Un autoritratto nato da una conversazione.

#invisibilità #solitudine #resilienza #vergogna #sopravvivenza.
Fotografie: Filippo Romano.
“La strada non ti accoglie, ti inghiotte. E il vero gelo non è il freddo dell’inverno, ma quello negli occhi della gente.”
Marco R.
Fino a pochi anni fa, Marco era un imprenditore con una casa, una famiglia, una vita sicura. Aveva tutto quello che la Milano del successo promuove e celebra. Poi, una serie di eventi negativi ha ribaltato il suo destino. Il lavoro perso, i risparmi finiti, lo sfratto. Non è successo in un giorno, ma quando è accaduto, è stato irreversibile.
L’incontro con Marco è avvenuto per caso, per strada. Abbiamo parlato, senza fretta. Quella conversazione è proseguita per più di un mese attraverso messaggi vocali su WhatsApp, fino a trasformarsi in un testo condiviso. Un selfie verbale.
Ogni conversazione pubblicata su Selfie Senza Fissa Dimora è proprio questo: un autoritratto in parole, che permette a chi vive questa realtà di raccontarsi con la propria voce. Non vogliamo offrire risposte preconfezionate, ma ascoltare, capire e portare avanti domande che riguardano tutti noi.
Questa è la prima storia del progetto. Altre ne seguiranno, raccontate direttamente da chi vive ai margini o grazie al contributo di cittadini e associazioni che ci aiutano a raccogliere testimonianze.
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Vivere per strada.
La storia di Marco R.
Mario Flavio Benini (WhatsApp 12/12/24 – 20:15 ). Marco, come si passa da una vita normale a una vita da senzatetto?
Marco R. (WhatsApp 13/12/24 – 10:33). Passare da una vita normale a una vita da senzatetto è un processo graduale, una caduta fatta di piccoli passi. Per me è iniziato tutto con la perdita del lavoro. Avevo un impiego stabile, o almeno così pensavo, ma un giorno l’azienda ha chiuso e io mi sono trovato senza reddito. All’inizio ho provato a resistere: ho usato i risparmi, ho ridotto le spese, ma presto è diventato evidente che non ce l’avrei fatta. La prima bolletta che non ho potuto pagare è stata un campanello d’allarme, ma quando ho ricevuto l’avviso di sfratto ho capito che la mia vita stava per cambiare in modo irreversibile.
Non è solo la perdita materiale a segnarti, è anche il peso psicologico. Ti senti fallito, ti chiedi come sia possibile essere arrivato a quel punto. Hai paura di chiedere aiuto, perché temi il giudizio degli altri, e così ti isoli sempre di più. Il passaggio da una vita normale a una vita da senzatetto non avviene in un giorno, ma quando realizzi che non hai più un posto dove tornare, è come se crollasse il mondo.
La strada non ti accoglie, ti inghiotte. Ti ritrovi in balia degli elementi, del freddo, della fame, ma soprattutto della tua stessa mente. Inizi a perdere il senso di appartenenza, ti senti un estraneo nel mondo che ti circonda. E quel senso di invisibilità, di essere trasparente agli occhi degli altri, è forse la cosa più devastante. Ti accorgi che stai perdendo non solo la tua casa, ma anche te stesso.
MFB. (WhatsApp 13/12/24 – 12:20). Qual è stato il momento più difficile quando hai iniziato a vivere in strada?
MR. (WhatsApp 13/12/24 – 16:05). Il momento più difficile è stato accettare che la mia vita non sarebbe più tornata quella di prima. Ricordo la prima notte che ho passato su una panchina. Era inverno, faceva freddo, e io avevo solo un trolley con dentro le mie cose. Mi sentivo smarrito, come se fossi stato gettato in un mondo parallelo dove nulla aveva più senso.
In quel momento, ho capito che non avevo più un posto dove andare, nessuno a cui rivolgermi. Guardavo le persone passare accanto a me, ognuna con una destinazione, e mi sentivo come se fossi diventato invisibile. Nessuno mi guardava negli occhi, nessuno si fermava. Quella sensazione di estraneità, di essere completamente scollegato dal resto del mondo, mi ha colpito più di qualsiasi altra cosa.
Ma la cosa peggiore è stata la solitudine. Non è solo il fatto di essere fisicamente solo, ma la sensazione di essere abbandonato, dimenticato. Ogni rumore della notte sembrava un pericolo, ogni volto un potenziale nemico. E più il tempo passava, più questa paura si trasformava in rassegnazione. Mi sono detto: “Forse è davvero così che deve andare. Forse questa è la mia vita ora.” È stato in quel momento che ho capito quanto fosse pericoloso accettare questa condizione come definitiva.»

MFB. (WhatsApp 5/1/25 – 10:08). Marco, cosa consiglieresti a chi si ritrova improvvisamente in questa situazione?
MR. (WhatsApp 5/1/25 – 19:23). La prima cosa che consiglio è di non lasciarsi sopraffare dalla vergogna. So quanto sia difficile, perché ci sono passato anch’io. La vergogna ti isola, ti impedisce di chiedere aiuto, e questo è il primo passo verso il peggioramento della tua situazione. Quando mi sono trovato in strada, il mio primo pensiero è stato nascondermi, non farmi vedere. Pensavo che se nessuno mi avesse visto in quella condizione, non sarebbe stato reale. Ma non funziona così. La realtà ti raggiunge comunque, e l’unico modo per affrontarla è accettare che hai bisogno di aiuto.
Il secondo consiglio è di cercare subito un supporto, che sia un’associazione, i servizi sociali o anche una persona fidata. Io ci ho messo troppo tempo per farlo, e questo mi ha fatto perdere opportunità preziose. Ci sono organizzazioni che possono aiutarti con i bisogni primari – un posto dove dormire, un pasto caldo – ma anche con supporto psicologico e pratico per cercare lavoro o ricostruire i tuoi documenti.
Infine, non smettere mai di credere che un cambiamento sia possibile. La strada ti fa credere che non hai più futuro, che non c’è via d’uscita, ma non è vero. Anche nei momenti peggiori, c’è sempre una possibilità. Devi aggrapparti a quella speranza, anche se sembra piccola e lontana. Io ho iniziato a risalire quando ho incontrato persone che mi hanno trattato con rispetto, che mi hanno fatto sentire ancora un essere umano. È stato allora che ho capito che, forse, non era tutto perduto.
MFB. (WhatsApp 15/1/25 – 8:15). Cosa rende così difficile uscire dalla condizione di senzatetto?
MR. (WhatsApp 15/1/25 – 9:02). Uscire dalla condizione di senzatetto non è solo difficile, è un’impresa titanica. La difficoltà non sta solo nelle risorse materiali che ti mancano – come un tetto, un lavoro, un pasto sicuro – ma anche in quello che succede dentro di te. La strada ti cambia, e non sempre in meglio. Diventi diffidente, inizi a pensare che nessuno voglia davvero aiutarti o che, anche se lo fanno, non cambierà nulla.
C’è poi la routine della strada, che diventa una prigione. Trovi un dormitorio dove dormire, un posto dove fare la doccia, sai dove andare a mangiare. Ma tutto questo ti lega a orari rigidi, a un modo di vivere che non lascia spazio per cercare un lavoro o fare altro. Per esempio, se devi essere al dormitorio entro un certo orario, non puoi lavorare la sera. E se trovi un lavoro temporaneo, spesso lo perdi subito perché non hai modo di presentarti in modo adeguato dopo due giorni in strada. È una spirale che ti tiene bloccato.
Poi c’è l’aspetto psicologico. La vita in strada ti porta a perdere fiducia in te stesso e negli altri. Inizi a credere che non hai più possibilità, che non vali abbastanza per meritare una seconda chance. Ogni piccolo fallimento rinforza questa convinzione, fino a quando smetti di provare. È una lotta contro te stesso, contro le tue paure e le tue convinzioni più radicate.
Ecco perché uscire dalla condizione di senzatetto richiede molto più di un aiuto materiale. Serve qualcuno che creda in te, che ti mostri che un futuro diverso è possibile. Serve anche una rete di supporto che ti aiuti a ricostruire non solo la tua vita, ma anche la tua fiducia in te stesso. Senza questo, è come cercare di scalare una montagna con le mani legate.

MFB. (WhatsApp 17/1/25 – 9:13). Perché molte persone senza fissa dimora sembrano rassegnate alla loro condizione?
MR. (WhatsApp 18/1/25 – 11:10).La rassegnazione è uno dei peggiori nemici per chi vive in strada. Nasce lentamente, giorno dopo giorno, mentre affronti la realtà di non avere un posto sicuro, di non sapere dove andrai o cosa farai domani. Inizialmente c’è una lotta dentro di te: vuoi cambiare le cose, vuoi uscire da quella condizione. Ma quando incontri ostacoli su ostacoli, quando ogni tentativo sembra fallire, inizi a perdere speranza.
Un’altra cosa che alimenta la rassegnazione è il senso di routine che si sviluppa. Sembra paradossale, ma anche in strada trovi una sorta di “stabilità”: sai dove andare per mangiare, dove puoi trovare un posto per dormire, a chi rivolgerti per un cambio di vestiti. Questa routine, per quanto squallida, diventa una zona di comfort. Non hai bisogno di rischiare, di cercare alternative, perché sai che in qualche modo sopravvivrai. Ma vivere non è la stessa cosa che sopravvivere, e molti di noi lo dimenticano.
C’è poi il peso emotivo della vita in strada. Dopo mesi o anni di isolamento, di indifferenza da parte degli altri, inizi a credere che non ci sia più un posto per te nella società. Ti convinci che è troppo tardi, che non sei più in grado di adattarti a una vita normale. E questa convinzione, per quanto sbagliata, diventa una barriera insormontabile.
La rassegnazione, però, non è definitiva. Io stesso ho vissuto momenti in cui pensavo che non ci fosse più speranza, ma poi ho incontrato persone che mi hanno fatto vedere le cose in modo diverso. A volte basta un gesto, una parola di incoraggiamento, per rompere quel ciclo di pensieri negativi. Ma ci vuole tempo, e soprattutto ci vuole qualcuno disposto a non arrendersi con te, anche quando tu ti sei già arreso.»
MFB. (WhatsApp 4/2/25 – 11:11). Qual è il ruolo delle convinzioni personali nella vita di una persona senza fissa dimora?
MR. (WhatsApp 6/1/25 – 14:22). Le convinzioni personali giocano un ruolo enorme, spesso più grande di quanto si possa immaginare. Quando vivi in strada, inizi a costruirti una serie di convinzioni per cercare di dare senso alla tua situazione. Purtroppo, molte di queste convinzioni sono sbagliate o fuorvianti, ma diventano una sorta di verità assoluta per chi le vive.
Ad esempio, molti di noi si convincono che non ci sia modo di uscire dalla strada, che sia troppo tardi per cambiare. Ci diciamo che nessuno ci darà mai una seconda possibilità, che non abbiamo le competenze o le capacità per lavorare. Queste convinzioni non nascono dal nulla: sono il risultato di anni di delusioni, di porte chiuse in faccia, di esperienze che ci hanno fatto sentire inutili e indesiderati.
Un’altra convinzione comune è che chi ci aiuta lo faccia per un secondo fine, per sentirsi migliore o per pietà. Questo ci rende diffidenti, incapaci di accettare l’aiuto con gratitudine. Invece di vedere chi ci tende una mano come un alleato, lo vediamo come qualcuno di cui non possiamo fidarci. Questo atteggiamento ci isola ancora di più, rendendo ancora più difficile uscire dalla nostra condizione.
Ma il problema più grande è che queste convinzioni diventano una profezia che si autoavvera. Se credi che non hai possibilità, smetti di cercarle. Se credi che nessuno ti aiuterà, smetti di chiedere aiuto. E così, giorno dopo giorno, la tua vita rimane la stessa.
Cambiare queste convinzioni è uno dei passi più difficili, ma anche uno dei più importanti. Per farlo, serve qualcuno che ti mostri che sei ancora capace, che hai ancora valore. Serve tempo, pazienza e, soprattutto, un supporto costante. Io sto ancora lavorando per cambiare alcune delle convinzioni che mi hanno tenuto bloccato per anni, ma ogni piccolo progresso mi fa capire che non è mai troppo tardi per iniziare a vedere le cose in modo diverso.
#SelfieSDF #PovertàNonèInvisibilità
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