Grave marginalità adulta: SelfieSFD, un progetto per dare voce ai diritti.

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I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra… Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere”.

Alberto Prunetti

Oggi, mentre le disuguaglianze sociali si allargano e la crisi abitativa assume dimensioni globali, la rappresentazione della grave marginalità adulta e dell’estrema povertà urbana è diventata cruciale non solo sul piano politico, ma anche culturale e simbolico.

Chi vive in strada, privato di casa, lavoro e cittadinanza, resta spesso relegato all’invisibilità o ridotto a oggetto di narrazioni eterodirette, pietistiche e stereotipate, prodotte da media e istituzioni. Contro questo silenzio imposto, negli ultimi anni è emersa una nuova stagione di sperimentazioni narrative dal basso, fondate sul potere trasformativo dell’autonarrazione.

Per autonarrazione dal basso intendo pratiche in cui chi sperimenta direttamente la marginalità diventa autore e portavoce della propria esperienza: micro-narrazioni online, blog, social media, diari, raccolte pubbliche, workshop artistici e progetti museali co-progettati. Quando la parola passa a chi di solito non l’ha, si apre un terreno radicalmente nuovo: il racconto diventa strumento di di rivendicazione politica di diritti, dignità, soggettività, capace di incrinare meccanismi di esclusione e stigma e di costruire spazi inediti di alleanza e azione collettiva.

Questa trasformazione non è solo letteraria. L’autonarrazione, se non imposta dall’alto, diventa empowerment personale, riconoscimento collettivo e advocacy sociale. Blog e social creati da senza dimora, laboratori di scrittura, fotografia, teatro o digitale co-progettati e co-condotti con i partecipanti producono storie che modificano lo sguardo pubblico, abbattono l’indifferenza e stimolano nuove politiche meno paternalistiche. La presenza pubblica della voce delle persone senza dimora — nelle scuole, nei media, nei festival, nei musei — rovescia l’immaginario: non più figure invisibili, ma protagonisti culturali.

Immaginari sociali e nuove soggettività.

Questo rovesciamento chiama in causa ciò che Cornelius Castoriadis definiva magma di significati sociali: l’insieme fluido di simboli, linguaggi e figure attraverso cui una società si istituisce e si reinventa. Le narrazioni autobiografiche di chi vive la strada non sono soltanto frammenti di vita, ma materia generativa di immaginario sociale: spostano confini, ridefiniscono ciò che è dicibile e visibile, mettono in crisi categorie come “decoro”, “ordine pubblico”, “emergenza”.

In questa prospettiva, le voci dal basso operano come contro-discorsi (Michel Foucault) che incrinano l’ordine del discorso dominante e come pratiche di re-significazione (Stuart Hall) capaci di ribaltare stereotipi e figure pietistiche. Al tempo stesso, redistribuiscono il partage du sensible (Jacques Rancière): decidono chi ha diritto di apparire e parlare nello spazio comune. L’immaginario non è una sovrastruttura simbolica, ma terreno politico dove si negoziano diritti, appartenenze, cittadinanza.

Se l’immaginario istituito fissa ruoli e gerarchie, l’immaginario radicale (“L’istituzione immaginaria della società“, Castoriadis) apre possibilità, a esperienze che producono significati collettivi nuovi. La vulnerabilità, lungi dall’essere una condizione privata, diventa principio di alleanza pubblica (Judith Butler) e, nella prospettiva del bene comune (Ota De Leonardis), genera forme inedite di istituzionalità dal basso. Qui le storie non “parlano di” povertà: istituiscono nuovi modi di pensarla e di agire su di essa.

Esperienze internazionali e modelli partecipativi.

Molti progetti internazionali hanno dimostrato la forza politica di queste pratiche. La Human Library, nata in Danimarca, trasforma persone marginalizzate in “libri viventi”, in dialogo diretto con i cittadini. Negli Stati Uniti, la piattaforma Invisible People diffonde storie di vita attraverso video e testi prodotti dagli stessi protagonisti, raggiungendo milioni di persone. A Londra, il Museum of Homelessness, gestito da chi ha vissuto la strada, costruisce mostre, eventi e campagne in logica partecipata, mentre esperienze come “Objectified” al Manchester Art Gallery o “Homeless Not Faceless” al Ripon Workhouse Museum hanno mostrato come la coprogettazione culturale riduca lo stigma e trasformi le istituzioni museali.

Anche l’arte visiva ha avuto un ruolo decisivo. Il fotografo Anthony Luvera, con i suoi progetti di autoritratto assistito, ha coinvolto homeless nella produzione e nell’allestimento delle proprie immagini, trasformando l’atto fotografico in un processo di autorappresentazione pubblica e advocacy sociale. In Argentina, esperienze come Proyecto Meteoro hanno unito arte e formazione, generando percorsi di emancipazione e attivismo. In Europa, laboratori museali come l’Art Club della Royal Academy of Art e Pathways to Wellbeing” del Holburne Museum hanno sperimentato pratiche artistiche co-progettate, dove le persone senza dimora con problemi di salute mentale non sono spettatori ma co-autori di processi creativi.

L’attivismo artistico si è tradotto anche in prototipi concreti: modelli di housing first, shelter non escludenti, sleeping pods e dispositivi multifunzionali progettati insieme a chi vive la strada. Queste pratiche testimoniano che l’autonarrazione e la co-creazione non producono solo storie, ma dispositivi di resistenza, diritti incarnati e nuove forme di cittadinanza urbana.

Peer advocacy, educazione e digitale.

La spinta narrativa dal basso si estende anche al campo educativo e politico. Negli Stati Uniti, il Faces of Homelessness Speakers’ Bureau trasforma ex senza dimora in formatori nelle scuole e nelle università. Conferenze come il Faculty for Homeless & Inclusion Health International Symposium riservano un ruolo centrale ai lived experience experts, riconoscendo che nessuna policy è efficace se non integra la voce diretta dei soggetti coinvolti.

Il digitale, infine, ha amplificato le possibilità: progetti come The Book of Homelessness di Accumulate o UNSEEN mostrano come blog, video e storie creative possano costruire nuove comunità di senso e incidere sulle agende pubbliche. Il portale canadese Homelessness Learning Hub, ad esempio, promuove il digital storytelling come strumento di resilienza, ribadendo che il racconto personale è una leva per la trasformazione sociale collettiva.

Il progetto Selfie Senza Fissa Dimora.

Nel contesto italiano, dove la narrazione del disagio resta spesso nelle mani di voci esterne, il progetto Selfie Senza Fissa Dimora (SelfieSFD) segna un cambio di paradigma. Nato come progetto editoriale online, in fase sperimentale raccoglie e pubblica racconti autobiografici di persone senza dimora sul sito marioflaviobenini.org e sulla pagina Facebook SelfieSDF. È uno spazio di narrazione aperto e partecipato, dove ogni autore sceglie come e cosa raccontare.

Dal 2026, il progetto si strutturerà con un spazio internet dedicato, la costituzione di una associazione partecipata dalle stesse persone senza dimora, mostre ed esposizioni pubbliche di materiali narrativi, workshop co-progettati con artisti e senza dimora aperti alla cittadinanza, produzioni editoriali e percorsi di raccolta fondi destinati a progetti pensati dai senza dimora partecipanti all’associazione. L’obiettivo è restituire dignità narrativa e costruire comunità culturali che siano anche strumenti di trasformazione politica.

In questo senso, ogni “selfie narrativo” non è solo testimonianza individuale, ma atto collettivo: una sfida all’invisibilità, una pratica di cittadinanza e un gesto politico che ricorda quanto scriveva Lorenzo Coccoli: “C’è, innanzitutto, il problema di sapere se, e come, i poveri possano avere accesso a una parola il più possibile autonoma. ​ Come rappresentarli – come ri-presentarne le rivendicazioni – evitando però la trappola del “ventriloquismo del subalterno che parla?.”

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