Comunità di San Benedetto al Porto: tra resistenza e utopia concreta.

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Fotografie: Comunità San Benedetto al Porto.

Nel panorama contemporaneo delle sfide sociali urbane, la Comunità di San Benedetto al Porto è un laboratorio a cielo aperto di resistenza culturale e innovazione sociale. Nata nel 1970 dall’intuizione di Don Andrea Gallo, si colloca nella lunga tradizione italiana di comunità di base che intrecciano fede e azione civile, ponendosi in dialogo con i movimenti partigiani, le esperienze della teologia della liberazione e le pedagogie critiche di figure come Paulo Freire. Lo stesso Gallo amava definirsi “un partigiano del Vangelo”, convinto che le parole di Gesù fossero “sovversive, indomabili: soffocano nelle sagrestie e respirano sui marciapiedi” . Questa impostazione radicale ha plasmato la comunità come spazio di accoglienza universale e come segno politico, capace di rinnovare quotidianamente il rapporto tra etica e prassi.

L’esperienza di San Benedetto al Porto si inserisce nella tradizione gramsciana dell’“intellettuale organico” e dell’egemonia culturale alternativa, declinata nei vicoli di Genova tra prostitute, trans, tossicodipendenti e migranti. Non semplice carità, ma – come ricordava Gallo – “amore a perdere”, ossia la pratica di una solidarietà che non chiede ritorno, e che riconosce negli “ultimi” il fondamento stesso di una società più giusta. In questa prospettiva, l’accoglienza diventa un atto politico: partire dagli esclusi significa ribaltare le gerarchie della cittadinanza, ridefinendo i confini stessi del vivere urbano.

Dal punto di vista sociologico, tale modello si confronta con la condizione descritta da Zygmunt Bauman come “modernità liquida”, in cui le reti tradizionali di solidarietà si dissolvono e le persone rischiano di precipitare in nuove forme di esclusione, trasformandosi in quelle “vite di scarto” che la società dei consumi produce e al tempo stesso nasconde. La Comunità risponde costruendo ciò che Pierre Bourdieu avrebbe chiamato un “capitale sociale alternativo”, una rete di legami che restituisce senso di appartenenza e dignità in contesti segnati dalla marginalità estrema. In questa prospettiva, l’azione comunitaria non si limita a riprodurre legami di prossimità, ma genera anche quel capitale sociale “bridging” di cui parla Robert Putnam, capace di connettere gruppi diversi e di rafforzare la fiducia orizzontale tra soggetti altrimenti separati. In questo modo, la pratica comunitaria si configura come resistenza al processo di gentrificazione e alla mercificazione dei quartieri storici, mantenendo viva l’identità popolare dei caruggi. 
C’è, inoltre, un elemento antropologico fondamentale: la comunità come spazio di “contaminazione”, dove la convivenza con la differenza non è un rischio da gestire ma un valore da coltivare. Don Gallo lo aveva espresso con forza nel suo libro “Come un cane in chiesa“: “i peccatori, le prostitute, i trans, i barboni sono i “cani in chiesa” che la società del perbenismo di facciata ha dimenticato idolatrando denaro e potere”. In questa immagine scandalosa si manifesta una rottura epistemologica: ciò che viene escluso diventa principio generativo di un nuovo ordine sociale, più umano e più giusto. Cornelius Castoriadis parlava di “magma di significati sociali” sempre in movimento: San Benedetto rappresenta uno di quei luoghi in cui questo magma prende forma, dando vita a immaginari condivisi che sfidano le narrazioni dominanti.
Oggi, con la partecipazione di Fabio Scaltritti, la Comunità di San Benedetto continua a incarnare questo patrimonio di lotte e utopie concrete, affrontando le nuove povertà, l’impatto delle migrazioni, la precarietà urbana e i rischi della disgregazione sociale. In questa intervista con Scaltritti parleremo di come l’eredità di Don Gallo si traduca oggi in pratiche quotidiane di accoglienza universale, di quali strumenti la Comunità stia sperimentando per coniugare resistenza culturale e innovazione sociale, del ruolo delle Case di Quartiere come infrastrutture civiche e delle prospettive future di un modello che continua a interrogare la città, le istituzioni e la società civile.

Radici e valori fondanti.

La nascita della Comunità di San Benedetto al Porto nel 1970 non può essere compresa senza guardare al clima storico e culturale che ha attraversato l’Italia alla fine degli anni Sessanta. Genova, città portuale e operaia, era allora teatro di conflitti sociali, di fermenti giovanili e di nuove forme di sperimentazione culturale. La parrocchia del Carmine, dove Don Andrea Gallo era stato inviato come viceparroco, divenne un luogo simbolico in cui si intrecciavano università occupate, movimenti studenteschi e una predicazione evangelica radicale che rompeva con le forme istituzionali della Chiesa genovese. È in questo contesto che prende forma l’idea di una comunità capace di vivere il Vangelo non come dottrina astratta, ma come prassi incarnata nelle vite di chi abitava i vicoli più marginali della città.
Il motto “Osare la speranza” nasce dalla biografia personale di Don Gallo, cresciuto in una famiglia antifascista e segnato dalla militanza partigiana del fratello Dino. Ma la sua risonanza va oltre la memoria familiare: rappresenta l’eredità collettiva di un’Italia uscita dalla guerra con la promessa di una democrazia fondata sulla Costituzione e sui valori della Resistenza. Se Ernst Bloch parlava della speranza come “principio attivo” della storia (“Il principio speranza”, 1954-1959), Don Gallo ne fece un metodo di vita, trasformando un grido di battaglia in una filosofia quotidiana di resistenza civile e inclusione sociale.
L’insediamento della Comunità nel porto e nei caruggi non fu una scelta casuale. Nelle parole di Michel de Certeau, lo spazio urbano si trasforma quando è “praticato”, e proprio i vicoli di Genova diventarono il luogo privilegiato per costruire nuove geografie dell’inclusione. Via Pré, via del Campo e i dintorni della stazione Principe, spesso stigmatizzati come zone di degrado, furono trasformati in laboratori viventi di solidarietà, in cui tossicodipendenti, migranti, persone transgender e senza dimora trovavano accoglienza e parola. Fabrizio De André, vicino alla Comunità, aveva colto questa stessa logica nei versi di “Via del Campo”: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Dal punto di vista culturale, la Comunità di San Benedetto rappresenta una sintesi tra le radici del cattolicesimo sociale italiano e le nuove istanze dei movimenti di liberazione. Don Milani aveva scritto che “la politica è uscire tutti insieme dai problemi”, e Don Gallo portava questa intuizione nelle strade di Genova, facendo della politica e del Vangelo due facce della stessa missione. La teologia della liberazione di Gustavo Gutiérrez, con la sua “opzione preferenziale per i poveri” (“Teologia della liberazione. Prospettive“, 1972), offriva un quadro teorico in cui leggere le pratiche quotidiane della Comunità: non si trattava di aiutare gli ultimi dall’alto, ma di riconoscerli come protagonisti della trasformazione sociale. In questo senso, San Benedetto non era un semplice centro di assistenza, ma un luogo di resistenza attiva, una “contro-egemonia” costruita dal basso attraverso pratiche di mutuo aiuto e di autogestione.
La dimensione spirituale e sociale rimane inscindibile. Don Gallo amava definirsi “un partigiano del Vangelo e della costituzione”, (“Mi ritengo un partigiano del Vangelo – oltre che della Costituzione italiana – e, proprio in virtù del Vangelo che amo, mi permetto talvolta di fare un po’ il ribelle e di alzare la voce per richiamare i credenti, gli uomini di Chiesa e tutte le persone di buona volontà a un ascolto più attento del messaggio universale dell’uomo di Nazareth”) convinto che la parola di Gesù fosse scandalosa e sovversiva, capace di respirare solo sui marciapiedi . Questa convinzione si tradusse in una pedagogia dell’ascolto che richiamava la “pedagogia dell’oppresso” di Paulo Freire (“Pedagogia degli oppressi“, 1971): non fare per gli altri, ma con gli altri; non dispensare carità, ma costruire insieme coscienza critica, autonomia e dignità. È in questo intreccio tra spiritualità laica, eredità partigiana e prassi comunitaria che la Comunità di San Benedetto al Porto trova le sue radici più profonde, proiettandosi come esempio di laboratorio di cittadinanza attiva e di resistenza alle nuove forme di esclusione urbana.

Mario Flavio Benini. La Comunità nasce nel 1970, dentro un clima di contestazione giovanile e di forti tensioni sociali che segnavano l’Italia e Genova. Quanto quel contesto originario ha inciso sulla forma che la Comunità ha assunto e quali tracce di quella stagione restano vive ancora oggi?

Fabio Scaltritti. La Comunità di San Benedetto nasce nel 1970, lo stesso anno in cui nasce “il Manifesto“. Quel collettivo politico e culturale, nato dalla fuoriuscita dal Partito Comunista di figure come Luciana Castellina e Luigi Pintor, è per noi un riferimento simbolico. Ogni volta che celebriamo un anniversario — i 40, i 50 anni — ricordiamo che condividiamo la stessa data di nascita: due esperienze diverse, ma accomunate dal desiderio di pensare in modo critico, di restare fedeli ai valori originari senza chiudersi nelle ortodossie.
Siamo nati in pieno clima anni Settanta, un periodo di grandi conflitti ma anche di sperimentazioni sociali e culturali. Tra le esperienze più vicine alla nostra c’è quella del Gruppo Abele di Don Luigi Ciotti a Torino, più che quella di Don Picchi, per impostazione e metodo. Ricordo che pochi anni dopo la nostra nascita partecipammo alla “tenda” che il Gruppo Abele aveva montato in Piazza Castello, a Torino, per attirare l’attenzione del governo sul tema della tossicodipendenza. Lì si affermava un principio che per noi resta fondamentale: chi usa sostanze non è un colpevole da punire, ma una persona da capire, accompagnare e aiutare.
Don Andrea, fin dall’inizio, non ha mai voluto porre limiti o vincoli. Ci ripeteva sempre che la Comunità non doveva essere settoriale. Non “una comunità per tossicodipendenti”, ma un luogo aperto a tutte le forme di marginalità. È così che, nel tempo, abbiamo sviluppato competenze, aperto comunità, costruito percorsi. E forse proprio per questa libertà di sguardo siamo diventati, per molti, un punto di riferimento: una comunità fuori dal coro, non facilmente classificabile.
Siamo stati tra i fondatori del CNCA, il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, ma sempre un po’ “la pecora grigia”. Né nera né bianca: semplicemente indipendenti. Nel 1978, per esempio, fummo la prima comunità in Italia a dichiararsi apertamente antiproibizionista. Partecipammo, insieme alla Federazione Giovanile Comunista Italiana, al primo referendum per la legalizzazione della cannabis. In quegli anni non era una posizione facile, né dentro né fuori il CNCA, ma ci sembrava giusta.
Un altro elemento fondante è il modo in cui Don Gallo teneva insieme Vangelo e Costituzione. Tutti ricordano quella frase — “In una mano il Vangelo, nell’altra la Costituzione” — ma per lui non era un simbolo da citare nei discorsi. Significava renderla viva. “La Costituzione — diceva — va fatta camminare ogni giorno, va vivificata nelle azioni quotidiane, nei rapporti con gli altri.” E aggiungeva: “Non per i cittadini, ma con i cittadini.”
Per noi questo resta un principio guida: non fare al posto di, ma fare insieme.
Da qui nasce la nostra scelta di lavorare sempre in relazione con il servizio pubblico. Abbiamo sempre visto nel pubblico — nel Comune, nei servizi sociali, nelle istituzioni locali — il centro del nostro intervento. Anche oggi, in un tempo in cui si privatizza tutto e il Terzo Settore rischia di perdere la propria identità, continuiamo a pensare che il compito delle comunità non sia sostituire il pubblico, ma costringerlo — se serve — a fare meglio il proprio lavoro.
Questo significa che, anche quando realizziamo progetti come soggetto privato, lo facciamo sempre in co-progettazione con gli enti pubblici. È un modo per restare coerenti con l’idea che la responsabilità dei diritti resta della Repubblica, non delle organizzazioni. L’articolo 3 dice che è la Repubblica che deve rimuovere gli ostacoli, non la Comunità di San Benedetto, non la Caritas. Noi possiamo collaborare, ma la titolarità rimane pubblica.
Per questo motivo spesso non partecipiamo ai grandi “progettifici”. Quando vediamo alleanze costruite solo per accedere ai fondi europei, dove la maggior parte delle risorse finisce nelle strutture e alle persone arrivano le briciole, preferiamo non esserci. Non per presunzione — anche se qualcuno ce lo rimprovera — ma perché non ci interessa lavorare se non possiamo farlo bene, in modo etico e utile. A noi interessa il senso del lavoro, non il volume.
Ci piace lavorare bene. Se non ci sono le condizioni per farlo, preferiamo non lavorare affatto. È una scelta che ci accompagna da sempre: meno progetti, più coerenza.

Mario Flavio Benini. In più di cinquant’anni la Comunità ha attraversato molte trasformazioni. Quali sono, secondo te, i passaggi che più l’hanno segnata?

Fabio Scaltritti. In cinquant’anni e più di vita comunitaria ci sono stati tanti passaggi importanti, ma alcuni hanno inciso davvero in profondità. Il primo è stato l’arrivo dell’AIDS e dell’HIV. È difficile spiegare oggi cosa abbia significato. Stiamo parlando di tossicodipendenti, di persone con orientamenti sessuali diversi, di chi viveva situazioni di prostituzione o di estrema marginalità, ma anche di tanti eterosessuali. Alla fine degli anni Ottanta e nei primi Novanta quella malattia ci ha colpiti duramente, ci ha decimato. Ci ha costretto a guardare la morte in faccia, a riconoscerla come presenza possibile, quotidiana, e a rimettere in discussione tutto: il modo di accogliere, di curare, di vivere insieme. È stata una ferita collettiva che ci ha trasformati.
Il secondo grande cambiamento è arrivato con l’omicidio di San Patrignano e con tutto quello che ne è seguito. Quando il corpo del ragazzo ucciso venne ritrovato a Napoli, esplose un dibattito enorme sulle comunità, sui rischi di chi lavorava in modo spontaneo, senza regole o controlli. Da lì partì la spinta verso una regolamentazione del settore, che portò alla nascita dei Servizi per le Tossicodipendenze – Ser.T., ai nuovi requisiti strutturali, professionali, funzionali. L’intenzione era buona — dare dignità e sicurezza a un lavoro che fino ad allora si reggeva solo sulla passione — ma l’effetto fu dirompente.
Noi, che avevamo sei comunità tra Piemonte e Liguria, con circa 120-140 persone che vivevano in uno stile laico, comunitario, non sanitario e non religioso, ci trovammo davanti a una scelta. O cambiare o chiudere. E allora molti di noi — io compreso — tornammo a studiare. Ci iscrivemmo all’università, prendemmo lauree, costruimmo nuove competenze. Alcuni se ne andarono, perché non si riconoscevano più in quel modello “professionalizzato”. Ma per noi fu una prova di maturità. Da quel momento in poi, dovemmo imparare a gestire persone con buste paga, orari, contratti. Qualcuno si sentì tradito, altri capirono che quella era una fase necessaria. Sicuramente, fu uno dei momenti che più ci ha rimesso in discussione.
Il terzo grande passaggio è stata la morte di Don Andrea. Non improvvisa — lui era malato già da qualche anno — ma comunque difficile da accettare. Dal punto di vista organizzativo non ci ha travolto, perché Andrea ci aveva già delegato molto. Non aveva neanche un cellulare: toccava a noi gestire inviti, relazioni, contatti con editori, giornalisti, istituzioni. Ci chiedeva solo di essere informato, e quando gli portavamo delle proposte ci diceva sempre: “Avete valutato? Allora andate avanti.” Non ci ha mai detto di no. Questo ci ha aiutato a crescere, ad assumerci responsabilità vere, a costruire strumenti professionali e personali per gestire un’associazione complessa.
Quello che ci è mancato dopo la sua scomparsa, e ci manca ancora oggi, è la sua forza. La capacità di trascinare, di sollevarti quando cadevi, di rimettere tutto in discussione. Nessuno di noi si è mai sentito “il sostituto” del Gallo, ma in questi dodici anni abbiamo cercato di tenere viva la sua eredità rafforzando il legame con i territori, con le istituzioni, con i vicini di casa.
Ad Alessandria, per esempio, abbiamo costruito un vero sistema locale sull’abitare e sulle fragilità. Quando abbiamo aperto la Casa di Quartiere, quindici anni fa, la città aveva solo un dormitorio maschile da 16 posti e uno femminile da 4, per una popolazione di centomila abitanti. Era il 2012. Ci siamo messi al lavoro insieme ai servizi sociali, al Comune, alla Caritas, all’ATC e a una cooperativa sociale, la Coompany&, con cui ci occupiamo  di supporto all’housing e fragilità abitative. Abbiamo costruito un gruppo di lavoro stabile, che negli anni è diventato un vero e proprio sistema territoriale.
Oggi Alessandria ha un dormitorio maschile da 16 posti che, con il PNRR, diventerà una Stazione di Posta; due micro-comunità da 12 posti; un housing di secondo livello con sei mini-appartamenti con bagno privato per due persone; tredici alloggi di Housing First dati in gestione dalla diocesi e gestiti insieme da Caritas, servizi sociali e comunità. Parliamo di 130 posti letto, tutti occupati, e di un sistema di accoglienza che — in proporzione al numero di abitanti — è oggi il più ampio del Piemonte, persino più di Torino.
Ma la cosa più importante non sono i numeri: è il metodo. Noi parliamo di sistema perché non esiste più “la Caritas”, “il Comune” o “San Benedetto”. Esiste una rete integrata, dove ciascuno mette risorse, tempo, energie, per un obiettivo comune. Non un bene fisico, ma un bene collettivo: la possibilità di abitare, di trovare un posto nella città.
Questo sistema è formalizzato attraverso l’Osservatorio Sociale del Comune di Alessandria per le fragilità abitative, che ho contribuito a proporre nel 2015 dopo aver sperimentato un modello simile a Genova. È uno strumento di consultazione dell’amministrazione, gratuito nei costi di gestione, che mette insieme dodici persone: operatori dei servizi sociali, referenti del Comune e dell’ATC, Caritas, Polfer, Questura, sportelli casa, cooperative. Si incontrano regolarmente e affrontano insieme i casi: la donna con un bambino appena scesa dal treno, la famiglia sfrattata, gli anziani segnalati dalla Caritas, i dormitori pieni.
Questo metodo è stato poi adottato anche da altri Comuni, come Acqui Terme e Pozzolo Formigaro, che lo hanno fatto proprio, adattandolo ai loro contesti. È un modello semplice, ma funziona: perché è basato sulla corresponsabilità, sulla condivisione dei problemi e delle soluzioni.
Ecco, direi che questo è il filo rosso che attraversa tutta la nostra storia: la capacità di trasformare i momenti di crisi — la malattia, la legge, la perdita del fondatore — in occasioni per costruire qualcosa di nuovo, insieme agli altri.

Mario Flavio Benini. Nel vostro lavoro quotidiano sembrano convivere molte eredità: la Resistenza, il cattolicesimo sociale, le pratiche dei movimenti urbani e una forte dimensione europea. Come riuscite oggi a tenere insieme conflitto e corresponsabilità, radicamento locale e sguardo internazionale?

Fabio Scaltritti. Prima ti ho citato l’articolo 3 della Costituzione, perché secondo me è proprio lì il collante. Quando l’attenzione è su un bene comune pubblico, serve una governance pubblica — chiara, condivisa — e se tutti gli altri attori lavorano con questo obiettivo, allora si riesce davvero a fare massa e a valorizzare il ruolo del pubblico.
Noi come comunità, ti dico la verità, veniamo da lì. Io stesso sono cresciuto dentro quella cultura: a venticinque anni facevo i picchetti per impedire gli sfratti delle famiglie, e l’ho fatto per trent’anni. Dal 2006 in poi, però, ho capito che il picchetto può anche andare bene, ma se resta solo quello, se non ci costruisci attorno qualcos’altro, diventa sterile. E non l’ho imparato da solo: l’ho imparato guardando quello che accadeva a Roma, tra il 2005 e il  2006, nel Municipio X di Sandro Medici, da dove sono nate esperienze come Spin Time Labs e tutto il movimento di spazi sociali che poi si è sviluppato nella capitale.
In quegli anni i movimenti romani non si limitavano a impedire gli sfratti: occupavano stabili, mettevano in discussione la rendita immobiliare, ma allo stesso tempo costruivano canali di dialogo con i servizi sociali territoriali. Era un conflitto costruttivo, una forma di pressione che generava anche innovazione istituzionale. È lì che ho capito che la resistenza da sola non basta: bisogna costruire responsabilità pubblica.
La responsabilità, infatti, non è né dell’ufficiale giudiziario né del tribunale né della questura: è del Comune. È il Comune che deve dare una risposta. E noi, nel ripeterlo, non ci siamo mai limitati a dire “è compito tuo”: abbiamo sempre aggiunto “è compito tuo, ma noi possiamo aiutarti a farlo”.
Questa postura, con gli anni, ha cambiato i rapporti di forza. Oggi capita spesso che sia l’ufficiale giudiziario a chiamare prima di eseguire uno sfratto, non il contrario. Mi dice: “Scaltritti, se riuscite a coinvolgere i servizi sociali, chiediamo un rinvio di due o tre mesi, sollecitiamo il Comune e vediamo se si riesce a trovare una soluzione.” È un modo diverso di intendere il conflitto: non come scontro, ma come  pretesa e costruzione di responsabilità condivisa.
Quando accompagniamo una famiglia davanti al magistrato, non vado a “difendere”, vado a dire che se quella famiglia finisce in strada, il danno non è solo loro ma dell’intera città. Perché poi quella famiglia la ritrova la polizia municipale, la Caritas deve improvvisare un posto, i servizi sociali si bloccano, il Comune allunga la lista d’attesa. È un problema collettivo, non privato. 
Abbiamo anche costruito delle vere e proprie procedure. Quando non c’è alternativa, proponiamo noi  di firmare il verbale con la garanzia che sarò io, insieme alla famiglia, a consegnare le chiavi entro due mesi. All’inizio sembrava una follia, oggi spesso sono gli stessi ufficiali giudiziari a proporlo. È un cambiamento culturale importante, che restituisce umanità e fiducia a una procedura che altrimenti sarebbe pura burocrazia.
Il principio che ci guida è semplice: non esiste una condizione “per sempre”. Le persone cambiano, e così devono cambiare anche le risposte. Una roulotte può andare bene per due o tre mesi, sei al massimo, ma non può diventare una soluzione permanente. Un portico può essere un rifugio temporaneo, ma non un destino. Il nostro compito è costruire una gamma di possibilità, un sistema abitativo differenziato e flessibile, che accompagni le persone lungo tutto il loro percorso di vita.
E questo, te lo dico sinceramente, l’ho imparato anche guardando fuori dall’Italia. In dieci anni ho visitato praticamente tutte le capitali europee e incontrato esperienze straordinarie che lavorano come noi.
A Barcellona, per esempio, la fondazione Hábitat 3 è la più grande della città. La visitiamo spesso, perché lavora proprio sull’abitare con una gamma di servizi differenziati. Dentro la fondazione ci sono le fondazioni bancarie della città, l’Ajuntament (il Comune di Barcellona) e varie organizzazioni sociali. È un modello pubblico-privato davvero evoluto.
E poi c’è la ABD, un’associazione che fa un lavoro eccezionale: gli operatori di strada si formano insieme alla Polizia Municipale di Barcellona, che è l’equivalente della nostra polizia locale. Escono di notte insieme, con gli stessi strumenti, le stesse competenze, le stesse capacità. È una collaborazione vera, non formale.
Oppure potrei raccontarti come lavorano a Copenaghen sull’abitare: con la casa di quartiere, con il municipio, con i distretti civici che gestiscono direttamente gli spazi e le politiche sociali locali. O ancora a Lisbona, dove il Comune e le case di quartiere garantiscono l’accesso immediato alle abitazioni, senza trafile burocratiche infinite, e accompagnano poi le persone nei percorsi di stabilizzazione.
Da tutte queste realtà abbiamo imparato che la casa non è solo un tetto, ma una forma di esercizio di cittadinanza, e che il lavoro sull’abitare è anche un lavoro politico, culturale, educativo.
Negli ultimi anni, però, questo equilibrio si sta deteriorando. L’overtourism e la speculazione immobiliare stanno cacciando gli abitanti dal centro delle città a una velocità impressionante, e il rischio è che questo fenomeno non resti confinato alle metropoli ma si estenda anche ai centri medi, come Alessandria. Lo stiamo già vedendo: il prezzo delle case cresce, gli alloggi popolari calano, le famiglie più fragili vengono spinte ai margini.
Questo è il fronte vero su cui dobbiamo tornare a fare resistenza. Una resistenza intelligente, capace di unire conflitto e responsabilità, radicalità e alleanze. Perché se l’abitare diventa un privilegio, la città smette di essere comunità e torna a essere soltanto mercato.

San Benedetto al Porto tentativo di analisi del “modello operativo”.

L’esperienza pedagogica della Comunità di San Benedetto al Porto nasce e si sviluppa non come applicazione di un metodo astratto, ma come cantiere comunitario costruito insieme alle persone accolte, ai volontari e ai cittadini. Non esiste un “modello Gallo” in senso individuale, ma un intreccio di pratiche che fanno della comunità un laboratorio collettivo di convivenza, in cui la porta aperta diventa simbolo e metodo. Don Andrea Gallo amava dire che il Vangelo respira solo sui marciapiedi: “Le parole di Gesù sono sovversive, indomabili, rivoluzionarie: soffocano nelle sagrestie e respirano sul marciapiede. Mi ritengo un partigiano del Vangelo – oltre che della Costituzione italiana – e, proprio in virtù del Vangelo che amo, mi permetto talvolta di fare un po’ il ribelle e di alzare la voce per richiamare i credenti, gli uomini di Chiesa e tutte le persone di buona volontà a un ascolto più attento del messaggio universale dell’uomo di Nazareth”, e questo respiro si traduce nella scelta di collocarsi nei luoghi della marginalità, per trasformarli in spazi di educazione, consapevolezza, autonomia e emancipazione.
L’accoglienza universale è stata fin dall’inizio la cifra distintiva: nessuno escluso, nessuna condizione preventiva. Ma a questa radicalità si accompagna la consapevolezza che l’accoglienza non può fermarsi all’assistenza. Deve aprire cammini di autonomia. Non si tratta di un equilibrio semplice: il rischio dell’assistenzialismo e quello dell’abbandono sono sempre in agguato. Proprio per questo, la Comunità ha sviluppato un approccio che potremmo chiamare “responsabilizzazione graduale” o “autonomia graduale nella vita quotidiana”: accompagnare le persone a partire dal bisogno immediato, ma sempre con l’orizzonte della liberazione personale e collettiva. È la “solidarietà liberatrice” che Don Gallo contrapponeva alla carità paternalista.
In questo senso, la pedagogia dell’ascolto non è mai stata solo empatia, ma uno strumento politico. Ascoltare significava dare parola ai “cani in chiesa” – aprirsi alla condizione di fragilità delle persone – riconoscendo che le loro storie custodivano una verità collettiva sulla città e sulle sue ingiustizie. È un’educazione che non si esercita su chi è marginale, ma con loro, in un rapporto reciproco: “dalla povera gente c’è sempre da imparare”, ripeteva Don Gallo. Così, la Comunità ha fatto propria l’intuizione di Paulo Freire sulla coscientizzazione, intrecciandola con la tradizione italiana dell’educazione popolare e con la concretezza della strada.
Il radicamento nei caruggi non è stato soltanto una scelta logistica ma un vero dispositivo metodologico. Michel de Certeau, nelle sue riflessioni sulla vita quotidiana, parlava di “spazi praticati” per descrivere come i luoghi urbani non siano mai neutri, ma vengano continuamente riscritti dai gesti, dalle abitudini e dalle relazioni di chi li attraversa. La Comunità di San Benedetto al Porto ha incarnato questa intuizione: nei vicoli del centro storico, stigmatizzati come luoghi di degrado, ha costruito un laboratorio pedagogico in cui la convivenza con la differenza diventa pratica quotidiana e forma di apprendimento reciproco. In questo senso, la città marginale non viene subita, ma abitata creativamente, trasformata in spazio educativo e politico.
Allo stesso tempo, Ivan Illich aveva denunciato i rischi dell’“istituzionalizzazione dell’educazione”; la scelta di Gallo e dei suoi compagni fu opposta, con una sede senza insegne né campanelli, aperta a chiunque bussasse in qualsiasi momento. Questa dimensione pedagogica non si è mai separata dal contesto urbano. San Benedetto non educava solo i singoli, ma trasformava il quartiere, creando capitale sociale alternativo, reti di solidarietà, economie di prossimità. Oggi, questa stessa logica anima i progetti della Casa di Quartiere di Alessandria, del recupero e redistribuzione solidale, dei laboratori artistici e produttivi. L’educazione non è confinata a un’aula, ma si diffonde negli spazi della città, che diventano a loro volta luoghi formativi. È in questo senso che la Comunità continua a essere laboratorio di nuove relazioni sociali, fondate sulla cooperazione e non sulla competizione.

Mario Flavio Benini. Una delle vostre intuizioni più forti è stata quella di trasformare gli spazi — dai vicoli del centro storico alle case di quartiere — in strumenti di autonomia. Ma la vostra è un’educazione che va oltre le persone fragili che accompagnate: è anche un’educazione civica, rivolta alle istituzioni e alla cittadinanza. In fondo, come avrebbe detto Ivan Illich, è un modo di “disimparare” le logiche burocratiche per reinventare pratiche, e come ricordava Michel de Certeau, di fare della città un insieme di “spazi praticati”. Ti riconosci in questa lettura, e in che modo la città stessa continua a essere un dispositivo pedagogico per la Comunità?

Fabio Scaltritti. Bravissimo, condivido pienamente, e credo che tu abbia centrato il punto. Ti faccio un esempio concreto.
Nel 2012 cambia l’amministrazione ad Alessandria, proprio quando apriamo la Casa di Quartiere. In quel periodo la nuova giunta mi propone di rappresentare il Comune e ANCI Piemonte all’interno dell’Azienda Territoriale per la Casa (ATC), nella Commissione Emergenze Abitative:
mi sembrava uno spazio reale, operativo, dove si decideva davvero a chi  assegnare gli alloggi, e dove quindi si potevano costruire percorsi concreti.
Quando partecipiamo a un progetto, non lo facciamo per gestire risorse ma per sperimentare. Se, per esempio, collaboriamo a un progetto di housing sociale, lo facciamo insieme al Comune, alla Caritas, alla cooperativa Coompany&. Ma se poi esce un bando per gestire venti appartamenti, preferiamo se li gestisce il Comune, o se non è possibile la Caritas o la cooperativa. Non è il nostro compito amministrarli.
Il nostro ruolo è sperimentare azioni innovative, anche un po’ fuori dagli schemi, dimostrare che funzionano e che sono replicabili. Poi tocca al Pubblico farle proprie.
Quando un Comune mi dice “non abbiamo soldi”, io rispondo: “Non basta. È troppo facile, troppo comodo.” La mancanza di risorse non può essere un alibi per l’inazione.
Faccio un altro esempio. Nel 2014 o 2015 vinciamo un piccolo bando della Compagnia di San Paolo: 30.000 euro per interventi di piccola manutenzione in alcuni alloggi popolari, per facilitare l’ingresso di una ventina di famiglie. A questa cifra si aggiungono 20.000 euro di una Fondazione locale, la Cassa di Risparmio di Alessandria. Con 50.000 euro complessivi, attraverso la nostra piccola cooperativa e con l’aiuto di un ingegnere dell’ATC, in un anno recuperiamo non venti, ma 54 alloggi inassegnabili. Coinvolgendo nei lavori di alcuni di essi le famiglie in attesa di assegnazione. Il risultato? Per la prima volta — e solo in quell’anno — la lista dell’emergenza abitativa del Comune di Alessandria si dimezza.
Poi, però, arrivano le critiche, alcune sicuramente costruttive: “Bravi, ma non è compito delle fondazioni finanziare manutenzioni che spettano ad ATC e al Comune.”
Altri ci dicono: “Avete innescato un modello che funziona solo se c’è una governance forte come la vostra, altrimenti non sta in piedi.”
Io ho risposto: “Perfetto. Ma la governance dovete costruirla voi e deve essere Pubblica. Siete voi, ATC e Comune, che dovete dotarvi di strumenti adeguati.”
Quel modello, in seguito, è stato presentato in Regione Piemonte dall’associazione Cicsene, che si occupa di casa e lavoro, proprio come esempio virtuoso da replicare su altri territori.
Il problema, però, è che le aziende territoriali per la casa oggi sono in seria difficoltà. La morosità sta crescendo a ritmi vertiginosi e i vincoli di bilancio non permettono margini d’intervento. Alcuni dicono che questo vincolo è un limite, ma io penso che in parte sia anche una garanzia, perché mantiene il baricentro sul pubblico e sull’interesse collettivo. Bisogna però intervenire a sostegno delle ATC, perché con l’attuale crisi sociale rischiano di collassare.
Abbiamo già visto fallire piani ambiziosi: il Piano Casa dei 10.000 alloggi del governo Berlusconi, nel 2000, si è dissolto in tre anni; quello della Regione Piemonte del 2013, che prevedeva 5.000 alloggi, è naufragato per mancanza di fondi.
Ecco, non possiamo continuare a dire “non ci sono soldi”: servono strumenti nuovi, serve volontà politica.
Noi siamo parte di ATC Piemonte Sud, che comprende Alessandria, Cuneo e Asti.
Conosco bene sia il Comune di Asti che quello di Cuneo: lì hanno costruito modelli molto interessanti. Ad Asti, per esempio, il Comune gestisce direttamente la fragilità abitativa con una ventina di assistenti sociali. Gestiscono loro gli sfratti, i rapporti con gli ufficiali giudiziari, con i tribunali, con gli avvocati, e lo fanno con grande professionalità. È un modello che io considero un sogno, perché così dovrebbe funzionare ovunque: con un pubblico forte e competente. Presente e capace di interagire con il territorio.
A volte qualcuno mi dice: “Ma tu vai agli sfratti, sei un privato, non dovresti esserci”.
Io rispondo: “Io non vado come privato, vado come terzo.” La mia presenza, o quella della mia équipe, riduce i conflitti, riduce la violenza verbale, favorisce la mediazione. 
Noi facciamo quasi cento affiancamenti di sfratti ogni anno. Non mettiamo un euro, ma la nostra presenza cambia il clima. Io ho visto sfratti con le valigie buttate in strada dal secondo piano. Con noi, mai. Quando arrivo, mi presento: “Buongiorno, sono un operatore dei servizi sociali, accompagno la famiglia che è in lista per l’emergenza abitativa. Il dormitorio è pieno, ci date una mano per un rinvio di due mesi?”
Non vado a gridare, vado a chiedere collaborazione.
È questo il punto: avere la forza e la pazienza di rimettere al centro la funzione pubblica e il suo senso di responsabilità.
Continuare a dire “non ci sono soldi, non arrivano da Roma” è diventato un alibi collettivo.
Io l’ho ripetuto dieci volte a vari sindaci, anche a quelli precedenti all’attuale: “ditelo, scrivetelo, denunciatelo pubblicamente”.
E se serve, facciamo due pullman e andiamo a Roma. Ma basta raccontare ai cittadini che “non si può fare” — perché non è vero. È solo una questione di volontà.

Mario Flavio Benini. Accanto al grande tema della casa, che oggi è tornato al centro del dibattito per via dell’overtourism e degli affitti brevi che sottraggono alloggi al mercato, c’è quello del lavoro — un’emergenza altrettanto strutturale. In molte città italiane, anche grazie ai fondi del PNRR, sono stati realizzati percorsi di formazione costosi ma spesso inefficaci, incapaci di generare occupazione reale o di rispondere ai bisogni delle persone più fragili. Nel vostro caso, però, il lavoro sembra essere pensato non solo come strumento di reddito, ma come leva di dignità, autonomia e cittadinanza. In che modo la Comunità di San Benedetto interpreta oggi questo tema e quali sfide vede all’orizzonte?

Fabio Scaltritti. Hai ragione, il lavoro oggi è un tema cruciale, e noi ci siamo dentro fino al collo.
Tieni conto che la nostra sede di Alessandria è nel centro storico, in un edificio con un portone alto sei metri e largo otto, sempre aperto: chiunque può entrare. La richiesta più frequente che riceviamo — e non di poco — riguarda proprio il lavoro, o la ricerca di un lavoro dignitoso.
Da tre anni, inoltre, siamo coinvolti in un progetto interregionale, con il Piemonte come capofila e altre cinque regioni coinvolte, che mira a contrastare lo sfruttamento lavorativo e la riduzione in schiavitù. È un tema che conosciamo bene, perché sta attraversando in modo trasversale i territori.
Purtroppo, quello che un tempo era un fenomeno limitato al lavoro agricolo o ai migranti stagionali oggi si è esteso a molti altri settori. Lo sfruttamento non riguarda più solo il caporalato nei campi: ormai lo trovi nei bar, nei ristoranti, nei magazzini, nelle cooperative della logistica.
Ti faccio un esempio personale: quando facciamo i colloqui per assumere un ragazzo o una ragazza di 27 o 30 anni, e scopriamo che ha lavorato quattro anni in due o tre locali diversi senza mai un’ora di contributi pagata, ti assicuro che mi viene male.
Non stiamo parlando di casi isolati, ma di una cultura del lavoro che sta diventando strutturalmente ingiusta.
Ecco perché dico che oggi non assistiamo più a uno “scontro di civiltà” tra culture o religioni — come si diceva vent’anni fa — ma a uno scontro tra civiltà e barbarie. Perché quando lo sfruttamento diventa sistema, è la civiltà stessa che arretra.
E non sempre, quando segnali queste situazioni agli organi competenti, trovi entusiasmo o sostegno. A volte la reazione è: “Eh, ma allora chiudiamo!”. E io rispondo: “Sì, chiudi pure. Se per stare aperto devi sfruttare le persone, è meglio che chiudi. Farai meno danni.”
Perché se normalizziamo l’idea che a trent’anni si può ancora lavorare in nero “per imparare”, allora la barbarie è già entrata nel nostro quotidiano.
Ma il tema del lavoro non riguarda solo lo sfruttamento. Stiamo vedendo interi pezzi di tessuto produttivo che scompaiono.
In provincia di Alessandria, solo nel 2025, abbiamo contato una decina di aziende medie, tra 80 e 150 lavoratori, che hanno chiuso dall’oggi al domani. Parliamo di laboratori, officine, manifatture, non solo di piccoli artigiani.
Questo svuotamento colpisce direttamente la coesione sociale: meno lavoro stabile significa più fragilità, più povertà abitativa, più isolamento.
In parallelo, sta esplodendo la logistica, che qui è cresciuta in modo vertiginoso: Alessandria è diventata un retroporto naturale di Genova, ma anche un nodo strategico sull’asse Milano–Torino–Veneto–Balcani.
Sulla carta sembra un’opportunità, ma io ho molti dubbi.
Se la logistica resta una logistica povera, fatta solo di pacchi che passano dal camion al magazzino e di nuovo al camion, senza valore aggiunto, allora non costruisce futuro. Non crea professionalità, non genera dignità.
La logistica rischia di diventare un’illusione: tanto movimento, ma poca vita vera dentro.
E non lo dico solo io: FIOMADL, i sindacati, molti ricercatori lo stanno denunciando da tempo.
Un altro fronte delicato è quello dell’agricoltura, che qui sta vivendo una crisi profonda.
Io speravo che il Piemonte puntasse di più su una cultura del lavoro agricolo intelligente — sull’uso sostenibile dei terreni, sui prodotti locali, su un’agricoltura di qualità e di comunità. Invece, anche qui, si punta tutto sul turismo: agriturismi, enoteche, percorsi del gusto, “esperienze” rurali. Va bene, ma non basta. Non si può vivere solo di vino e di loisir.
Per me l’interlocutore è sempre chi vive sul territorio, non il turista che arriverà domani.
Il rischio è che ci si imbarca in operazioni di facciata che lasciano indietro intere fasce di popolazione.
Perché sì, il turismo può generare valore, ma se non c’è produzione reale, se perdi la capacità di trasformare, di fabbricare, di fare, ti impoverisci.
Il Piemonte era Fiat e indotto, diciamolo chiaramente. E quella produzione, nel giro di venticinque o trent’anni, l’abbiamo quasi completamente perduta.
Oggi serve una nuova visione del lavoro, che rimetta al centro le persone, non i settori.
Un lavoro che non sia solo occupazione, ma progetto di vita, riconoscimento, dignità, responsabilità condivisa.
Perché, senza questo, il rischio è che ci abituiamo alla precarietà come se fosse la normalità — e allora sì, avrà vinto davvero la barbarie.

Modello economico e sostenibilità.

Ogni esperienza comunitaria che si propone di sfidare le marginalità urbane deve confrontarsi con una questione cruciale: la sostenibilità economica. La Comunità di San Benedetto al Porto ha sempre rifiutato di ridurre la propria missione a una gestione amministrativa, ma al tempo stesso ha dovuto garantire continuità, stabilità e capacità di innovazione in un quadro di risorse sempre fragile. In questo equilibrio si misura la differenza tra un progetto che resta testimonianza etica e un modello che diventa insegnamento.
Il sistema economico della Comunità, e della Casa di Quartiere di Alessandria, è fondato su un mix di risorse che intreccia bandi pubblici e programmi europei, sostegni filantropici da parte di fondazioni come SociAL, CRAL  e Compagnia di San Paolo, autogenerazione tramite attività economico-sociali (come il caffè OrtoZero o i progetti di economia circolare di Recuperando), donazioni individuali e reti di cittadini attivi. Questa pluralità non è solo tecnica, ma riflette una precisa scelta politica: non dipendere esclusivamente da un’unica fonte, ma mantenere un grado di autonomia critica che renda possibile anche la voce e un “confronto critici con il sociale e con il politico”.
Il problema strutturale, tuttavia, resta quello che molti studiosi del terzo settore chiamano il “paradosso dei bandi”. Jean-Louis Laville, nei suoi lavori sull’economia solidale, parlando di “economia pluralista” (L’economia solidale. Un’alternativa per il XXI secolo, 1971) ha sottolineato come la dipendenza da finanziamenti a termine costringa le realtà civiche a vivere in uno stato di precarietà permanente, con il rischio di trasformare l’innovazione sociale in una sequenza di progetti discontinui. Anche per San Benedetto questo è un nodo aperto: garantire i costi strutturali – gli spazi, le persone, la continuità educativa – richiede risorse libere, non vincolate a bandi temporanei. Senza questa base, l’energia progettuale rischia di frammentarsi.
La capacità di autogenerare risorse attraverso economie di prossimità e attività sociali rappresenta un tentativo concreto di superare questa dipendenza. OrtoZero, per esempio, non è solo un bar o un bistrot, ma un esperimento di sostenibilità economica che integra filiera corta, inserimenti lavorativi e produzione culturale. Allo stesso modo, i progetti di recupero alimentare e redistribuzione non riducono soltanto lo spreco, ma producono valore economico e sociale insieme, incarnando quella che Karl Polanyi avrebbe definito un’economia “incastonata” (letteralmente embeddedness incastonamento: “L’economia, come istituzione, è sempre incastonata nelle relazioni sociali e non può essere compresa separatamente da esse”). L’economia non è mai “autonoma” o separata, ma è sempre nelle relazioni comunitarie.
Guardare al futuro significa allora pensare a metriche economiche nuove, che non si limitino al bilancio contabile, ma tengano conto anche del valore generato in termini di capitale sociale, riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento delle reti civiche. Come misurare, per esempio, il valore di un laboratorio che evita la solitudine di una persona anziana, o di un inserimento lavorativo che trasforma la vita di chi era senza dimora? È questa la sfida dell’impatto sociale: un’economia della fragilità e della precarizzazione a un’economia trasformativa, capace di restituire senso e futuro alla vita comunitaria.

Mario Flavio Benini. Sul piano economico la maggior parte delle realtà del sociale vive di un “mix” precario: bandi a termine, contributi pubblici intermittenti, fondazioni, donazioni, qualche attività che si autogenera. Questo modello paga nell’immediato ma crea anche grandi problemi: costi strutturali scoperti, personale sovraccaricato, progetti che non si consolidano. Come funziona oggi il modello di sostenibilità della Comunità e della Casa di Quartiere? Quali criteri pratici usate per bilanciare le fonti — e quali scelte fate per non essere schiacciati dalla logica di quello che tu chiami il “progettificio” e preservare continuità e coerenza di missione?

Fabio Scaltritti. Fino ai primi anni Duemila il bilancio complessivo della Comunità di San Benedetto era costruito in modo molto diverso da oggi: all’epoca circa l’85% delle risorse proveniva da finanziamenti pubblici e il restante 15% da contributi privati o progetti occasionali. Oggi la composizione si è praticamente capovolta: circa il 25% arriva ancora da fonti pubbliche (anche tramite progetti), mentre il 75% è di origine privata — e in questa voce rientrano sia donazioni economiche sia risorse in natura (edifici messi a disposizione, strutture donate, ecc.). Il 5×1000 rimane per noi una voce importante: a livello cittadino siamo tra i beneficiari più consistenti.
Questo cambiamento ha portato con sé opportunità ma anche rischi concreti. Dieci anni fa, intervenendo a convegni del CNCA, dicevo che correvamo il rischio di trasformarci in “progettifici”: fare tanti progetti può dare respiro, credibilità e innovazione, ma se non trova un equilibrio rischia di logorare le persone e di non consolidare ciò che nasce. L’esperienza pratica lo conferma: un educatore o un’assistente sociale che entra a 24 anni e si trova a gestire cinque progetti diversi in uno stesso orario di lavoro costruisce competenze, ma è anche esposto a burnout e a un percorso professionale difficile da sostenere nel tempo.
Per questo abbiamo adottato due criteri pratici di orientamento. Primo: cercare un equilibrio tra attività progettuali e servizi stabili, rinunciando a volte ad acquisire nuove risorse se ciò significa disperdere energie e non fare bene ciò che già esiste. Secondo: mantenere salda la radice territoriale — lavorare con i vicini, con i servizi pubblici, con le istituzioni locali — così che la comunità sia riconosciuta e sostenuta dal contesto sociale. Non è un puro esercizio retorico: la casa di quartiere di Alessandria, ad esempio, è un’infrastruttura ampia (circa 1.500 mq) che ospita scuola d’italiano, doposcuola, palestra, sportelli donna, sportello migranti, sportello casa, sportello per il contrasto allo sfruttamento lavorativo, oltre a servizi di domiciliazione postale e anagrafe in convenzione con il Comune. Prima del Covid la Casa registrava mediamente 4.500–4.800 accessi annui; dal 2020 questo dato è salito a 15–16.000 accessi l’anno, perché siamo intervenuti molto sui bisogni d’urgenza (sfratti, persone senza dimora, fragilità psichica, persone dimissibili dagli ospedali senza presa in carico).
Questo salto quantitativo ha reso ancora più evidente la necessità di non rincorrere a tutti i costi ogni bando disponibile. I progetti sono fondamentali perché permettono salti di innovazione e finanziano sperimentazioni, ma non devono diventare l’unico criterio di organizzazione: se fai troppi progetti e non costruisci stabilità, finisci per “uccidere” il personale e indebolire la capacità d’azione. Il nostro orientamento pratico è quindi di investire nelle persone, formarle e mantenerle presenti nel tempo, così che siano testimoni e alleati dei cittadini nei quartieri.
Infine, la nostra credibilità nasce da questo radicamento: essere riconosciuti dai vicini e avere alleanze solide con la popolazione e con gli attori locali dà peso anche nel dialogo con gli enti pubblici. Custodiamo questa forza di relazione con cura — non solo con parole ma con pratiche concrete di prossimità: per esempio, per mantenere vivo il rapporto con il quartiere stiamo organizzando il secondo festival Punk/Hard Rock nella Casa di Quartiere. La sera prima andremo a bussare porta per porta, consegnando le locandine e spiegando che sarà l’ultima serata dell’anno; chiunque vorrà partecipare non pagherà il biglietto, e ci scuseremo in anticipo per il rumore. Sono gesti di trasparenza e rispetto che costruiscono fiducia: avere i vicini dalla nostra parte significa avere anche una straordinaria alleanza civica.

Le persone accolte: storie e trasformazioni.

La storia della Comunità di San Benedetto al Porto si intreccia indissolubilmente con le biografie delle persone che, nel corso di oltre cinquant’anni, hanno trovato in essa un approdo, un rifugio e spesso una possibilità di rinascita. Non si tratta soltanto di un mosaico di esperienze di vita — tossicodipendenti, prostitute, migranti, persone transgender, senza dimora, giovani precari — ma di un osservatorio privilegiato delle metamorfosi che in oltre cinquant’anni hanno attraversato la società italiana ed europea. La comunità, infatti, non ha mai considerato i propri ospiti come semplici destinatari di un servizio, ma come testimoni viventi dei cambiamenti epocali che ridisegnano le forme della povertà, della fragilità e dell’esclusione. In questo senso, l’accoglienza diventa un vero e proprio dispositivo di conoscenza: è nel volto di chi arriva che si riflettono le contraddizioni del tempo presente.
Il concetto di “nuovi poveri”, che emerge con forza dall’esperienza di San Benedetto al Porto, non rimanda solo a un ampliamento quantitativo delle persone in difficoltà, ma a una trasformazione qualitativa delle marginalità stesse. Nella società post-industriale, la povertà non è più circoscritta a gruppi tradizionalmente riconosciuti, ma investe lavoratori impoveriti, famiglie in crisi, giovani laureati senza prospettive. Lo aveva intuito Don Andrea Gallo quando denunciava che “la società opulenta sposta i confini della povertà e crea nuove marginalità”: una diagnosi che anticipava riflessioni oggi diffuse sulla precarizzazione, sull’erosione del ceto medio e sullo slittamento verso l’insicurezza sociale come condizione diffusa.
La forza innovativa della Comunità risiede nella capacità di leggere i segni dei tempi prima che diventino emergenze ufficialmente riconosciute. L’accoglienza delle persone transgender negli anni Novanta, in un periodo in cui il tema dell’identità di genere era assente dal dibattito pubblico, ne è l’esempio più evidente. La nascita dell’Associazione Princesa nel 2009, con Don Gallo presidente onorario, rappresenta non solo un gesto di solidarietà, ma la creazione di uno spazio politico di auto-rappresentazione, capace di trasformare lo stigma in dignità e rivendicazione di diritti. Si tratta di un caso pionieristico di quella che oggi potremmo definire intersezionalità praticata: la consapevolezza che le diverse forme di oppressione — di genere, di classe, di provenienza — non si sommano semplicemente, ma si intrecciano producendo condizioni specifiche e nuove forme di marginalità. È il cuore del concetto introdotto dalla giurista afroamericana Kimberlé Crenshaw alla fine degli anni Ottanta (“Demarginalizing the Intersection of Race and Sex, 1989; “Mapping the Margins“, 1991), secondo cui le discriminazioni non possono essere comprese isolando un fattore alla volta, ma solo guardando al loro incrocio. La Comunità di San Benedetto ha sposato questo approccio sul piano pratico dimostrando che l’emancipazione è possibile solo quando le differenze vengono accolte insieme, senza gerarchie né esclusioni, e trasformate in risorsa collettiva.
Analoga radicalità si ritrova nel lavoro con i migranti. Don Gallo rifiutava la categoria di “extracomunitari”, preferendo parlare di “fratelli e sorelle migranti”. In questo gesto linguistico c’è un atto politico potente: cambiare le parole significa cambiare gli immaginari, e cambiare gli immaginari significa aprire nuove possibilità di convivenza. Come osservava Cornelius Castoriadis, ogni società produce continuamente nuove forme di senso collettivo, e proprio nel linguaggio si gioca la possibilità di aprire scenari inediti. La Comunità ha scelto questa via, rifiutando un’integrazione intesa come assimilazione e praticando invece l’interculturalità, il riconoscimento reciproco, la costruzione di ponti interreligiosi. In questa prospettiva, l’incontro con l’altro si colloca in quello che Homi Bhabha ha definito “third space”, uno spazio ibrido dove le identità non si annullano ma si trasformano a vicenda, generando nuove possibilità di cittadinanza. L’incontro non è quindi un problema da gestire, ma un evento fondativo, una rigenerazione collettiva che arricchisce chi accoglie almeno quanto chi è accolto.
L’approccio della Comunità può essere definito un’“etnografia militante”: le biografie delle persone accolte non vengono trattate come casi clinici da schedare, ma come narrazioni dense di significato, capaci di svelare i meccanismi strutturali di oppressione e diseguaglianza. Ogni storia diventa una lente che ingrandisce le crepe del sistema, e al tempo stesso uno strumento per immaginare alternative. Non è un caso che molte delle “storie di rinascita” siano state raccontate, documentate, condivise pubblicamente: sono esse stesse patrimonio pedagogico e politico.
Emblematico è il caso di Veronica, una donna trans che dopo ventidue anni di prostituzione ha intrapreso un percorso di emancipazione radicale, passando dal riconoscimento della propria condizione di oppressione alla riconciliazione con la famiglia, fino all’inserimento lavorativo e all’autonomia abitativa. La sua vicenda mostra con chiarezza ciò che la Comunità chiama “solidarietà liberatrice”: non assistenza passiva, ma accompagnamento verso l’autonomia, in cui la persona diventa soggetto attivo del proprio cambiamento. In questo percorso si intravede anche il potenziale di restituzione: chi è stato accolto può a sua volta farsi compagno di strada e testimone per altri, creando un circuito virtuoso di emancipazione collettiva.
Ciò che emerge, in ultima analisi, è un paradigma biografico dell’accoglienza: ogni persona viene accolta nella totalità della sua storia, non ridotta al problema specifico che l’ha condotta in strada. Questa prospettiva olistica, che riconosce dignità a ogni frammento biografico, rappresenta una critica radicale all’approccio specialistico dei servizi sociali tradizionali. Oggi potremmo leggerla come anticipazione di pratiche che parlano di “progetto di vita” e di accompagnamento personalizzato. Per la Comunità di San Benedetto al Porto, però, non si tratta di strategie gestionali, ma di una scelta etica e politica: guardare ogni persona non come destinatario, ma come soggetto di storia.

Mario Flavio Benini. Uno dei temi più complessi nel Terzo Settore riguarda l’equilibrio tra chi lavora professionalmente all’interno delle strutture e chi partecipa come volontario. È una tensione che attraversa cooperative, associazioni, parrocchie — e che tocca anche le comunità più consolidate. Come la state vivendo voi?

Fabio Scaltritti. È una questione che ci attraversa nel profondo da almeno cinque o sei anni, e che non è affatto indolore. Abbiamo sentito il bisogno di affrontarla apertamente, anche attraverso momenti di riflessione collettiva sulla nostra identità e sulla nostra storia. Lo abbiamo fatto prima con Renato Curcio, poi con Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta del Gruppo Abele, proprio per mettere a fuoco la tensione tra lavoro professionale e volontariato.
Non è un problema solo nostro: riguarda la Comunità di San Benedetto, la Caritas, le cooperative sociali, le parrocchie, l’intero ecosistema del Terzo Settore. È un cambiamento d’epoca, perché il lavoro sociale non è più quello di vent’anni fa.
Oggi molti giovani operatori ci dicono: “Cerchiamo un lavoro dignitoso, con orari chiari, fatto bene, ma che ci lasci anche tempo per vivere”. È una richiesta legittima, e noi la rispettiamo: il volontariato coatto non esiste, sarebbe un ossimoro.
Allo stesso tempo, però, chi lavora con noi deve sentirsi parte di una comunità. Se in un anno realizziamo più di trecento iniziative e un operatore non partecipa mai, neppure una volta, allora vuol dire che qualcosa si è rotto — che non stiamo più camminando nella stessa direzione.

Mario Flavio Benini. Esiste però una differenza sostanziale tra le strutture che riescono a valorizzare la partecipazione e quelle che, invece, finiscono per ridurre il volontariato a una funzione esecutiva. In molte realtà del Terzo Settore si rischia una deriva “estrattiva”: le persone vengono coinvolte non come soggetti attivi ma come manodopera gratuita che tiene in piedi il sistema, spesso senza partecipare ai processi decisionali o progettuali. Come riuscite voi a mantenere viva la dimensione politica e comunitaria del volontariato, evitando che diventi un surrogato di lavoro non pagato?

Fabio Scaltritti. È un rischio enorme e molto concreto. Anche per questo abbiamo dovuto ripensare profondamente il nostro modo di intendere la partecipazione. La nostra forza, fin dall’inizio, è stata quella di non calare dall’alto un programma, ma di partire sempre da ciò che nasce nel quartiere, dai bisogni e dalle proposte delle persone. Noi non “offriamo” attività, le costruiamo insieme.
La Casa di Quartiere è nata così: da un gruppo di donne marocchine che ci chiesero uno spazio per imparare l’italiano, perché non volevano più usare i figli come interpreti alle riunioni con le maestre. Da quella domanda è nata una scuola popolare, e attorno a quella scuola è cresciuta una comunità intera.
Lo stesso vale per la palestra di boxe: un ragazzo in messa alla prova ci ha detto che era istruttore federale e voleva aprirne una per il quartiere. Gli abbiamo dato fiducia, e oggi la palestra funziona da oltre due anni, gestita in modo volontario e aperta a tutti.
La scuola e il doposcuola, invece, sono nati da pensionati del quartiere che volevano mettere a disposizione tempo e competenze.
Oggi organizziamo più di 320 eventi all’anno, ma solo quattro sono direttamente promossi da noi: gli altri li ospitiamo. La Casa di Quartiere è diventata un’infrastruttura civica dove entrano Libera, FIOM, Arci, Cobas, Associazioni contadine, reti locali per la PACE,  l’ANPI, Associazione per il Kurdistan, il Comune, l’ASL AL, l’Università, le aziende del territorio. Chi propone qualcosa di utile e accessibile trova casa qui.
Questo modello evita la logica estrattiva perché ribalta la prospettiva: il volontario o il cittadino non viene “usato” per tenere in piedi la struttura, ma spesso ha un ruolo progettuale di attività che si svolgono dentro di essa.
Per noi il volontariato è un gesto di cittadinanza attiva che restituisce potere alle persone e riconnette le istituzioni al territorio. In questo senso la Casa di Quartiere è spazio civico di democrazia quotidiana, non un centro servizi.

Mario Flavio Benini. In oltre cinquant’anni avete visto cambiare profondamente i volti della marginalità: dai tossicodipendenti degli anni Settanta alle grandi migrazioni degli anni Novanta, fino ai “nuovi poveri” del nostro tempo. Le famiglie piccolo-borghesi che scivolano verso la povertà, la precarietà abitativa, il lavoro in nero e quello precario… Come leggete oggi questa evoluzione e come la Comunità ha adattato le proprie pratiche di accoglienza a un contesto sociale in così rapida trasformazione?

Fabio Scaltritti. Le trasformazioni sono inevitabili: fanno parte dei processi della società, anche se a volte è difficile dire che ci stiano portando nella direzione giusta. Io ho sessant’anni, e da trentotto faccio questo lavoro: ho visto cambiare i volti, le lingue, le storie della marginalità.
Negli anni Ottanta e Novanta l’AIDS è stato il primo grande spartiacque, una vera cesura che ci ha costretto a guardare in faccia la morte, la vulnerabilità, la paura. Poi, a partire dal 1993, a Genova abbiamo avviato l’unità di strada per le donne che si prostituivano, in gran parte italiane e brasiliane. Nel giro di cinque anni lo scenario è cambiato completamente: sono arrivate le ragazze russe, bielorusse, balcaniche, poi le nigeriane e altre donne africane, e infine le sudamericane. In pochi anni abbiamo dovuto ripensare linguaggi, strumenti, modalità di relazione.
Dagli anni Novanta in poi, con le grandi migrazioni e leggi sull’immigrazione spesso arretrate o punitive, il cambiamento è diventato strutturale. Ma ciò che è accaduto dopo il Covid ha segnato una rottura senza precedenti: la rapidità con cui la povertà si è estesa è qualcosa che noi operatori non avevamo mai visto.
Negli ultimi cinque anni i dati – nostri e della Caritas – mostrano un incremento non del 10 o del 20%, ma del 120 o 150% delle persone che chiedono aiuto. È un salto quantitativo e qualitativo insieme, che spaventa, perché mette in crisi un sistema di welfare costruito per un’altra epoca.
Oggi il sistema dei servizi sociali risponde ancora ai bisogni del Novecento, ma non è in grado di tenere il passo con la rapidità e la complessità dei fenomeni sociali contemporanei. Servono strumenti nuovi, capacità previsionali, politiche capaci di leggere in anticipo i bisogni.
Rispetto ai posti di accoglienza che ci sono nel Centro CAS (Centro Accoglienza Servizi), i SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) o i dormitori di Alessandria, io mi chiedo sempre: possiamo immaginare i bisogni di domani? Possiamo costruire progettualità preventive? Perché, oggi, sembra che tutti scappino di fronte a questa domanda.
Viviamo un tempo in cui anche ciò che sembrava stabile non lo è più. Eppure, qualcosa resta non negoziabile: ad esempio, il principio che nessun minore deve dormire in strada. È una regola che ad Alessandria ci siamo dati da anni, e che va difesa ovunque, senza eccezioni.
Allo stesso modo, la residenza anagrafica, il domicilio postale, l’accesso ai LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) devono valere su tutto il territorio nazionale. Non è accettabile che una persona sia cittadina ad Alessandria e non lo sia ad Asti o a Vercelli. I diritti devono essere garantiti ovunque, non a macchia di leopardo.

Mario Flavio Benini. Quando parli di diritti, mi viene in mente il lavoro di Avvocato di Strada, con cui ho avuto recentemente un lungo dialogo con Antonio Mumolo. Loro lavorano non solo sulla difesa legale delle persone senza dimora, ma anche sulla costruzione di nuovi dispositivi di tutela che tengano il passo con i mutamenti sociali. Tuttavia, la difficoltà è sempre quella di estendere e mantenere nel tempo queste pratiche su scala nazionale. Tu come leggi questa sfida?

Fabio Scaltritti. Hai perfettamente ragione. Anche per noi, che a Genova ospitiamo la sede di Avvocato di Strada presso la nostra comunità, la questione è la stessa: costruire meccanismi di difesa è difficile, ma mantenerli lo è ancora di più.
Non bisogna mai dare per scontato che, una volta costruito un dispositivo, questo resti in piedi per sempre. Oggi non è più così. Quello che prima sembrava consolidato, oggi può svanire da un giorno all’altro. È la stessa logica dell’“inatteso” di cui parlavo prima: ciò che non era mai accaduto, oggi accade.
Per questo serve una vigilanza costante, una capacità collettiva di manutenzione dei diritti. Perché — come ci insegna la nostra esperienza quotidiana — nulla, nel campo del sociale, è garantito per sempre.

Progetti comunitari e dispositivi di inclusione: dalla rete alimentare all’economia circolare.

Nel vivo dell’azione quotidiana, i progetti della Comunità di San Benedetto al Porto traducono l’etica dell’accoglienza in infrastrutture di prossimità capaci di generare valore pubblico. Di fronte a una povertà che cambia volto e condizioni, la risposta non si limita a fornire servizi puntuali, ma si organizza come una rete policentrica che unisce raccolta e redistribuzione del cibo, inclusione lavorativa in filiere corte, riuso solidale, sostegno all’abitare e percorsi educativi. Il lessico è quello del mutualismo e dei beni comuni: la governance non è verticale, ma condivisa, e il funzionamento della rete non dipende da un unico attore bensì da un sistema di responsabilità diffuse.
La rete cittadina del cibo, con il progetto RICIBO, è un caso emblematico: coordina decine di associazioni, recupera eccedenze alimentari e le trasforma in risorsa, facendo di ciò che sarebbe scarto un bene comune redistribuito. È un modello che ricorda le analisi di Elinor Ostrom sulla gestione comunitaria delle risorse: la cooperazione locale, se ben disegnata, non solo previene la il depauperamento dei beni comuni ma crea regole efficaci di cura, accesso e condivisione. RICIBO mostra come una rete di quartiere possa operare come istituzione diffusa, senza irrigidirsi in burocrazia, rimanendo radicata nella fiducia reciproca e nella prossimità.
L’impatto non si misura solo in beni distribuiti, ma anche in capacità acquisite dalle persone. Qui la prospettiva di Amartya Sen è illuminante: il diritto al cibo e al lavoro non è solo sopravvivenza, ma capacità di condurre vite che abbiano ragione di essere sostenute e valorizzate. È ciò che accade nei progetti di economia circolare: la boutique solidale Second Life 2.0 mette al centro dignità e autonomia, sostituendo l’elemosina con un’esperienza di acquisto mediata da buoni sociali, attivando borse lavoro e coinvolgendo gli ospiti in tutta la filiera del riuso. Non si tratta solo di riciclare oggetti, ma di rigenerare vite, trasformando percorsi di assistenza in traiettorie di emancipazione.
Sulla stessa linea, OrtoZero Caffè lega produttori locali, economie di prossimità e inserimenti lavorativi. L’idea del “chilometro zero” diventa pratica quotidiana di comunità: il bar non è solo luogo di consumo, ma presidio relazionale, mercato civico e porta d’ingresso a percorsi di autonomia lavorativa e sociale. A completare questa costellazione, il progetto C.A.S.A. (Costruire Azioni per il Sostegno all’Abitare) affronta il nodo strutturale della vulnerabilità abitativa, fornendo arredi, manutenzioni, buoni spesa e supporto educativo domiciliare. È un tassello fondamentale di un welfare territoriale integrato, che evita risposte episodiche e consolida i progressi raggiunti dagli altri dispositivi.
In controluce, riemerge la lezione di Jane Jacobs sulla città che funziona dal sidewalks, “dal piano strada”: non come nostalgia urbanistica, ma come principio operativo (“Vita e morte delle grandi città americane“, 1961). 
Scrive la Jacobs: “La fiducia pubblica non deriva da programmi istituzionali o da regolamenti. Nasce dalle consuetudini quotidiane delle persone sul marciapiede. È questo che tiene insieme la vita di quartiere.”.
Più traffico sociale buono, più legami deboli e fiducia reciproca, più possibilità che i luoghi sostengano le persone mentre le persone sostengono i luoghi. In questo senso, i progetti della Comunità non sono semplici interventi, ma forme di rigenerazione civica che rafforzano la trama sociale e aprono nuove possibilità di cittadinanza.

Mario Flavio Benini. Progetti come RICIBO, Second Life 2.0 o Orto Zero Café mostrano come la Comunità di San Benedetto al Porto abbia saputo coniugare sostegno economico e inclusione sociale, trasformando attività produttive in veri e propri dispositivi di inserimento lavorativo. Come nascono queste esperienze e che ruolo hanno all’interno della Comunità?

Fabio Scaltritti. La prima attività della Comunità di San Benedetto nasce a metà degli anni Settanta, a Genova, con la Trattoria Marinara A’ Lanterna. È un’esperienza che considero fondativa: la prima vera impresa sociale della Comunità, quando ancora la legge sulla cooperazione sociale non esisteva (arriverà solo nel 1981).
A’ Lanterna nasce da una collaborazione tra tre realtà: noi, il Gruppo Abele di Torino, e una struttura del Friuli Venezia Giulia che aveva ottenuto un piccolo finanziamento per creare opportunità di inserimento lavorativo.
L’obiettivo era semplice ma rivoluzionario: offrire alle persone che passavano dalla comunità o dai servizi sociali un luogo in cui potessero lavorare senza essere giudicate, un contesto accogliente e protetto, dove la discriminazione non entrava.
Negli anni Settanta, chi aveva avuto problemi di dipendenza, o semplicemente una storia difficile, non trovava un impiego: veniva respinto, cancellato. A’ Lanterna nasceva per rompere quella logica, per dire che si può lavorare anche se si è caduti, che la dignità non si perde.
C’era poi un secondo elemento fondamentale, che Don Gallo ci ha trasmesso giorno dopo giorno: l’autogestione.
Come impari a essere libero, a gestirti, a costruire fiducia? Lo impari nella pratica, condividendo la responsabilità con gli altri. Nella trattoria non c’erano capi né dipendenti: chiunque, anche chi era entrato da pochi mesi, poteva diventare parte del gruppo che la gestiva.
Era una scommessa enorme. Pensa: una persona che fino a poco tempo prima viveva per strada, dopo tre mesi si trovava a organizzare turni, preparare pasti, accogliere clienti, gestire conti.
E quando l’autogestione riusciva a far quadrare anche i conti economici, Don Gallo lo chiamava un miracolo. Raccontava che, quando prendeva un taxi e diceva di portarlo alla Trattoria A’ Lanterna, il tassista rispondeva: “Ah, quella dei drogati!”. E lui diceva: “Certo, proprio quella. La Trattoria dei drogati di Genova!”.
Era un luogo così vivo che il sabato sera bisognava prenotare due mesi prima, tanto era pieno.
Per Don Gallo, quella era la prova concreta che “la riscossa sta agli ultimi”. Ci chiedeva sempre: “Sappiamo stare tra loro e non per loro?”.
Questo era il cuore della sua pedagogia: la testimonianza diretta, non le parole. Don Gallo non aveva un conto in banca, non possedeva un’auto, viveva in una stanza condivisa fino all’ultimo giorno.
Era la sua coerenza radicale a insegnarti più di mille discorsi: ti faceva scattare qualcosa dentro, ti costringeva a metterti in gioco.
Oggi, se c’è una cosa che facciamo fatica a mantenere viva — noi, come tante realtà del sociale — è proprio questa testimonianza incarnata.
Non si tratta di idealizzarla, ma di riconoscerla come un valore aggiunto, come ciò che dà qualità umana e politica al nostro lavoro.
Non è “miracolosa”, ma è ciò che trasforma una professione in una vocazione civile: la capacità di restare credibili, di unire competenza e passione, senza smettere mai di imparare dagli ultimi.

Relazioni istituzionali e dimensione politica – Sfide contemporanee e prospettive future.

La Comunità di San Benedetto al Porto ha sempre vissuto in equilibrio tra fedeltà evangelica e conflitto con l’istituzione ecclesiale, assumendo un ruolo di coscienza critica. La sua spiritualità, laica e incarnata, ha trovato nei poveri e negli esclusi non solo i destinatari dell’accoglienza, ma il fondamento stesso della sua teologia.
Sul piano civile, il rapporto con le istituzioni pubbliche si è strutturato come esercizio di co-programmazione e co-progettazione ante litteram. Prima che queste parole entrassero nei regolamenti e nelle leggi, la Comunità aveva già sviluppato pratiche di collaborazione critica con il Comune di Genova, la Regione Liguria e più recentemente con il Comune di Alessandria. Una collaborazione mai supina, segnata da conflitti aperti quando prevalevano logiche securitarie o sgomberi, ma capace di costruire alleanze pragmatiche su obiettivi concreti: dall’abitare sociale al contrasto alla povertà alimentare. In questo senso, San Benedetto condivide con altre esperienze italiane – come Avvocato di Strada – la capacità di essere “terzo attore”: non pura opposizione né braccio operativo dello Stato, ma soggetto autonomo che costringe le istituzioni a rinnovarsi dal basso.
Accanto al rapporto con istituzioni e Chiesa, la Comunità ha sempre intrecciato il proprio cammino con il volontariato, il terzo settore e i movimenti sociali. Dalla rete di solidarietà costruita con gli studenti nel ’68 fino alle mobilitazioni del G8 genovese, passando per i legami con le associazioni del CNCA, l’identità di San Benedetto è stata plasmata da una costellazione di relazioni orizzontali che hanno trasformato la carità in azione politica, la prossimità in coscienza collettiva.
Le sfide contemporanee rendono questa identità ancora più fragile e preziosa. La pandemia ha rappresentato un “evento critico” che ha costretto a reinventare l’accoglienza in condizioni di emergenza, sperimentando forme di prossimità a distanza e misurandosi con la precarietà di reti istituzionali incapaci di reggere l’urto della crisi. Le nuove povertà – dalla precarietà lavorativa all’isolamento digitale, dalla disgregazione familiare all’impoverimento delle classi medie – hanno reso evidente che l’esclusione non riguarda più solo “gli ultimi” ma investe fasce sempre più ampie della società. In questo scenario, la Comunità è chiamata a ridefinire le proprie priorità senza smarrire la radicalità originaria.
La sostenibilità economica rappresenta un banco di prova costante. “Ci hanno tolto tutti i contributi. Siamo stati perfino costretti ad andare a piedi per limitare le spese del pulmino” (“Io non mi arrendo“, 2009), ricordava Don Gallo. Questa condizione ha spinto verso la costruzione di economie solidali – cooperative, trattorie sociali, progetti internazionali – capaci di garantire autonomia e fedeltà ai valori fondativi. La sfida non è solo reperire fondi, ma farlo senza tradire la logica dell’accoglienza incondizionata.
Infine, il nodo della continuità generazionale. Come trasmettere alle nuove leve di operatori sociali non solo competenze tecniche, ma uno sguardo etico-politico capace di “continuare a provare che uno può”? La tradizione di San Benedetto non è un modello da replicare meccanicamente, ma un metodo da reinventare continuamente, mantenendo viva quella scelta di campo radicale che Don Gallo riassumeva così: “Chi sceglie i poveracci, i senza voce, i fragili, non sbaglia mai”.

Mario Flavio Benini. Come state lavorando oggi, all’interno della Comunità, per immaginare il suo futuro? Quale direzione intravedete? Perché, come ricordava Cornelius Castoriadis, l’immaginario è ciò che istituisce: è da lì che nasce ogni nuova forma di comunità. Qual è, allora, l’immaginario che vi guida in questo tempo di passaggio?

Fabio Scaltritti. Non abbiamo un’immagine definita del futuro. Stiamo provando a costruirla, ma ti assicuro che rimane ancora sfocata, incerta — come il tempo che stiamo attraversando.
Sappiamo però una cosa: la Comunità di San Benedetto non sarà più quella militante che è stata nei suoi primi quarant’anni di vita. Il lavoro, le persone, il contesto sono cambiati. L’aspetto professionale prenderà inevitabilmente il sopravvento e, probabilmente, sarà quello a guidare la nuova fase dell’associazione.
Non è detto che sarà una “comunità” nel senso in cui l’abbiamo vissuta noi. Ma Don Gallo mi ha insegnato una cosa che continuo a tenermi stretta: anche quando le cose non sono come te le aspettavi, vale la pena restarci dentro e provare a cambiarle.
Questa lezione l’ho capita davvero solo dopo la sua morte. È allora che ho iniziato a immaginare la Comunità di domani non più con i miei occhi, ma con quelli dei miei colleghi più giovani — nel modo in cui loro la vedono, la vivono, la reinventano.
È lì che nasce la possibilità di un nuovo inizio.
Accanto a questo, so che la convivenza tra la parte professionale e quella volontaria sarà la grande sfida dei prossimi anni. Oggi queste due anime stanno insieme “un po’ con lo scotch”, come dico spesso: convivono, si riconoscono, si valorizzano, ma a volte entrano anche in conflitto. Prima o poi troveranno una loro strada, e sono certo che non sarà quella che io immagino — e va bene così.
Sarei pazzo se volessi che la Comunità restasse identica a quella che è stata, perché in realtà non è mai stata una sola comunità: ne abbiamo attraversate tante, diverse, in fasi diverse della nostra storia.
Realisticamente, credo che il compito di oggi sia proprio questo: restare, anche quando è difficile. Accettare, senza rinunciare. Stare dentro le cose per continuare, insieme, a generare cambiamento.

Nessuno si libera da solo.

Nel tempo presente, segnato da crisi multiple e da trasformazioni sociali rapidissime, il messaggio di Don Andrea Gallo continua a risuonare con una forza sorprendente. La sua eredità non consiste solo nell’aver accolto gli esclusi, ma nell’aver mostrato che l’accoglienza può diventare un’utopia concreta: un processo capace di trasformare bisogni e desideri in pratiche, relazioni, diritti che può essere reso possibile dall’azione collettiva.

Questa è la lezione più attuale di Don Gallo: la libertà non è un percorso individuale, ma una costruzione comune. Hannah Arendt ci ha insegnato che lo spazio politico nasce “tra” le persone, nell’incontro e nel conflitto che generano mondi condivisi. Allo stesso modo, la Comunità di San Benedetto al Porto testimonia che nessuna liberazione può avvenire da soli: occorrono reti, prossimità, legami che sostengano il cammino. Cornelius Castoriadis parlava di “immaginario radicaleper descrivere la capacità delle collettività di creare nuovi significati socialiSan Benedetto è stata ed è ancora un laboratorio in cui gli ultimi producono immaginari con radicalità alternativi alla società dominante, ribaltando lo stigma in possibilità di futuro.
A chi oggi vuole intraprendere percorsi analoghi, l’esperienza di San
Benedetto offre alcuni riferimenti concreti: coltivare l’ascolto reale, che non è semplice empatia ma riconoscimento del valore della parola dell’altro; accettare la vulnerabilità come risorsa, sapendo che nessuna comunità cresce nella perfezione ma nella fragilità condivisa; non temere il conflitto, perché la verità nasce spesso dallo scontro con poteri ingiusti; costruire reti di prossimità, dove volontariato, terzo settore e cittadini comuni si incontrano come co-protagonisti. Sono pratiche semplici e radicali, che si oppongono tanto alla retorica caritatevole quanto al tecnicismo senz’anima delle politiche pubbliche.
L’utopia, per Don Gallo, non era mai un sogno astratto: era un cammino fatto insieme, passo dopo passo. “Nessuno si libera da solo” significa che la liberazione non è conquista individuale, ma condizione collettiva. Significa che la speranza non è sentimento privato, ma gesto che prende corpo nelle strade, nei quartieri, nelle comunità che non si rassegnano all’ingiustizia. Significa che la fedeltà ai più fragili non è un atto di pietà, ma il fondamento di una cittadinanza democratica e plurale.
Così, la Comunità di San Benedetto al Porto guarda al futuro come a una “polis plurale”, in cui la differenza diventa risorsa e la resistenza quotidiana un laboratorio permanente di speranza. Qui la responsabilità non è mai individuale, ma condivisa: è nell’ascolto reciproco, nella verità rischiata insieme e nella fraternità concreta che si costruiscono i cambiamenti possibili. La fedeltà agli ultimi rimane la bussola, l’utopia condivisa la forza che continua a rendere praticabile un altro modo di vivere la città e la società.

Comunità San Benedetto al Porto
Sito Internet: https://sanbenedetto.org
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Una risposta a “Comunità di San Benedetto al Porto: tra resistenza e utopia concreta.”

  1. […] Per leggere l’intervista: “Comunità di San Benedetto al Porto: tra resistenza e utopia concreta”. […]

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