“La casa è il punto da cui si parte.”
T.S. Eliot, East Coker
Fotografie: Jordan Cozzi, Giulia Gorla, Repertorio DAR, Filippo Romano.
In un tempo in cui l’abitare è diventato uno dei principali fattori di esclusione sociale, ripensare la casa come bene comune è un atto politico e necessario. Le città italiane sono segnate da una crescente polarizzazione: da un lato il lusso dei quartieri rigenerati e delle rendite immobiliari, dall’altro l’espulsione progressiva di chi non può permettersi un affitto, un contratto, un diritto. Secondo i dati più recenti (Nomisma, 2023), oltre 700.000 famiglie vivono in condizioni di disagio abitativo strutturale. Tra loro, migliaia di persone non hanno casa, vivono in strada, in dormitorio o in sistemazioni informali che escludono dignità, sicurezza e riconoscimento.
Il progetto Commoning nasce per raccontare le esperienze che, in Italia e in Europa, trasformano i bisogni negati in pratiche collettive, inclusive, generative. Abbiamo già incontrato Avvocato di Strada, che porta il diritto là dove nessuno arriva; le Portinerie di Comunità e le Case di Quartiere di Torino, che reinventano il welfare di prossimità; la ciclofficina sociale di Cormano, che restituisce voce e lavoro a chi vive in una condizione di fragilità. Tutte queste realtà condividono una vocazione comune: fare del margine un punto di partenza, non di esclusione.
È in questa mappa che si colloca anche DAR=CASA, cooperativa abitativa milanese nata nel 1991, che da oltre trent’anni lavora per costruire non solo case, ma luoghi capaci di includere, curare e rigenerare. Il suo modello non si limita a offrire alloggi a canone calmierato: sperimenta forme di convivenza solidale, accompagnamento sociale, governance partecipata. E, soprattutto, mette al centro le persone – famiglie in difficoltà, giovani precari, migranti, ex senza dimora – non come beneficiari, ma come abitanti, soggetti attivi di comunità.
Nei progetti come Quattro Corti, Carbonia 3, Foyer di Cenni, o Social City a Cormano, la casa diventa un dispositivo di riconoscimento reciproco, un laboratorio quotidiano in cui il welfare passa dalla porta di ingresso e prende forma nelle relazioni, nelle assemblee, nei cortili condivisi.
Questa intervista a Sara Travaglini, presidente di DAR=CASA, nasce dalla volontà di entrare nel cuore di questa esperienza. Per capire come nasce, come funziona, che cosa può insegnarci. Ma anche per approfondire una domanda che attraversa tutto il progetto Commoning: come possiamo abitare insieme, senza lasciare indietro nessuno?



Una casa per chi resta fuori: partire dall’emergenza.
Ogni progetto abitativo ha una soglia. Quella che DAR=CASA sceglie di abitare è una soglia sociale: lì dove finisce la garanzia del contratto e inizia l’incertezza dell’esclusione, lì dove le persone smettono di essere visibili al mercato e non sono ancora intercettate dal welfare pubblico. In questi spazi liminali si colloca la crisi dell’abitare che segna oggi le nostre città. A Milano, gli affitti sono aumentati del 35% in cinque anni (Idealista, 2023), e le persone in emergenza abitativa sono oltre 14.000, secondo le ultime rilevazioni del Comune. Ma non è solo una questione di numeri: è una questione di diritto, di giustizia, di possibilità di vivere bene.
Come scrive Lucia Tozzi in “L’invenzione di Milano” (Cronopio editore), la capitale lombarda ha costruito il proprio immaginario vincente su una narrazione selettiva, che ha reso invisibili interi pezzi di città: quartieri popolari, migranti, anziani soli, giovani senza reddito. Milano non è la città per tutti, ma per quelli che ce la fanno. Chi resta indietro è silenziato, spostato, sostituito. È ciò che Gianni Barbacetto denuncia in “Contro Milano” (PaperFirst), dove racconta una città che si è venduta alla rendita e ha smarrito l’idea di bene comune, trasformando l’abitare in strumento di selezione sociale.
In questa cornice, l’azione di DAR=CASA assume un valore politico preciso. Offrire casa a chi è escluso non è assistenza: è riconfigurare le regole della cittadinanza. Significa costruire luoghi in cui il diritto all’abitare non è condizionato dal reddito, dalla regolarità del contratto, dal curriculum. Ma fondato sull’idea che nessuno dovrebbe essere lasciato fuori, né dai muri né dalle relazioni.
Mario Flavio Benini. DAR=CASA è nata negli anni ’90, in un periodo già segnato da emergenze abitative ma anche da grandi trasformazioni urbane, un momento storico molto diverso da quello attuale. Quali erano i bisogni a cui avete deciso di rispondere? E che tipo di visione politica e sociale vi ha guidato all’inizio? Oggi lo scenario è più frammentato: sfratti, precarietà, caro-affitti, esclusione. Come leggete oggi l’emergenza abitativa a Milano? Quali sono le forme che assume, chi sono le persone più colpite?
Sara Travaglini. DAR=CASA nasce nel 1991 da un gruppo di persone impegnate nella politica, nel sindacato, nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. L’obiettivo era quello di dare una risposta concreta al bisogno abitativo dei lavoratori e delle lavoratrici di origine straniera, che a Milano rappresentavano ormai una componente significativa della domanda abitativa, ma che restavano escluse tanto dal mercato privato quanto dalle politiche pubbliche. In quegli anni, infatti, le risposte istituzionali erano ancora ancorate a una logica emergenziale e frammentaria, incapace di offrire soluzioni stabili e dignitose. Al tempo stesso, il mercato immobiliare restava precluso non solo per motivi economici, ma anche per la mancanza di garanzie formali e per le dinamiche discriminatorie nei confronti delle persone di origine straniera, in particolare africana. Purtroppo, possiamo dire che oggi questa discriminazione non è scomparsa, anzi in parte è tornata a livelli molto simili a quelli degli anni Novanta.
L’idea originaria era quella di offrire soluzioni in affitto che rappresentassero una risposta abitativa stabile, definitiva, per persone singole o famiglie che avevano deciso di costruire la propria vita a Milano. La cooperativa è nata come iniziativa totalmente volontaria, fondata da persone che avevano attraversato i movimenti politici e civili sui diritti, in particolare quelli legati all’abitare e all’immigrazione. Il fondatore, Piero Basso, portava con sé una storia personale e familiare importante: figlio di un costituzionalista, era stato attivo nel Tribunale Permanente dei Popoli, nel movimento contro la fame nel mondo, e in altri ambiti internazionalisti. Attorno a lui si è raccolto un gruppo di persone con competenze e visioni diverse, animate dal desiderio di costruire una risposta strutturale al problema della casa.
Nei primi anni, sono state tentate strade differenti per reperire immobili da destinare all’abitare. La modalità più efficace è stata quella di prendere in locazione o in comodato alloggi sfitti, sottosoglia o degradati del patrimonio pubblico, ristrutturarli a spese della cooperativa e assegnarli ai soci. Inizialmente si trattava prevalentemente di persone di origine straniera, ma molto presto è stato scelto di aprire l’accesso anche a cittadini italiani, per evitare qualsiasi forma di discriminazione al contrario.
La trasformazione da associazione a cooperativa è avvenuta progressivamente. L’idea iniziale era che i futuri abitanti si costituissero in una cooperativa di gestione. Poi si è deciso di costruire un’unica realtà, con una doppia anima: quella cooperativa, con una sua sostenibilità economica e operativa, e quella sociale, fondata su mutualità, solidarietà, partecipazione. Nonostante il forte legame con il mondo cooperativo, DAR=CASA ha adottato modelli operativi differenti da quelli tradizionali delle cooperative di costruzione: non edificazione ex novo, ma recupero e rigenerazione, soprattutto del patrimonio pubblico.
Dal punto di vista contrattuale, si è adottata la formula dell’assegnazione in godimento, simile a un affitto senza scadenza. Questo garantisce stabilità abitativa a lungo termine, a condizione del rispetto delle regole cooperative. L’accesso agli alloggi avviene tramite una lista di prenotazione, che inizialmente seguiva criteri di punteggio (per emergenze, condizioni abitative gravi), ma che è stata poi semplificata sul criterio dell’anzianità di iscrizione. Questo perché le situazioni erano spesso tutte gravi, e sarebbe stato iniquo compararle.
Oggi la lista è chiusa: la domanda è troppo elevata rispetto alla nostra capacità di offrire nuovi alloggi. Questo resta uno dei limiti più grandi con cui ci confrontiamo. Eppure, nei primi dieci-quindici anni di attività, abbiamo attraversato una fase espansiva importante, soprattutto grazie al recupero di alloggi pubblici, sia nei quartieri popolari diffusi, sia attraverso progetti più strutturati.
Il passaggio cruciale è avvenuto nel 2001 con il progetto Quattro Corti nel quartiere Stadera: 48 alloggi recuperati in un’unica corte, parte di un intervento complesso che ha coinvolto anche Aler e altre cooperative. È lì che si è strutturato un approccio più integrato, oggi chiamato “gestione sociale”, che però era già nella nostra pratica: non solo offrire una casa a costi accessibili, ma costruire accompagnamento, relazioni di vicinato, senso di comunità.
Mario Flavio Benini. Nel vostro lavoro quotidiano intercettate storie, bisogni, esclusioni. Chi sono oggi, a Milano, le persone più colpite dalla crisi abitativa? E come stanno cambiando i profili, le fragilità, le domande che arrivano a una realtà come DAR=CASA?
Sara Travaglini. Sicuramente, tra le categorie più colpite ci sono le famiglie con minori, in particolare quelle di origine straniera, ma non solo. Oggi tutte le famiglie con bambini si trovano ad affrontare ostacoli crescenti nell’accesso alla casa, a causa dei costi sempre più alti, della scarsità dell’offerta e di un mercato che seleziona sulla base di garanzie che molti non possono fornire.
Accanto a loro, ci sono i giovani: un insieme eterogeneo ma accomunato dalla difficoltà a costruire percorsi di autonomia. Parliamo di giovani migranti, tra cui molti ex minori stranieri non accompagnati, che escono dai percorsi istituzionali senza tutele, ma anche di giovani italiani che lavorano con contratti precari, o che non possono contare su reti familiari forti. Sono persone che vivono una precarietà abitativa strutturale, spesso non riconosciuta come emergenza perché non esplode in modo eclatante, ma si manifesta come impossibilità cronica di uscire da situazioni di sovraffollamento, di informalità, di dipendenza forzata.
A questo si aggiunge un elemento trasversale: l’aumento delle fragilità. Negli ultimi anni, abbiamo osservato un aggravarsi delle condizioni economiche, ma anche una crescente fragilità psicologica, sociale e relazionale. Le persone che incontriamo portano con sé bisogni più complessi, intrecciati: non si tratta solo di trovare un tetto, ma di ricostruire legami, orientarsi nei servizi, ritrovare fiducia.
Un altro aspetto che ci colpisce è l’ampliamento della fascia di bisogno. Ci sono nuclei che fino a poco tempo fa non avremmo mai immaginato in difficoltà abitativa: famiglie mono-reddito, anziani soli, studenti, lavoratori “poveri” che non riescono più a sostenere un affitto sul mercato. Chi era già in difficoltà oggi è ancora più esposto, ma il fenomeno si è allargato, coinvolgendo nuovi soggetti.
Mario Flavio Benini. Oggi il tema della casa è diventato centrale e ineludibile, ma le risposte restano spesso frammentate, discontinue, emergenziali. Lo vediamo anche sul fronte della grave marginalità adulta: una popolazione numericamente contenuta, ma fortemente concentrata nei grandi centri urbani come Roma e Milano. In questo contesto, si parla sempre più spesso di “dignità abitativa”.
Cosa significa per voi, concretamente, abitare con dignità?
E cosa distingue il vostro approccio da quello di altri modelli più temporanei o assistenziali, come dormitori, case famiglia o alberghi sociali?
Sara Travaglini. Per noi abitare con dignità significa, innanzitutto, avere unacasa propria: un tetto stabile, sostenibile sul piano economico, che permetta alle persone di sentirsi al sicuro e di costruire un progetto di vita. È qualcosa di apparentemente semplice, ma che oggi non è affatto scontato.
Certo, anche la coabitazione può essere una risorsa. Ci sono situazioni e percorsi in cui dividere l’abitare, se ben accompagnati, può portare beneficio e favorire il cambiamento. Ma non sempre è una soluzione adatta, soprattutto per nuclei familiari o persone che vivono situazioni di fragilità: quando non è una scelta libera, ma una necessità imposta, rischia di essere una risposta non dignitosa. Accanto all’aspetto materiale, però, c’è un’altra dimensione fondamentale: la rete di servizi e relazioni su cui una persona può contare. La qualità dell’abitare passa anche da lì. Avere accesso a servizi adeguati, essere inseriti in un contesto relazionale positivo – che sia formale o informale – fa una grande differenza, soprattutto per chi si trova in situazioni di maggiore vulnerabilità.
Quindi per noi dignità abitativa significa sì casa, ma anche relazioni, stabilità, possibilità di scegliere e di costruire. Ed è questo che ci distingue da modelli più emergenziali o assistenziali, che spesso non riescono a garantire né continuità né autonomia.




Dalla visione al progetto: origini, motivazioni, orizzonti.
Le cooperative, nel contesto italiano, sono spesso nate per “mettere insieme ciò che da soli non si riesce a fare”: una casa, un lavoro, una cura, una comunità. Ma alcune, come DAR=CASA, nascono da qualcosa di più specifico: una frattura urbana, una inaccettabilità etica, un vuoto politico che chiede risposta. Nei primi anni ’90, a Milano, la presenza crescente di famiglie straniere, l’assenza di politiche pubbliche adeguate e il degrado del patrimonio ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) esponevano centinaia di persone a esclusione abitativa silenziosa. Non c’erano bandi, né sostegni. Solo liste di attesa e rifiuti.
DAR=CASA nasce qui. Non per risolvere tutto, ma per rompere il meccanismo di espulsione silenziosa. Per trasformare il bisogno di casa in un processo condiviso di accesso, permanenza e coabitazione. In un’epoca in cui il mercato immobiliare era già chiuso alle fasce fragili e le istituzioni arrancavano, la cooperativa sceglie la via della proprietà indivisa, della mutualità, della solidarietà pragmatica. Una scelta che oggi, trent’anni dopo, si rivela ancora più necessaria.
Mario Flavio Benini. Il “modello” DAR=CASA non è nato a tavolino, ma dentro le relazioni, le esperienze e i bisogni concreti che avete incontrato. Possiamo dire che si è costruito strada facendo, attraverso l’incontro con le persone e i contesti? In che modo questa evoluzione ha trasformato anche il vostro approccio all’abitare e alla gestione?
Sara Travaglini. Sì, esattamente. Come accennavo prima, l’attenzione alla dimensione relazionale è stata presente fin dall’inizio, anche perché la forma cooperativa implica già in sé un rapporto di mutualità tra chi promuove e chi abita. I primi soci erano anche i futuri abitanti, e questo creava una relazione che andava oltre quella, puramente contrattuale, tra proprietario e inquilino. Il nostro tentativo è sempre stato quello di costruire rapporti di fiducia, di prossimità, di solidarietà: relazioni che potessero rendere l’abitare un processo condiviso, e non solo una soluzione tecnica al bisogno di un tetto.
Questo approccio è nato anche da una necessità: lavorando in contesti complessi, con persone fragili, diventava evidente che per far funzionare un progetto serviva qualcosa in più di una casa in ordine. Serviva costruire insieme un ambiente abitativo accogliente, capace di generare reti di vicinato, punti di riferimento, servizi utili. All’inizio tutto questo è stato fatto in modo molto artigianale, con l’impegno volontario di persone anche molto competenti, ma senza una struttura definita.
Un passaggio fondamentale è stato il progetto di Stadera, alle “Quattro Corti”. Lì, per la prima volta, ci siamo trovati a gestire un intervento abitativo di grandi dimensioni in un unico contesto, in una zona anche delicata dal punto di vista sociale. La presenza di una corte interamente abitata da persone di origine straniera aveva generato tensioni nel quartiere, e proprio per questo abbiamo costruito, insieme alla cooperativa sociale ABCittà – dove tra l’altro alcune persone erano anche socie di DAR=CASA – un percorso strutturato di accompagnamento all’abitare.
È in quell’esperienza che il nostro modello ha preso una forma più definita. L’accompagnamento si articolava su tre livelli: il supporto individuale alle famiglie, con colloqui, orientamento ai servizi, costruzione della fiducia; la facilitazione delle relazioni tra vicini, con attenzione all’uso degli spazi comuni, alla convivenza, alla mediazione dei conflitti; e infine il lavoro sul territorio, con la costruzione di reti locali, attività comunitarie, dialogo con il quartiere.
Da lì in avanti, questo approccio ha informato tutti i nostri interventi. Non lo consideriamo un modello rigido, ma un modo di lavorare che tiene insieme la dimensione tecnica e quella sociale. Anche nella nostra organizzazione interna cerchiamo di incarnare questo principio: le aree amministrativa, tecnica e sociale lavorano in stretta connessione su ogni progetto. Perché le questioni abitative delle persone non sono mai solo tecniche, né solo sociali: vanno affrontate nella loro complessità, con competenze diverse che si parlano tra loro.
Questa modalità di lavoro è diventata nel tempo una delle nostre caratteristiche distintive. E non solo nei progetti promossi direttamente da DAR=CASA: oggi siamo spesso coinvolti anche in contesti gestiti da altri, proprio per portare questa capacità di tenere insieme casa, relazione e comunità.







I progetti: abitare come infrastruttura relazionale.
Ogni progetto di DAR=CASA racconta una storia concreta: un cortile da ricostruire, una convivenza da accompagnare, una fragilità da integrare. La cooperativa non si limita a gestire alloggi, ma costruisce condizioni abitative che tengano insieme diritto, relazione, responsabilità. È in questa tensione tra il piano individuale e quello collettivo che prende forma un modello originale: abitare come infrastruttura relazionale.
Nel progetto Quattro Corti a Stadera, la casa è diventata un laboratorio interetnico di convivenza urbana. In Social City a Cormano, il cortile e gli spazi comuni sono dispositivi di coesione e prossimità. Nel Foyer di Cenni e in Grigioni 2035, il protagonismo giovanile si intreccia a un patto intergenerazionale, con forme di accompagnamento leggere ma incisive. Tutte queste esperienze, pur diverse per target e contesto, condividono una visione: la casa è solo l’inizio. Il resto è relazione.
Mario Flavio Benini. Parlare di casa significa inevitabilmente parlare anche di spazio: del modo in cui lo si progetta, lo si abita, lo si trasforma nel tempo. Nei vostri progetti, accanto agli alloggi individuali, emergono sempre anche spazi comuni: cortili, laboratori, sale condivise. Non si tratta di co-housing in senso stretto, ma di qualcosa che gli somiglia per certi aspetti. Come vengono pensati questi spazi? C’è un pensiero progettuale a monte? E in che modo le scelte architettoniche dialogano con quelle gestionali e relazionali?
Sara Travaglini. Ti dico la verità: nella maggior parte dei nostri progetti non abbiamo avuto la possibilità di intervenire a monte nella progettazione architettonica. Spesso lavoriamo su immobili già esistenti o su opportunità che ci vengono offerte, e quindi ci adattiamo a ciò che troviamo, nella logica di mettere in campo quanta più offerta possibile per rispondere ai bisogni abitativi. Questo naturalmente ha dei limiti, perché quando non puoi incidere sulla progettazione iniziale, anche la gestione ne risente: ci sono situazioni in cui la distribuzione degli spazi non facilita la relazione o la qualità dell’abitare.
Detto questo, c’è anche un altro aspetto che abbiamo imparato con l’esperienza: la vita nei contesti abitativi è un processo in continua evoluzione. I bisogni cambiano, le persone si trasformano, le dinamiche relazionali si modificano nel tempo. E così può accadere che uno spazio progettato con una certa funzione non risponda più, a distanza di anni, alle necessità reali della comunità che lo abita.
Per questo, più che sulla progettazione edilizia, il nostro lavoro si concentra sulla gestione e sulla cura quotidiana degli spazi comuni. In questo campo, sì, facciamo un lavoro continuo di progettazione e riprogettazione, cercando di adattare gli usi degli spazi alle esigenze che emergono: che si tratti di una sala condivisa, di un cortile, di un piccolo spazio di relazione, quello che ci interessa è che sia uno spazio “abitato” davvero, cioè attraversato, riconosciuto, sentito come utile dalle persone. E questo si costruisce nel tempo, ascoltando, negoziando, facendo piccoli aggiustamenti, provando anche a sperimentare usi diversi. In fondo, è un po’ il cuore del nostro approccio: abitare, per noi, è sempre anche co-progettare.
Mario Flavio Benini. Mi sembra che il tema della gestione degli spazi – intesa non solo come manutenzione, ma come cura e programmazione – sia un nucleo centrale della vostra progettualità. Come funziona questo lavoro dentro DAR=CASA? C’è un’équipe dedicata? È un gruppo centrale o si lavora per progetti?
Sara Travaglini. Sì, abbiamo una struttura organizzativa che prevede tre aree principali: un’area tecnica, un’area amministrativa e un’area sociale. All’interno dell’area sociale si distinguono due funzioni: da un lato la gestione sociale dei progetti abitativi della cooperativa, e dall’altro quella che chiamiamo “area progetti”, che si occupa delle iniziative più sperimentali o non strettamente legate all’abitare classico. In realtà le persone coinvolte sono spesso le stesse: non siamo in tanti, ma cerchiamo di avere un’organizzazione chiara, che permetta di affrontare le diverse dimensioni del nostro lavoro.
Abbiamo un coordinamento mensile, in cui proviamo a lavorare sulle trasversalità tra i progetti: sia quelli abitativi, sia quelli di gestione, sia quelli più innovativi. È un’occasione per far emergere temi comuni, e quello degli spazi – come vengono usati, cosa generano, che risorse richiedono – è uno di quelli che torna più spesso. Di recente, per esempio, abbiamo ripreso in mano un lavoro fatto qualche anno fa proprio sul tema degli spazi condivisi: ci siamo chieste dove siamo arrivate, cosa è cambiato, e come ripensare alcune progettazioni alla luce di nuove esigenze.
Perché va detto anche questo: gli spazi comuni, oltre a essere una risorsa preziosa, rappresentano anche un costo. Un costo per gli abitanti – in termini di gestione, manutenzione, energia – e un costo per la cooperativa, soprattutto se si vogliono garantire presidi, attività, continuità. Anche se cerchiamo sempre di coinvolgere gli abitanti nella cura degli spazi, serve comunque un accompagnamento professionale, una presenza costante, una progettazione adeguata.
Per questo costruiamo progettazioni specifiche che ci permettano di sostenere queste attività: a volte sono progettazioni mirate su un singolo contesto, altre volte riusciamo a lavorare in modo trasversale, quando emergono bisogni simili in territori diversi. È un lavoro continuo, in progress, che cerca di tenere insieme sostenibilità e partecipazione, ascolto e visione.
Mario Flavio Benini. Immagino che, accanto al lavoro tecnico e organizzativo, il cuore della vostra progettualità sia l’accompagnamento sociale. È uno degli elementi più riconoscibili e innovativi di DAR=CASA. Come viene costruito, concretamente? Quali sono gli strumenti e le figure coinvolte? E come si lavora per costruire quel rapporto di fiducia che rende l’abitare qualcosa di più di una semplice assegnazione?
Sara Travaglini. L’accompagnamento inizia fin dal primo momento di contatto con le persone. Nei progetti rivolti ai soci della cooperativa, l’assegnazione avviene attraverso una graduatoria interna: sono persone che spesso conoscono già la realtà di DAR=CASA, perché si sono iscritte, hanno partecipato, hanno atteso. In altri progetti, quelli attivati tramite avvisi pubblici, il primo passaggio è la selezione, fatta attraverso colloqui: ed è già lì che si inizia a costruire la relazione, a gettare le basi di un percorso.
In ogni progetto è presente una referente sociale: è la figura di riferimento per gli abitanti, la persona a cui rivolgersi per qualsiasi esigenza che non sia meramente tecnica o amministrativa. Il suo ruolo è duplice: da un lato aiuta le persone a orientarsi all’interno della cooperativa – a capire, ad esempio, a chi rivolgersi per una tapparella rotta o per una questione amministrativa – ma soprattutto costruisce e cura la relazione. In molti casi la referente sociale è presente con uno sportello settimanale all’interno del progetto, un presidio di prossimità che permette un ascolto diretto e costante. Ma ovviamente i contatti avvengono anche in modo più flessibile: telefonate, mail, richieste di colloqui. L’obiettivo è esserci, in modo accessibile e riconoscibile.
Questo accompagnamento ha due dimensioni. La prima è individuale: ogni persona porta con sé bisogni diversi, e la referente lavora per riconoscerli e orientare verso i servizi più adeguati. Non possiamo rispondere a tutto come cooperativa, ma lavoriamo molto in rete, con una mappatura attiva dei servizi territoriali, e in alcuni casi accompagniamo direttamente la persona verso ciò di cui ha bisogno. Un’attenzione particolare è data alla morosità: quando emergono difficoltà nel pagamento, cerchiamo di intercettarle tempestivamente, comprenderne le cause e costruire con l’abitante un piano condiviso, che può includere un rientro graduale, la richiesta di contributi, o l’attivazione di servizi per il lavoro o la gestione familiare.
L’altra dimensione è collettiva: creare occasioni perché le persone si conoscano, si incontrino, sentano che fanno parte di una comunità. Questo può avvenire attraverso momenti semplici – una riunione, un incontro nello spazio comune – oppure attraverso attività strutturate: doposcuola, sportelli informativi, laboratori. Sono attività che rispondono a bisogni reali, ma che diventano anche un’opportunità per attivarsi, per contribuire. Noi non chiediamo alle persone di essere “attive” come prerequisito. Per noi l’attivazione è un possibile esito, mai una condizione. Viene dopo, se viene. E quando succede, è perché c’è un contesto che rende possibile mettersi in gioco.
Mario Flavio Benini. Hai parlato di attivazione come possibile esito, mai come presupposto. Ma nella pratica, la partecipazione attiva all’interno dei vostri progetti accade spesso? È qualcosa che si riesce a promuovere?
Sara Travaglini. Accade, sì, ma se guardiamo ai numeri la partecipazione attiva è sempre piuttosto limitata rispetto al totale degli abitanti. È una minoranza quella che si coinvolge davvero in modo continuativo, ma quando succede, si creano percorsi molto virtuosi. Ci sono persone che si attivano spontaneamente, che iniziano a farsi carico di piccole cose, che diventano un punto di riferimento informale per gli altri. È una forma di auto-responsabilità che nasce nel tempo, senza essere codificata.
Noi non abbiamo mai strutturato sistemi formali di rappresentanza, come ad esempio i referenti di scala o i comitati di inquilini. In alcuni contesti, queste figure sono emerse in modo naturale, senza che ci fosse un’organizzazione precisa. E forse anche per questo hanno funzionato: perché erano sentite, riconosciute, non imposte. Il nostro approccio è sempre stato quello di lasciare che la partecipazione crescesse a partire dalle relazioni reali, dai bisogni condivisi, dalla fiducia reciproca. Quando ci sono queste condizioni, anche la partecipazione prende forma.






Il modello: proprietà indivisa, governance condivisa, prossimità.
Se i progetti raccontano le storie, è nel modello che si leggono le regole del gioco. DAR=CASA è una cooperativa a proprietà indivisa: un’espressione che dice molto più di quanto sembri. Significa che nessuno “possiede” l’alloggio che abita, ma tutti partecipano alla gestione di un bene comune. Significa anche che il valore dell’immobile non è costruito per essere rivenduto, ma per essere condiviso, abitato, messo in circolo.
Ma il modello non è fatto solo di struttura giuridica. È fatto di spazi progettati per essere attraversati insieme, di decisioni prese in assemblea, di operatori che non “assistono” ma abitano la relazione. È un equilibrio tra prossimità e autonomia, tra regole chiare e margini di flessibilità, tra cura professionale e responsabilità comunitaria. Ed è in questa architettura ibrida, tra cooperativa edilizia e presidio sociale, che DAR=CASA continua a evolversi.
Mario Flavio Benini. In alcuni vostri progetti è stato introdotto uno strumento chiamato “Patto di Convivenza”. Di cosa si tratta esattamente? È un documento vincolante? Come nasce e che funzione ha nella vita quotidiana delle persone?
Sara Travaglini. Il Patto di Convivenza è uno strumento che abbiamo elaborato per la prima volta a Stadera, nel progetto delle Quattro Corti, all’interno della corte di DAR=CASA. È nato da un lungo percorso di confronto con gli abitanti, attraverso incontri, mediazioni, discussioni. L’idea non era tanto quella di stilare un elenco di divieti, quanto piuttosto di scrivere insieme, nero su bianco, quali sono le regole del vivere bene insieme. In positivo.
Il Patto non è un regolamento condominiale classico. È un documento costruito collettivamente, che cerca di tenere conto delle diverse sensibilità, culture, abitudini. Per esempio, una delle questioni ricorrenti è l’uso del cortile, soprattutto in estate, quando i bambini iniziano a giocare all’aperto. Per alcuni questo è un valore, un segno di vitalità e socialità; per altri può essere motivo di disturbo. Nel Patto abbiamo scritto che i bambini hanno il diritto di giocare, e abbiamo stabilito orari più elastici rispetto a quelli tradizionali, proprio per riconoscere la specificità del contesto. Ma ogni anno, prima dell’estate, ci ritroviamo per discuterne di nuovo. Non è un documento rigido, scolpito nella pietra: è uno strumento vivo, che va rinegoziato, aggiornato, riappropriato dalle persone.
Lo abbiamo sperimentato anche in altri progetti, sempre adattandolo alle specificità del luogo e degli abitanti. Funziona solo se è costruito insieme, non imposto. Serve a darsi un punto di partenza comune, ma soprattutto è utile se viene “manutenuto”, proprio come un edificio. Perché anche le relazioni e i contesti abitativi hanno bisogno di cura, di attenzione continua. Le cose non vanno avanti da sole, e la mediazione diventa fondamentale. Vivere insieme è un processo, non una condizione data una volta per tutte.
Mario Flavio Benini. La vostra è una cooperativa a proprietà indivisa. Cosa significa, concretamente, per chi abita nelle vostre case? Quali vantaggi offre questo modello e quali responsabilità comporta, anche rispetto ad altre forme di accesso alla casa, come l’edilizia pubblica o i fondi immobiliari?
Sara Travaglini. Sì, siamo una cooperativa a proprietà indivisa, anche se in realtà possediamo direttamente una parte piuttosto limitata del patrimonio che gestiamo. Ma applichiamo quel modello, e lo consideriamo parte della nostra identità.
Per i soci, il vantaggio principale è rappresentato dalla forma contrattuale dell’assegnazione in godimento: un contratto che, a differenza della locazione, non ha scadenza e garantisce quindi una prospettiva di stabilità abitativa a lungo termine. In più, questa formula offre un trattamento fiscale più favorevole: ad esempio, l’IVA sul canone è al 4% anziché al 10%, purché si tratti di soci residenti nell’alloggio assegnato.
Va detto che noi, rispetto ad altre cooperative di abitanti, abbiamo scelto di mantenere una gestione molto attenta all’equilibrio economico delle famiglie. In molte cooperative a proprietà indivisa, le spese di proprietà vengono ripartite anche tra i soci, perché in fondo si è collettivamente proprietari del bene che si abita. Noi invece adottiamo un approccio più vicino a quello della locazione, per non gravare troppo sui soci assegnatari, che spesso si trovano in situazioni economiche fragili. L’obiettivo è garantire la sostenibilità della cooperativa senza trasformare il costo dell’abitare in un ulteriore fattore di esclusione.
Anche sul piano della partecipazione economica abbiamo una peculiarità. In molte cooperative a proprietà indivisa l’adesione al prestito sociale da parte degli stessi assegnatari è una prassi diffusa. Per noi, invece, si tratta di una possibilità, non di un requisito. La maggior parte del nostro prestito sociale proviene da soci che non abitano nelle nostre case, ma che scelgono comunque di sostenere la cooperativa perché ne condividono le finalità sociali. È un’idea di mutualismo allargato, che mette insieme chi ha bisogno di una casa e chi ha risorse da investire in un progetto collettivo.
Mario Flavio Benini. In ogni progetto c’è una parte visibile – gli alloggi, gli spazi comuni – e una parte meno evidente ma fondamentale: il lavoro delle persone che rendono possibile la convivenza. Chi sono le figure che operano dentro DAR=CASA accanto agli abitanti? Che ruoli ricoprono? Mi interessa capire anche dal punto di vista operativo: parliamo di équipe miste, di operatori sociali, di educatori, mediatori, facilitatori? Quali sono le competenze che abitano questa parte “di software” nei vostri progetti?
Sara Travaglini. Da noi l’operatore sociale è una figura che, in un certo senso, si costruisce strada facendo. Ti faccio un esempio personale: io sono entrata in DAR=CASA nel 2005 con un servizio civile, poi con un contratto a progetto. All’epoca, la cooperativa stava iniziando a ragionare su come strutturare e professionalizzare l’accompagnamento sociale, che fino a quel momento era stato portato avanti in modo molto volontaristico. L’obiettivo era creare un’équipe che potesse seguire questo ambito in modo continuativo, con competenze riconosciute.
Nel tempo, questo gruppo si è ampliato e ha assunto forme più definite, in relazione sia ai progetti che alle risorse disponibili. Oggi è composto da persone con background diversi: ci sono sociologhe, un’educatrice, una psicologa, una urbanista. Alcuni arrivano da esperienze nel sociale, altri si sono formati sul campo, a partire proprio dal lavoro dentro DAR=CASA. L’accompagnamento all’abitare è una dimensione molto specifica: non è una presa in carico in senso stretto, come accade nei servizi sociali territoriali. Il nostro è un accompagnamento “leggero”, che si concentra sul percorso abitativo, pur intercettando inevitabilmente molti altri bisogni.
Quando emergono esigenze che vanno oltre le nostre competenze – educazione dei figli, inserimento lavorativo, educazione finanziaria, supporto psicologico – costruiamo collaborazioni con altri servizi o attiviamo progettualità dedicate. Cerchiamo sempre di non restare soli. Ma è vero che chi lavora in questo ruolo diventa spesso il primo punto di riferimento per gli abitanti: la persona a cui si rivolgono per ogni tipo di problema, anche molto personale, e a volte anche molto impattante. È un lavoro delicato, coinvolgente, che richiede ascolto, presenza, capacità di orientamento.
La nostra funzione resta legata all’abitare, ma sappiamo che l’abitare non è mai solo una questione di muri. È un percorso che tocca tanti aspetti della vita, e accompagnarlo significa saper stare dentro questa complessità, anche con i propri limiti.
Mario Flavio Benini. In alcuni progetti vi appoggiate anche a strutture esterne: associazioni, cooperative, soggetti del territorio. Come funzionano queste collaborazioni? Lavorate sempre con le vostre figure interne oppure vi capita di attivare équipe miste? E in quel caso, come vengono costruiti i gruppi di lavoro e il rapporto con gli abitanti?
Sara Travaglini. Attiviamo collaborazioni con realtà esterne, spesso in modo mirato, a seconda dei bisogni che emergono nei progetti o delle opportunità che si presentano. A volte sono esigenze molto specifiche, altre volte invece nascono all’interno di progettazioni più ampie, come quelle finanziate da bandi pubblici o privati. Per noi la sostenibilità della gestione sociale è sempre una sfida: da un lato è un investimento importante, perché accompagnare le persone migliora la qualità della convivenza, riduce i problemi di morosità o di degrado degli spazi. Ma dall’altro ha inevitabilmente un costo, e quindi cerchiamo soluzioni che ci permettano di ampliare i servizi senza gravare troppo sul bilancio della cooperativa o sulle famiglie.
Per questo, quando possiamo, ci inseriamo in reti già attive sul territorio o costruiamo collaborazioni che integrano le nostre competenze con quelle di altri soggetti. Un esempio concreto è il programma “Ricetta Qubì” promosso inizialmente da Fondazione Cariplo con il sostegno di Fondazione Peppino Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, Fondazione Fiera Milano e Fondazione Snam e oggi portato avanti dal Comune di Milano. Si tratta di una coprogettazione molto strutturata, che mette insieme servizi sociali, educativi, di prossimità. In alcuni nostri progetti, entrare in quella rete ci ha permesso di offrire alle famiglie un accesso più diretto a supporti specifici, come l’assistente sociale di comunità o attività legate al benessere dei minori.
In altri casi, attiviamo percorsi tematici su bisogni che emergono nel tempo: ad esempio, stiamo lavorando su un progetto legato alla genitorialità, nato proprio da un’esigenza concreta emersa in un contesto abitativo. In situazioni come queste costruiamo équipe miste, formate da nostri operatori e da professionisti esterni – educatori, psicologi, formatori – che condividono con noi l’approccio e i valori.
Il principio guida resta sempre lo stesso: partire dalle persone, costruire fiducia, creare un contesto in cui l’abitare sia anche un’occasione di crescita, relazione e sostegno. Farlo insieme ad altri soggetti arricchisce il nostro lavoro e rende la rete più solida.





Collaborazioni istituzionali e reti civiche.
Una cooperativa come DAR=CASA non può esistere da sola. La sua forza non sta solo nei muri che gestisce, ma nei legami che costruisce. Con i servizi sociali, con i Comuni, con Aler, con fondazioni, con altre realtà del terzo settore. Ogni progetto abitativo è anche un campo di mediazione, un luogo in cui si incontrano politiche pubbliche, bisogni individuali e dinamiche collettive.
Le collaborazioni istituzionali rappresentano una cornice necessaria: garantiscono risorse, riconoscimento, continuità. Ma è nelle reti civiche, nelle relazioni costruite sul territorio, che il modello prende vita. Nelle scuole, nei centri di salute mentale, nei comitati di quartiere, nelle parrocchie. È in questo intreccio che si gioca la vera sfida: passare dall’abitare come servizio all’abitare come bene condiviso.
Mario Flavio Benini. Il sistema dei servizi dedicati alle persone senza dimora, in Italia, continua a funzionare secondo una logica emergenziale. Anche dove ci sono fondi, mancano spesso continuità, visione di lungo periodo e un accompagnamento autentico. Alcuni modelli più innovativi, come l’Housing First, o le esperienze di “terzietà operativa” – penso alle Case del Quartiere di Torino o alle Portinerie di Comunità – stanno cercando di intervenire in modo più strutturato, costruendo reti ibride tra cittadini, istituzioni e associazioni. DAR=CASA, però, ha una caratteristica molto specifica: lavora da dentro, a partire dalla casa e dal quartiere, non da servizi esterni. Secondo te, questo approccio è riconosciuto? È compreso dalle istituzioni e da altri attori? Può diventare un modello replicabile?
Sara Travaglini. Negli ultimi anni si è sicuramente costruita una maggiore attenzione al tema della gestione sociale dell’abitare, anche se non sempre con l’approccio che riteniamo più efficace. Un primo riconoscimento è arrivato, almeno formalmente, con la Legge Regionale 16 della Lombardia, che ha inserito il tema della gestione sociale tra le funzioni previste per i servizi abitativi pubblici e sociali. È un passaggio importante, anche se ancora molto teorico e poco attuato. In alcune realtà, come Aler Milano, si stanno sperimentando interventi in questa direzione, ma con risultati ancora discontinui.
Prima ancora, il tema era stato introdotto dai fondi immobiliari etici e dai programmi di social housing, dove è nata la figura del gestore sociale. Anche noi, in quei contesti, abbiamo lavorato come gestori, e ci ha permesso di riflettere molto sul nostro ruolo. Ma spesso, in questi modelli, le funzioni sono separate: da un lato chi gestisce l’immobile, dall’altro chi si occupa della mediazione sociale. Noi pensiamo che la forza stia proprio nel tenerle insieme.
Il nostro modello, infatti, si fonda su un’integrazione piena tra gestione tecnica, amministrativa e sociale. È questo che ci permette di dare risposte tempestive, concrete e multidimensionali agli abitanti. E anche di assumerci la responsabilità di quelle risposte. Perché chi accompagna deve anche avere voce sulle decisioni che impattano sulla vita delle persone: tempi di manutenzione, criteri di assegnazione, priorità d’intervento. Altrimenti rischia di essere delegittimato, di diventare solo “quello che organizza l’anguriata in cortile”, per usare una battuta che ci diciamo tra gestori.
Per noi la gestione sociale è tutt’altro: è capacità di ascolto, di mediazione, di attivazione. Ma è anche capacità di prendersi carico delle contraddizioni. Quando una persona entra in morosità, e magari non riesce a pagare l’affitto perché ha perso il lavoro, sei tu che devi tenerla insieme, quella doppia responsabilità: tutelare la persona, ma anche tutelare la cooperativa. Non è semplice, ma è proprio questo che dà senso al nostro lavoro.
Credo che oggi ci siano esperienze interessanti anche fuori da Milano. Penso, ad esempio, all’ACER in Emilia-Romagna, dove la figura della community manager è un primo passo per portare attenzione sociale nella gestione pubblica. Ma è chiaro che noi lavoriamo su una scala diversa. Gestiamo circa 400 appartamenti nostri e altri 600 come gestori per conto dei fondi. Questa dimensione ci consente ancora di mantenere coerenza tra organizzazione e visione.
Il nodo vero, per rendere questo modello replicabile, è capire fino a che punto può essere scalato senza perdere di efficacia. Perché se la gestione sociale diventa solo una funzione esterna, scollegata dalla relazione concreta con gli abitanti, rischia di diventare un’etichetta, non una pratica trasformativa. Per questo dico sempre: se vuoi lavorare bene sull’abitare, devi farlo da dentro. Non da fuori.







Oltre il tetto: interventi sociali e legami di quartiere.
In molte esperienze di housing sociale, la casa è la risposta. In quelle di DAR=CASA, la casa è l’inizio della domanda. Perché è solo dopo aver garantito uno spazio abitativo sicuro e accessibile che emergono i bisogni reali: trovare lavoro, costruire relazioni, curarsi, affrontare un trauma, uscire dall’isolamento, ripartire. È qui che la cooperativa entra in campo con quello che potremmo definire un welfare abitativo di prossimità, in cui le politiche sociali non sono esterne alla casa, ma entrano nella casa, nel cortile, nella scala, nel vicinato.
DAR=CASA lavora in stretta connessione con i territori, i servizi, le reti civiche. Ma soprattutto investe nella dimensione relazionale: non solo “prendersi cura”, ma anche creare le condizioni perché le persone si prendano cura le une delle altre o si prendano cura del territorio e della comunità. Il risultato è un modo di abitare che non separa più lo spazio dal legame, l’alloggio dalla relazione, il tetto dalla possibilità di sentirsi parte.
Mario Flavio Benini. Il sociologo Ulrich Beck ne “La società del Rischio” parlava di “irresponsabilità organizzata” per descrivere quei sistemi in cui le istituzioni si sottraggono alle proprie responsabilità, scaricandole sull’individuo. Non ti sembra che oggi accada qualcosa di simile anche nelle politiche abitative, soprattutto verso le persone in maggiore fragilità? Invece di prendersi carico delle condizioni strutturali, si tende a chiedere ai singoli di “farcela da soli”, anche quando le premesse per l’autonomia non ci sono. Quali sono, secondo te, le conseguenze di questa logica?
Sara Travaglini. È una dinamica che conosciamo molto bene, e che vediamo riproporsi in molti dei progetti in cui operiamo. Per esempio, quando si parla di emergenza abitativa, spesso i contratti che vengono messi a disposizione sono a diciotto mesi, prorogabili eventualmente fino a trentasei. L’idea di fondo – anche comprensibile, se guardiamo alla scarsità di risorse – è che l’intervento pubblico debba offrire un supporto limitato nel tempo: ti aiuto per un periodo, poi però devi essere in grado di cavartela da solo.
Ma nella nostra esperienza, questo passaggio all’autonomia non è affatto scontato. Non solo per le fragilità individuali, ma perché il contesto non lo permette. Trovare una casa sul mercato, ottenere un contratto di lavoro stabile, accedere a servizi adeguati: sono condizioni che richiederebbero politiche strutturali, non risposte emergenziali e discontinue. Il rischio, invece, è che si costruisca una retorica della responsabilizzazione individuale che, in realtà, maschera un disimpegno collettivo.
Le persone che seguiamo portano bisogni complessi: economici, ma anche psicologici, relazionali, legati alla salute, alla cura dei figli, alla solitudine. Pensare che tutto questo possa essere risolto nel giro di un anno e mezzo, magari con un supporto minimo, è poco realistico. Anzi, spesso è proprio questa aspettativa che genera nuove frustrazioni e nuove esclusioni. Perché se non “ce la fai”, il problema sembra essere solo tuo.
Noi crediamo invece che l’accompagnamento debba essere parte integrante di ogni progetto abitativo. E che la responsabilità non possa essere scaricata sui singoli, soprattutto quando mancano le condizioni di base per l’autonomia. Serve un cambio di sguardo, anche politico e culturale, che riporti l’abitare al centro del patto sociale, come diritto e come responsabilità collettiva.
Mario Flavio Benini. Il vostro lavoro si regge anche su una rete di relazioni con enti pubblici – dal Comune di Milano ad Aler – ma anche con i servizi sociali e, almeno in parte, quelli sanitari o scolastici. Come si costruiscono queste collaborazioni sul campo? E quanto è importante per voi riuscire a mantenere un equilibrio tra dialogo istituzionale e autonomia operativa?
Sara Travaglini. Non è sempre facile. In alcuni contesti – penso soprattutto a quelli dove si è sviluppato il programma Qubì, siamo riusciti a entrare in reti municipali che ci hanno permesso di costruire relazioni più dirette, almeno con i servizi sociali. Questo ci consente, nei territori dove lavoriamo, di avere dei punti di riferimento con cui confrontarci, attivare risorse, orientare le famiglie anche verso altri servizi.
Con i servizi sanitari, invece, il rapporto è più complicato. Sono quelli che intercettiamo meno, e spesso ci arriviamo solo attraverso percorsi indiretti. Con le scuole, invece, nei progetti dove abbiamo molte famiglie con minori, si sono sviluppate relazioni più spontanee e quotidiane: con i dirigenti, con gli insegnanti, magari intorno a un doposcuola, a un bisogno emerso sul campo. Ma anche qui, non si tratta quasi mai di accordi formali: sono relazioni che si costruiscono nel tempo, attraverso il lavoro quotidiano.
Anche quando collaboriamo con il Comune – penso ai progetti di emergenza abitativa, dove le famiglie ci vengono inviate direttamente dall’assessorato alla Casa – manca spesso una reale integrazione con i servizi sociali. Ci è capitato più volte di non sapere nemmeno se una famiglia sia già in carico ai servizi. Non ce lo possono comunicare direttamente per motivi di privacy, e sono le famiglie stesse a doverci informare. Solo dopo aver instaurato una relazione, possiamo eventualmente contattare l’assistente sociale e iniziare a collaborare.
In generale, quello che manca – almeno a Milano – è una regia comune, una cabina di coordinamento tra i diversi servizi pubblici. Ognuno lavora per conto proprio, e questo rende tutto più faticoso, anche per le persone che dovrebbero essere accompagnate. Per noi diventa complicato creare alleanze operative stabili, e per gli abitanti è difficile orientarsi, perché si trovano davanti a troppi interlocutori, con linguaggi e tempi diversi. Una vera integrazione tra casa, sociale, sanitario, scuola sarebbe fondamentale. Ma oggi, purtroppo, è ancora molto frammentata.
Mario Flavio Benini. Il modello delle Portinerie di Comunità – ispirato inizialmente all’esperienza francese di “Lulu dans ma rue” – ha sviluppato a Torino uno strumento interessante come il Portale dei Saperi: un sistema che raccoglie, tramite interviste, i saperi e i bisogni della comunità e li classifica per parole chiave, in modo da costruire risposte mirate, anche attraverso l’intelligenza artificiale. È una sorta di dizionario sia digitale che analogico della comunità, che permette di attivare connessioni e servizi locali.
Nel vostro lavoro, avete mai costruito strumenti simili, anche solo in forma sperimentale, per mappare bisogni, competenze, disponibilità all’interno dei vostri contesti abitativi?
Sara Travaglini. Un’esperienza simile, anche se molto diversa nella forma e nelle possibilità tecnologiche, l’abbiamo avviata più di dieci anni fa con un progetto che chiamavamo Fondo Prestazioni. Era un’idea semplice: mappare le competenze professionali e le disponibilità dei nostri soci – sia assegnatari che simpatizzanti – per creare forme di scambio.
L’idea era duplice: valorizzare i saperi presenti nella cooperativa e offrire, a chi era in difficoltà con l’affitto, un modo per contribuire alla vita della comunità ricevendo in cambio un sostegno economico. È stato un esperimento interessante. In alcuni casi, le persone si sono attivate per aiutare altri abitanti, o per offrire piccole prestazioni alla cooperativa. Ha funzionato sul piano relazionale: ha rafforzato i legami, ha fatto emergere competenze che non conoscevamo.
Ma si è scontrato presto con dei limiti concreti. Il primo è quello della regolarità fiscale e contrattuale: non avevamo una cornice legale chiara per inquadrare queste prestazioni, né come scambi tra privati, né come attività da retribuire. Pensammo anche alla possibilità di creare una cooperativa di lavoro parallela, che gestisse formalmente questi scambi, ma era una prospettiva insostenibile per una realtà come la nostra. Anche i voucher, all’epoca disponibili, si sono rivelati troppo rigidi o limitati.
Così l’esperimento si è interrotto, pur lasciando delle tracce. Ancora oggi, nei singoli progetti, conosciamo molto bene le persone e cerchiamo – in modo informale – di favorire connessioni, occasioni di aiuto reciproco. Ma non abbiamo mai strutturato strumenti digitali, né sistemi di mappatura sistematica come quello delle Portinerie di Torino.
Devo dire che il lavoro fatto lì, soprattutto attraverso il Portale dei Saperi, è molto stimolante. La possibilità di raccogliere dati, parole chiave, relazioni, e di usarli in modo dinamico per progettare servizi e interventi, è un orizzonte importante. Lo guardiamo con interesse, anche se per ora la nostra forza resta in una conoscenza più “artigianale”, quotidiana, costruita nello stare dentro ai contesti.
Mario Flavio Benini. Negli ultimi anni si è molto parlato di cittadinanza attiva, ma la sua presenza concreta nei territori resta piuttosto discontinua. In alcune città esistono esperienze strutturate – come le Banche del Tempo o reti di volontariato diffuso – ma spesso si tratta di casi isolati. Nel terzo settore, il volontariato è ancora centrale, ma raramente si traduce in una vera assunzione di responsabilità da parte delle persone coinvolte: più spesso si limita a compiti esecutivi all’interno di strutture predefinite.
La cittadinanza attiva, invece, richiederebbe una partecipazione più consapevole, creativa, magari anche conflittuale.
Mi pare che, nel vostro lavoro, cerchiate di stimolare una forma di attivazione dal basso. Non sempre ci si riesce, ma è un terreno che frequentate. Qual è oggi, secondo te, il ruolo della cittadinanza attiva nei vostri progetti? E in che modo si distingue, se si distingue, dal volontariato tradizionale?
Sara Travaglini. È un tema che sicuramente attraversa il nostro lavoro, anche se cerchiamo di declinarlo in modo molto concreto e aderente alla realtà delle persone. Non puntiamo a costruire modelli ideali di partecipazione, ma a far emergere forme di attivazione legate ai bisogni quotidiani, individuali e collettivi. In questo senso, lavoriamo su scala locale, all’interno dei contesti abitativi, dove è più facile che si generino occasioni di coinvolgimento diretto.
Il volontariato tradizionale – quello che ha costruito anche DAR=CASA nei suoi primi anni, grazie all’impegno gratuito di persone con forti competenze e motivazioni – oggi è molto più raro. È cambiato il contesto sociale, sono cambiate le disponibilità. Ma in alcuni contesti abitativi, emergono comunque micro-attivazioni: gruppi di genitori che si auto-organizzano per un centro estivo, abitanti che si rendono disponibili per il dopo scuola, forme spontanee di aiuto tra vicini.
Anche a Stadera abbiamo avuto esperienze di Banca del Tempo, nate proprio dall’incontro tra bisogni e disponibilità. Non parliamo mai di “volontariato” in senso classico, ma piuttosto di atti di reciprocità, di collaborazione orizzontale, che si attivano quando le persone riconoscono un beneficio diretto o condiviso. È un’attivazione concreta, spesso parziale, ma significativa.
Diverso è il discorso nei progetti di abitare giovanile, come Ospitalità Solidale, un progetto nato da un bando del Comune di Milano. Lì, l’impegno dei giovani è previsto già dal bando: a fronte di un affitto calmierato, si chiede di dedicare 10 ore al mese ad attività di vicinato. Noi abbiamo scelto di non chiamarlo “volontariato”, proprio per sottolineare che non è un’attività accessoria, ma una componente del progetto. Lo definiamo “vicinato solidale”, e lo costruiamo con i ragazzi e le ragazze, partendo dalle loro competenze e interessi.
In questi progetti vediamo spesso un desiderio forte di relazione, soprattutto tra chi arriva da fuori Milano e cerca una dimensione più umana e comunitaria della vita urbana. L’attivazione, in questi casi, diventa parte di un percorso personale, di crescita. Molti ragazzi, a fine progetto, ci chiedono se è possibile continuare in altri contesti abitativi simili, perché riconoscono il valore di quell’esperienza. Vivere in un quartiere popolare, condividere spazi e responsabilità, incontrare persone molto diverse da sé: tutto questo lascia un segno. E per molti è l’occasione per leggere meglio come funziona il mondo.







Confronto con il panorama italiano.
Negli ultimi anni, in molte città italiane sono nate esperienze che hanno provato a ripensare l’abitare come dispositivo di inclusione, relazione, giustizia sociale. A Bologna, realtà come Piazza Grande o Open Group sperimentano coabitazioni protette e modelli di transizione abitativa. A Torino, esperienze come Housing Fiesole, CoAbitare e le Portinerie di Comunità ricuciono legami di prossimità e mutualismo urbano. A Roma, PsyPlus ETS integra l’approccio Housing First con un forte accompagnamento clinico. A Firenze e Palermo emergono cohousing diffusi, forme di autogestione e sperimentazioni ibride.
Anche a Milano, accanto a DAR=CASA, opera una delle esperienze più strutturate a livello nazionale: la Fondazione Housing Sociale (FHS), promotrice di numerosi interventi su scala urbana, come Cenni di Cambiamento, con oltre 100 alloggi, spazi comuni e servizi integrati. FHS ha costruito un modello basato su fondi immobiliari a impatto sociale, collaborazioni pubblico-private e un forte investimento sulla rigenerazione urbana.
Il confronto tra queste realtà non è mai competitivo: è orizzontale, sistemico, generativo. Ognuna affronta lo stesso tema – il diritto all’abitare – da prospettive diverse. E proprio in questa pluralità di approcci risiede la ricchezza del panorama italiano, che può diventare piattaforma di innovazione sociale a scala nazionale, se sostenuto da politiche adeguate e da reti attive.
Mario Flavio Benini Se guardiamo al contesto nazionale, ci sono esperienze che ritieni affini al vostro approccio? Realtà che – pur con modelli diversi – esprimono una visione dell’abitare capace di coniugare inclusione, partecipazione, lavoro sul territorio? In altre parole: esistono in Italia progetti da cui anche voi avete imparato, o che considerate particolarmente interessanti come percorsi di crescita e trasformazione sociale?
Sara Travaglini. A livello nazionale, alcune esperienze sicuramente ci hanno colpito e ci sembrano vicine per sensibilità e visione. Una delle realtà più interessanti, anche se ancora in costruzione, è il Community Land Trust portato avanti dalla Fondazione di Comunità Porta Palazzo di Torino, che lavora su un’idea forte di territorialità e di partecipazione. Lì il tema dell’abitare si intreccia con quello della co-progettazione locale, della costruzione di appartenenza e dell’accesso equo alla casa.
Sempre a Torino, un’altra esperienza che seguiamo con interesse è quella di ACMOS, che ha sviluppato progetti di coabitazione solidale per giovani all’interno di quartieri di edilizia popolare. È un’esperienza nata da un movimento di attivismo giovanile, che poi ha integrato la dimensione abitativa come strumento di impegno sociale. Hanno una storia trentennale, molto radicata, e rappresentano un modello virtuoso di attivazione giovanile dal basso.
Un contesto molto avanzato, sempre sul fronte delle politiche abitative, è sicuramente quello toscano. In particolare l’esperienza del Fondo Housing Toscano, che ha saputo creare una rete ampia e articolata di soggetti con competenze diverse, capaci di gestire insieme progetti di housing sociale. Non li chiamano più solo “social housing”, ma “urban housing“, proprio perché hanno costruito una connessione forte con il territorio, integrando dimensione abitativa e servizi di prossimità.
Anche Bologna ha sperimentato modelli interessanti. Uno che conosciamo da vicino è Pop House, un progetto promosso dalla cooperativa Piazza Grande – che ha una lunga esperienza sul tema della grave marginalità – all’interno di un contesto ERP misto, con un mix abitativo sfidante. Noi abbiamo dato un piccolo contributo nella fase iniziale di accompagnamento. C’è poi Porto 15, il primo co-housing pubblico per giovani, di cui abbiamo sentito racconti contrastanti, quindi non posso esprimermi nel dettaglio.
Nel complesso, direi che DAR=CASA ha un’impostazione abbastanza peculiare, anche rispetto alla tradizione cooperativa. Esiste in particolare in Lombardia, in Piemonte e in Emilia-Romagna una rete molto sviluppata di cooperative di abitanti a proprietà indivisa, che offrono un’alternativa importante al mercato, con canoni accessibili e una certa attenzione alla dimensione sociale. È un’offerta di casa accessibile che risponde a una domanda importante, ma sicuramente diversa dalla nostra, che è costituita da bisogni più fragili e per la quale cerchiamo e di costruire risposte anche per chi è fuori da ogni rete di protezione.
Mario Flavio Benini. Una domanda sull’Housing First. Vi è mai capitato di integrare, o di pensare di integrare, questa progettualità nel vostro lavoro? È un modello che negli ultimi anni ha generato molto interesse anche in Italia, soprattutto per il suo approccio radicale: offrire subito una casa stabile, senza condizioni, e accompagnare le persone “per tutto il tempo necessario”. Avete mai preso in considerazione l’idea di sperimentarlo, magari anche per intercettare risorse specifiche?
Sara Travaglini. No, non è mai successo, almeno finora. Un po’ perché non abbiamo mai avuto – internamente – le competenze necessarie per costruire un progetto in linea con l’Housing First, e un po’ perché negli ultimi anni non abbiamo avviato progetti di offerta diretta gestiti completamente da noi. In generale, è un tema che ci interessa, e conosciamo alcune cooperative con cui collaboriamo – anche a Milano – che stanno lavorando in quella direzione. Però, ad oggi, non l’abbiamo ancora intercettato concretamente.
Devo ammettere, da osservatrice esterna, che ho anche qualche riserva. L’impressione – ma davvero da profana – è che il modello, una volta arrivato in Italia, sia stato un po’ adattato, a volte snaturato. Il principio originario dell’Housing First, per come lo conosciamo a livello internazionale, è dare a ogni persona una casa autonoma e garantire un accompagnamento continuativo, non condizionato. Invece, mi capita spesso di vedere progetti che parlano di Housing First ma che poi si basano su coabitazioni, o su percorsi a tempo, con limiti tipo i 18 mesi.
Questo secondo me è un problema, anche più in generale: le persone – non solo quelle in grave marginalità, ma anche una famiglia sfrattata che si trova trasferita dall’altra parte della città – hanno bisogno di tempo. Di un tempo reale, disteso, per riorganizzare la propria vita, ricostruire relazioni, riattivare percorsi. E invece spesso si continua a lavorare con scadenze troppo rigide, che non tengono conto della complessità dei vissuti. Una vera esperienza abitativa, per essere trasformativa, deve avere un orizzonte lungo.







Il dialogo con l’Europa: CLT, Housing First, cohousing.
In tutta Europa – e oltre – la casa è oggi al centro di nuove domande politiche, culturali e sociali: come garantire accessibilità senza speculazione? Come integrare la fragilità senza ghettizzarla? Come trasformare l’alloggio in uno spazio di relazione, cura e autonomia?
Nel Regno Unito, i Community Land Trusts (CLT) separano la proprietà del suolo da quella degli edifici, sottraendo gli alloggi alla logica del profitto. In Germania e Svizzera, modelli come Spreefeld o Feld4 combinano progettazione partecipata, mix sociale e sostenibilità ambientale. In Finlandia, la Y-Foundation ha reso sistemico il modello Housing First, offrendo casa immediata e accompagnamento clinico a migliaia di persone senza dimora. In Giappone, il cohousing intergenerazionale risponde al doppio isolamento di anziani e giovani. Nei Paesi Bassi, l’approccio Energiesprong unisce retrofit energetico e rigenerazione abitativa.
DAR=CASA guarda a queste esperienze non per copiarle, ma per trovare risonanze, ispirazioni, adattamenti. Perché se è vero che ogni contesto è specifico, è altrettanto vero che la domanda di un abitare più giusto e condiviso attraversa tutti i confini.
Mario Flavio Benini. In diversi paesi europei si stanno affermando politiche abitative molto avanzate, che riconoscono il diritto alla casa come diritto universale e costruiscono interventi integrati e duraturi. Dal tuo osservatorio, ci sono esperienze internazionali che vi ispirano particolarmente o che ritieni utili da osservare anche per il contesto italiano?
Sara Travaglini. Una delle principali differenze che ho riscontrato, e che incide profondamente sulla qualità e sull’efficacia degli interventi abitativi, è il riconoscimento esplicito del diritto all’abitare come diritto universale. In molti paesi europei questo principio non è solo un enunciato costituzionale, ma si traduce in politiche strutturate, risorse stabili e visioni di lungo periodo.
Durante i seminari a cui ho partecipato, ho notato come in quasi tutte le esperienze raccontate – sia pubbliche che cooperative – il punto di partenza fosse chiaro: garantire a tutti un accesso stabile all’abitazione. Questo orientamento permette di costruire risposte realmente adeguate ai bisogni delle persone, senza la logica dell’eccezione o dell’emergenza che caratterizza spesso l’Italia.
In questo momento trovo molto interessante l’esperienza di Barcellona con esempi tipo la cooperativa La Borda o le esperienze promosse dalla Fondazione Dinamo. Lì si è riusciti a rilanciare un movimento cooperativo abitativo praticamente assente in Spagna, anche prendendo ispirazione dalla tradizione italiana. La differenza, però, sta nel tipo di sostegno pubblico ricevuto: non solo la messa a disposizione di aree, ma anche strumenti finanziari concreti, il coinvolgimento delle banche pubbliche (che in Italia non esistono più), e una regia pubblica forte che permette di garantire canoni accessibili sul lungo periodo e una gestione intergenerazionale del patrimonio abitativo, mantenendone la natura pubblica e sociale.
Un altro modello che trovo rilevante è quello di alcuni paesi del Nord Europa, come la Finlandia Ho in mente il progetto Nal Asunnot a Helsinki, dedicato ai giovani, in cui il percorso abitativo è pensato sul lungo periodo e strutturato in tappe progressive. Si parte dall’offerta di una casa come elemento centrale, accompagnata da una serie di servizi integrati che si attivano in base ai bisogni: inizialmente gratuiti o con una compartecipazione minima, e poi modulati nel tempo in base alla capacità della persona di contribuire. Se la condizione economica migliora, si inizia a pagare un affitto concordato, ma senza dover lasciare la casa.
È un approccio molto diverso da quello italiano, dove invece prevale la logica del progetto a tempo: stai lì 18 mesi, poi devi spostarti. In queste esperienze europee, invece, la casa resta, mentre cambiano le condizioni e i livelli di partecipazione: non si interrompe il percorso, lo si accompagna. È questo, credo, uno degli elementi da cui possiamo davvero imparare.
Giovani, fragilità, transizioni: le nuove frontiere.
Milano è la città delle “grandi opportunità” e dei “grandi affitti”. È anche la città dove, per un giovane senza un contratto stabile, una rete familiare forte o una borsa di studio, abitare diventa quasi impossibile. La cosiddetta “generazione tende” – studenti fuori sede accampati fuori dalle università, lavoratori sottopagati, neet in cerca di senso – rappresenta un’emergenza abitativa senza etichetta ufficiale, ma dai contorni sempre più concreti.
Accanto a loro ci sono altre forme di fragilità, meno visibili ma altrettanto pervasive: giovani adulti in uscita da comunità, famiglie ricomposte, anziani soli, persone in transizione esistenziale o professionale. Sono soggettività che non rientrano nelle categorie tradizionali del bisogno abitativo, ma che popolano le soglie, i margini, gli interstizi della città.
DAR=CASA ha provato a rispondere anche a queste domande: con progetti come il Foyer di Cenni, Ospitalità Solidale, Grigioni 2035. Ma oggi, alla luce dei cambiamenti in corso, serve forse una nuova grammatica dell’abitare: più flessibile, mobile, integrata. Non una casa per sempre, ma una casa per adesso, in cui costruire reti, autonomia, possibilità.
Mario Flavio Benini. In progetti come “Foyer di Cenni”, “Ospitalità Solidale” e “Carbonia” avete sperimentato forme di convivenza tra giovani e persone in situazione di fragilità. In un contesto in cui prevale l’individualismo abitativo, costruire esperienze di coabitazione solidale non è semplice. Che cosa avete imparato da questi progetti? Quali sono le condizioni che li rendono possibili?
Sara Travaglini. Tra i progetti che abbiamo sviluppato, quello di Ospitalità Solidale prevede l’assegnazione di monolocali a giovani nei quartieri di edilizia residenziale pubblica. Ancora più denso e complesso è il progetto di Carbonia, dove abbiamo trentadue alloggi destinati a famiglie in emergenza abitativa e sedici a giovani. In questo caso si è lavorato esplicitamente su un mix sociale che potesse generare attivazione, relazioni, scambio.
I giovani, in questi contesti, rappresentano una risorsa: portano iniziativa, energia, disponibilità a costruire servizi e relazioni che rispondono sia ai propri bisogni sia a quelli del quartiere. Ma sono anche un target che ha bisogno a sua volta di essere accompagnato. L’incontro con situazioni di disagio o fragilità complesse richiede strumenti, vicinanza, mediazione. È un lavoro su due fronti: da una parte la valorizzazione del protagonismo giovanile, dall’altra il sostegno costante da parte dell’équipe.
Non si tratta di lasciare i ragazzi da soli in un contesto difficile: c’è sempre un presidio, una regia, una cura del processo. Ma all’interno di questo spazio protetto si creano spesso esperienze sorprendenti. Alcune delle iniziative più interessanti sono nate proprio da qui, da incontri inaspettati tra mondi diversi che difficilmente si sarebbero incrociati altrove.
Quello che abbiamo visto è che i giovani – spesso descritti come disinteressati o passivi – in realtà lavorano tantissimo, studiano, cercano di gestire mille impegni per mantenersi. Questo rende a volte difficile garantire continuità nella presenza o nella partecipazione, ma non toglie nulla al desiderio fortissimo che molti di loro hanno di attivarsi, di costruire relazioni, di contribuire alla vita della casa e del quartiere.
Un limite, semmai, è rappresentato dalla temporaneità: alcuni progetti hanno durate brevi o contratti limitati, e questo rende difficile costruire percorsi di attivazione che possano consolidarsi. Anche per i giovani stessi, a volte, la condizione di transitorietà – dovuta a cambiamenti di lavoro, studio, vita – può diventare un ostacolo. Ma proprio per questo, quando si riesce a costruire un tempo lungo, si aprono possibilità trasformative molto importanti.
Il futuro dell’abitare cooperativo.
Studiano il vostro lavoro una cosa è chiara: abitare non è un fatto privato. È una questione pubblica, politica, collettiva. E nel lavoro di DAR=CASA questa consapevolezza attraversa ogni scelta: dalla forma giuridica alla distribuzione degli spazi, dal patto di convivenza alla valutazione d’impatto. Ma oggi, in un tempo attraversato da crisi sistemiche – sociale, ambientale, abitativa, democratica – la domanda si fa più pressante: che cosa può diventare, domani, l’abitare cooperativo?
C’è bisogno di più alloggi, certo. Ma anche di più legami, più prossimità, più cura. C’è bisogno di una visione abitativa che sia anche visione di città, di una nuova grammatica politica del vivere insieme. DAR=CASA ha tutte le carte in regola per giocare questa partita. Ma la sfida sarà uscire dall’eccezione, dalla “buona pratica”, e diventare leva di trasformazione strutturale, alleata di un welfare che torni ad avere forma e volto.
Mario Flavio Benini. In Italia è ancora molto difficile parlare di casa come bene comune. Secondo te, cosa ostacola la costruzione di politiche abitative realmente all’altezza dei bisogni e dei diritti delle persone? E guardando avanti: che visione avete per il futuro di DAR=CASA?
Sara Travaglini. Credo che in Italia pesi una tradizione culturale, sociale ed economica che ha fortemente individualizzato il tema della casa. L’abitare è stato progressivamente spogliato della sua dimensione collettiva, e la casa è diventata sempre più una questione privata, individuale, spesso ridotta a questione patrimoniale o di investimento. Allo stesso tempo, il problema abitativo è stato considerato per anni residuale, numericamente poco rilevante, e quindi rimosso dal dibattito politico e istituzionale.
In realtà, non è affatto un fenomeno marginale: basti pensare che oltre il 20% della popolazione vive in affitto, e moltissime persone non riescono a sostenere i costi del mercato. Ma a fronte di questo, abbiamo assistito per trent’anni all’assenza di politiche pubbliche sull’abitare, con una chiara volontà di valorizzare la proprietà privata e una crescente dismissione del patrimonio pubblico.
C’è anche, a mio avviso, un problema più profondo: una lettura colpevolizzante della povertà. Come se non avere una casa, o non riuscire a pagare un affitto, fosse una colpa individuale. Un atteggiamento che abbiamo visto anche nel dibattito sul reddito di cittadinanza, e che si riflette sul piano abitativo: chi è in difficoltà viene spesso stigmatizzato, anziché supportato.
Nel frattempo, la finanziarizzazione dell’immobiliare ha premiato chi possiede molto e ha reso ancora più difficile l’accesso alla casa per chi è in condizione di fragilità. È un modello deliberato, non un accidente storico. E oggi, di fronte all’aggravarsi della crisi abitativa, ne vediamo tutti i limiti – che erano prevedibili.
C’è però un segnale positivo: finalmente si torna a parlare di casa, anche perché il problema sta toccando fasce di popolazione che finora si consideravano al sicuro. E stanno nascendo movimenti e mobilitazioni che mettono al centro l’abitare come diritto. Questo ci sembra un segnale generativo, che apre spazi nuovi.
Per quanto riguarda DAR=CASA, stiamo cercando di costruire risposte concrete, rimanendo fedeli ai nostri principi ma anche reinventandoci, in base alle occasioni che emergono e ai bisogni che incontriamo. Negli ultimi anni abbiamo seguito molti progetti in collaborazione con altri soggetti, ma oggi sentiamo l’esigenza di tornare a costruire un’offerta diretta: alloggi accessibili, in affitto, a lungo termine, per persone che oggi sono escluse dal mercato.
È una sfida complessa, ma stiamo lavorando per cogliere le opportunità che potrebbero aprirsi, anche a livello europeo, grazie al nuovo piano straordinario per l’abitare e alla nomina del commissario UE alla casa. Naturalmente, servirebbe una politica nazionale, regionale e locale coerente e strutturata. Ma nel frattempo, il nostro impegno è testimoniare che modelli sostenibili si possono fare – sostenibili sia per chi li gestisce, sia per chi li abita – e che possono migliorare concretamente la qualità della vita.
Ci piacerebbe anche provare a portare il nostro approccio alla gestione sociale dentro altri contesti, come quello dell’edilizia pubblica. Non necessariamente gestendo direttamente, ma contribuendo a contaminare quel mondo con una visione più relazionale, integrata, capace di restituire all’abitare il suo valore sociale profondo.

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