“Nessun volto potrebbe essere incontrato
a mani vuote e a porte chiuse”.
Emmanuel Levinas, “Totalità e infinito”.
Il problema dei senzatetto mi colpì come uno schiaffo la prima volta che mi recai a Londra negli anni ’80. Ero un giornalista alle prime armi, lavoravo per la rivista di architettura l’Arca e mi trovavo lì per alcune interviste, nel pieno di una grave crisi abitativa. Lungo il Tamigi e in quartieri come Southwark e Whitechapel, file di tende si estendevano ovunque, ospitando numerosi senzatetto. Per le strade, il numero di mendicanti era impressionante. Ricordo in particolare un piccolo ponte che attraversavo quotidianamente durante gli ultimi mesi di un rigido inverno; sotto di esso vivevano un uomo anziano e una giovane donna. Ogni mattina, la osservavo mentre si preparava per affrontare la giornata lavorativa: si pettinava, si truccava e sistemava le sue coperte. Parlando con lei scoprii che nonostante avesse un impiego, il suo stipendio non le permetteva di coprire l’affitto. Questo mi scioccò profondamente, soprattutto quando appresi che molti Wealthy Londoners possedevano molti appartamenti vuoti che non desideravano affittare, sia perché aspettavano che il mercato immobiliare garantisse rendimenti più elevati, sia perché preferivano tenerli sfitti come puro investimento.



In quel periodo, Londra fu teatro di una significativa crisi abitativa che portò alla nascita del movimento degli squatters. A partire dalla fine degli anni ’60, gruppi di attivisti iniziarono a occupare edifici vuoti per fornire alloggi a chi ne aveva bisogno. Questa pratica si diffuse rapidamente, e negli anni ‘70 si stima che ci fossero circa 50.000 squatters in tutto il Regno Unito, di cui 30.000 solo a Londra. Il movimento degli squatters non solo offriva una soluzione temporanea al problema abitativo, ma sollevava anche questioni politiche e sociali riguardanti la proprietà e l’uso degli spazi urbani.
Le occupazioni non erano solo atti di necessità, ma anche di protesta contro le politiche abitative dell’epoca. Molti edifici erano lasciati vuoti in attesa di speculazioni immobiliari, mentre migliaia di persone non avevano un tetto sopra la testa. Il movimento degli squatters mise in luce queste contraddizioni, evidenziando l’ingiustizia di un sistema che privilegiava il profitto rispetto ai bisogni fondamentali dei cittadini.
Queste esperienze mi portarono a riflettere sulle dinamiche sociali ed economiche che contribuiscono al problema dei senzatetto. Mi resi conto che la questione non riguardava solo la mancanza di alloggi, ma anche le disuguaglianze strutturali e le scelte politiche che determinano chi ha accesso a una casa e chi no. Come sottolinea David Harvey nel suo saggio “Il capitalismo contro il diritto alla città”, il diritto alla città non è solo un diritto di accesso alle risorse urbane, ma anche il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri desideri più intimi. Questo implica un esercizio collettivo di potere sui processi di urbanizzazione, affinché la città possa rispecchiare le esigenze e le aspirazioni di tutti i suoi abitanti, non solo di un’élite privilegiata1.
Inoltre, lo squatting, inteso come l’occupazione di spazi abbandonati, rappresenta una forma di riappropriazione del diritto fondamentale alla casa. Come ha scritto il giornalista Robert Neuwirth in “Città ombra. Viaggio nelle periferie del mondo”, nel mondo ci sono circa un miliardo di persone che vivono occupando terre o edifici abbandonati, evidenziando l’ampiezza di questo fenomeno a livello globale.

Volontario a Milano.
Al mio ritorno in Italia, fui vittima di un incidente potenzialmente mortale mentre tornavo a casa in moto dal lavoro: una macchina non rispettò lo stop, investendomi e facendomi cadere violentemente sull’asfalto. Mi ritrovai senza una casa, poiché non potevo lavorare. Fortunatamente, avevo famiglia e amici che si assicurarono che avessi sempre un tetto sopra la testa. In quell’anno vissi in sei situazioni diverse prima di ottenere un alloggio accessibile. Anche in una situazione relativamente privilegiata, con persone che si prendevano cura di me, fui profondamente destabilizzato nella mia identità a causa della perdita di indipendenza e del fatto di non avere un luogo che fosse mio.
Una volta ristabilito, decisi di fare volontariato con SOS Milano, inizialmente con Opera San Francesco per i Poveri, un’organizzazione fondata nel 1956. Il servizio non riguardava solo la distribuzione di pasti e beni di prima necessità, ma anche le conversazioni con i senza dimora. A Milano, le mense di Opera San Francesco per i Poveri non erano solo un luogo in cui i senzatetto potevano trovare un pasto caldo, ma diventavano uno spazio di socialità. Ogni giorno, persone con storie e vissuti diversi si ritrovavano nei locali di viale Piave o nelle altre sedi dell’organizzazione, formando una sorta di comunità informale. Come volontario, oltre a servire i pasti, mi fermavo spesso con loro, ascoltando i racconti, le difficoltà e, a volte, anche i loro sogni.
Un’altra organizzazione con cui ho passato del tempo in quegli anni è quella di SOS Milano, che con i suoi servizi di emergenza e assistenza ai senzatetto cercava di garantire non solo supporto sanitario e soprattutto relazioni umane. Con il loro pulmino ci muovevamo tra le strade del centro e delle periferie, offrendo cure mediche, coperte e, quando possibile, soluzioni per una sistemazione temporanea.

Come accadeva altrove, anche a Milano la presenza dei senzatetto nei luoghi più visibili della città creava tensioni con i commercianti e con le istituzioni. In alcuni punti strategici, come i portici di Corso Vittorio Emanuele II, vicino a San Babila, o sotto la Galleria, gruppi di persone senza dimora si organizzavano per ricevere cibo e aiuti. Alcuni locali, inizialmente, contribuivano donando il cibo avanzato a fine giornata, ma con il tempo questa solidarietà entrò in conflitto con la volontà di “ripulire” il centro dalle presenze scomode.
Alla fine, l’amministrazione comunale intervenne: furono installate barriere architettoniche, le panchine vennero rimosse e, in alcuni casi, furono persino disposte misure per limitare la presenza dei senzatetto nelle aree più frequentate dai turisti e dagli abitanti della città. Ciò che per alcuni era solo decoro urbano, per altri significava la perdita di un punto di riferimento essenziale per la sopravvivenza. Ciò che era diventato per loro un punto di riferimento, un surrogato di casa, fu distrutto. Alcuni furono ospitati in sistemazioni di emergenza, ma la maggior parte dovette trovarsi un altro posto dove dormire.
Mi faceva sentire bene poter fare qualcosa. L’aiuto pratico, la solidarietà e la vicinanza erano chiaramente apprezzati; e, devo ammettere, alleviavano in parte il mio stesso disagio e senso di colpa di fronte alle loro vite disperate e, nella maggior parte dei casi, sempre più degradate. In un certo senso, siamo tutti complici di questa terribile ingiustizia. Abbiamo permesso all’agenda neoliberista di soffocare le nostre coscienze, il nostro senso di umanità e la nostra capacità di riconoscere il valore fondamentale dell’equità. Certamente possiamo dire che alcuni di loro abbiano contribuito, a volte in modo significativo, alla loro stessa condizione di miseria; ma le ingiustizie sistemiche sono pervasive e insidiose. Le strade che portano a dormire all’aperto sono molteplici: violenza domestica, abusi sessuali, debiti, problemi psichiatrici, disoccupazione, sottoccupazione, pignoramenti da parte delle banche, PTSD dopo il servizio militare, incidenti invalidanti, dipendenze da droga e alcol, impossibilità di tornare nel proprio paese d’origine, aver chiesto aiuto a familiari e amici troppe volte, separazioni familiari, abitazioni invivibili a causa della violenza e della droga, e così via. Non è certo un problema con una sola causa, ma complesso e sfaccettato.

Sé, Luogo, Appartenenza e Ospitalità.
Nel suo libro Totalità e Infinito (1961), nel magnifico capitolo intitolato “La dimora”, Emmanuel Levinas offre una lunga meditazione sui concetti di dimora, abitazione, casa e ospitalità. Per Levinas, l’ospitalità opera in due ambiti – quello etico e quello politico. Nell’ambito etico, l’individuo ha l’obbligo morale di offrire rifugio sotto il proprio tetto. Nell’ambito politico, in quanto cittadini di un paese, per essere ospitali dobbiamo accogliere coloro che cercano rifugio nella nostra terra.
Scrive Levinas:
“La possibilità per la casa di aprirsi ad Altri è essenziale all’essenza della casa al pari delle porte e delle finestre chiuse”.
Questa concezione è fondamentale per comprendere il problema della condizione di senzatetto: la casa non è solo un bene materiale, ma è il luogo che permette di raccogliere sé stessi, di trovare riparo dal mondo esterno e di costruire la propria identità.

Il doppio legame.
Il filosofo, fenomenologo Max Scheler, nella sua opera “Essenza e forme della simpatia” (1913), parla della doppia legame dell’‘Io’ nel ‘noi’ e del ‘noi’ nell’‘Io’: l’individuo non esiste in isolamento, ma è sempre parte di una comunità, e allo stesso tempo la comunità è una parte essenziale dell’individuo.
Quando il senso del ‘noi’ è ristretto – limitato alla famiglia, alla nazione, alla religione – si sviluppa un’esclusione sistematica di chi è considerato “altro”. Ecco perché i senzatetto, nonostante il loro bisogno estremo, sono percepiti come estranei alla società e vengono esclusi non solo fisicamente ma anche socialmente.
Albert Einstein, in una lettera a Robert S. Marcus scritta nel 1950, espresse un pensiero illuminante su questa questione:
“Un essere umano è una parte di quel tutto che chiamiamo ‘universo’, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Fa esperienza di sé, dei propri pensieri e sentimenti come di qualcosa di separato dal resto, una sorta di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è per noi una specie di prigione che ci limita entro i confini dei nostri desideri personali e delle poche persone che ci stanno più vicine. Deve essere nostro compito fare di tutto per liberarci da questa prigione, ampliando il cerchio della nostra compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e l’intera natura, nella sua bellezza”.
I senzatetto dovrebbero essere cittadini con il diritto di voto, ma i loro diritti fondamentali non vengono rispettati: il diritto a una casa, alla sicurezza, a un’opportunità di reinserimento nella società.
La soluzione alla crisi dei senzatetto non può essere trovata solo nelle politiche sociali o nell’economia: deve partire da una ridefinizione del nostro senso di comunità. Quando saremo in grado di abbattere l’illusione della nostra separazione e riconoscerci come parte di un tutto, allora troveremo la volontà politica e sociale per affrontare questo problema e molte altre ingiustizie.
- Degli Squat ne ho parlato nei testi: “Squatting City. Reclaim Your City.” e “Città ribelli. Dal diritto alla città alla rivoluzione urbana. David Harvey”. ↩︎

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