Intervista ad Antonio Damasco, direttore della Rete Italiana di Cultura Popolare.
Fotografie: Portinerie di Comunità
Questo testo si inserisce in un percorso di indagine sui modelli inclusivi di lavoro e sul loro impatto sociale. Dopo aver raccontato la storia della Ciclofficina Sociale di Cormano, della falegnameria sociale K-Alma a Roma, del laboratorio ibrido e artigianale di BRIChECO, dello spazio socio culturale Stecca 3.0, del bar sociale Il Girevole promosso dai Gesuiti nel centro di Milano, e dell’esperienza delle Fonderie Ozanam a Torino – dove cibo, inclusione e impresa sociale si incontrano in un progetto di rigenerazione urbana – proseguiamo l’esplorazione di spazi in cui il lavoro si fa strumento di emancipazione, cura e costruzione di comunità.
Nel caso delle Portinerie di Comunità, però, il tema del lavoro si intreccia con qualcosa di ancora più profondo: la rigenerazione delle relazioni di prossimità e la creazione di spazi civici capaci di attivare biografie, accogliere fragilità, promuovere partecipazione e mutualismo. Le portinerie non sono solo un luogo in cui si offrono servizi, ma veri e propri dispositivi territoriali che rammendano i legami spezzati della città. Sono presìdi ibridi, nati per rispondere alla frammentazione sociale, che coniugano welfare leggero, pratiche di coabitazione civile, micro-economie di scambio e cultura della cura. Un modello che, come avremo modo di leggere nell’intervista, agisce in modo capillare e centrifugo: non attende che le persone arrivino, ma va a cercarle, generando relazioni trasformative nei quartieri più eterogenei di Torino.
Nei prossimi mesi continueremo a documentare esperienze virtuose attraverso interviste, narrazioni e analisi di pratiche capaci di generare valore sociale, economico e relazionale. Lo faremo all’interno della sezione Commoning, uno spazio in cui raccogliamo storie, visioni e prospettive da chi ogni giorno costruisce – spesso in silenzio – una nuova forma di economia fondata sulla reciprocità, sulla partecipazione civica e sulla responsabilità condivisa.
La forza del Commoning sta proprio in questo: nella capacità di costruire reti tra pubblico e privato, tra imprese e istituzioni, tra famiglie e territori. È una visione in cui la comunità trasforma il lavoro in bene comune, generando impatto sociale e valore condiviso.
A raccontarci questa visione è Antonio Damasco, fondatore e direttore della Rete Italiana di Cultura Popolare e tra i principali ideatori del modello torinese delle Portinerie di Comunità. In questa lunga intervista, Damasco ci guida alla scoperta di un progetto che parte da Torino ma parla a molte città: tra rigenerazione urbana, welfare generativo, social franchising e una visione politica della prossimità che mette al centro le relazioni.

Storia e nascita del progetto.
Mario Flavio Benini. Per comprendere a fondo cosa siano le Portinerie di Comunità e da quali esigenze siano nate, è importante risalire al contesto culturale, sociale e relazionale che le ha generate. Il progetto torinese prende forma all’interno di un percorso più ampio, fatto di ricerca, sperimentazione e ascolto, intrecciando saperi diversi e affrontando questioni complesse come l’identità, la prossimità e il valore delle relazioni nei territori.
Qual è stata l’ispirazione originaria alla base delle Portinerie di Comunità?
Quali esigenze e criticità della vita di quartiere hanno spinto a immaginare questo tipo di presidio sociale?
In che modo l’esperienza torinese si è confrontata con pratiche o modelli sviluppati in altri contesti, in Italia o in Europa?
Antonio Damasco. La Rete Italiana di Cultura Popolare è un’associazione che ha sempre ha accolto intelligenze molto diverse tra loro: Tullio De Mauro, Chiara Saraceno oggi, e tanti altri – ricercatori, antropologi, urbanisti, sociologi – ciascuno con un punto di vista proprio, a volte anche in un sano contrasto con quello degli altri. Io credo – e lo ripeteremo più avanti – che il dialogo non si costruisca solo nella convergenza, anzi le diversità ma anche nel dissenso sono fonte di riflessione.
Ci siamo sempre occupati dei territori e di come si esprimono. In altri contesti si parlerebbe di “identità”, che ritengo sia un termine sbagliato, perché l’identità unica non esiste. Oggi lo sappiamo bene, anche grazie a tanti studi: ognuno di noi è portatore di identità plurime.
E questo è diventato ancora più evidente con i fenomeni migratori – tra paesi, città, nazioni – che hanno reso palese una disomogeneità culturale meravigliosa, ricca, piena di risorse, ma anche di criticità. Dal 2004, la Rete lavora proprio su questo: con ricerche, azioni performative, progetti sperimentali come “Indovina chi viene a cena”, un progetto che ci porta ancora oggi nelle case delle famiglie provenienti da altre culture. Lo facciamo da anni, in città come Verona, Lecce, Torino, Napoli, Palermo…
Nel 2015, quando il nostro presidente onorario era ancora Tullio De Mauro, iniziò a emergere con forza anche il tema dei dati applicati al valore delle relazioni. Ci siamo detti: se la parola “relazione” è così centrale per noi, allora dobbiamo darle un valore reale, generativo. Non economico, ma generativo.
Mario Flavio Benini. Un valore che resti anche quando un progetto finisce?
Antonio Damasco. Esattamente. Perché quando un progetto finisce o un operatore si sposta, si porta via le relazioni che ha costruito. Ma quelle relazioni sono un bene comune, soprattutto se costruite con fondi pubblici: sono patrimonio della comunità.
Così nasce l’idea del “Portale dei Saperi”, una piattaforma per mappare e valorizzare le relazioni in una comunità di prossimità. Il portale ha raccolto biografie, storie di persone, perché siamo anche ciò che raccontiamo di noi stessi.
Tullio De Mauro fu fondamentale: propose un dizionario analogico, affiancato da un dizionario etno-antropologico portato da Gianluigi Bravo. L’obiettivo era far emergere connessioni tra le storie.
Ti racconto una storia personale, quando mio padre arrivò da Napoli a Torino, trovò una città non accogliente. C’erano cartelli: “Non si affitta ai meridionali“.
Mario Flavio Benini. La discriminazione?
Antonio Damasco. Lui aveva un lavoro – alla FIAT, operaio – e i soldi per vivere. Ma gli mancava la rete, la comunità. Non sapeva a chi chiedere un’informazione: “Dove vado a fare quel documento?”, “Chi mi consiglia un medico bravo?”, “Dove trovo un idraulico?”. Quella roba lì.
Nel frattempo, la nostra società si è ulteriormente isolata. E dare la colpa ai social è riduttivo – noi ci lavoriamo, sia chiaro – ma non abbiamo saputo sviluppare nuove modalità di relazione. E abbiamo delegato tutto. Non solo i numeri di telefono, ma proprio la relazione.
E allora il “Portale dei Saperi” diventa fondamentale: ci dice chi c’è nella comunità, chi ci lavora, quali sono i servizi – pubblici o privati, culturali o sociali – e raccoglie le storie di ognuno. Serve anche a evitare di duplicare progetti simili nello stesso territorio. È una vera e propria infrastruttura sociale. E da lì, nel 2016, inizia un viaggio.
Siamo andati in Europa: Parigi, Copenaghen, Barcellona Abbiamo incontrato realtà che stavano lavorando su una nuova idea di relazione, non identitaria, non solo di servizio. Non si trattava solo di “fare la cosa che manca”, ma di costruire qualcosa attraverso le relazioni. Abbiamo trovato esperienze for-profit molto interessanti.
A Parigi, ad esempio, Lulu Dans Ma Rue, dove offrono servizi di prossimità – babysitter, idraulico, custodia chiavi – un po’ come le nostre portinerie.
Noi avevamo bisogno di andare oltre.
Volevamo che i desideri, oltre i bisogni, le competenze delle persone fossero il punto di partenza. Soprattutto i desideri dei ragazzi e delle ragazze. A Porta Palazzo, una delle cose che abbiamo fatto è stata chiedere ai bambini di disegnare la piazza dei loro sogni. Disegni bellissimi, pieni di verde – cosa che oggi a Porta Palazzo manca.
Lì è nata la prima Portineria di comunità. Un’edicola. È diventata anche il nostro logo, come la moneta numero uno di Paperon de Paperoni. Ma le altre Portinerie non sono edicole: una è una scuola, un’altra un’ex bocciofila, due sono in biblioteche. A Palermo di comunità nasceranno in strutture che ospitano minori stranieri non accompagnati.
La portineria può nascere ovunque: in un teatro, in un ufficio… Ma la novità più importante, quella che ha generato il cambiamento, è che la portineria è desk del Portale dei Saperi. E quando andiamo all’estero, non ci chiedono delle portinerie, ma del portale.
Mario Flavio Benini. Ma portineria non è solo un desk.
Antonio Damasco. Esattamente. Le Portinerie non sono sportelli. Non lavorano in modo centripeto, dove tutto avviene “dentro casa”. Lavorano in modo centrifugo: l’abitante non viene da noi, siamo noi che andiamo da lui. La portineria può essere un’edicola, ma anche lavorare in una scuola, in un RSA, ovunque ci sia bisogno.
E nel portale abbiamo oggi migliaia di soggetti connessi a ciascuna portineria. Non solo nomi e numeri di telefono: sappiamo competenze, bisogni, desideri. E l’intuizione è che mettere insieme queste informazioni – le “corrispondenze” – genera gruppi, interessi comuni: uncinetto, informatica, biciclette… e si lavora insieme.
E il tema, oggi, è uno solo: le solitudini. Le persone più in difficoltà non sono solo quelle senza casa o senza lavoro.
Mario Flavio Benini. Sono le persone che non hanno relazioni.
Antonio Damasco. Esatto. Le persone sole. E la solitudine è il vero cappello che sta sopra a tutto questo.

Riferimenti e differenze con altre esperienze.
Mario Flavio Benini. Negli stessi anni in cui a Torino prendeva forma l’idea delle Portinerie di Comunità, in Italia nascevano esperienze come Portineria 14 a Milano (2016) o Maniman a Genova (2017), che hanno provato a costruire nuovi spazi di prossimità nei quartieri, offrendo servizi e attività in contesti ibridi. Tuttavia, il progetto torinese ha compiuto uno scarto netto: ha spostato l’attenzione dal semplice erogare servizi a un’azione più profonda e generativa, fondata sulla costruzione di relazioni e sulla mappatura delle biografie come risorsa sociale. Un approccio che si distanzia anche dalle pratiche istituzionali, spesso basate su schedature funzionali a logiche burocratiche o occupazionali.
Qual è, a tuo avviso, la differenza sostanziale tra queste esperienze italiane e il modello delle Portinerie di Comunità?
In che senso lo scarto metodologico e culturale che avete compiuto rappresenta un elemento distintivo e irrinunciabile?
Come funziona, nel concreto, il vostro lavoro di mappatura territoriale e perché può essere definito “biografico”?
Qual è la distanza tra questo approccio e quello, ad esempio, adottato da alcune amministrazioni pubbliche – come nel caso dei sistemi di registrazione del terzo settore – in cui la mappatura dei senza fissa dimora diventa più una schedatura che una lettura delle persone nella loro complessità?
E com’è cresciuta nel tempo questa intuizione, che sembra essere una delle innovazioni più forti e qualificanti del vostro progetto?
Antonio Damasco. Tutto questo deriva da un lavoro profondo, antropologico, che ha preso un ulteriore slancio da quando Chiara Saraceno è diventata presidente della Rete. Il salto è stato notevole.
Quello che altrove si chiama intervista semistrutturata, per noi è un dialogo. Nessuno passa da una Portineria di Comunità senza lasciare una traccia in questo sistema: tutto entra in un CRM, che oggi è potenziato da un’intelligenza artificiale.
Significa che, nel giro di pochissimo, si apre una scheda su chi arriva, anche se la persona lascia solo nome e cognome per consegnare un pacco. Se torna una seconda volta la riconosciamo, prendiamo sul serio la relazione con ogni singola persona. Le nostre portiniere e i nostri portinieri sono formati per usare questo strumento, ma soprattutto sono formati come attivatori di comunità.
Mario Flavio Benini. È una definizione che vi siete inventati?
Antonio Damasco. Sì, ce la siamo proprio inventata. Anche un po’ per prenderci gioco di tutto quel gran parlare – spesso a sproposito – di “comunità”. Comunità è una delle parole più ambigue che ci siano oggi. Ma ogni tanto è bello lanciare un nome e poi vedere che si diffonde: ora nascono ovunque scuole per attivatori di comunità. Divertente.
Comunque, tornando al tema: ogni volta che una persona torna, lavoriamo su cinque aree di interesse. Queste aree ci permettono di capire competenze, bisogni, percezione della comunità e problemi del quartiere. Informazioni utili non solo per noi, ma anche per amministrazioni e terzo settore.
Mario Flavio Benini. Perché aiutano a leggere il territorio in modo più profondo…
Antonio Damasco. Se in 400 ci segnalano che in quell’angolo si spaccia, allora lì c’è davvero un problema. Ma non c’è solo il negativo. Magari qualcuno ci dice: “Guarda che lì c’è un calzolaio che è un persona incredibile, vai a parlarci”. E allora si crea una mappa. Una mappa che si muove continuamente. Ogni biografia che raccogliamo sposta la mappa, la fa vibrare.
Le cinque aree ci dicono anche cosa una persona è disposta a fare. Uno ti dice: “Mi piacerebbe intervistare i senza fissa dimora in Piazza della Repubblica”, e tu sai che c’è un giornalista, uno che fa una web radio, e li metti in contatto. Così nascono le attività. Tante. Le portinerie generano una tale quantità di attivazione che quelle comunità – anche se la parola è abusata – diventano davvero resilienti. Perché non serve più qualcuno da fuori che venga a dirti come si fa.
Le risorse ci sono già, solo che spesso non le vediamo.
Quelli che per altri sono dati, per noi sono biografie. E quelle biografie muovono il territorio. Non è una mappa fissa: è una mappa che cambia ogni volta che una persona entra.
Come ti dicevo prima il nostro strumento principale è il Portale dei Saperi. È il nostro desk. Tu arrivi, e nel momento in cui vieni inserito, la mappa si modifica immediatamente. Ed è impressionante. L’intelligenza artificiale sta velocizzando le operazioni, ma dietro ci deve essere sempre una persona in carne e ossa, una donna o un uomo che dà senso ai dati.
Pensa che prima, quando qualcuno ci chiedeva uno dei nostri processi di attivazione, anche per un eventuale Portineria di comunità, noi chiedevamo almeno otto mesi di indagine. Otto mesi! Perché dovevamo rispondere a tre domande: si può fare lì? Con quali alleanze? C’è un’economia che la rende sostenibile?
Mario Flavio Benini. E da qui nasceva l’idea del social franchising…
Antonio Damasco. Certamente. Perché se deve nascere una Portineria di comunità e non nasconde un bar che ritira pacchi o qualche servizio, c’è bisogno di capire come funziona e si sostiene. Questo lavoro di mappatura che ti permette di cominciare a capirlo. Prima ci volevano otto mesi, a volte un anno, in quartieri complessi come quelli di Milano. Oggi, con questo nuovo CRM e l’intelligenza artificiale, in meno di tre mesi hai una lettura reale del territorio.
E quei dati sono preziosi. Ti parlano delle fragilità, ma anche dell’economia sommersa, dei legami, delle potenzialità. È lì che il sociale e l’economico iniziano a parlarsi. E, per me, questa è la vera chiave di volta.


Accoglienza e coinvolgimento della comunità.
Mario Flavio Benini. Ogni progetto radicato in un territorio prende forma attraverso il dialogo con chi quel territorio lo abita. La Portineria di Comunità di Porta Palazzo è nata in un contesto complesso, stratificato, segnato da fragilità sociali, differenze culturali, ma anche da una grande vitalità. Non era scontato che un presidio aperto, gratuito, non orientato al consumo, potesse essere riconosciuto come spazio legittimo e condiviso. Anche perché la proposta non era solo quella di ricevere un servizio, ma di essere parte attiva di un processo collettivo. Una richiesta forte, quasi inedita oggi, in cui più che parlare di volontariato si dovrebbe forse parlare di cittadinanza attiva e di riappropriazione civica del proprio quartiere.
Come è stata accolta l’iniziativa dalla comunità locale di Porta Palazzo?
Quali sono state le prime reazioni degli abitanti di fronte a questa proposta così atipica, che sollecitava una forma di partecipazione non assistenziale ma responsabile?
E quali strategie avete adottato per costruire legami solidi, inclusivi, capaci di generare convivenza e fiducia tra soggetti molto diversi tra loro?
Antonio Damasco. Hai toccato un punto interessante. Perché, in realtà, il terzo settore, che nasce come forma di mutuo aiuto, ha smesso da tempo di praticare il mutuo aiuto. Si è professionalizzato. Siamo diventati cooperative, associazioni che svolgono servizi su mandato di un ente, rinunciando.
La domanda è: quale terzo settore?
Se siamo solo agenzie di servizio, si può fare tutto, ma non è quello il punto. Il terzo settore era politica – nel senso più bello del termine – polis. Era mettere insieme le persone. E noi abbiamo provato a rimettere al centro proprio questo.
La prima portineria non l’abbiamo aperta noi. L’hanno aperta almeno duecento persone. Persone, associazioni, cooperative, enti pubblici, imprese. Tutti insieme abbiamo firmato un’alleanza. Non un patto generico, ma un’alleanza scritta – l’abbiamo redatta io e Chiara Saraceno – in cui ciascuno dichiarava: “Crediamo che la Portineria di Comunità sia fondamentale per questo territorio, e ce ne prenderemo cura”.
Mario Flavio Benini. Un’alleanza vera, non simbolica.
Antonio Damasco. Concreta. Quei 200 oggi sono diventati 3.000. E tutti sanno che quel posto è un luogo necessario. Le persone senza dimora vengono lì perché devono ricaricare il cellulare: se non mandano la richiesta all’Ostello entro le otto, quella notte non dormono.
Altri vengono semplicemente per sedersi, leggere un libro, stare in un posto dove nessuno li stigmatizza. Le panchine sono rare, a Roma sono andati di notte a smontarle… e su internet trovi i migliori designer del mondo intenti a progettare panchine per escludere i poveri.
Ma lì, nella portineria, arrivano anche i ragazzi, i NEET – quelli che non studiano e non lavorano. Passano, si fermano: “Cos’è questa roba qua?” Chiacchierano, qualcuno ha una canzone, c’è una web radio… È quell’approccio informale che una volta c’era nelle piazze, o nei cortili delle nostre città. Oggi non c’è più nulla di gratuito. Mia figlia mi dice: “Non voglio farmi l’aperitivo in Piazza Vittorio, ma non c’è un altro posto dove incontrarsi?”. Le panchine le hanno tolte, gli oratori non sono per tutti – e comunque, perché il mio amico musulmano dovrebbe andare all’oratorio? – e ovunque si paga per sedersi. È così.
Mario Flavio Benini. Quindi quando siete partiti, le persone come hanno reagito?
Antonio Damasco. Entravano, si sedevano. Dicevano: “Devo prendere un caffè?”. No. “Devo comprare La Stampa?”. No. “Cosa vendete?”. Niente. “Ah… posso stare qui?”. Certo.
C’è stato un passo avanti e due indietro: da una parte un’assedio positivo da parte delle persone in difficoltà – e lo è ancora oggi – dall’altra una lentezza nel capire che non era un servizio da consumare, ma un luogo da abitare.
Oggi succede di tutto. La classe medio alta di Torino ci chiede una colf. Gente che va in vacanza ci lascia le chiavi per innaffiare le piante. Ma non lo facciamo noi: mettiamo in contatto queste persone con chi cerca lavoretti. Con i libretti di famiglia abbiamo facilitato oltre 150 contratti regolari. Prima erano lavori in nero.
Mario Flavio Benini. E gestite voi questi contatti?
Antonio Damasco. Noi attiviamo le connessioni. Lavoriamo con i Centri per l’impiego, con l’INPS. Nelle portinerie ci sono tutti gli uffici pubblici che vogliono collaborare. È uno spazio pubblico, ma anche privato, al servizio del bene comune. Gratuito, a bassa soglia, ad inciampo.
Tu passi, ti fermi, ti siedi. Nessuno ti chiede nulla. Quello è ciò che accade in superficie.
Ma quello che facciamo noi, con i dati, è l’attivazione di comunità.
Ed è lì che accade la magia. Perché a un certo punto due persone che non si sarebbero mai sedute allo stesso tavolo si ritrovano lì. Un senza fissa dimora che sta scrivendo un libro meraviglioso, e un magistrato in pensione. E si parlano.
E quella roba, oggi, non succede più da nessuna parte.
Mario Flavio Benini. Il digitale diventa uno strumento per riaccendere il legami nello spazio fisico.
Antonio Damasco. Esatto. Solo che è un processo lento. Non è che in due mesi riempiamo la piazza. Noi lavoriamo un pezzo per volta. Ma poi succede.
Oggi c’era il TG3, una marea di gente. Tutti volevano parlare. C’era Roberto, un senza fissa dimora. Una signora che ha perso il lavoro. Tutti lì, insieme, che dicevano: “Io volevo solo dire che senza di loro, io…”, “No, io invece…”, “Io…”.
Volevano dire che quel posto per loro è importante.

Ostacoli e resistenze.
Mario Flavio Benini. Ogni progetto che tenta di innovare nei territori – specie quando propone modelli non convenzionali, né completamente pubblici né puramente privati – si trova inevitabilmente a fare i conti con ostacoli strutturali, vincoli normativi, diffidenze. Le Portinerie di Comunità, fin dal principio, hanno scelto di posizionarsi in uno spazio ibrido, agendo con libertà ma anche in costante dialogo con le istituzioni e con la cittadinanza. Questa scelta ha comportato inevitabili difficoltà, che hanno messo alla prova tanto l’organizzazione quanto la visione alla base del progetto.
Quali sono stati i principali ostacoli incontrati durante l’implementazione del progetto?
Ci sono state difficoltà burocratiche, amministrative o di altra natura che hanno rallentato o messo in discussione il percorso?
E come avete affrontato eventuali resistenze da parte delle istituzioni, dei cittadini o di altri attori del territorio?
Antonio Damasco. Gli ostacoli sono stati tanti. Parliamo di Porta Palazzo, quindi Torino, ma potrei dirti lo stesso per Palermo o per Milano. Però, devo dire che abbiamo trovato anche grandi alleanze, soprattutto dentro gli enti pubblici. Alcuni funzionari si sono davvero appassionati al progetto.
A Torino, per esempio, c’è un funzionario – si chiama Fausto – che è diventato un amico. È uno di quelli che, se potesse, aprirebbe una Portineria ovunque. E questa cosa è importante, perché per fare quello che facciamo – e lo facciamo sul serio: dal cambio del medico, alla ricerca del lavoro, all’organizzazione di un festival di cinema con gli abitanti – servono permessi. E per avere i permessi, devi passare nella giungla della burocrazia italiana.
Lì ti servono alleati. Il pubblico ha capito che noi non siamo sostitutivi di niente, semmai siamo sussidiari. E, se vogliamo dirla tutta, spesso filtriamo, accompagniamo, indirizziamo: facciamo quello che dovrebbe fare una portineria. Aiutiamo le persone a orientarsi. E in questo modo, di fatto, aiutiamo anche il pubblico.
Mario Flavio Benini. Perché non siete un luogo burocratico, come un CAF o un centro per l’impiego.
Antonio Damasco. Anche perché molte persone non sanno nemmeno che quei luoghi esistono. Pensa a chi arriva da paesi con strutture completamente diverse: tu gli dici che ha diritto all’assegno d’inclusione, e ti risponde: “Che cos’è?”. In Burkina Faso non c’è l’assegno d’inclusione, almeno credo. Allora bisogna costruire fiducia, lavorare sulla mediazione culturale.
Ti faccio un esempio: una signora che viene a casa tua a fare le pulizie – se viene in nero – le dai magari 10 euro netti. Ma se le fai un contratto registrato, di netto ne prende 8,50. E lei ti guarda e dice: “Perché mi togli un euro e mezzo?”. Non è facile spiegare che quel “togliere” in realtà significa darle la mutua, le ferie, l’assicurazione in caso di infortunio…
Mario Flavio Benini. Non è abituata a ragionare in termini di lordo e netto.
Antonio Damasco. E lì ci vuole mediazione, pazienza. Però sai qual è la cosa interessante? Queste persone – e parliamo per lo più di donne con background migratorio – dopo un po’ capiscono. Accettano. Anzi, lo riconoscono come un miglioramento.
Chi non lo capisce, spesso, sono gli italiani. Perché implica denunciare qualcosa. E allora lì emergono altri problemi: tasse, lavoro regolare, diritti.
Il lavoro va pagato. Tutto il lavoro.


Una rete di portinerie diverse.
Mario Flavio Benini. Nel tempo, le Portinerie di Comunità si sono diffuse in diversi quartieri di Torino, assumendo forme, funzioni e vocazioni differenti. Ogni portineria nasce a partire dal contesto in cui si inserisce: non un modello replicabile in modo rigido, ma un dispositivo adattabile, capace di rispondere alle specificità sociali, culturali e spaziali del territorio. Questa capacità di adattamento è uno degli elementi che rendono il progetto vivo e dinamico.
Quali sono le principali differenze tra le Portinerie di Comunità attive a Torino?
In che modo variano per servizi offerti, persone coinvolte e tipologia di quartiere in cui si trovano?
E quali elementi restano invece comuni, a garanzia di una visione condivisa?
Antonio Damasco. Obiettivamente, nelle aree interne c’è una fortissima penuria di servizi. Quando abbiamo aperto le portinerie a Pont Canavese e a Cuorgnè, sono state letteralmente prese d’assalto. In questi contesti oltre i servizi anche il terzo settore è poco presente. Esistono cooperative di servizio che lavorano su mandato dei comuni o dei consorzi, quindi agiscono in modo sostitutivo. Manca invece un associazionismo che progetti, che immagini modelli alternativi, che costruisca prossimità.
C’è una prateria di lavoro da fare, ma anche molte difficoltà. Non solo per la comunità, ma anche per l’ente pubblico stesso. Serve tempo. Serve pazienza. Alcuni Enti lo stanno capendo, altri fanno più fatica.
Chi lo capisce subito, invece, sono gli abitanti.
C’è quella signora che prima faceva l’uncinetto da sola in casa, e che adesso ogni giovedì si ritrova con altre donne. Ci sono venti ragazzi – tutti con background migratorio – che fanno doposcuola, con i volontari che arrivano a lavorare lì. Passeggiate, laboratori… si crea movimento, vita, relazione.
Ogni portineria, come dicevi tu, ha una sua propensione.
Porta Palazzo, per esempio, è molto centrata sul lavoro, sulle fragilità, sull’incontro con le difficoltà.
Borgo San Paolo è legata invece alle solitudini, alle famiglie, ai bambini, alle scuole. È un quartiere che avrebbe un potenziale enorme sul piano dello sport, ma tutto è a pagamento: palestre per arrampicata, campi da calcio, sale attrezzate… tutte chiuse dietro a un abbonamento a un costo.
Eppure la portineria lì è dentro un parco. Quando ero piccolo io, lo sport si faceva nei parchi. Ora, benissimo che esistano le palestre – per chi può permettersele. Ma e tutti gli altri?
Allora stiamo provando a costruire un distretto sportivo inclusivo. Abbiamo cominciato a parlare con le palestre e a dire: “Va bene, fate il vostro lavoro, ma uscite anche voi. Lavorate in modo centrifugo. Venite nel parco, che è uno spazio pubblico. Rimettiamo in circolo l’idea che la piazza è nostra. Che il parco è un luogo da vivere. Perché se non ci andiamo noi quel posto si perde”.
Mario Flavio Benini. Portare le competenze del privato ad incontrare la comunità.
Antonio Damasco. E qualcuno lo sta facendo.
È un lavoro lento, di cucitura, di rammendo. Uno a uno.
Perché sono trent’anni che si dice al terzo settore: dovete professionalizzarvi, dovete diventare commerciali.
E oggi ci ritroviamo con un sacco di agenzie, ma pochissime realtà che fanno davvero il lavoro che dovrebbero fare.
E questo è un po’ il nodo.


Libertà, regole e fallimenti.
Mario Flavio Benini. Sperimentare significa anche rischiare di sbagliare. Non tutte le idee funzionano al primo colpo, e nei percorsi di innovazione sociale può accadere che alcune intuizioni, pur animate dalle migliori intenzioni, si rivelino impraticabili o controproducenti. Una delle sfide più complesse è quella di immaginare forme di autogestione autentica, in cui i cittadini diventino protagonisti. Ma coinvolgere attivamente le persone, senza sovrapporsi e senza rinunciare alla visione comune, implica trovare un equilibrio delicato tra libertà e responsabilità. Anche i fallimenti, se letti in modo generativo, diventano passaggi cruciali per ridefinire il progetto.
Ci sono stati esperimenti che non hanno funzionato come sperato?
Cosa avete imparato da queste situazioni e come avete reagito per correggere il percorso?
Antonio Damasco. A Borgo San Paolo abbiamo voluto provare una cosa nuova. Abbiamo avviato una coprogettazione con gli abitanti, cercando di sperimentare un modello ancora più partecipato: ci siamo chiesti cosa succederebbe se la portineria non fosse gestita solo da noi, come enti del terzo settore, ma anche da singoli cittadini. Non solo coinvolti, ma responsabili, in prima linea.
È stato un esperimento affascinante, ma molto complesso. Abbiamo capito che la libertà è difficile da gestire.
Avevamo un gruppo iniziale di cinquanta abitanti: erano con noi, attivi, entusiasti. Ma le grandi cose dovevamo comunque farle noi. E poi è successa una cosa interessante – e anche un po’ amara: ognuno di loro, a un certo punto, ha cominciato a difendere lo spazio come fosse proprio. Quell’idea della proprietà privata, del “questo è mio”, non la si molla facilmente.
Mario Flavio Benini. Non è facile dire a se stessi che stai facendo un lavoro non solo per te o per tuoi amici ma anche per tutti gli altri.
Antonio Damasco. Esatto. I primi cinquanta cominciavano a dire: “Ma adesso fate entrare anche gli altri?”. E noi: “Certo, è una portineria di comunità”. “Eh, ma noi siamo arrivati prima…”.
E così quella che doveva essere una portineria aperta stava diventando un circolo privato.
Abbiamo dovuto smontare tutto e ripartire da capo.
Qualcuno si è anche offeso: “Ma come? Io ho piantato i fiori!”.
Ti racconto un aneddoto: ero in vacanza a Procida per una settimana, torno e trovo un signore che si era costruito un manufatto, un mini-cinema in uno spazio comune, l’aveva fatto senza regole, senza autorizzazioni.
“Ma se cade addosso a qualcuno?”, gli dico.
“No, non cade…”.
Magari non cade, ma non si può.
Un’altra persona aveva avviato un orto abusivo. È stata una cosa incredibile.
Ecco, quella di Borgo San Paolo per me è stata una grande lezione di democrazia. Un laboratorio che ha fallito nel suo primo tentativo. Perché? Perché la libertà senza regole non regge. Qualsiasi gioco ha bisogno di regole.
Allora ci siamo fermati, abbiamo rimesso tutto in discussione e abbiamo introdotto regole chiare. E sai cosa è successo?
Pian piano, i “tappi” si sono allontanati, quelli che volevano tenere tutto per sé. E hanno iniziato ad avvicinarsi persone nuove, che accettavano le regole e volevano davvero partecipare in modo aperto.
È stato un passaggio faticoso, ma fondamentale. E quell’esperimento, nonostante tutto, è stato un punto di transizione che ci ha insegnato tanto.

Marginalità e relazioni.
Mario Flavio Benini. Le Portinerie di Comunità si occupano anche di grave marginalità sociale?
La cosa che ho potuto notare nella mia piccola esperienza è che alla base della condizione di senza dimora c’è quasi sempre un’assenza di relazione. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno perso la casa, il lavoro, ma soprattutto la rete relazionale. Le relazioni diventano relazioni di strada, dove si costruiscono forme di solidarietà, ma anche dinamiche di dipendenza, di disagio. E il disagio si acuisce, perché diventa quotidianità: vivere nella strada, sopravvivere, adattarsi a un ambiente che non è fatto per accogliere.
In un contesto in cui la relazione con le istituzioni si riduce spesso a una mappatura burocratica – un modulo, una scheda, una presa in carico “formattata” – che finisce con l’astrarre le peculiarità, la biografia della persona che diventa (o si sente) un numero. Una domanda e un ascolto che cade nel vuoto e non produce una trasformazione.
Per questo mi sembra particolarmente interessante il vostro approccio, che non isola, ma inserisce le persone con fragilità all’interno di una rete reale, fatta di relazioni, opportunità, lavoro, quotidianità condivisa.
Ti faccio un esempio: a Milano, grazie all’impegno dei Gesuiti e alla guida di Padre Francesco Cambiaso, è nata un’esperienza vicino alla storica libreria Hoepli. In uno spazio che era una vineria – chiusa dopo il Covid – è stato aperto un bar, “Il Girevole”, dedicato alle persone senza dimora, ma aperto alla città (nel blog ne abbiamo parlato nel post: “Il Girevole: il bar dove l’accoglienza diventa incontro: intervista a Padre Francesco Cambiaso“.
Un luogo pensato per accogliere, non solo per erogare servizi. È aperto due giorni a settimana, non si servono alcolici, e viene gestito anche da volontari, studenti di psicologia, scout: competenze miste.
Antonio Damasco. Perché Girevole?
Mario Flavio Benini. Il nome viene proprio dall’idea del “giro” dei senza dimora, di quella giostra della vita che a volte riserva sorprese amare. Ma anche dal desiderio di girare la prospettiva, aprire possibilità.
Ecco, in quel bar lo psicologo fa anche il barista: uno “psicobarista”, lo chiamano.
È un modello interessante, dove il bar è anche tante altre cose. Ma voi, mi sembra, fate un lavoro ancora diverso: unire le fragilità con quella che potremmo chiamare la “normalità” quotidiana.
Quindi la mia domanda è: come lavorate sull’integrazione delle fragilità, e in particolare sulla presenza e sul coinvolgimento delle persone senza dimora?
Antonio Damasco. Oltre alle collaborazioni con il Comune di Torino e con alcune realtà del terzo settore che si occupano di senza dimora, abbiamo provato a immaginare dei percorsi di integrazione diversi, più sottili, più quotidiani.
A Porta Palazzo, ad esempio, è stata proprio una loro richiesta a far nascere l’idea della card della portineria. È un oggetto simbolico, costa 10 euro all’anno, quasi niente, ma rappresenta un senso di appartenenza. Io ho la card, faccio parte della Portineria di Comunità.
E per noi è utile anche dal punto di vista organizzativo: ci aiuta a raccogliere dati, a capire chi partecipa, cosa si muove intorno.
All’inizio non la facevamo ai senza fissa dimora. Ma loro ci hanno fatto capire che volevano farla. Perché volevano sentirsi parte di quella comunità.
Mario Flavio Benini. Anche se non hanno niente, vogliono contribuire.
Antonio Damasco. Sì. A Porta Palazzo abbiamo uno spazio dove si lasciano libri – donazioni, scambi, piccola biblioteca di passaggio.
Chi vuole può lasciare un’offerta, anche minima.
E capita che proprio loro, i senza dimora, vengano a prendere un libro e dicano: “Posso lasciare qualcosa?”. Noi rispondiamo: “Ma figurati, portalo via”.
E invece loro insistono: vogliono pagare. Anche solo 50 centesimi. Perché vogliono fare parte del progetto, vogliono fare come tutti.
Uno si è addirittura messo da parte 10 euro per farsi la card. Perché non voleva essere solo accolto, voleva stare dentro, in pari con gli altri.
A Natale abbiamo lanciato la proposta della “card sospesa” – come il caffè sospeso. Abbiamo raccolto 40, 50 card offerte da altri abitanti, e loro ne sono stati felici. Ma la cosa importante è che quella card non rappresenta solo l’accesso gratuito a un servizio: è una forma di legittimità.
Dice: “Tu hai diritto a essere qui, come chiunque altro”.
Non è beneficenza, è inclusione.
Così, negli spettacoli teatrali o nei cineforum che organizziamo, li vedi lì, seduti accanto ad altri, fianco a fianco. Gente che magari al teatro non c’è mai stata. Che al cinema non ci va, o non può andarci.
Perché se sei un senza dimora, e magari hai un odore non conforme ai canoni occidentali di accettabilità, al cinema non ti fanno entrare. Anche se paghi, ti dicono che non c’è posto, o ti fanno capire che è meglio tu vada via.
Mario Flavio Benini. Invece lì entrano. Stanno. Condividono.
Antonio Damasco. Lì ci stanno, e sono accanto ad altri.
Ed è per questo che l’esperienza che raccontavi a Milano mi sembra fondamentale.
Perché il punto è non sezionare. Non creare contenitori separati: “questo è per i poveri, questo è per i normali”.
L’integrazione vera è mescolare culture, storie, economie.
L’ibrido deve accadere naturalmente, non dev’essere progettato a tavolino. E Porta Palazzo è perfetta per questo: lì cammini e vedi il mondo.
Vai in altri quartieri di Torino, e vedi solo persone come noi, bianchi, omogenei. Una tristezza.
Quest’estate sono stato a Londra con le mie figlie, e lì – nei negozi, nei teatri, nelle università – vedi indiani, pakistani, neri… non che vendono le rose, ma che occupano ruoli importanti.
Le mie figlie mi hanno detto: “Papà, è un altro mondo”.
E hanno ragione.
Perché in Italia siamo indietro di quarant’anni. Da noi, lo straniero è ancora quasi sempre sinonimo di povertà.
A Londra no, non sempre.
E questo fa tutta la differenza.



Il modello economico e gestionale.
Mario Flavio Benini Uno degli aspetti più critici per molte esperienze di innovazione sociale è la sostenibilità economica. Tante imprese sociali e associazioni no profit, pur portando avanti un lavoro prezioso sul piano dell’inclusione e della costruzione di comunità – come nel caso delle ciclofficine, delle falegnamerie o delle sartorie sociali – si sono trovate costrette a chiudere per l’impossibilità di reggere nel tempo. In molti casi, il problema è l’eccessiva dipendenza dai bandi, che garantiscono risorse a tempo ma non offrono continuità. La difficoltà sta nel costruire modelli che non si limitino ad “aiutare”, ma che siano capaci di integrare anche relazioni economiche durature, coinvolgendo sia il privato sociale che il privato di prossimità.
Come viene gestita la sostenibilità economica delle Portinerie di Comunità?
Quali strategie adottate per non dipendere solo dai bandi pubblici, e come riuscite a coinvolgere nel progetto anche attori privati, grandi e piccoli, dai marchi nazionali come Lavazza ai negozianti di quartiere?
Antonio Damasco. A Milano siamo stati coinvolti da Fondazione Cariplo. Ci hanno detto: “Vorremmo far nascere alcune Portinerie di Comunità in città” e ci hanno chiesto di lavorare su tre quartieri: Santa Giulia–Morsenchio Sud, Calvairate–Molise e il terzo è a Vigentino.
Abbiamo risposto utilizzando il nostro Portale dei Saperi. È uno strumento potente: ci consente non solo di capire il tessuto sociale, ma anche di leggere l’economia di comunità.
Siamo tornati dai committenti dicendo: “Vi diciamo in trasparenza, quartiere per quartiere, se e quanto il progetto può reggersi nel tempo, anche quando i fondi dello startup finiranno”.
Nel primo quartiere, Santa Giulia, abbiamo trovato una rete forte: tutte le realtà che volevamo coinvolgere – anche private – erano pronte a dare qualcosa. Tempo, denaro, spazi, oggetti.
Quindi abbiamo detto: qui l’80% del progetto si potrà regge da solo. E il restante 20% siamo pronti a mettercelo noi, come investimento imprenditoriale. Magari inserendo un piccolo spazio dove chi passa si fa un caffè e lascia un euro.
Quindi, sì: ci impegniamo, ci crediamo.
A Calvairate–Molise, il contesto era diverso. Ma comunque buono: lì, la Portineria è all’interno della biblioteca comunale, quindi abbiamo la possibilità di collaborare con il personale bibliotecario. In quel caso abbiamo stimato una sostenibilità al 70%, e abbiamo dato l’ok.
Invece, nel Vigentino non si è trovato un posto.
Quindi, alla fine, stiamo provando a realizzare due Portinerie di comunità.
Perché da parte nostra c’è una regola tassativa: non si apre nulla se non si è già costruita la sostenibilità per almeno tre o quattro anni dopo la fine del bando.
Lo diciamo fin dall’inizio. Dichiariamo con che risorse pensiamo di tenere in piedi quel presidio. E fino a oggi – devo dire – non abbiamo mai sbagliato i conti.
Il Portale dei Saperi ci restituisce sempre un quadro affidabile. C’è qualche variazione – magari un 5% in più o in meno – ma non passiamo mai da un 75% a un 35%. E quel lavoro preliminare sul territorio – che giustamente va pagato da chi ti chiama – è fondamentale.
Serve a noi, ma anche a chi sostiene l’inizio.
Pensa a un Comune che decide di aprire una Portineria, e dopo un anno chiude perché non ci sono più fondi.
Che figura ci fa, anche politicamente?
Aprire un luogo e poi chiuderlo per mancanza di risorse è un danno.
Per questo, prima si valuta tutto. E solo se ci sono le condizioni, si parte.


Modello gestionale e partecipazione.
Mario Flavio Benini La Portineria di Comunità è un luogo ibrido, non solo nel suo modello economico, ma anche nella sua struttura gestionale. Non si basa su un’unica figura professionale né su una divisione rigida dei ruoli. Vi convivono persone retribuite e volontari, enti pubblici e cooperative, cittadini attivi e studenti. Un sistema aperto, dove la partecipazione è regolata e finalizzata alla sostenibilità dell’intero progetto. Questo equilibrio tra pluralità e coerenza richiede però una visione chiara, un sistema di regole condivise e una cultura organizzativa solida.
Qual è il modello gestionale delle Portinerie di Comunità?
Che ruolo giocano i volontari, i professionisti, gli enti e i cittadini nei diversi livelli del progetto?
E come si garantisce una formazione adeguata per chi entra a far parte della portineria, in qualsiasi forma?
Antonio Damasco. Il volontario, per noi, è una risorsa che si aggiunge, ma non può essere la base del progetto. Se costruisci tutto sul volontariato, prima o poi il progetto crolla. Il volontario è libero per definizione: può esserci o non esserci. E se manca, tu non puoi garantire continuità. Un luogo come quello delle Portinerie ha bisogno di stabilità. Per questo, ogni portineria deve prevedere almeno una figura contrattualizzata, pagata regolarmente, con tutte le tutele del caso.
Attorno a questa figura si muovono altri soggetti: enti pubblici, centri per l’impiego, INPS, associazioni, cooperative. Alcuni decidono di esserci due giorni a settimana, altri mettono a disposizione competenze specifiche, oppure strutture. Ma chi entra nella portineria lo fa seguendo una procedura, delle regole. Non si può arrivare e fare liberamente ciò che si vuole: ci sono pratiche comuni da rispettare, attività condivise, e poi certo, ognuno può portare il proprio contributo culturale, sociale, sportivo, educativo. Ma all’interno di un quadro chiaro.
Più soggetti coinvolgiamo – già dalla mappatura iniziale, già nel patto di alleanza – più quella portineria diventa sostenibile.
Tutti gli spazi che ospitano le portinerie devono essere pubblici, o comunque di interesse pubblico. Il Comune deve metterci il luogo, è fondamentale. Noi non possiamo permetterci di pagare affitti. E, se c’è un patto sui beni comuni, chiediamo anche di essere esentati dalle utenze. Se una portineria è riconosciuta come politica pubblica, deve essere sostenuta come tale.
Se invece lo spazio è privato, ce lo gestiamo da soli. In quel caso possiamo anche pensare a forme più ibride, come un ristorante. Non ho nulla contro le sperimentazioni, anzi. Ma ci vuole attenzione. Ogni volta che un bar si è chiamato “portineria”, spesso è andato incontro a un fallimento. Perché? Perché la parte commerciale assorbe tutto, e si dimentica il resto. Ma il resto è il cuore.
Viviamo in Italia, in un contesto dove le risorse esistono. Non solo economiche: risorse di comunità, di tempo, competenze, strutture. Possiamo costruire alleanze, usare insieme un computer, condividere materiali. È su questa base che una portineria può restare viva, radicata, utile.


Espansione, tutela e futuro del modello.
Mario Flavio Benini. Negli ultimi anni, molte esperienze di innovazione sociale si sono interrogate su come rendere replicabile un modello senza snaturarne l’identità. Il rischio, in questi casi, è duplicare la forma e perdere il senso. Le Portinerie di Comunità si sono poste questo problema in modo esplicito, lavorando alla costruzione di un vero e proprio modello di social franchising insieme al Politecnico di Milano. L’obiettivo non è la standardizzazione, ma la trasmissione di un metodo: costruire reti che sappiano leggere il territorio, coinvolgere attori diversi, generare comunità. E allo stesso tempo, evitare che il modello venga ridotto a uno sportello o a un bar con un nome suggestivo.
Quali sono i piani futuri per l’espansione delle Portinerie di Comunità?
In che modo intendete replicare il modello, e quali sono le condizioni necessarie per non perderne l’essenza?
Qual è il ruolo del social franchising, e che relazioni avete costruito con università, fondazioni, enti pubblici e imprese private?
Antonio Damasco. Noi non vogliamo diventare il McDonald di turno. L’ambizione non è replicare all’infinito, ma rimanere un ente di ricerca che sviluppa strumenti, conoscenza, metodo. Per questo, se parliamo di espansione, dobbiamo farlo insieme ad altri soggetti – del terzo settore, delle istituzioni – che condividano un cambio di paradigma. Serve un’alleanza vera, non una filiera commerciale.
Quando portiamo il modello fuori, ciò che trasferiamo è un sistema di strumenti, di metodo, di know-how. Non è un pacchetto chiavi in mano. Chi decide di entrare nella rete delle Portinerie di comunità accede a un social franchising dove il costo è bassissimo: parliamo di circa 3.500/5000 euro l’anno, legati alla gestione dell’account, all’uso del Portale dei Saperi, al monitoraggio. Il resto lo costruisce e lo gestisce chi apre la portineria. Ma noi, in cambio, chiediamo il rispetto di alcuni requisiti minimi e soprattutto di un impatto reale sulla comunità
Il problema, purtroppo, è che spesso qualcuno ha usato il nostro nome come etichetta di marketing per vincere bandi. Magari ha aperto uno spazio chiamandolo “portineria”, e sei mesi dopo era già chiuso, o si trasformava in un bar, in un piccolo sportello, o in un CAF. È proprio quello che non vogliamo. Per questo ci battiamo per preservare questa esperienza come azione politica, come presidio culturale e sociale, non come marchio da applicare.
Il confronto con altre esperienze, come le Case del quartiere di Torino, è interessante. È un modello diverso dal nostro, ma complementare. Loro lavorano in modo centripeto: sono spazi che accolgono chi arriva. Noi invece lavoriamo in modo centrifugo: andiamo noi verso la comunità. Ecco perché penso che Case del quartiere e Portinerie di Comunità non hanno nessun problema a collaborare.
Negli ultimi anni sono nati anche tanti “community hub” e “spazi ibridi socioculturali”, che spesso hanno un sistema di sostenibilità basato sulla ristorazione. È un modello e il cibo può essere un elemento, ma preferisco pensare che lo sguardo deve essere centripeto, a costo di non riuscire. Il fallimento deve fare parte del percorso, senza alcuna vergogna. Sbagliando si impara è sempre una buona regola.
Nelle Portinerie di comunità si può collaborare con tutti e cercare alleanze, come sta accadendo con Rigenera, una struttura legata a Leroy Merlin, una “biblioteca degli oggetti”, che si chiama “Emporio Fai Da Tu”. Con Ikea per ripensare gli spazi o con Lavazza, dove ci siamo incontrati sul tema del lavoro: dove mettono a disposizione le competenze del training center per attivare percorsi formativi con i ragazzi NEET e con percorsi più complicati.
Con le università lavoriamo soprattutto per la parte scientifica, ad esempio con il Politecnico di Milano abbiamo costruito il modello di social franchising: un lavoro lungo, un anno e mezzo di analisi, di laboratori, di confronto con studenti, imprese, ricercatori. Ma non è facile. Perché qui non vendi hamburger. Qui non vendi un prodotto fisico. Proponi una visione, una capacità relazionale, un modo di lavorare con le persone. E come fai a normare tutto questo?
Per questo servono monitoraggi continui, ogni tre mesi, per capire cosa sta succedendo a Palermo, a Torino, a Milano. Serve una struttura che tenga insieme i nodi, che mantenga alti gli standard qualitativi, per evitare che la Portineria venga semplificata o trasformata in una rete di sportelli.
Quando tu apri e aspetti che qualcuno venga da te, arrivano solo quelli più attrezzati. Le vere fragilità devi andarle a cercare, devi intercettarle tu, sul territorio.
E questo è il lavoro che noi, come portinerie, facciamo ogni giorno.

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