è un luogo di elaborazione politica e pratica, dove ci interroghiamo insieme su come costruire strategie comuni. È un processo che parte dal basso, dalle esperienze, dalle pratiche. Non ci chiudiamo in un recinto autoreferenziale. Anzi, è proprio perché siamo anche una cooperativa che dà lavoro – e quindi ha responsabilità economiche, operative, politiche – che sentiamo l’urgenza di non isolarci, di non restare ancorati solo al nostro pezzetto di visione. Che per quanto importante, è comunque limitato.
Oggi, in un contesto così frammentato e complesso, abbiamo bisogno di mettere insieme visioni parziali, di condividerle, e solo così – attraverso una tessitura collettiva – possiamo arrivare a formulare risposte più precise, strategie più efficaci, pratiche più aderenti ai bisogni reali. È un lavoro che ha una dimensione politica ma anche tecnica, operativa, e che richiede tempo, fiducia, ascolto reciproco.
Un altro ambito su cui sto cercando di lavorare, e che per me rappresenta una priorità strategica per il prossimo anno, è la costruzione di una rete stabile di collaborazione con l’università. Credo che sia arrivato il momento, per noi, di iniziare a validare scientificamente ciò che osserviamo sul campo. Abbiamo accumulato anni di esperienza, abbiamo sviluppato competenze pratiche raffinatissime, ma ora abbiamo bisogno di ancorare queste competenze a un piano teorico, di misurarci con la ricerca, con l’analisi dei dati. Perché altrimenti rischiamo di essere visti come assistenzialistici, quando invece stiamo producendo innovazione sociale.
E in uno scenario come quello attuale, in cui i finanziamenti sono sempre più subordinati alla capacità di misurare gli impatti, di dimostrare l’efficacia di un modello, abbiamo bisogno di strumenti. Di studio. Di alleanze con chi fa ricerca. Per questo dico che la validazione accademica non è un vezzo: è uno strumento strategico. È l’unico modo per evitare che ciò che abbiamo imparato in anni di lavoro venga disperso o disconosciuto.

Mario Flavio Benini. Dal 2023, Caritas sta sperimentando a Roma un modello di orientamento al lavoro interessante chiamato Officina delle Opportunità. È un dispositivo che punta a intercettare persone in condizione di vulnerabilità, anche attraverso la collaborazione con i servizi sociali territoriali, i Centri di Orientamento al Lavoro di Roma Capitale e i Centri per l’Impiego della Regione Lazio. Si tratta di un modello ibrido: da un lato uno sportello tradizionale, dall’altro uno strumento di accompagnamento personalizzato.
Voi, però, mi sembra abbiate fatto dell’inclusione lavorativa una delle cifre identitarie di Piazza Grande, con un approccio abbastanza diverso: non cercate nel mercato qualcosa di già esistente, ma co-progettate percorsi lavorativi insieme alle persone. A mio giudizio, questa è la modalità più efficace per ottenere risultati duraturi. Alla luce della tua esperienza, ti chiederei di raccontare quali sono gli strumenti, i dispositivi, i modelli che avete messo in campo nel tempo: penso, ad esempio, ai progetti Stoffa, all’Area del Riuso, al mercato, alle attività di logistica. Che tipo di modello si delinea da queste esperienze?

Margherita Neri. Noi lo facciamo attraverso la nostra cooperativa di tipo B, che oggi si articola in più direzioni: attività commerciali, certo, ma soprattutto inclusione sociale attraverso il mercato del riuso, i servizi di logistica, un negozio di second hand e un secondo mercato del riuso attivo in un altro territorio. Il cuore del nostro lavoro è la sfida – enorme – di riuscire a tenere dentro i percorsi anche persone che non rientrano nella 381/91, la normativa che regola gli inserimenti lavorativi protetti. Persone, come le persone senza dimora, che vivono condizioni di svantaggio ma non hanno una certificazione che ne attesti lo “stato”.
Questa è la nostra grande sfida. Perché il punto di equilibrio fra sostenibilità economica e sostenibilità sociale è estremamente delicato. Inserire una persona in un’attività lavorativa richiede un investimento enorme in termini di cura, non solo per l’azione lavorativa in sé – orientamento, scouting, affiancamento – ma soprattutto per il lavoro relazionale. Molte persone non reggono i contesti lavorativi perché faticano a sostenere il carico emotivo, le aspettative implicite, le regole non dette. Può succedere che non si presentino, perché la sera prima hanno fatto uso di sostanze o hanno avuto difficoltà sul posto letto. O perché sono stati semplicemente sopraffatti.

E questo, se lo si deve tenere insieme a un’attività commerciale che ha comunque bisogno di continuità e produttività, è molto complesso. Ma noi crediamo che valga la pena continuare. Ci crediamo profondamente. Anche per questo, nei servizi socio-educativi, stiamo integrando sempre di più la figura del peer operator, persone con esperienza diretta che portano dentro il gruppo di lavoro un sapere specifico. Le persone in inserimento lavorativo, da noi, partecipano all’equipe: sono parte dei processi decisionali, prendono parte alle supervisioni. E questo cambia il clima.
In particolare nel mercato, abbiamo scelto di affiancare alle figure tecniche anche un’educatrice con uno sguardo specifico sul lavoro e sulle dinamiche relazionali. È lei che accompagna le persone, che si mette in dialogo anche con i servizi sociali di riferimento, che costruisce ponti, tiene il filo.
C’è poi un’esperienza che mi è particolarmente cara, anche se non siamo riusciti a portarla avanti per mancanza di fondi. Ed è una ferita aperta, perché funzionava. Avevamo costruito un laboratorio di dieci incontri, un ciclo pensato come spazio collettivo per tutte le persone coinvolte in percorsi di inserimento lavorativo: tirocinanti universitari, persone senza dimora, operatori dei servizi. Incontri facilitati da educatori, pensati come cerchi di condivisione attorno a parole-chiave: instabilità, riconoscimento, frustrazione, fatica, aspettative mancate.
E quello che è emerso – in modo limpido – è che molte fatiche sono trasversali: la studentessa di Scienze dell’Educazione viveva, pur da una posizione sociale diversa, difficoltà non dissimili da chi stava affrontando la strada. Cambiavano gli strumenti a disposizione, ma non il vissuto. E questo ha prodotto un effetto fortissimo: sono nate delle proposte concrete, avanzate alla cooperativa per migliorare l’organizzazione. Ma soprattutto sono nate relazioni, scambi di competenze, successi reali. Alcune persone sono riuscite, per la prima volta, a portare a termine un tirocinio. Altre – due, per l’esattezza – sono state assunte con contratto a tempo indeterminato. Risultati straordinari, in un contesto come il nostro.
E tutto questo, lo sottolineo, è accaduto perché abbiamo lavorato sulle competenze relazionali, non sulle prestazioni. Ricordo un esercizio simbolico che ha funzionato benissimo: abbiamo chiesto al gruppo di costruire, usando solo fogli e scottex, una scatola che contenesse due pacchi di mascherine. Un’ora di tempo. Sembrava semplice. Ma ognuno partiva da solo, voleva dimostrare qualcosa. C’era chi sapeva guardare il tutorial su internet ma non aveva manualità. Chi aveva manualità ma non sapeva collaborare. Alla fine… nessuno è riuscito.
Ed è lì che si è svelato tutto. Quando uno ha detto: “Ma siamo scemi? Potevamo chiedere a lui di guardare e a me di costruire…”. Quello è stato un punto di svolta: pensare alla collaborazione come una soluzione.  Perché l’attività non era fine a sé stessa: è stata rielaborata nei cerchi, è diventata memoria condivisa. E ha avuto effetto: le persone hanno retto, hanno tenuto, hanno portato a termine i loro percorsi. È successo perché c’era cura. Perché c’era progettualità. Perché c’era un finanziamento dedicato.
Ecco, l’unico motivo per cui abbiamo dovuto interrompere questa esperienza è stato che il finanziamento è finito. Non perché non avesse funzionato. Anzi. E oggi ci diciamo che dobbiamo tornarci sopra, perché è una delle cose più vere che abbiamo fatto. La cura nel tempo e il pensiero fuori dagli schemi possono generare soluzioni che funzionano anche su un tema delicato come quello del lavoro.

Economia sociale e sostenibilità del modello Piazza Grande.

L’economia di Piazza Grande rappresenta una delle componenti più originali e strutturate del suo modello integrato. Fin dalla nascita, la cooperativa ha scelto di coniugare la vocazione sociale con una visione imprenditoriale fondata sulla sostenibilità economica, sulla trasparenza e sulla capacità di generare valore anche in contesti di fragilità. Non si tratta solo di “fare impresa nel sociale”, ma di ridefinire l’economia stessa come spazio di relazione, inclusione e trasformazione. Piazza Grande è, a tutti gli effetti, un’impresa sociale che ha saputo costruire una solidità economica capace di reggere le sfide dei cambiamenti normativi, delle crisi economiche e delle lentezze amministrative, mantenendo al centro le persone e i territori.
Nel 2024 il valore della produzione ha superato i 5,4 milioni di euro, distribuiti su due grandi aree: oltre 4,6 milioni provenienti dall’area A (servizi sociali e sociosanitari) e circa 500.000 euro dall’area B (servizi di logistica e riuso), cui si sommano le attività del giornale di strada, della progettazione e della formazione. Questa crescita, rispetto agli anni precedenti, è stata accompagnata da un attento lavoro di pianificazione finanziaria e di controllo della liquidità, reso necessario anche dai ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione e dalla complessità dei meccanismi di rendicontazione dei fondi pubblici. La struttura delle entrate riflette la natura ibrida della cooperativa: circa il 62% proviene da convenzioni e servizi con enti pubblici e consorzi, mentre il restante è suddiviso tra attività imprenditoriali rivolte al mercato privato (riuso, e-commerce, pulizie, giardinaggio) e risorse derivanti da fondazioni, fondi europei, donazioni e campagne di raccolta fondi.
La sostenibilità viene perseguita attraverso una strategia di diversificazione intelligente, che unisce stabilità e capacità di investimento. Il progetto Stoffa e l’intera area del riuso rappresentano un caso emblematico: nel 2024 sono stati raccolti oltre 178.000 kg di beni, di cui 62.000 kg di tessili, con un tasso di riutilizzo del 56%, evitando l’emissione di oltre 483.000 kg di CO₂ e il consumo di più di 238.000 metri cubi d’acqua. A questo impatto ambientale si affianca un impatto sociale altrettanto significativo: 25 percorsi di inserimento lavorativo attivati e 22 posti di lavoro stabili creati, con una forte presenza femminile e un’attenzione strutturale all’inclusione. La filiera, che va dalla raccolta alla vendita, è stata digitalizzata e tracciata in ogni passaggio, migliorando la trasparenza, la qualità e l’efficienza complessiva.
Il finanziamento di 700.000 euro ottenuto da Emilbanca ha permesso di rafforzare il capitale circolante, sostenere la crescita dell’area B e dare stabilità a un settore che unisce imprenditorialità, inclusione e sostenibilità. Parallelamente, la cooperativa ha investito nella certificazione di parità di genere, nella formazione continua, nella digitalizzazione dei processi e in una cultura del lavoro che valorizza la diversità e la responsabilità diffusa. Il 2024 ha registrato un importante ricambio generazionale del 34% del personale, con un tasso di turnover compensato del 105%, segno di un’organizzazione in grado di rigenerarsi e crescere mantenendo coesione e identità.

Non mancano però criticità strutturali. La dipendenza dal settore pubblico resta elevata, e la pressione finanziaria dovuta ai ritardi nei pagamenti e alla complessità delle gare rappresenta un rischio per la sostenibilità nel medio-lungo periodo. Inoltre, il mercato privato rimane un terreno da consolidare, e richiede strategie di posizionamento, fidelizzazione e comunicazione capaci di far emergere il valore sociale dell’offerta. La sfida è anche culturale: ridefinire l’economia come spazio di giustizia, partecipazione e prossimità, costruendo nuove alleanze tra cittadini, imprese e istituzioni.
Piazza Grande affronta queste sfide con un approccio che tiene insieme visione e rigore. I sistemi di valutazione dell’impatto sociale e ambientale – come quelli recentemente elaborati con il supporto della Regione Emilia-RomagnaLast Minute Market – permettono di documentare il valore prodotto su più livelli, restituendo significato e direzione all’azione quotidiana. È in questa capacità di integrare economia, missione sociale e innovazione organizzativa che si gioca la sfida più ambiziosa: dimostrare che un altro modo di fare impresa è possibile, e che può essere efficace, replicabile e trasformativo.

Mario Flavio Benini. Piazza Grande ha saputo coniugare, nel tempo, una forte vocazione sociale con una gestione economica attenta e innovativa. Quali sono, secondo te, i principi e le scelte strategiche che hanno permesso di costruire un modello sostenibile e coerente con i valori fondativi? E, guardando al presente e al futuro, quali sono oggi le principali criticità che la cooperativa deve affrontare per garantire solidità organizzativa, tenuta economica e capacità di innovazione?

Margherita Neri. Credo che il primo nodo sia costruire una struttura tecnico-organizzativa solida. Ed è proprio questa, oggi, la sfida su cui siamo più concentrati. Da un lato abbiamo sviluppato negli anni un forte core nei servizi, abbiamo accumulato esperienza e competenze concrete. Dall’altro, però, su alcuni aspetti siamo ancora giovani, quasi “adolescenti” come struttura: dobbiamo ancora crescere sul piano organizzativo.
Stiamo cercando un equilibrio delicato tra quella radicalità che ci ha sempre contraddistinto e la necessità di un’organizzazione capace di stare nella complessità attuale. Se non organizziamo il nostro lavoro – se non creiamo strumenti, metodi, capacità di visione e monitoraggio – perdiamo in efficienza, e rischiamo di non reggere.
Per questo abbiamo avviato un lavoro interno molto intenso, anche con l’aiuto di consulenti esterni, per comprendere dove perdiamo efficacia e dove possiamo migliorarci. Stiamo cercando di costruire una struttura tecnica in grado di affrontare il controllo di gestione, la progettazione strategica, la negoziazione con l’ente pubblico… ma senza trasformarci in un apparato rigido. La nostra organizzazione dev’essere flessibile, capace di accompagnare e sostenere la fatica del lavoro sociale, non di moltiplicarla.
Perché la fatica c’è. Lo vediamo: sempre più persone lasciano il lavoro sociale, non perché manchino di motivazione, ma perché è un lavoro logorante. E spesso, altrove, trovano lavori in cui non devono pensare, in cui si può sopravvivere senza coinvolgimento emotivo. Noi dobbiamo, invece, rendere sostenibile il lavoro sociale. Renderlo vivibile, valorizzarlo, proteggerlo. E questo è possibile solo dentro un’organizzazione che sa riconoscere i bisogni delle persone che ci lavorano, che sa tutelare le risorse, che sa tenere insieme l’attivazione, l’ideazione, la passione… ma in modo organizzato. Perché non possiamo pensare che tutto regga solo sull’energia individuale.
È questa, secondo me, la sfida: organizzare senza irrigidire, strutturare senza imbrigliare, per garantire la continuità. Avere ad esempio un ufficio che monitora in anticipo i bandi, che sa le scadenze, che prepara le candidature con anticipo, che non arriva tardi. Sembra banale, ma fa la differenza. Così come fa la differenza riuscire a mettere da parte un piccolo “tesoretto” per le sperimentazioni, e lavorare affinché le sperimentazioni abbiano delle gambe, non restino iniziative isolate.
E soprattutto, dobbiamo riuscire a non disperdere il nostro sapere, il nostro know-how. Perché se perdiamo le persone che lo incarnano, perdiamo tutto. Le vite degli operatori cambiano, i bisogni personali cambiano: dobbiamo ricordarci che siamo anche persone, non solo professionisti. E l’organizzazione deve saper tenere insieme anche questo.

Mario Flavio Benini. Guardando alle voci di entrata: quanto pesa oggi, nel bilancio di Piazza Grande, la relazione con le istituzioni pubbliche? E quanto invece il fundraising o le altre fonti? Che tipo di differenziazione state costruendo?

Margherita Neri. La nostra struttura attuale è fortemente concentrata su un settore specifico, quello della grave marginalità adulta. E questo ci rende, inevitabilmente, poco diversificati. Gran parte delle nostre attività sono legate alle persone senza dimora, e il nostro principale committente resta l’ente pubblico. Questo ci espone a un rischio significativo: basta un cambio di governo, o anche solo un cambio di dirigente, e possono cambiare radicalmente gli orientamenti, i criteri, le priorità.
Proprio per questo stiamo cercando di lavorare su una differenziazione orientata. La parte “B” della nostra cooperativa – mercato, riuso, logistica – nasce anche con questo intento. Vogliamo rafforzare le altre gambe su cui poggia l’organizzazione: stiamo investendo su un ufficio bandi, sul fundraising, sulla progettazione e innovazione, per riuscire a stare nella complessità del presente. Perché Piazza Grande è, prima di tutto, un’organizzazione che ha un sapere molto forte sulle persone senza dimora. Ma oggi dobbiamo diventare anche una realtà capace di vivere in uno scenario competitivo e complesso, capace di essere cooperativa e impresa sociale, insieme.
Questo non significa snaturarci. Significa riconoscere che siamo un’azienda cooperativa e che dobbiamo affrontare, con intelligenza e coerenza, le sfide dell’equilibrio economico, della tenuta organizzativa, dell’innovazione sociale.

Confronti e contaminazioni: il modello Piazza Grande nel dialogo italiano e internazionale.

Il confronto internazionale e le contaminazioni con altre realtà europee e globali rappresentano una delle dimensioni più fertili e distintive dell’esperienza di Piazza Grande. La cooperativa, pur profondamente radicata nel contesto bolognese, si è sempre misurata con modelli, reti e pratiche sviluppate in altri Paesi, sia nel campo dell’housing sociale che in quello dell’inclusione lavorativa, dell’economia circolare e della comunicazione sociale. L’appartenenza a reti come INSP (International Network of Street Papers), RREUSE (network europeo per il riuso e l’economia circolare), e la partecipazione a scambi e progettualità con realtà come Emmaus (Francia), Virke (Norvegia), Greyston (USA), Housing First Finland e numerose social enterprise del Regno Unito e del Nord Europa, ha permesso a Piazza Grande di arricchire e ibridare il proprio modello, mantenendo una costante tensione tra radicamento territoriale e apertura all’innovazione globale.
La cooperativa condivide con Emmaus la centralità del lavoro come strumento di dignità e integrazione, con Virke e RREUSE l’attenzione alla sostenibilità ambientale e all’inclusione attraverso l’economia circolare, con Greyston la scelta di percorsi di inserimento lavorativo aperti anche a chi ha vissuti di esclusione cronica, tossicodipendenza o detenzione. Rispetto all’esperienza finlandese di Housing First, Piazza Grande ha saputo tradurre il principio del diritto incondizionato alla casa in un contesto italiano più frammentato, dove l’accesso all’abitare richiede un lavoro relazionale e comunitario più complesso e meno supportato da sistemi di welfare centralizzati. L’esperienza nella rete INSP, infine, ha rafforzato la dimensione della comunicazione e dell’advocacy come strumento di cambiamento culturale, dando voce a chi vive la marginalità.

Accanto a questo dialogo internazionale, si colloca il confronto con alcune delle esperienze italiane più avanzate nel campo del welfare di comunità e dell’innovazione sociale. Le Portinerie di Comunità – nate a Torino come modello di social franchising e replicate in altre città – offrono servizi di prossimità, facilitazione sociale e animazione civica, promuovendo coesione e mutuo aiuto nei quartieri. La Fondazione di Comunità Porta Palazzo, anch’essa torinese, ha sviluppato un modello originale di governance multilivello, capace di mettere in rete soggetti pubblici e cittadini in progetti di cittadinanza attiva e inclusione. La cooperativa Dar=Casa, attiva nell’area metropolitana milanese, propone un modello di housing sociale e co-abitazione fondato sulla costruzione di comunità e sulla partecipazione degli abitanti alla gestione condivisa degli spazi. Anche altre cooperative italiane, come CIDAS, Open Group o Società Dolce, hanno sviluppato approcci significativi nei settori dell’abitare e dell’inclusione, con una forte attenzione ai servizi e alla dimensione professionale.
Tuttavia, pur offrendo spazi innovativi di socialità e welfare di prossimità, queste esperienze non si confrontano in modo strutturato con la grave marginalità e non prevedono quasi mai percorsi di governance condivisa con questa tipologia di persone accolte, come invece avviene in Piazza Grande. La specificità del modello bolognese sta proprio nella sua capacità di trasformare le persone con esperienza di esclusione in soggetti attivi della cooperativa, coinvolgendole anche nei processi decisionali, nella progettazione dei servizi e nella comunicazione sociale.
In questo quadro, Piazza Grande si segnala per la capacità di integrare contaminazioni e buone pratiche in un sistema organico, che tiene insieme abitare, lavoro, ambiente, comunicazione e partecipazione. Il portierato sociale, i condomini solidali, l’e-commerce del riuso, la formazione mutualistica, e la redazione mista del giornale di strada sono dispositivi che non si limitano a replicare soluzioni esistenti, ma costruiscono ibridazioni nuove e coerenti, capaci di rispondere alla complessità delle marginalità urbane contemporanee.
Il valore di Piazza Grande risiede nella sua capacità di integrare dimensione imprenditoriale, radicamento territoriale e missione trasformativa, affrontando la sfida dell’inclusione non attraverso la standardizzazione dei servizi, ma tramite percorsi flessibili e co-costruiti, in cui la cittadinanza attiva e la responsabilità condivisa diventano parte integrante del welfare urbano.

Mario Flavio Benini. Piazza Grande è parte di reti europee e globali come INSP, RREUSE ed Emmaus, e ha raccolto ispirazioni da modelli diversi come Virke, Greyston e Housing First Finland. Sempre più spesso, parlando di grave marginalità e senza dimora, emerge la necessità di superare approcci standardizzati per affrontare invece la complessità dei bisogni, delle soggettività e delle traiettorie. In che modo, secondo te, alcuni modelli internazionali – anche molto diversi tra loro – stanno provando a rispondere a questa complessità? Quali esperienze ti sembrano oggi significative, anche per il lavoro che fate voi, e quali traiettorie potrebbero ispirare un cambiamento sistemico anche nel contesto italiano?

Margherita Neri. Se penso all’Housing First come focus centrale del nostro lavoro, allora penso anche che in Italia dovremmo avere il coraggio di fare una scelta politica radicale come ha fatto Helsinki. Lì hanno dichiarato apertamente: entro il 2030 vogliamo eliminare la condizione di senza dimora. Non si è trattato di uno slogan simbolico, ma di un impegno politico tradotto in azioni strutturali: la riconversione dei dormitori in alloggi permanenti, la rigenerazione del patrimonio abitativo pubblico, l’investimento sulla casa come bene comune, come spazio pubblico.
È stato possibile perché c’era – e c’è – una governance chiara e condivisa: la Y-Foundation, una fondazione nazionale che riceve fondi dal Ministero e li redistribuisce ai territori dentro una cornice metodologica definita. Una cabina di regia autorevole, capace di costruire continuità e visione.
È chiaro che parliamo di contesti molto diversi: lì ci sono meno persone in strada, più risorse, una cultura pubblica dell’abitare più solida. Ma il punto non è copiare, è ispirarsi a un’idea forte: quella della coerenza politica tra visione, metodo e investimento.

Un altro aspetto che trovo fondamentale riguarda l’attenzione alle nuove povertà. Ci sono almeno due target emergenti che in Europa stanno generando risposte innovative: i giovani e le persone LGBTQ+.
Penso, per esempio, ai progetti di Housing First for Youth, costruiti attorno a un’idea diversa di recovery. Un giovane neomaggiorenne che ha passato un anno in auto non ha bisogno delle stesse strategie di un uomo di 55 anni che vive da vent’anni in strada. Serve un impianto flessibile, basato su tempi brevi, su obiettivi concreti, sulla costruzione di traiettorie possibili. E questo ha molto a che fare con la prevenzione.
Lo stesso vale per le persone LGBTQ+: durante la pandemia, e in particolare nel periodo delle “zone rosse”, abbiamo visto molte persone – spesso giovani – espulse da casa dopo un coming out, o rifiutate in contesti familiari. Per questo abbiamo cominciato a prevedere spazi specifici nei nostri progetti, dedicati a persone LGBTQ+ e a coppie, oltre che agli anziani. Non è solo accoglienza: è riconoscimento politico di una vulnerabilità prodotta da dinamiche sociali. 
Poi c’è un terzo fronte, per me decisivo: la salute mentale. Ma intesa in senso largo, non come “diagnosi psichiatrica” o come accesso al Centro di Salute Mentale. Parlo di benessere psichico, di progettualità desiderante, di ricostruzione di sé.
In questo senso, una delle esperienze che trovo più belle e ispiranti è quella che si sta realizzando a Berlino.
A Berlino, all’interno del progetto Housing First, sono state accolte oltre 200 persone in pochissimi anni, e una delle innovazioni più forti è stata l’inserimento di un’équipe di psicologi con un mandato specifico: non lavorare principalmente sul trauma passato, ma sulla costruzione di una progettualità futura.
La casa viene concepita come uno strumento abilitante, non come punto d’arrivo ma come base sicura da cui immaginare un possibile domani. Il lavoro clinico parte da una dimensione desiderante, dalla possibilità di riattivare l’immaginazione, di ripensarsi, di proiettarsi nel tempo. La psicologa che ha fatto partire il progetto – una figura davvero luminosa, competente, profondamente umana – raccontava di aver cominciato il suo lavoro con un’unità di strada. Il suo “studio” era una sedia pieghevole della Decathlon, portata con sé per sedersi accanto alle persone nei luoghi della marginalità estrema. Un gesto potente, simbolico, di prossimità radicale.
Ma quella modalità, pur così densa dal punto di vista etico ed esperienziale, non ha funzionato: le persone non si presentavano. Il bisogno di sicurezza veniva prima di tutto. La piramide di Maslow ce lo ricorda: finché vivi nella paura, nella precarietà, non puoi attivare il desiderio.
Quando il lavoro è stato portato in casa, ha cominciato a funzionare con grande efficacia. Un lavoro clinico che non parte dalla patologia, ma dalla possibilità, dal desiderio, da come mi voglio immaginare.
Ecco perché io credo che ogni progetto serio che si occupa di homelessness debba includere, sempre, una dimensione psichica.
L’homelessness è una condizione traumatica in sé. E dobbiamo anche iniziare a dire chiaramente che questo è un lavoro specialistico.
Noi lavoriamo su soggettività complesse, in contesti ad alta densità simbolica, con strumenti relazionali e teorici sofisticati. Serve riconoscimento, serve formazione, servono reti.
Se vogliamo davvero costruire un cambiamento sistemico, dobbiamo partire da qui: dal riconoscimento della nostra funzione specifica, dalla capacità di leggere i nuovi bisogni, e dalla forza di costruire alleanze – politiche, scientifiche, territoriali.

Mario Flavio Benini. Uno degli elementi più significativi del progetto Housing First sviluppato da PsyPlus a Roma – realtà impegnata nell’ambito della salute mentale – è stato l’affiancamento di Giuseppe Riefolo, uno psichiatra che ha svolto un importante lavoro di consulenza al team, contribuendo a costruire un approccio clinico capace di leggere l’homelessness anche come condizione traumatica. Un’apertura tutt’altro che scontata, soprattutto in un contesto nazionale dove la salute mentale è spesso marginalizzata nelle politiche pubbliche, e i servizi psichiatrici subiscono da anni un forte disinvestimento.
Alla luce della vostra esperienza a Bologna, e del lavoro fatto da Piazza Grande sul terreno dell’inclusione sociale e abitativa, qual è oggi secondo te il nodo da sciogliere nel rapporto tra salute mentale, servizi pubblici e progetti come l’Housing First? 

Margherita Neri. Il punto centrale è proprio questo: la salute mentale dovrebbe essere riconosciuta come diritto soggettivo universale. In teoria abbiamo i LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza in Salute Mentale, ma nella pratica quotidiana questi livelli si traducono in modalità molto diverse da territorio a territorio.
Quello che succede a Roma, a Bologna, a Milano o a Palermo non è comparabile. E questo genera profonde ingiustizie, perché le risorse, l’organizzazione, la capacità di risposta dei CSM (Centri di Salute Mentale) variano enormemente. Non per mancanza di volontà – conosco tanti psichiatri e operatori appassionati – ma perché il sistema è sottofinanziato e sovraccarico.
A Bologna, qualche anno fa, siamo riusciti a costruire una sperimentazione di integrazione sociosanitaria che ha ottenuto ottimi risultati.
Con lo psichiatra Renzo Muraccini, che considero una figura illuminata, abbiamo attivato un percorso condiviso tra il nostro team domiciliare di Housing First e gli operatori del CSM.

Ci incontravamo regolarmente: psichiatri, infermieri, educatori territoriali e la nostra équipe. Non solo per discutere i casi in carico, ma anche quelli non ancora in carico ai servizi di salute mentale. E lì accadeva qualcosa di raro: gli operatori del CSM si facevano carico delle situazioni borderline, si mettevano in gioco nella relazione prima ancora che ci fosse una diagnosi, un “codice”.
Facevamo quattro domiciliari al mese insieme: entravano negli appartamenti con noi, bevevano un caffè, cucinavano con gli ospiti, stavano nelle case. Non solo come clinici, ma come presenze umane e professionali integrate. E questo ha generato importanti cambiamenti.
Ricordo il caso di una donna che non si era mai rivolta al CSM. Dopo mesi di relazione con l’infermiera che “veniva a bere il caffè”, ha deciso spontaneamente di andare a salutarla in sede. Una volta, poi due, poi ha chiesto di parlare con un medico. È così che è stata presa in carico.
In altri casi, i colleghi del CSM ci hanno facilitato l’accesso ai triage, ci hanno aiutato a navigare un sistema che noi, da fuori, percepivamo come respingente. Ma lì abbiamo capito una cosa fondamentale: non era solo una questione di risorse, ma di linguaggi.
Noi dicevamo: “È un’urgenza!”, e loro non rispondevano, perché per il sistema sanitario quella non era un’urgenza clinica. Ma se impari a cambiare linguaggio, se costruisci una grammatica comune, allora il sistema risponde. Non sempre, non ovunque, ma può rispondere.
Da lì ho cominciato a pensare che, invece di dire solo “non c’è integrazione sociosanitaria”, forse dovremmo anche chiederci: dove funziona? E come possiamo ampliare quelle esperienze?
È stato un processo di contaminazione reciproca. Anche per gli operatori del CSM, che vedevano pochissime persone senza dimora – una su dieci, forse una su venti – il nostro mondo era un enigma. Ma in quel dialogo hanno imparato anche loro. E noi, insieme, abbiamo costruito un linguaggio nuovo.
Purtroppo oggi quella sperimentazione non c’è più, ma il legame resta. Io oggi posso chiamare Renzo Muraccini, anche se non è più coinvolto nel progetto, e dirgli: “Ho un problema, come posso fare?”. Questo è il capitale relazionale che dobbiamo salvaguardare.
La mia convinzione è che l’integrazione sociosanitaria non si costruisce con protocolli astratti, ma anche con relazioni affidabili, durature e orizzontali tra mondi diversi.
E questo vale doppiamente quando parliamo di homelessness, perché lì la salute mentale è ovunque: nei corpi stanchi, nei ritmi sfasati, nei traumi silenziati, nei gesti quotidiani che sembrano incomprensibili ma che sono strategie di sopravvivenza.
Per questo dobbiamo insistere: non c’è abitare senza salute mentale, non c’è cura senza relazione, non c’è innovazione senza contaminazione.

Visione e prospettive future.

Riflettere sul futuro di Piazza Grande significa interrogarsi su come un’esperienza nata dal basso – dalla voce e dall’azione delle persone senza dimora – possa continuare a essere motore di trasformazione in un contesto segnato da instabilità sistemiche, transizioni normative e nuove forme di esclusione. In un’epoca attraversata da crisi multiple – abitativa, climatica, relazionale, economica – la sfida non è solo mantenere in equilibrio i pilastri del modello (casa, lavoro, comunità, ambiente), ma rinnovarne costantemente senso, forma e capacità generativa.
La visione strategica della cooperativa si gioca sulla capacità di intercettare i segnali deboli del cambiamento e di tradurli in pratiche adattive, senza cedere alla standardizzazione. In questo quadro, l’ibridazione tra welfare, impresa sociale, cultura e partecipazione rimane la cifra distintiva del modello Piazza Grande, che continua a interrogarsi su come rimanere fedele alla propria missione evolvendo con il tempo. Le sfide più recenti – la riforma delle politiche di sostegno al reddito, la pressione sul mercato immobiliare, la frammentazione dei legami sociali, la precarizzazione del lavoro – hanno richiesto una profonda riorganizzazione interna e un ripensamento dei paradigmi su cui si fonda il welfare urbano.
Piazza Grande affronta questi mutamenti mantenendo una struttura flessibile ma ancorata a un’idea radicale di cittadinanza: non come status giuridico, ma come processo relazionale, come possibilità di espressione, accesso ai diritti, riconoscimento nei luoghi dell’abitare e del lavoro. Per questo la cooperativa investe su più fronti: formazione continua, digitalizzazione, sostenibilità economica, valutazione dell’impatto, e costruzione di alleanze stabili con attori pubblici, reti civiche e soggetti privati.
Un nodo centrale nella riflessione sul futuro è quello della replicabilità del modello. L’esperienza maturata ha mostrato che i principi cardine di Piazza Grande – coprogettazione, dignità, prossimità, sostenibilità – sono condivisibili e riconosciuti anche in altri contesti. Tuttavia, la trasferibilità reale richiede condizioni specifiche: una governance partecipata e inclusiva, reti territoriali solide, accesso a risorse stabili, una cultura dell’organizzazione capace di valorizzare soggettività e biografie. In assenza di questi elementi, ogni tentativo di esportazione rischia di ridursi a una replica sterile.
Proprio per questo la dimensione internazionale non è un orizzonte astratto ma una leva concreta di confronto, apprendimento e innovazione. Le collaborazioni internazionali rappresentano occasioni per contaminare il modello con linguaggi, strumenti e metodologie diverse, per portare nel dibattito europeo e globale l’esperienza di una cooperativa che ha fatto della marginalità uno spazio generativo, e della complessità urbana un campo di sperimentazione permanente.
Guardando ai prossimi anni, Piazza Grande si propone di rafforzare la propria funzione di laboratorio territoriale e politico, dove la strada incontra l’impresa, il mutualismo diventa alleanza civica, la cura relazionale si fonde con l’innovazione organizzativa. La cooperativa punta a consolidare il proprio ruolo di soggetto capace di generare soluzioni ibride, coesione sociale e nuove economie di comunità. L’orizzonte è quello della rigenerazione: non solo urbana, ma istituzionale, relazionale e culturale. Dove le fragilità diventano risorse, le differenze diventano competenze, e la cooperazione non è solo un modello economico, ma un’etica dell’abitare il mondo.

Mario Flavio Benini. Vorrei chiudere con uno sguardo al futuro. I vostri progetti si radicano nel presente, ma aprono continuamente a dimensioni di sperimentazione che interrogano il domani. Uno degli aspetti che trovo più interessanti nel vostro lavoro, sia come cooperativa che come associazione, è la capacità di integrare diversi piani: sociale, educativo, clinico, politico.
La vera sfida, quando si lavora con la fragilità, è proprio questa: affrontare la complessità, riconoscerne la multidimensionalità, senza semplificazioni.
Penso che per affrontare seriamente la condizione delle persone senza dimora, ma anche di altre marginalità emergenti, sia necessario lavorare su più fronti: risorse – che sono sempre scarse – formazione continua, creazione di reti solide, sperimentazione di nuovi modelli, valorizzazione del volontariato, i direi della cittadinanza attiva, , coinvolgimento attivo delle persone nei processi decisionali. Secondo te, quali sono oggi le priorità su cui investire per immaginare una trasformazione concreta e possibile?

Margherita Neri. Il futuro si gioca su più livelli. Uno di questi è sicuramente la formazione. Ma non solo come trasmissione tecnica: serve una formazione situata, che ci aiuti a tenere dentro le persone, che ci dia strumenti per fermarci, riflettere, riprogettare. Perché il nostro lavoro, prima ancora che “fare servizi”, è far sì che le persone possano stare in un luogo.
Un altro strumento fondamentale è l’advocacy, che per me significa dare voce – ma una voce competente, specializzata, capace di portare innovazione. Non possiamo più aspettare che tutto arrivi dal Ministero: bisogna partire dai territori, dalle cose che già funzionano, valorizzarle, sistematizzarle.
È qui che realtà come fio.PSD o altre reti associative possono fare la differenza: perché aprono spazi di confronto, ci mettono in dialogo con altre esperienze, ci aiutano ad alzare lo sguardo oltre il nostro perimetro locale. Dobbiamo evitare il rischio – reale – di appiattirci, di rincorrere solo la gestione, la rendicontazione, la sostenibilità.
Il nostro settore rischia di diventare un’impresa qualunque se non ritrova continuamente quella che chiamo “radicale affiliazione al senso”. Una motivazione profonda, politica, che ci ha portati a fare questo lavoro. E che deve viaggiare assieme a una forte competenza tecnica, per trovare ogni volta un nuovo punto di equilibrio.
Non basta avere belle idee. Dobbiamo anche lavorare sulla programmazione politica, essere presenti nei luoghi dove si decidono le linee guida per i prossimi cinque anni. Non possiamo permetterci di restare alla finestra.

Mario Flavio Benini. Uno degli strumenti più potenti, a mio avviso, resta la formazione. O forse meglio: l’educazione, intesa in senso largo, come apertura a sé e agli altri. Mi chiedevo se abbiate mai lavorato in modo strutturato con le scuole.

Margherita Neri. Non in modo sistematico, finora.

Mario Flavio Benini. Ne parlavo tempo fa con Antonio Mumolo, di Avvocato di Strada. Mi raccontava che vengono spesso invitati nelle scuole a parlare di diritto, di fragilità, di cittadinanza attiva. Ma anche di quanto sia difficile, oggi, proporre un discorso sulla fragilità che non sia paternalista o stigmatizzante.
Perché quando si parla di fragilità nelle scuole – e forse nella società tutta – si parla sempre della fragilità degli altri, mai della propria. La fragilità vera è qualcosa che inquieta, che si vuole tenere a distanza, perché ci ricorda la nostra.
Eppure io credo che questi temi siano centrali, non solo da un punto di vista sociale, ma anche politico. Parlare di casa, di lavoro, di legami, di diritti, è parlare del tipo di società che vogliamo costruire.
Una delle ragioni che mi ha spinto a realizzare il progetto Commoning – all’interno del quale verrà pubblicata anche questa conversazione – è proprio questa: occuparsi di “ultimi” significa occuparsi delle fondamenta della società. Di casa, lavoro, salute, educazione, affetti. Temi che la politica tende sempre più a sottrarre al bene comune, privatizzandoli. Ridare fiato alla società, ridare potere alle persone, parte anche da qui.
E forse sarebbe importante portare questo discorso dentro le scuole, non solo per dire cosa facciamo, ma per partire dal cuore: quali sono i nostri diritti? che cosa significa avere o perdere una casa? Che cosa significa poter lavorare, o non poterlo fare? Bisogna tornare a scrivere l’alfabeto del bene comune.

Margherita Neri. Mi porto a casa questa sollecitazione come indicazione di lavoro concreta. Hai ragione: è uno sguardo al futuro, e riguarda proprio le prossime generazioni. È un campo che non abbiamo ancora esplorato a fondo. È complesso, certo. Dietro questi contenuti c’è un’implicazione politica molto forte. Io, ad esempio, sono educatrice alla sessualità e all’affettività, e ricordo che quando mi sono specializzata all’IRF di Firenze ci dissero: “Fatevi un’assicurazione, perché è probabile che, muovendovi su certi temi, possano arrivare denunce”. Ecco, il solo fatto che si debba prevedere una tutela legale per fare educazione dice già moltissimo del clima culturale in cui ci muoviamo.
Lo stesso vale per le politiche abitative: non avere un Ministero specifico è già un segnale politico. Ma sono proprio i temi scomodi che ci interessano. 
E allora raccogliamo anche questa sfida: trovare le parole, i luoghi, le alleanze per portare avanti un’educazione civica e sociale che rimetta al centro la fragilità come leva di trasformazione collettiva.

Cooperativa Piazza Grande
Sito Internet: https://piazzagrande.coop
Facebook: https://www.facebook.com/PiazzaGrandeBologna/
Instagram: https://www.instagram.com/piazza.grande.cooperativa/
Linkedin: https://www.linkedin.com/company/piazza-grande-società-cooperativa-sociale/posts/?feedView=all
YouTube: https://www.youtube.com/@piazzagrandecooperativasociale

Lascia un commento