Politiche del quotidiano: il modello delle Case di Quartiere a Torino.

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Le Case di Quartiere rappresentano una delle espressioni più significative della rigenerazione urbana e della partecipazione comunitaria in Italia e in Europa. Si tratta di spazi multifunzionali che nascono dal riuso adattivo di edifici pubblici o privati dismessi, trasformati in luoghi di aggregazione, servizi e attività culturali, sociali ed educative. Il modello di queste strutture prende ispirazione da esperienze nazionali e internazionali che hanno promosso il coinvolgimento attivo dei cittadini nella gestione degli spazi comuni, con l’obiettivo di creare comunità più coese e inclusive.

Le Case del Popolo, nate in Italia all’inizio del Novecento, sono tra i principali riferimenti storici del modello italiano. Questi spazi, spesso promossi da movimenti operai e associazioni mutualistiche, avevano lo scopo di offrire luoghi di incontro, formazione politica, cultura e solidarietà. Con il tempo, molte di queste esperienze si sono trasformate, adattandosi ai cambiamenti sociali e integrandosi con le nuove forme di partecipazione civica. In parallelo, le Community Centers europee hanno sviluppato un modello simile, focalizzandosi sulla creazione di servizi di prossimità per le comunità locali. In paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, questi spazi sono spesso gestiti attraverso modelli di amministrazione condivisa tra enti pubblici e organizzazioni della società civile, con un forte orientamento verso l’inclusione sociale e la promozione della cittadinanza attiva.

In Italia, le Case di Quartiere si sono diffuse in diverse città, adottando configurazioni e modelli di gestione differenziati a seconda del contesto locale. A Bologna, la rete delle Case di Quartiere si è sviluppata attraverso un percorso di co-progettazione tra il Comune e le realtà del Terzo Settore, trasformando ex centri sociali in spazi aperti alla partecipazione di tutte le fasce della popolazione. A Brindisi, il progetto delle Case di Quartiere ha puntato sulla rigenerazione di immobili pubblici abbandonati, restituendoli alla cittadinanza con funzioni sociali e culturali. A Milano, l’esperienza di Luoghi Comuni, promossa dal Comune in collaborazione con Labsus e altre realtà, ha sperimentato modelli di amministrazione condivisa per la gestione partecipata degli spazi urbani.

Il caso di Torino rappresenta uno degli esempi più avanzati e strutturati in Italia. La rete delle Case di Quartiere della città nasce nel 2012 e comprende otto spazi distribuiti nelle diverse circoscrizioni cittadine. Questi luoghi offrono servizi che spaziano dalla cultura al welfare, dalla formazione all’orientamento al lavoro, dal sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione alla promozione di attività artistiche e sportive. Le Case di Quartiere di Torino operano attraverso modelli di governance partecipata, coinvolgendo attivamente associazioni, cittadini e istituzioni locali nella gestione e programmazione delle attività. Il loro impatto sulla comunità è significativo, contribuendo alla coesione sociale, alla creazione di nuove opportunità di lavoro e alla valorizzazione del patrimonio pubblico inutilizzato.

Il modello delle Case di Quartiere si distingue per la sua capacità di adattarsi alle esigenze dei territori, promuovendo forme di innovazione sociale e di economia collaborativa. Questi spazi rappresentano non solo luoghi di aggregazione, ma veri e propri laboratori di cittadinanza, dove i residenti possono partecipare attivamente alla trasformazione del proprio quartiere. L’ibridazione delle funzioni è una delle caratteristiche principali di questi luoghi, che spesso combinano servizi di welfare, coworking, attività culturali e spazi per la socialità.

Uno degli elementi chiave della sostenibilità economica delle Case di Quartiere è la combinazione tra risorse pubbliche, finanziamenti privati e attività commerciali. A Torino, ad esempio, il sostegno della Compagnia di San Paolo e di altri enti filantropici ha permesso di garantire la stabilità economica del progetto, mentre a Bologna e Milano il modello di finanziamento prevede una forte integrazione con bandi e programmi di innovazione sociale. Un altro aspetto fondamentale è la governance collaborativa, che si realizza attraverso la co-progettazione tra amministrazioni pubbliche, associazioni e cittadini, secondo i principi dell’amministrazione condivisa.

Le Case di Quartiere, in quanto spazi di comunità, svolgono un ruolo centrale nella rigenerazione urbana e nel welfare locale. Offrono risposte concrete a bisogni emergenti, favorendo l’inclusione sociale e la partecipazione attiva dei cittadini. Attraverso una gestione flessibile e adattabile, questi luoghi si sono affermati come modelli di innovazione urbana, dimostrando come la riqualificazione di spazi dismessi possa generare valore sociale ed economico per le comunità locali.

Per approfondire il modello torinese, abbiamo intervistato Roberto Arnaudo, coordinatore della Rete delle Case di Quartiere di Torino e direttore della Casa del Quartiere di San Salvario. Da anni impegnato nei processi di rigenerazione urbana e innovazione sociale, Arnaudo rappresenta una delle voci più autorevoli nello sviluppo di pratiche civiche fondate sulla partecipazione attiva, sull’attivazione di reti territoriali e sull’amministrazione condivisa degli spazi.

Questa intervista fa parte del progetto Commoning, uno spazio in cui raccogliamo storie, visioni e pratiche capaci di generare valore condiviso. Esperienze come quella delle Case di Quartiere di Torino mostrano come la cura degli spazi comuni possa diventare motore di innovazione sociale e strumento concreto di emancipazione collettiva. 

Il blog continuerà nei prossimi mesi a documentare percorsi virtuosi attraverso interviste, narrazioni e analisi di pratiche capaci di generare valore sociale, economico e relazionale. Lo faremo seguendo il filo del commoning: un approccio che riconosce nella cooperazione tra cittadini, enti pubblici e soggetti del terzo settore non solo un metodo di lavoro, ma una visione politica fondata sulla corresponsabilità, sulla mutualità e sulla costruzione di beni comuni. 

La forza del commoning sta nella capacità di generare alleanze intersettoriali, attivare risorse latenti, trasformare le fragilità in opportunità. È qui che la comunità si fa infrastruttura, la cultura si fa prossimità e l’economia si intreccia con i legami sociali. È in questi spazi, spesso nati ai margini, che prende forma una nuova ecologia della cittadinanza.

Più che un modello, un ecosistema: le Case di Quartiere tra ispirazione e autonomia.

Mario Flavio Benini. Negli ultimi anni si è parlato molto di community hub e di spazi ibridi socioculturali come luoghi in cui cultura, prossimità, cittadinanza attiva ed economia sociale si intrecciano. Spazi che non hanno una funzione unica, ma che agiscono come veri e propri dispositivi: flessibili, adattabili, capaci di attivare risorse e generare legami.
Nel costruire il modello torinese, vi siete mai ispirati a esperienze internazionali come il Bromley by Bow Centre a Londra, i Buurtcentrum nei Paesi Bassi, o il Buurtcentrum di Bruxelles?
E guardando all’Italia — penso alla rete delle Case di Quartiere di Bologna o a esperienze come La Stecca 3.0 a Milano — quali sono, secondo te, le differenze e le possibili sinergie? C’è stato un modello che ha influenzato in modo particolare il vostro lavoro?

Roberto Arnaudo. Le Case di Quartiere di Torino sono nate in modo molto diverso rispetto ad altri modelli. Non c’è stato un disegno pianificato dall’alto, nessuna strategia top-down. A Bologna, ad esempio, il Comune e la Fondazione per l’Innovazione Urbana hanno promosso un processo di riconversione di alcuni spazi esistenti, trasformandoli in Case di Quartiere. Hanno tolto l’insegna di “centro sociale” o “centro d’incontro” e dato vita a qualcosa di nuovo.
A Torino è successo l’opposto: ogni Casa è nata da una storia autonoma. C’era chi lavorava già su un quartiere, chi gestiva uno spazio, chi faceva attività. Poi, a un certo punto, ci siamo accorti che c’era qualcosa che ci teneva insieme. Un’aria di famiglia. E così ci siamo riconosciuti come rete. Non per editto, ma per convergenza.
Noi, a San Salvario, siamo stati i primi a chiamarci “Casa del Quartiere”. Venivamo tutti da esperienze legate alla rigenerazione urbana torinese: Piani di Zona, Urban, Contratti di Quartiere… progetti che affiancavano interventi fisici a interventi sociali. Non si trattava di portare un servizio, ma di costruire le condizioni perché le risorse — quelle locali e quelle esterne — potessero funzionare meglio.

Mario Flavio Benini. Un approccio da soggetto terzo, non da erogatore.

Roberto Arnaudo. Esatto. Un soggetto che tesse reti, che attiva, che non si sostituisce.
Anche le altre Case sono nate così. I Bagni Pubblici di via Agliè, per esempio, erano gestiti da una cooperativa che si occupava di docce per persone senza dimora. Erika Mattarella, che lavora lì, ha iniziato a usare gli spazi non più funzionali per fare mostre, incontri, iniziative con le associazioni del territorio. E da lì, piano piano, è nato tutto il resto.
Cascina Roccafranca ha avuto un’altra traiettoria, ma è diventata anch’essa una Casa del Quartiere.
La Casa nel Parco – Mirafiori Sud è una fondazione di comunità: piccola, con spazi limitati, ma una rete che si estende in tutto il quartiere. Lì il punto non è quanto è grande lo spazio, ma come lo usi. Anche uno spazio fisico piccolo può diventare un dispositivo potente, se sa generare relazioni e visione.

Mario Flavio Benini. E a un certo punto avete iniziato a fare rete.

Roberto Arnaudo. Sì, ci siamo detti: se tutti facciamo cose simili, forse non è un caso. È una risposta che funziona, che intercetta un bisogno reale. E quindi abbiamo iniziato a pensare insieme, non solo a sommare progetti.
Il Comune ci ha accompagnati, la Compagnia di San Paolo ha sostenuto il processo. Ma non è stato imposto. È stato costruito. E in questo senso, direi che il modello non è stato importato, ma è cresciuto qui.

Mario Flavio Benini. Avete comunque guardato anche a esperienze estere?

Roberto Arnaudo. Soprattutto all’inizio. A San Salvario, ad esempio, c’era un’agenzia di sviluppo locale — un’associazione che raccoglieva 24 realtà del territorio, dalla parrocchia al teatro, dalle associazioni ambientaliste a quelle che lavoravano con i giovani.
Quando si è iniziato a pensare a una prospettiva più strutturata, i colleghi che seguivano allora il processo sono andati in giro per l’Europa: Barcellona, Parigi, Berlino.

Con loro c’era Andrea Bocco, architetto del Politecnico di Torino, che ha portato suggestioni da altre città europee dove si stavano sperimentando spazi ibridi, community hub ante litteram.
Non c’è stato un modello unico, ma tanti frammenti che ci hanno ispirato.

Mario Flavio Benini. Di recente sono stato alla Stecca 3:0 di Milano. Lì stanno cercando di costruire un modello sostenibile di spazio socioculturale ibrido.

Roberto Arnaudo. Li conosco, ci sono stato a fare formazione. Isabella Inti, Presidente dell’associazione Temporiuso mi aveva invitato a Milano quando il Comune stava per approvare la delibera sui centri socioculturali ibridi.
È un mondo estremamente variegato. C’era di tutto. Realtà molto grandi, anche interessanti, ma immerse in un contesto molto diverso dal nostro. A Milano spesso, molti spazi sono collocati in zone centrali e hanno affitti altissimi. O trovi formule più commerciali, o non stai in piedi.
Noi qui, invece, abbiamo avuto — e abbiamo ancora — la possiblità di avere un differente rapporto di cooperazione con l’amministrazione comunale e  il sostegno della Compagnia di San Paolo. La stessa Compagnia ha sostenuto anche molte altre esperienze, con politiche mirate come il Bando Space, che ha permesso di sostenere anche nuovi centri culturali e spazi comunitari.

Mario Flavio Benini. E in tutta quella varietà, che cosa li tiene insieme?

Roberto Arnaudo. Bella domanda. In effetti sono tutti definiti per differenza: non sono un teatro, non sono un centro sociale, non sono un coworking. Ma cosa sono?
Ecco, questi spazi si definiscono in negativo. Sono altro rispetto a ciò che conosciamo. Ma cosa siano davvero, è da capire. E forse anche questo è il bello.
Sono spazi ibridi, intrecciano una offerta di attività, opportunità e servizi in ambiti diversi: cultura, sociale, educazione, aggregazione. Si rivolgono alla comunità di prossimità e provano ad essere delle agenzia di sviluppo locale attive per promuovere la qualità della vita nei quartieri in cui operano. 
Soprattutto sono laboratori di valorizzazione della cittadinanza attiva, che operano includendo altre organizzazione, gruppi, cittadini e lavorando con loro
Poi ci sono molte differenze. Noi, per esempio, abbiamo appena concluso un progetto comune con le Case di Quartiere di Brindisi e di Bologna. Si tratta di esperienze che hanno molte differenze, ognuna  con la sua storia e i suoi strumenti, ma una sorta di “aria di famiglia” c’è, un minimo comune denominatore esiste: nessun target predefinito, nessuna funzione esclusiva. Siamo luoghi aperti, ibridi, relazionali. Siamo spazi che provano a stare dentro il quartiere, con il quartiere. E da lì a generare cambiamento.

Modelli locali, reti nazionali.

Mario Flavio Benini. In Italia, le Case di Quartiere si sono sviluppate secondo logiche molto diverse, spesso modellandosi sulle specificità sociali e istituzionali dei territori.
A Bologna, ad esempio, la rete cittadina è nata attraverso una forte regia pubblica e la collaborazione con la Fondazione Innovazione Urbana, trasformando 33 ex centri sociali in spazi di partecipazione inclusiva.
A Brindisi si è puntato sulla rigenerazione urbana finanziata da fondi europei, mentre a Latina si lavora con i Patti di Collaborazione tra pubblico e cittadinanza attiva.
A Torino, invece, la rete delle Case di Quartiere si è sviluppata dal basso, con una forte capacità di co-progettazione e autofinanziamento, come dicevi tu grazie anche al sostegno continuativo della Compagnia di San Paolo e di altri attori pubblici e privati.
Guardando a queste esperienze, ti chiederei: quali sono secondo te le principali differenze tra il modello torinese e quelli di Bologna, Brindisi o Latina? E quanto è realmente esportabile ciò che avete costruito a Torino?

Roberto Arnaudo. Su questo tema ci stiamo lavorando proprio adesso, anche a livello nazionale. C’è una rete — Lo stato dei luoghi, coordinata da Roberta Franceschinelli e Emanuele Curti — che mette insieme tantissimi spazi del genere, molto diversi tra loro: alcuni più culturali, altri più sociali, altri ancora ibridi. È una rete più di advocacy che operativa, ma interessante.
Con le Case del Quartiere di Bologna e di Brindisi abbiamo fatto anche un progetto comune, su un bando del CEPELL, sulla promozione della lettura. Anche lì, però, sono emerse grandi differenze.A Bologna ci sono 33 o 35 Case del Quartiere. 

Mario Flavio Benini. Un processo non privo di contraddizioni.

Roberto Arnaudo. Il modello bolognese è più leggero. Le nostre Case torinesi, invece, sono strutture pesanti: con staff retribuiti, progettualità complesse, bilanci importanti. La nostra, solo per farti un esempio, arriva a un mezzo milione di euro l’anno, considerando tutte le attività.

Mario Flavio Benini. E quindi, cosa fa davvero la differenza?

Roberto Arnaudo. Per noi il punto chiave è la terzietà. Non siamo operatori culturali che vogliono fare programmazione, non siamo educatori che gestiscono servizi. Veniamo dall’esperienza della rigenerazione urbana torinese, da quella logica lì.
Siamo soggetti che costruiscono reti di senso e di collaborazione.Tutte le attività che vedi qui non le facciamo noi. Le facciamo con altri. Gruppi, associazioni, comitati che si mettono attorno a un tavolo e cominciano a lavorare insieme.
Noi mettiamo competenza gestionale, capacità progettuale, e spesso partecipiamo ai bandi insieme a loro. Scriviamo, gestiamo, rendicontiamo… e portiamo risorse aggiuntive. Questo modo di operare ci ha permesso di intercettare più fondi, vincere più bandi, creare massa critica.
Abbiamo una rete stabile di quasi 100 soggetti che operano regolarmente nella Casa di Quartiere. Gruppi formali e informali che fanno attività settimanali o annuali. Cerchiamo di far sì che qui dentro trovino più forza, più visibilità, più impatto di quanta ne avrebbero da soli, dispersi sul territorio.

Mario Flavio Benini. E tutto questo è replicabile altrove?

Roberto Arnaudo. Bella domanda. Non credo che si possa parlare di “modello” in senso stretto.
Mio padre faceva il sarto. Diceva: il modello lo fai su misura. Ogni corpo è diverso.
L’innovazione non è fare cose strane. È far bene sempre la stessa cosa, ma adattandola a chi hai davanti.
Per me è questo il punto. C’è troppa retorica sull’innovazione sociale. E poi ti dico: non è che sia semplice esportare questo modello… nemmeno dentro Torino. Abbiamo tre amministrazioni che ci chiedono di aprire nuove Case. È nello statuto della rete: portare le Case dove ancora non ci sono. Ma non è facile perché le Case del Quartiere, almeno per come le pensiamo noi, nascono da processi autonomi di cittadinanza attiva, percorsi lunghi, difficilmente attivabili dall’alto e con gli strumenti amministrativi ordinari. 

Mario Flavio Benini. Cosa ostacola questi nuovi avvii?

Roberto Arnaudo. Prima di tutto serve un ente gestore. Non un’aggregazione di associazioni che si spartiscono lo spazio.
Noi abbiamo molteplici realtà che operano qui, ma nessuna ha un diritto precostituito. Non è “lo spazio dei soci”.
Per esempio quando vincemmo il finanziamento per rendere operativa la Casa del quartiere di san salvario, i nostri soci dissero: “Non vogliamo uno spazio per noi, ma uno spazio aperto”. È stata una scelta politica. Molti di quei soci non avevano interesse d’impresa, erano parroci, comitati di quartiere… volevano fare qualcosa per il quartiere, non esclusivamente per la propria organizzazione.
Perciò serve un ente gestore radicato, capace di fare da soggetto terzo, capace di stare nel territorio ma anche di progettare, rendicontare, dialogare con le istituzioni.
E questa azione non la costruisci dall’alto. Non la fai con un bando.

Mario Flavio Benini. Ci sono tentativi in corso?

Roberto Arnaudo. Sì, ma non è semplice. Paradossalmente, anche se entrare nella rete significa avere più supporto — anche economico — il costo del cambiamento può essere troppo alto.
Aderire al nostro modello implica impegno, governance condivisa, flessibilità, capacità di adattamento.
E non tutti, giustamente, se la sentono.

Mario Flavio Benini. Sembra che la vera forza del modello torinese stia nella sua dimensione relazionale più che strutturale.

Roberto Arnaudo. Tutte le Case torinesi sono nate da un intreccio tra attivismo locale, impresa sociale e competenze professionali.
È un modello che nasce da lì, dal contatto diretto con le comunità locali.
E quello, davvero, non lo esporti con un bando.

Governance civica e partecipazione attiva della cittadinanza.

Mario Flavio Benini. Uno degli aspetti più interessanti del modello torinese è la struttura di governance multilivello: Comune di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Rete delle Case del Quartiere ETS, Fondazione per la Cultura… ognuno con il suo ruolo, ma tutti dentro uno stesso quadro.
Al centro, però, restano i territori e le comunità. In altre città si è ricorso ai Patti di Collaborazione per formalizzare il coinvolgimento della cittadinanza attiva. A Torino, invece, che strumenti avete messo in campo?
E in che modo si costruisce davvero una partecipazione non solo consultiva ma generativa, capace di influenzare la programmazione e la gestione degli spazi?
E poi c’è un’altra cosa che ti volevo chiedere: all’interno di queste dinamiche, che ruolo ha il volontariato? Perché mi sembra che più che “prestare servizio” si attivino forme di cittadinanza viva, che co-progetta. Un volontariato “civico”, più che caritatevole.

Roberto Arnaudo. Questo è l’obiettivo. In effetti lo abbiamo misurato. Ogni tanto pubblichiamo dei report di impatto sociale — lo si può trovare sul nostro sito internet — e lì dentro c’è anche un dato sui volontari. A San Salvario nell’ultima rilevazione erano circa 270. Ma attenzione: solo 10 o 15 sono legati all’ente gestore. Tutti gli altri arrivano da associazioni, gruppi, reti che portano avanti attività dentro questo spazio. E non parlo solo del volontario che fa ballare gli anziani il giovedì. 

Mario Flavio Benini. Quindi non solo volontariato esecutivo, ma cittadinanza attiva progettuale.

Roberto Arnaudo. Sì, e direi anche necessario. Questo posto è aperto sette giorni su sette, dalle nove a mezzanotte.
Se dovessimo pagare una persona per ogni ora di apertura, non staremmo in piedi. Alcune fasce orarie sono presidiate dai ragazzi del bar, ma per il resto… le associazioni si muovono in autonomia.
È anche una questione di competenze: noi non possiamo essere specialisti in tutto. Non possiamo fare da soli. Il nostro lavoro è costruire ecosistemi, riconoscere risorse e metterle in rete.
E guarda che questa logica è presente anche altrove, magari in realtà che non si chiamano “Casa del Quartiere”.
Un esempio molto interessante è la Casa del Quartiere di Alessandria. Lì hanno acquistato un ex dormitorio e ci hanno costruito un centro ibrido, con orti, ristorazione sociale, attività culturali… e in un contesto come Alessandria, una realtà così pesa.
È un approccio che somiglia molto al nostro, anche se le forme sono diverse.

Inclusione delle marginalità sociali.

Mario Flavio Benini. L’integrazione delle persone senza dimora, migranti e soggetti vulnerabili è una delle sfide principali per le Case di Quartiere di Torino, che negli anni hanno sviluppato una serie di progetti specifici per affrontarla. Dai Bagni Pubblici di via Agliè, che offrono docce e servizi igienici gratuiti, fino alle attività di co-housing, formazione per migranti, giustizia riparativa e reinserimento sociale, la rete ha cercato di trasformare gli spazi comunitari in luoghi di accoglienza, opportunità e riscatto. Alcuni di questi approcci si ispirano a modelli internazionali come l’Housing First finlandese, mentre altri sono stati sviluppati in modo originale, rispondendo a bisogni emersi nei quartieri torinesi.
Ma da dove nasce questo impegno? Come si è trasformato nel tempo il modo di lavorare con le marginalità? E oggi, quali strumenti avete messo in campo per raggiungere le persone più fragili?

Roberto Arnaudo. Io vengo da un’esperienza nei servizi per persone senza dimora. Ho lavorato per anni nei dormitori di Torino: di giorno seguivo progetti, e di sera facevo i turni lì. Quel mondo, anche se ormai sono passati vent’anni, l’ho conosciuto bene. Eravamo dentro a un sistema d’appalto: il Comune affidava la gestione a cooperative, Era tutto stabilito dal capitolato di gara: se volevi fare qualcosa in più, lo facevi più per attivismo personale, non tanto perché il sistema te lo chiedesse.

Mario Flavio Benini. Un’impostazione molto diversa rispetto a quella che avete oggi.

Roberto Arnaudo. Le Case del Quartiere non sono servizi in appalto, ma esperienze vi vicine all’idea della amministrazione condivisa: una sorta ti alleanza tra amministrazioni locali e reti di cittadinanza attiva finalizzata alla crescita delle comunità locali.

Mario Flavio Benini. Un’esperienza-limite, ma rivelatrice.

Roberto Arnaudo. Oggi è cambiato tutto. Le Case di Quartiere non fanno assistenza diretta, non gestiscono dormitori o residenzialità. Lavoriamo su un piano teoricamente preventivo, soprattutto attraverso gli sportelli sociali e la rete Torino Solidale. 
Le case del quartiere fanno infatti parte di una rete cittadini di snodi di welfare di comunità, la rete Torino solidale, che operano in stretta connessione con i servizi sociali pubblici, ma in una logica di autonomia progettuale

Mario Flavio Benini. Quindi un lavoro più orientato alla prevenzione che alla bassa soglia?

Roberto Arnaudo. Diciamo che è un lavoro su chi in mezzo alla strada non ci è ancora finito… ma potrebbe finirci. È lì che cerchiamo di intercettarli. Certo, poi ci capitano anche casi di persone che in strada ci stanno già. Non è il nostro target principale, ma a volte arrivano situazioni che non puoi ignorare.
Penso, ad esempio, a questo periodo a Torino: c’è un flusso importante di famiglie peruviane, donne con bambini piccoli, che scappano da contesti dove hanno paura di finire ammazzate per strada. Ce li ritroviamo segnalati: madri con due bambini di dieci anni che vivono letteralmente in mezzo alla strada. E lì non puoi dire “non è il mio ambito”. Cominci a chiamare tutti: preti, assistenti sociali, chiunque possa offrire un riparo. Cerchi di costruire un’opportunità, una soluzione d’urgenza. Perché quando hai davanti una madre con due figli che dormono all’aperto, non puoi voltarti dall’altra parte.

Mario Flavio Benini. E lo sportello sociale come funziona in questo quadro?

Roberto Arnaudo. Lavoriamo soprattutto con famiglie o persone che hanno ancora una casa, ma sono in difficoltà. Offriamo piccoli sostegni economici – bollette, spese urgenti – e facciamo orientamento. Cerchiamo di attivare percorsi di inclusione più strutturati. Lo facciamo insieme a una rete ampia: Arci, tutte le Case di Quartiere, Sermig, Gruppo Abele, CPD… Copriamo tutta la città. Sono punti di welfare di prossimità, dove puoi entrare senza trafile burocratiche. Non c’è una procedura rigida: vieni per lo SPID, magari scopri che c’è un centro estivo per tuo figlio o un corso che ti interessa.

Mario Flavio Benini. Una forma di assistenza relazionale, più che procedurale.

Roberto Arnaudo. Complessa da gestire. Le persone non si “esauriscono” in tre incontri. Tornano, costruiscono relazioni, e a volte anche dipendenze. Serve tempo, energia. E spesso le risorse non bastano. Abbiamo tante donne straniere, famiglie migranti, con grandi bisogni di informazione e orientamento.

Mario Flavio Benini. La rete Torino Solidale è nata durante il Covid, giusto?

Roberto Arnaudo. Esattamente. Durante il lockdown facevamo consegne a domicilio con i volontari. Poi ci siamo detti: “Ha funzionato, perché smontarla?”. Oggi continuiamo la distribuzione alimentare, ma più come strumento di contatto. Il Comune ci sostiene con il piano di inclusione sociale, ma cerchiamo anche fondi autonomi. L’Unione Buddhista ci ha finanziato un progetto sulla prima infanzia per famiglie in fragilità. Con Fondazione CRT paghiamo l’iscrizione ai centri estivi per 400 bambini ogni anno, anche con educatori per ragazzi con disabilità.

Mario Flavio Benini. E poi ci sono anche i progetti culturali…

Roberto Arnaudo. “Cultura dietro l’angolo”, ad esempio. Con il Comune e la Compagnia di San Paolo abbiamo coinvolto tutte le grandi istituzioni culturali – Stabile, GAM, Museo Egizio… – portandole fuori dalle loro sedi, dentro le Case di Quartiere. Lavoriamo con un pubblico che solitamente non va a teatro o al museo: soprattutto anziani soli. A loro diamo anche una tessera per accedere gratuitamente alle mostre.

Mario Flavio Benini. Quindi un lavoro su più livelli: prevenzione, assistenza, cultura, comunità…

Roberto Arnaudo. È un mix. Un luogo dove puoi rivolgerti, trovare una risposta concreta, ma anche sentire che fai parte di qualcosa. Che non sei solo. Non è marginalità estrema, ma ci stai per finire. E lì, se arrivi in tempo, puoi davvero fare la differenza.

Il valore dell’amministrazione condivisa. 

Mario Flavio Benini. C’è oggi una crescente attenzione verso modelli di intervento come Housing First, che mettono l’abitare al centro di un processo di reinserimento sociale. E anche se sappiamo che la casa non è l’unico bisogno, resta il punto di partenza per ricostruire una vita autonoma.
Mi sembra che il vero nodo sia il tipo di risposta che si riesce a costruire intorno alle persone: non solo un letto o un tetto, ma una relazione, una continuità, uno spazio dove si possa ricominciare a immaginarsi dentro la società.
Da questo punto di vista, le Case di Quartiere non fanno housing, ma intercettano prima, lavorano nella zona grigia dove le fragilità non sono ancora crolli.
Se ho capito bene, anche nel rapporto con il pubblico, la vostra posizione sia molto diversa da quella dei tradizionali servizi in appalto.
Ti chiederei allora: cosa rende più efficace — o comunque più vivo — un intervento costruito dentro una logica di amministrazione condivisa rispetto a uno affidato secondo le dinamiche del capitolato? Cosa cambia davvero, quando il Terzo Settore non è solo esecutore ma co-protagonista?

Roberto Arnaudo. Noi stiamo su un piano diverso. Non siamo in un affidamento di servizio, e questo cambia tutto. Lavoriamo in connessione con le politiche pubbliche, gestiamo persino un database insieme agli assistenti sociali. Ma non dobbiamo rendere conto a un capitolato rigido di affidamento di servizio. E quindi possiamo muoverci con maggiore libertà.
Ma se sei fuori da quella logica, puoi inventare. Puoi rispondere in modo più umano, più adatto al contesto, meno ingessato.
Il Terzo Settore ha sì una competenza tecnica — sa fare un servizio — ma ha anche la possibilità di abitare spazi intermedi, di sperimentare, di mettersi in ascolto. È questa, secondo me, la ricchezza che andrebbe maggiormente esplorata e agita.

Mario Flavio Benini. E la relazione con il pubblico? È comunque una trattativa, no?

Roberto Arnaudo. La relazione è quella appunto dell’amministrazione condivisa, una sorta di alleanza in cui ogniuno degli attori cerca di fare la sua parte e dentro la quale noi riusciamo ad integrare il sostegno pubblico con una nostra forte capacità di autofinanziamento.

Mario Flavio Benini. Mi sembra che tu stia descrivendo qualcosa che somiglia molto alla logica dei patti di collaborazione.

Roberto Arnaudo. È un po’ quella roba lì. Solo che il “bene comune” in questo caso non è una piazza o un orto urbano da gestire… è il benessere delle persone.
Ma l’idea è quella: riconoscere che il pubblico non può tutto da solo, e che il Terzo Settore, se lavora con competenza, può affiancarlo.
Perché poi non basta la buona volontà. Serve professionalità. Devi saper stare nella relazione con l’ente pubblico, e allo stesso tempo avere la flessibilità di attivare reti, trovare fondi, costruire alleanze.
È un equilibrio, ma è lì che succedono le cose interessanti.

Sostenibilità economica: un equilibrio tra pubblico, privato e progettazione.

Mario Flavio Benini. Il tema della sostenibilità economica è cruciale per ogni esperienza di Casa di Quartiere. In altre città europee si sperimentano modelli cooperativi, housing sociale, combinazioni virtuose di fondi pubblici e iniziative private.
Come hai già detto a Torino avete costruito un sistema che tiene insieme Compagnia di San Paolo, Comune e rete degli enti gestori. Ma concretamente, come funziona? Quali sono oggi le fonti che permettono a questi spazi di stare in piedi nel tempo?

Roberto Arnaudo. È una delle questioni più delicate, quella che ti giochi ogni giorno. La Compagnia di San Paolo ci garantisce un sostegno continuativo, ed è fondamentale, anche se rappresenta una percentuale piuttosto piccola del nostro bilancio.La differenza è che non è vincolato a progetti specifici. Sono fondi liberi, che ci permettono di pianificare e gestire con stabilità. Formalmente arrivano dalla Compagnia, ma all’interno di una convenzione triennale con il Comune, che destina risorse agli assessorati al sociale, educativo e alla rigenerazione urbana. 
A suo tempo fu Ilda Curti, assessora del Comune, a credere nel nostro progetto: poteva finanziare qualsiasi altra cosa, ma scelse noi.

Mario Flavio Benini. Un modello piuttosto unico, mi pare.

Roberto Arnaudo. Abbastanza. A Milano tutto passa per bandi o per attività economiche: vendere birre, fare eventi, ristorazione. Ma i costi salgono, e diventa sempre più difficile sostenersi.
Torino ha avuto una storia diversa, legata anche alla stagione della rigenerazione urbana. E poi c’è stata una vera e propria evoluzione: da piccole realtà isolate, a una rete cittadina riconosciuta.
La Rete delle Case di Quartiere di Torino ci ha fatto fare un salto.
Ora siamo interlocutori politici: abbiamo firmato un protocollo d’intesa con il Comune, esiste una cabina di regia che si riunisce presso il gabinetto del sindaco, con tutti gli assessori competenti.
Ci raccontiamo a vicenda cosa stiamo facendo, cerchiamo sinergie. Il cuore è sempre lo stesso: non gestiamo per conto di, costruiamo con.

Mario Flavio Benini. E il resto del bilancio come si compone?

Roberto Arnaudo. A San Salvario la parte più rilevante arriva dalla progettazione, che per noi vale oltre il 60% del bilancio.
Poi c’è la valorizzazione degli spazi (affitti per eventi, attività associative), che vale circa 65.000 euro. Il bar porta altri 45.000. Aggiungi donazioni, crowdfunding, iscrizioni… arrivi a circa 180-200 mila euro.
Il resto sono progetti, tanti. Alcuni su scala cittadina o regionale, altri su bandi specifici.
Il problema è che i bandi sono sempre a scadenza. Ma il welfare di prossimità non può funzionare a intermittenza. Lo sportello sociale, per esempio, deve restare attivo anche quando il progetto finisce.

Privato, fondazioni e l’innesco del processo: la miccia Vodafone.

Mario Flavio Benini. Il rapporto con i soggetti privati è spesso ambiguo. Alcune realtà riescono ad attivare sponsorizzazioni stabili, altre ricevono solo piccoli sostegni occasionali. Come funziona da voi? Avete mai provato a costruire relazioni economiche strutturate con il settore privato?

Roberto Arnaudo. Diciamo che abbiamo esperienze sporadiche e molto territoriali. Piccole sponsorizzazioni da parte di commercianti, collaborazioni con mercati artigianali, raccolte fondi. Tutte iniziative legate a un ecosistema di prossimità.
Un intervento davvero decisivo è stato quello della Fondazione Vodafone Italia che ha finanziato la ristrutturazione dello stabile dove è nata la casa del quaritere di san salvario

Mario Flavio Benini. Cioè, con chi?

Roberto Arnaudo. All’inizio eravamo un gruppo di associazioni con un piccolo ufficio. Stavamo lavorando da tempo all’idea di uno spazio stabile, ma ci servivano risorse.
Avevamo già fatto uno studio di fattibilità, individuato uno stabile, costruito consenso sul territorio con eventi dimostrativi — simulazioni di Casa del Quartiere nei cortili dei portici di via Nizza…
Poi arriva la segnalazione di Paolo Fareri  urbanista milanese: c’è un bando di Fondazione Vodafone per la rigenerazione urbana.
Avevamo tutto pronto. Abbiamo partecipato. Ce lo finanziano, con due condizioni: l’immobile deve essere di proprietà pubblica e i fondi possono essere usati solo per ristrutturazione e attrezzature.
Parliamo di mezzo milione di euro.

Mario Flavio Benini. Incredibile.

Roberto Arnaudo. Eh sì. Siamo andati con don Gallo, il parroco del quartiere dal Sergio Chiamparino, allora sindaco, a offrire questa opportunità. Il Comune ha accettato, ha aggiunto fondi propri, e ci ha concesso l’uso trentennale dell’immobile.
È stato il gesto iniziale che ha fatto partire tutto.
E pensa che Vodafone non ci ha mai chiesto nulla in cambio, neanche comunicazione o visibilità. Hanno il loro stile: lavorano silenziosamente. Ma senza di loro, la Casa del Quartiere di San Salvario non esisterebbe.

Prospettive di crescita: consolidare la rete e immaginare nuove aperture.

Mario Flavio Benini. Negli ultimi anni, in diverse città europee si è parlato di Community Wealth Building — un modello di sviluppo economico territoriale che, come nel caso di Preston (UK), mette in rete attori locali per rafforzare l’economia di quartiere e l’autonomia delle comunità.
Progetti di questo tipo — basati su investimenti pubblici locali, crowdfunding, reti collaborative — potrebbero trovare spazio anche a Torino?
State immaginando l’apertura di nuove Case di Quartiere o modelli più ibridi, capaci di unire welfare, cultura, imprenditorialità sociale?

Roberto Arnaudo. Sì, ci stiamo lavorando.
A livello di rete cittadina, stiamo portando avanti alcune progettualità strategiche.
Per esempio, c’è la volontà di aprire nuove Case del Quartiere in zone dove oggi non ci sono presidi, ma dove i bisogni sono forti.
Una di queste potrebbe essere alle Vallette, dove lo spazio attuale è piccolo: il Comune sta ristrutturando un hub che potrebbe diventare una nuova sede.
Poi c’è Spazio 4, attualmente chiuso per i lavori del PNRR, e Barrito, che è in fase di adeguamento grazie a un investimento della cooperativa che lo gestisce.

Mario Flavio Benini. Quindi, da una parte consolidamento, dall’altra nuove aperture?

Roberto Arnaudo Esatto. C’è un doppio movimento: rafforzare ciò che già c’è, migliorando gli spazi e i servizi, e espandere la rete in quartieri dove oggi manchiamo.
Questo però non può avvenire in maniera forzata, “dall’alto”. Per funzionare serve un soggetto gestore radicato, capace di muoversi in logica di terzietà. E questo, come dicevamo prima, non si costruisce in laboratorio, ma nasce nel tempo, con il lavoro sui territori.

Mario Flavio Benini. E sul piano nazionale?

Roberto Arnaudo. Anche lì ci sono evoluzioni.
Stiamo ragionando — ancora in forma embrionale — sulla possibilità di costituire una rete nazionale delle Case di Quartiere, con una vocazione civica precisa.
Non una somma di centri sociali, né di community hub generalisti, ma un’alleanza tra spazi che, oltre a fare cultura o welfaresi pensano come partner delle politiche pubbliche, come agenzie civiche di sviluppo locale.
È un passaggio complesso, perché ogni realtà ha il suo DNA, ma è una strada su cui vogliamo camminare.

Mario Flavio Benini. E da un punto di vista operativo? Progettazione, bandi, reti?

Roberto Arnaudo. Continuiamo a lavorare nella logica dell’ibridazione tra sociale, civico e culturale, rafforzando i legami con la cittadinanza attiva, e cogliendo le opportunità che emergono dal contesto: bandi, partnership, relazioni territoriali.
La strategia non è quella di “decidere a tavolino” cosa fare. Ma di essere pronti a cogliere le occasioni quando arrivano, grazie a una rete attiva, competente, capace di scrivere progetti e costruire alleanze.
Questo è, oggi, il nostro modo di fare sviluppo.

7 risposte a “Politiche del quotidiano: il modello delle Case di Quartiere a Torino.”

  1. […] rientra nel percorso editoriale Commoning, che mappa pratiche di rigenerazione civica – dalle Case di Quartiere alle Portinerie di Comunità, e ai progetti di ristorazione solidale delle Fonderie Ozanam a […]

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  2. […] Avvocato di Strada, che porta il diritto là dove nessuno arriva; le Portinerie di Comunità e le Case di Quartiere di Torino, che reinventano il welfare di prossimità; la ciclofficina sociale di Cormano, che […]

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  3. […] Ciclofficina Sociale di Cormano, Avvocato di Strada, Il Girevole, K-Alma, BRIChECO e Stecca 3.0, Case di Quartiere, Portinerie di Comunità, DAR=Casa, Albergo Etico – che non sono semplici risposte di servizio, […]

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  4. […] New Forms of Community Welfare in Turin,” Innovation and Social Research, 2015; F. Benini, Politiche del quotidiano: il modello delle Case di Quartiere a Torino, 2025). These are multifunctional civic hubs offering a wide range of services, from cultural […]

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  5. […] nel nostro Paese. Fanno parte di questo racconto anche le Portinerie di Comunità, e le Case di Quartiere di Torino, le falegnamerie sociali K‑Alma, e BRIChECO, le Fonderie Ozanam e la rete Banca […]

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  6. […] costruzione di beni comuni. È in questa prospettiva che abbiamo raccontato le Case di Quartiere di Torino, le Portinerie di Comunità, e oggi approfondiamo un’iniziativa che porta la stessa logica […]

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  7. […] nuove forme di welfare comunitario a Torino” in Innovazione e ricerca sociale 2015; F. Benini, Politiche del quotidiano: il modello delle Case di Quartiere a Torino, 2025). Esse fungono da presidi civici multifunzionali, offrono una vasta gamma di servizi e […]

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