PsyPlus: quando la cura diventa sistema. Housing Plus a Roma tra lavoro sociale e sostenibilità (3° parte).

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Nelle prime due parti di questa lunga conversazione con PsyPlus ETS — PsyPlus: ripensare la cura nella grave marginalità adulta e Housing Plus: abitare come processo trasformativo nella marginalità adulta— abbiamo attraversato alcuni dei nuclei centrali del lavoro dell’associazione: la nascita di PsyPlus come progetto clinico-politico orientato alla salute mentale accessibile, l’implementazione del modello Housing First a Roma e la sua trasformazione in Housing Plus, l’importanza della casa come spazio relazionale e simbolico, il tema della presa in carico a lungo termine, della salute mentale, del lavoro educativo e della costruzione di legami dentro e fuori le coabitazioni.

Questa terza parte si concentra invece su una dimensione spesso meno visibile ma decisiva: quella organizzativa, economica e politica. Perché costruire percorsi di cura nella grave marginalità adulta non significa soltanto lavorare con le persone, ma anche confrontarsi quotidianamente con la precarietà del welfare, con il sistema dei bandi, con la sostenibilità economica, con il rischio di burnout degli operatori e con la difficoltà di trasformare pratiche innovative in modelli strutturali.
PsyPlus ETS, attiva dal 2011, promuove la salute mentale come diritto e sviluppa interventi psicologici, educativi e territoriali in contesti di vulnerabilità sociale, emergenza e grave emarginazione adulta. Attraverso il progetto Housing Plus, l’associazione ha costruito a Roma una delle esperienze più articolate di Housing First a forte integrazione clinica, fondata su équipe multidisciplinari, accompagnamento relazionale e lavoro di rete.

In questa sezione dell’intervista, Giulio Ciucci riflette sul rapporto tra volontariato e professionalizzazione, sulle contraddizioni del Terzo Settore, sui limiti dell’attuale sistema di finanziamento pubblico e sulla necessità di immaginare modelli di welfare capaci di tenere insieme continuità, prossimità e trasformazione sociale. Sullo sfondo emerge una domanda più ampia: cosa significa oggi costruire istituzioni della cura che non si limitino a gestire l’emergenza, ma provino davvero a modificare le condizioni che producono esclusione?

Dall’Housing First all’Housing Plus: adattare il modello alla realtà romana.



Il modello Housing First, nato negli Stati Uniti grazie allo psicologo Sam Tsemberis, ha rivoluzionato l’approccio alla grave marginalità adulta proponendo un principio semplice quanto radicale: la casa viene prima. Non si tratta più di “meritare” l’abitazione dopo un percorso terapeutico, ma di partire da essa per ricostruire identità, salute e relazioni.
Nel contesto romano, fortemente segnato da emergenza abitativa cronica, accoglienze temporanee e alta frammentazione dei servizi, il progetto Housing Plus rappresenta una delle prime implementazioni sistematiche del modello Housing First con una forte componente clinico-psicologica.
Diversamente da altre esperienze italiane centrate sulla dimensione abitativa o assistenziale, PsyPlus ha integrato sin dall’inizio: una équipe multidisciplinare composta da psicologi, psichiatri, operatori sociali, educatori; un impianto teorico che valorizza il tempo, la relazione, la “responsabilità psichica”; un lavoro di rete formalizzato con enti pubblici (Comune di Roma, ASL), realtà religiose (Suore di Madre Teresa, Sant’Egidio, Caritas), servizi e volontariato. Come riportato da Ciucci in un testo scritto per PsyPlus, “Per i senza dimora, la stra è una gabbia, la casa la libertà“:

“Lo strumento della libertà ha la forma banale di una chiave che apre la porta di una casa. Per quanto l’affermazione risulti semanticamente un paradosso, l’esperienza di diversi anni passati in stradacome operatori, nell’affannoso tentativo di aiutare i senza dimora a riprendere in mano la loro vita, ci ha convinto che l’unico modo per liberarli dalla gabbia, insieme invisibile e tangibilissima, sia dar loro la possibilità di tornare ad abitare uno spazio chiuso, protetto, intimo”.

Il progetto è stato premiato con il Roma Best Practices Award 2024 e il riconoscimento “Energie per Roma 2025”, confermando la qualità dell’esperienza anche agli occhi delle istituzioni cittadine.

Mario Flavio Benini. Come è nata concretamente l’idea di portare Housing First a Roma? Da quali urgenze, da quali vuoti, da quali domande è partito il progetto Housing Plus1?

Giulio Ciucci. Come ho già accennato, nasco come operatore di strada. Da quasi dieci anni lavoro nell’unità di strada notturna della Sala Operativa Sociale del Comune di Roma. Per i primi quattro o cinque anni mi sono dato da fare: segnalazioni, lavoro di rete con le unità diurne, tentativi di costruire connessioni tra i servizi. Ma nonostante l’impegno, mi rendevo conto che tutto questo sforzo portava a poco o nulla. Le persone rimanevano in strada. Gli unici “spostamenti” reali riguardavano i rimpatri — spesso dolorosi — di persone che, in realtà, in diversi casi avevano lasciato famiglie e contesti difficili.
Poi è arrivato il Covid, e con la pandemia anche una possibilità di rilettura radicale. Fu Giuseppe Scurci — collega e uno dei soci fondatori di PsyPlus — a coinvolgermi in una formazione organizzata dalla rete ESPRI, una rete nazionale di associazioni che si occupano di psicologia dell’emergenza.
Era l’estate del 2020, e ricordo benissimo quel momento: preparai un intervento per raccontare il lavoro di strada durante e dopo il lockdown. Parlando, mi accorsi che non avevo quasi nulla di positivo da raccontare. Il sistema non funzionava. Non riuscivamo a dare risposte.
Quella formazione fu un’occasione decisiva anche per approfondire, per la prima volta seriamente, il modello Housing First. Il modello mi era già stato già segnalato da Francesco Marangoni, mio amico e mio più stretto collaboratore, ma non avevo ancora avuto modo di entrarci davvero. Studiandolo, mi si è accesa una lampadina: finalmente vedevo un approccio che offriva risposte concrete, strutturate, supportate da dati ed evidenze. Un approccio capace di funzionare con persone con disturbi psichiatrici gravi, dipendenze, cronicizzazione estrema. Da lì è nato il desiderio di provarci anche a Roma.
Ricordo con precisione quel passaggio: era Ferragosto 2020. Chiamai Giuseppe Scurci e gli dissi “perché non proviamo anche noi a costruire un progetto Housing First?”. Era solo un’intuizione, ma volevo trovare un senso più profondo al mio lavoro quotidiano in strada. A settembre feci una prima call con le due progettiste di PsyPlus, Giulia Mastalli e Agnese Giacchetta. Mi ascoltarono, ma con cautela: “di proposte progettuali ne arrivano tante, non è semplice, ci vogliono numeri alti, è difficile farci finanziare qualcosa che coinvolge poche persone”. E invece io volevo partire da numeri più bassi, ma in modo serio.
Per fortuna, grazie anche alla perseveranza, si è creata una relazione di fiducia. Giulia Mastalli ha iniziato ad appassionarsi al progetto e insieme abbiamo scritto la prima proposta progettuale. Intanto io mi stavo formando: partecipavo a seminari, leggevo, cercavo riferimenti. Contattai la fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), che in quel periodo stava promuovendo attivamente l’Housing First grazie anche ai fondi dell’Avviso 4 del PON Inclusione – una misura strategica del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per sostenere interventi innovativi di contrasto alla grave emarginazione adulta e alla homelessness [link 1, link 2].
Dopo qualche tentativo, mi rispose Giuseppe Dardes — responsabile della formazione e della Community Housing First Italia — e parlammo a lungo. Da lì mi mise in contatto con Margherita Neri, attuale vicepresidente della Cooperativa Piazza Grande di Bologna e tra le più grandi esperte di Housing First in Italia. Anche lei fu molto generosa: telefonate lunghe, domande infinite, scambi preziosi. Quelle conversazioni mi hanno dato strumenti, motivazione, visione.
C’è un passaggio fondamentale che sento di sottolineare: chi lavora con la grave emarginazione adulta vive un profondo senso di impotenza e frustrazione. Si lavora tanto, ma spesso non si riesce ad aiutare davvero nessuno. È un dolore silenzioso, che tocca anche l’identità dell’operatore. Quando la persona non è vista, non è riconosciuta, non è presa in carico, anche l’operatore rischia di non essere visto, di non contare. Il lavoro sociale in Italia, e in molte parti del mondo, soffre di un riconoscimento pressoché nullo. E questa mancanza di valore, di senso, di impatto, diventa un problema sistemico.
L’Housing First, per me, è nato come risposta a tutto questo. Un tentativo di rovesciare la logica dell’impotenza. Di restituire agency alle persone — e anche agli operatori.

Mario Flavio Benin. In che modo avete adattato il modello Housing First dal contesto internazionale a quello italiano, e da quello italiano al contesto urbano romano? Quali aspetti avete dovuto negoziare o trasformare rispetto al modello originario di Sam Tsemberis?

Giulio Ciucci. Il modello Housing First è fondato su otto principi guida1. Sono quelli definiti a livello europeo, ma corrispondono in gran parte anche a quelli individuati originariamente nel contesto statunitense e poi in quello australiano. In Australia, ad esempio, c’è un’attenzione maggiore verso le comunità aborigene, spesso colpite da fenomeni di homelessness, ma la struttura generale dell’approccio è condivisa. Potremmo dire che i principi sono il software del modello, e restano validi ovunque. È l’adattamento operativo, invece, che va declinato sui territori.
Un’ importante modifica introdotta in Italia — nello specifico da Piazza Grande a Bologna — è l’uso della coabitazione. Il modello originario, quello di Sam Tsemberis, prevedeva l’inserimento in monolocali individuali, soprattutto perché parliamo di persone con bisogni complessi e con disagio spesso multifattoriale: disagio psichico, dipendenze, esperienze di detenzione, cronicizzazione estrema. Ma nella realtà italiana, e ancor più in una città come Roma, trovare monolocali accessibili è difficilissimo. Noi per esempio ne abbiamo trovato uno solo, dopo quasi due anni di ricerca.
Le coabitazioni sono quindi una scelta dettata da diversi fattori: la maggiore facilità di reperimento delle case, le seppur minime economie di scala, certo, ma anche il potenziale educativo e relazionale. A Bologna, dove il modello è più strutturato, il “co”, il “fare insieme” è considerato una risorsa. Coabitare può favorire la ricostruzione di quei legami che spesso si sono completamente spezzati. Parliamo di persone che, come dice anche Giuseppe Riefolo, hanno reciso sia i legami esterni — con la rete sociale — sia quelli interni, con sé stesse. Eppure, in alcune delle nostre coabitazioni, vediamo che, pur tra conflitti e fatiche, qualcosa si ricostruisce: forme minime ma significative di solidarietà quotidiana.
Un altro adattamento riguarda la fase di ingaggio. Nel modello originario, si parte dalla casa: si prende la persona dalla strada e la si accompagna direttamente in un alloggio. Noi, invece, spesso lavoriamo su un ingaggio graduale, soprattutto nelle coabitazioni. È necessario, altrimenti rischiamo di creare situazioni ingestibili. Ma anche chi lavora con monolocali, nella pratica, finisce per fare ingaggio: perché le persone vanno conosciute, vanno messe nelle condizioni di iniziare a fidarsi.
Tutto questo ha però un costo in termini di aderenza al principio del “diritto di scelta e controllo”, quantomeno nella fase iniziale, quella dell’ingresso nella casa. Se una persona entra in coabitazione, la sua possibilità di scegliere – in questo caso il coinquilino o i coinquilini – è limitata. Noi organizziamo incontri preliminari, presentiamo l’alloggio, ma alla fine la scelta non è mai completamente libera. E questo è un vulnus che va riconosciuto.
Detto questo, cerchiamo comunque di restare il più possibile fedeli ai principi di Housing First, perché la letteratura è chiara: più si è aderenti al modello, migliori sono gli esiti. C’è una correlazione diretta tra fedeltà ai principi e successo in termini di promozione del benessere e dell’inclusione delle persone beneficiarie. Per questo è importante mantenere uno sguardo critico e al tempo stesso pragmatico: lavorare con quello che si ha, ma tenendo ben presenti i riferimenti teorici.
In definitiva, Housing First si adatta, ma non si snatura. E soprattutto, come dicevamo, ribalta una logica profondamente radicata nei servizi: quella secondo cui le persone devono adattarsi all’offerta, e non il contrario. Housing First dice: “Ti diamo una casa, e a partire da lì costruiamo, insieme a te, un percorso”. Un percorso centrato sui tuoi bisogni, sui tuoi desideri, sul piacere e sulle possibilità. E anche per questo, più che di autonomia, preferiamo parlare di autodeterminazione.

Mario Flavio Benini. Mi farebbe piacere che tu approfondissi il tema della costruzione delle coabitazioni. Come hai sottolineato, è un processo che richiede preparazione. Avete valutato o già coinvolto nel team qualcuno con esperienza specifica nella progettazione o meglio nel percorso di preparazione degli inquilini alla coabitazione, all’impiego di servizi in comune, al cohousing o a ad modelli affini?

Giulio Ciucci. No, non abbiamo ancora inserito figure con una formazione specifica sul cohousing. Le professioniste del nostro team – tra cui molte sono psicologhe e psicoterapeute – sono molto preparate e una delle cose che facciamo costantemente è interrogarci insieme su ciò che stiamo facendo, sul senso delle scelte che compiamo nel supportare le persone  inserite nel programma Housing First. Ma no, non abbiamo attualmente un’esperta in cohousing nel senso tecnico del termine. Anche perché bisogna chiarire cosa si intende per cohousing. Ad esempio, il Terzo Municipio sta provando da tempo a implementare un modello che prevede la coabitazione tra persone anziane e giovani — studenti o migranti — con l’idea che questi ultimi possano dare una mano in cambio di un alloggio. È un modello interessante, ma che si rivolge a un target molto diverso da quello delll’Hosing First, che lavora con persone in condizione di grave marginalità.

Mario Flavio Benini. Ma anche in quei casi, per quanto diversi, serve comunque un percorso educativo. Da una parte c’è la difficoltà di coabitare perché ognuno ha interiorizzato un’idea privata della casa, del proprio spazio. Dall’altra parte, molti giovani sembrano aver perso l’abitudine alla cura. Forse, proprio per questo, anche questi progetti andrebbero inseriti in un più ampio piano educativo, non trovi?

Giulio Ciucci.  Sì, assolutamente. Si può fare moltissimo anche a partire dalle coabitazioni. Il modello toscano a cui si è ispirato il Terzo Municipio — se non sbaglio, quello di “Abitare Solidale” — è un riferimento importante. Ma nel nostro caso, lavorare con persone senza dimora comporta una complessità ulteriore. Attualmente gestiamo cinque case nel progetto pilota Housing Plus. Non sono situazioni semplici, ma tutto sommato non abbiamo mai vissuto eventi ingestibili. Alcune convivenze richiedono un accompagnamento delicato, certo. In una di queste, ad esempio, vivono due donne che nei primi mesi sembravano affiatate, poi hanno cominciato a scontrarsi. Una delle due aveva smesso di partecipare agli incontri di facilitazione della convivenza. Dopo due mesi di distanza, ha ricominciato a prendere parte agli incontri: è tornata, con fatica, ma c’è. 

Mario Flavio Benini. Quante persone vivono complessivamente in queste cinque case?

Giulio Ciucci.  Otto, nove persone. La nona sta per entrare nel primo monolocale, e stiamo lavorando molto sul suo inserimento. Ogni mercoledì pranziamo con lui. L’obiettivo è abituarlo gradualmente: la settimana prossima proverà a passare la notte lì. Una delle colleghe ha usato una bellissima immagine: è come piantare una pianta delicata in un nuovo terreno.
Altre persone, invece, entrano subito. 
Ma possono essere anche situazioni più critiche. Nel secondo progetto di Housing First che stiamo realizzando con Caritas Roma all’interno di una coprogettazione e di un finanziamento del Municipio II, Verso casa, una persona, ad esempio, non appena entrata in casa, ha avuto comportamenti violenti verso i coinquilini. Con Giuseppe Riefolo, durante una supervisione, è emersa un’intuizione importante che unisce il tema del Genius Loci a quello di preoccupazione: laddove non si percepisce “preoccupazione” — nel senso psichico e relazionale del termine — è difficile che un’abitazione si trasformi in una casa vera.

Mario Flavio Benini. Questa riflessione richiama il concetto di Genius Loci. In ambito architettonico e paesaggistico è un’idea sviluppata da Christian Norberg-Schulz: il luogo viene visto come spazio dotato di un’identità propria, riconoscibile e significativa.

Giulio Ciucci. Io non conoscevo bene il concetto di Genius Loci, ma mi ha colpito molto. Giulia Paoloni una collega dell’équipe, mi raccontava che in alcune case sembra emergere spontaneamente una figura che tiene insieme le relazioni, quasi una “custode relazionale”. Ecco, credo che sia proprio questo: un Genius Loci incarnato da chi riesce a portare attenzione e cura all’interno della casa, e che per esempio in una delle nostre case è incarnato da quella che sembra essere la persona più vulnerabile. Ma è un tema che con Riefolo dobbiamo approfondire.
Certo, alcune situazioni vanno meglio, altre sono più instabili. Stiamo lavorando molto bene anche con Caritas Roma, che ci affianca in alcuni casi specifici. E sebbene non vogliamo lavorare sull’urgenza, perché crediamo nella progettualità lunga, affrontiamo anche momenti difficili. Ma come dice Riefolo, la fortuna non esiste: è il lavoro costante, attento, condiviso, a creare i presupposti perché le cose funzionino.

Mario Flavio Benini. Quali sono stati i principali ostacoli nell’implementazione del progetto? Parliamo di ostacoli operativi, istituzionali, culturali?

Giulio Ciucci. Uno degli ostacoli più significativi che abbiamo incontrato, e che forse abbiamo inizialmente sottovalutato, è stato il reperimento degli alloggi. Nonostante la consapevolezza che il tema casa fosse centrale, non avevamo davvero messo in conto quanto sarebbe stato difficile trovare appartamenti disponibili sul mercato romano.
Ricordo che un collega, Massimo Pietro Lodi — che nel frattempo si è trasferito a Livorno — ha realizzato un progetto molto interessante: ha percorso l’Italia in bicicletta da Aosta a Lecce, intervistando lungo il tragitto diverse realtà che lavorano con l’Housing First. Ne ha tratto anche un documentario. Passò anche da Roma, intervistò me, Beatrice Simmi e Viola Segnalini, quando ancora il nostro progetto non era partito. Alla fine dell’incontro ci disse una cosa che ci colpì molto: “Avete dato alcune delle risposte più pensate e più condivise che abbia ricevuto”, ma nel contempo rimase sorpreso dal fatto che, tra le difficoltà principali da affrontare, non avessimo indicato quella del reperimento case.
C’è anche da dire che inizialmente era partner di progetto la Diaconia Valdese, che si era impegnata a reperire gli alloggi entro tre mesi. Forse anche per questo, forti di un supporto tanto importante, sottovalutammo la difficoltà nel reperimento degli appartamenti. Purtroppo dopo poche settimane dall’inizio del progetto, la Diaconia Valdese si è sfilata dal progetto. È stato un momento critico, ma insieme un importante momento di  una svolta.
Se c’è una cosa che ci hanno insegnato questi anni di lavoro è che spesso dai fallimenti nascono aperture inattese. Se la Diaconia Valdese non si fosse ritirata, probabilmente oggi non avremmo costruito quella collaborazione tanto preziosa con Caritas Roma. Insomma, quella che all’inizio ci sembrò una battuta d’arresto e una sfida non da poco, si è rivelata e siamo riusciti a trasformarla in un’opportunità che ha reso possibile molto altro. 
Ovviamente nel frattempo abbiamo dovuto arrangiarci. Abbiamo messo in piedi una task force interna — quattro, cinque persone — che si sono dedicate per mesi alla ricerca delle case, senza avere alcuna esperienza immobiliare, né un incarico formale su questo.

Eppure tutte le case che  abbiamo trovato fino ad oggi non sono arrivate attraverso i canali tradizionali. Le abbiamo trovate grazie alle relazioni, a una fiducia costruita nel tempo, a contatti informali, telefonate, incontri, passaparola. Una casa, ad esempio, l’abbiamo trovata grazie a una signora che avevo conosciuto 16 mesi prima durante uno scambio di buone prassi promosso da un progetto Erasmus Plus organizzato con Solaris — un’associazione di familiari di persone con disagio psichico. Ci risentimmo qualche mese dopo,  in piena estate, e parlammo a lungo. Poi silenzio. A dicembre dell’anno successivo, mi richiamò per offrirmi un appartamento. Perché? Perché avevamo costruito una relazione. È così che funziona. Ma come le relazioni hanno bisogno di cura, così i risultati sono frutto di cura, di perseveranza e di creatività. Se infatti quella signora ci ha affittato la sua casa a distanza di tanti mesi di distanza è stato anche grazie a un semplice “stato” di WhatsApp. Sì, hai capito bene. Viola Segnalini, una delle nostre operatrici e oggi coordinatrice del progetto Verso casa, ci suggerì di usare quello strumento: avevamo già creato un semplice volantino per la ricerca casa  e dal giorno in cui condivise questa idea lo pubblicavo ogni 24 ore sul mio stato, e lo tenevo lì, aggiornandolo ogni giorno. A metà dicembre, mi contattò Elisabetta, la  signora in questione, a cui ora ci lega anche un rapporto di stima e di amicizia. Aveva visto lo stato e si ricordava di quella lunga telefonata. Ed ecco: aveva una casa da offrirci.
Questo episodio, come tanti altri, dimostra che tutto ruota intorno al capitale umano, alla qualità delle relazioni, alla fiducia che si riesce a costruire. E anche alla capacità di spendersi, di mettersi in gioco. Tutto il nostro team ha fatto questo: si è speso, si è impegnato oltre l’orario, oltre il contratto, spesso senza una struttura forte alle spalle. E lo ha fatto con motivazione autentica, con cura. È quello che fa la differenza.
Il tema delle case resta però un problema strutturale, soprattutto in un contesto come Roma, dove il mercato degli affitti è quasi bloccato e il Giubileo ha peggiorato le cose. Noi garantiamo ciò che non sempre un affittuario privato può assicurare: pagamenti puntuali, visite settimanali dell’appartamento, manutenzione, mediazione con i vicini. Eppure, trovare case è una battaglia quotidiana. Ma anche qui, la rete ha fatto la differenza: una delle ultime case l’abbiamo trovata grazie a un contatto con un’amministratrice di sostegno che ci ha conosciuti tramite un’impresa edile.
Alla fine, ciò che tiene tutto insieme è il senso. Lo spendersi ha valore quando c’è un senso condiviso, un progetto comune. E questa coerenza interna, questo modo di tenere insieme l’operato, la relazione e la visione, è ciò che ha fatto nascere e crescere davvero l’esperienza di Housing First a Roma.

Mario Flavio Benini. È l’unico modo per ribaltare il contesto in cui ti trovi a operare. Mi viene in mente un passaggio del filosofo francese Gilles Deleuze, nel saggio “Il freddo e il crudele“, in cui parla della sottomissione alla regola non solo come dinamica psichica, ma come dispositivo politico: dice che ci sono almeno due vie per sovvertire un sistema. La prima è attenersi alle sue regole in modo così rigoroso da portarlo al collasso. La seconda è immettere nel sistema qualcosa che eccede le sue logiche — un surplus, un imprevisto che non può essere assorbito. Un plusvalore umano, potremmo dire, che apre possibilità impreviste. In fondo, mi pare che il vostro lavoro si muova proprio in questa zona: tra rigore e generosità, tra struttura e desiderio.

Giulio Ciucci. Sì, è un’immagine che mi risuona molto, che trovo molto bella e che credo rispecchi anche fin troppo bene il lavoro che stiamo portando avanti. Tuttavia può anche trasformarsi in una trappola, se quel surplus non riesce davvero a modificare le regole del gioco. Perché alla lunga ti consuma. Io  credo profondamente nella generosità, nell’impegno che va oltre il dovuto, ma se non riesci a trasformarlo in qualcosa di stabile, di strutturale, rischia di diventare solo esaurimento.
Noi, dentro PsyPlus, abbiamo dato moltissimo. Per anni abbiamo lavorato gratuitamente. Oggi io sono pagato 20 ore a settimana, ma ne lavoro almeno il doppio, se non il triplo. E le mie colleghe fanno lo stesso. Però questo non può andare avanti all’infinito. È una forma di investimento personale, ma anche un sacrificio, e non è giusto che il cambiamento si regga sul sacrificio delle persone.
Stiamo cercando di uscire da questa dinamica, pur non rinunciando a quella logica del dono, del surplus, delle possibilità impreviste che sovvertono il sistema, per migliorarlo. Il mio obiettivo, adesso, è riuscire a garantire un fisso, un lavoro dignitoso, con diritti. Ma per farlo servirebbe un finanziamento strutturale, che per ora è difficile ottenere, ma per il quale stiamo lavorando.

Mario Flavio Benini. Eppure quella generosità ha in sé una forza trasformativa. È quasi un “gesto imprevisto”, che disordina l’ordine.

Giulio Ciucci. Sì, è verissimo, ma solo se nel tempo riesci a canalizzarla. Altrimenti resta solo uno scarto non riconosciuto. Per questo io dico sempre: ci vuole il modello. Senza una forma, anche la spinta più potente rischia di disperdersi.
Noi stiamo provando a cambiare il sistema. Non vogliamo solo fare Housing First. Vogliamo dimostrare che ci si può occupare di marginalità in un altro modo. Ma per riuscirci davvero, serve che questo cambiamento venga riconosciuto, sostenuto, reso possibile.
Altrimenti, come dici tu, è un plusvalore che il sistema non sa assorbire. E quindi lo espelle.

Mario Flavio Benini. O lo assorbe in modo strumentale, in questo senso dovremmo fare anche una riflessione sul sistema del volontariato.

Giulio Ciucci. È proprio… è molto delicato. Bisognerebbe essere filosofi, ma soprattutto bisognerebbe imparare a pensare insieme, a reggere il peso della complessità.
Secondo me, questo è uno dei nuclei fondamentali. Ma non tanto se vogliamo semplicemente “fare cambiamento sociale”.
Stiamo parlando di una cosa enorme, centrale.
Perché quello che dicevi pure tu è vero: si tratta di invertire lo schema sociale, su più livelli.
Riguarda il modo in cui concepiamo la scuola.
Riguarda il nostro rapporto con l’ambiente.
Riguarda la salute mentale, le relazioni, il lavoro.
È una sfida grossa, una sfida pesante.

Mario Flavio Benini. Uno degli elementi che caratterizzano il vostro progetto è la presenza di un’équipe clinica integrata. In che modo lavorano insieme psicologi, psichiatri, educatori, assistenti sociali e operatori sociali? Come viene costruita una presa in carico condivisa, soprattutto nei primi mesi, che immagino siano i più delicati?

Giulio Ciucci. Una cosa che mi è stata detta fin dall’inizio — e che ora vedo confermata — è che i primi sei mesi sono il momento più delicato. È la fase in cui si rompe una forma di adattamento alla strada, per quanto disfunzionale, e si affronta l’impatto, anche emotivo, di tornare ad abitare.
Nel nostro caso, parliamo quasi esclusivamente di persone cronicizzate, alcune delle quali erano in strada da 15, 30, persino 40 anni. C’è chi, letteralmente, non stava in una casa da decenni.
Questa transizione, però, è spesso più fluida di quanto si immagini. Fermo restando che ogni storia è una storia a sé e che bisogna fare molta attenzione a generalizzare, Paradossalmente, stiamo sperimentando che chi fa più fatica ad adattarsi alla nuova vita in casa è chi proviene da più o meno lunghi periodi di permanenza nei centri d’accoglienza, come se questi favorissero un depotenziamento della persona, non più tenuta ad occuparsi nemmeno dei suoi bisogni primari e sempre circondata da figure che si sostituiscono a lei. Chi, invece, era più fragile e provato dalla strada, una volta entrato, ha iniziato subito a vivere lo spazio come una risorsa.
I veri ostacoli emergono più spesso sul piano relazionale che su quello materiale. Soprattutto nelle coabitazioni, la convivenza non è semplice, ma d’altronde, come ci insegna anche il dott. Riefolo l’aver lasciato a suo tempo la casa è stato anche un modo per tirarsi fuori dai legami interpersonali e la convivenza in qualche modo costringe a rimettersi in gioco proprio su questo piano.. Abbiamo notato, ad esempio, che alcuni uomini fanno più fatica a prendersi cura dello spazio condiviso — ma anche qui, si lavora.
In ogni casa organizziamo incontri regolari di facilitazione della convivenza. A Bologna li chiamano, con un termine molto affascinante, “assemblee domiciliari” Come PsyPlus abbiamo fatto una scelta importante in quanto abbiamo deciso che gli stessi non siano condotti dalle operatrici della casa, ma da una figura esterna, neutrale, psicoterapeute o psicoterapeute in formazione. In tutti i casi le facilitatrici, tra le altre cose aiutano a far emergere i conflitti e a trasformarli in materia di lavoro.
Questi incontri si tengono due volte al mese e sono uno strumento prezioso. In una delle case, due persone dicevano: “Noi andiamo d’accordo, non abbiamo problemi.” Poi, nello spazio protetto dell’incontro, sono emerse tensioni, malintesi, frustrazioni rimaste sottotraccia.
È lì che capisci quanto sia importante creare spazi di parola. Perché il conflitto, nella nostra società, è stato quasi rimosso. È visto come qualcosa da evitare, da rimuovere, mentre invece è spesso l’unico modo per trasformare le relazioni.
In questo senso, la casa — e il nostro lavoro intorno alla casa — diventa anche un laboratorio relazionale, in cui le persone possono finalmente permettersi di “sentire”, di dire, di abitare sé stesse in presenza dell’altro.

Mario Flavio Benini. In un libro a cui sono molto legato, “L’elogio del conflitto” (2016), il filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag e la filosofa Angélique del Rey riflettono su come, nella società contemporanea, il conflitto venga rimosso o ridotto a scontro sterile. Ci invitano a recuperare il conflitto come luogo generativo, come strumento per accedere a nuove possibilità, per creare legami più autentici e identità più complesse. È un tema che ho ritrovato in filigrana anche nel tuo discorso. In che modo, nella vostra esperienza, mi racconti in modo più approfondito il modo in cui il conflitto emerge all’interno delle case? E qual è il ruolo della facilitazione nella gestione di questa dimensione?

Giulio Ciucci. È un tema enorme, che ci tocca profondamente. Il conflitto è sparito dalla nostra società, e invece è qualcosa di profondamente sano. Noi, nella vita quotidiana, confliggiamo solo con chi sentiamo vicino: il partner, i figli, i genitori. Perché sappiamo — almeno inconsciamente — che il conflitto non distruggerà quasi mai il legame. Ma fuori, nel sociale, questo non accade più. È come se ci fosse un patto implicito a evitare qualsiasi attrito, anche quando sarebbe necessario.
Nel nostro lavoro il conflitto è centrale, anche se all’inizio viene rimosso. Le persone che vivono in strada hanno spesso imparato a evitarlo: il conflitto, in quel contesto, può voler dire minaccia fisica, furto, violenza. Ma quando entri in una casa e inizi a convivere, il conflitto torna. E noi dobbiamo essere pronti ad accoglierlo, non a reprimerlo.
Per questo abbiamo introdotto le “facilitazioni della convivenza”, che avvengono ogni due settimane. Non sono condotte dalle operatrici che seguono le case – e che solo in una fase iniziale o al bisogno possono inserirsi per un periodo limitato -, ma da una figura esterna. Una persona che aiuta i coinquilini a parlarsi, a nominare quello che non funziona, a trovare insieme delle soluzioni. Non è terapia, non è un intervento clinico, ma è uno spazio protetto in cui può emergere il non detto.
Ti faccio un esempio banale: in una casa è stato costituito un piccolo fondo comune per le piccole spese di casa ( prodotti per la pulizia, ecc.). Uno dei coinquilini aveva proposto di custodirlo in una piccola cassaforte chiusa con una chiave. A me sembrava esagerato — parliamo di pochi euro — ma la facilitatrice ha insistito. Perché in quel momento, quel gesto rappresentava un passaggio importante: era un modo per iniziare a costruire la fiducia, per rinegoziare la responsabilità. Era un simbolo, non solo una scatola.
E funziona. In quella casa, oggi, fanno i turni, si dividono i compiti, e — cosa che mi ha colpito molto — uno dei beneficiari ha iniziato a fare le pulizie in totale autonomia, quando all’inizio non ci riusciva. Sono passaggi piccoli, ma enormi sul piano relazionale.
Poi c’è la solitudine, che resta una delle grandi sfide. In una casa in particolare il tema è emerso in modo forte: uno dei coinquilini cercava il contatto, gli altri erano più chiusi. È stato un momento difficile. Ma è lì che abbiamo avuto l’ennesima conferma del fatto che il lavoro non finisce alla porta di casa: c’è tutta la questione del lavoro di comunità, che è la vera frontiera e che d’altronde è uno dei pilastri dell’Housing First insieme alla casa e al supporto personalizzato. Serve costruire un senso di appartenenza, una rete di relazioni. E noi su questo dobbiamo ancora crescere molto. Io per primo.

Mario Flavio Benini. In ogni ambito domestico ci sono inevitabilmente conflitti, differenze culturali, difficoltà relazionali. Nelle coabitazioni di Housing First, da quello che tu dici però, c’è un elemento che potremmo considerare “privilegiato”: il fatto che le persone vengano accompagnate nel gestire queste dinamiche con un supporto esterno, professionale. Ma accanto a questo lavoro interno, c’è un’altra sfida altrettanto importante: la ricostruzione del legame con l’esterno. Prima, il rapporto con il mondo era spesso segnato da strategie di autoprotezione, relazioni strumentali, isolamento. Come si lavora oggi su questo piano più ampio, quello della comunità e dell’inclusione?

Giulio Ciucci. È un passaggio cruciale, e non facile. Ti faccio un esempio personale, biografico, magari un po’ banale, ma secondo me rende bene l’idea. Circa sette anni fa ho avuto la fortuna di trasferirmi con la mia compagna e due bambine piccole nei pressi di Testaccio, un quartiere di Roma, vivo, pieno di servizi. E sai qual’è uno degli elementi che hanno favorito maggiormente  il mio benessere personale, ebbene l’aver sviluppato nel tempo un senso di appartenenza a quel territorio e alle persone che lo abitano. E questo è stato possibile grazie a piccole cose: frequentare periodicamente con le mie figlie la biblioteca di zona. E lì, in biblioteca, mi conoscono. Non siamo amici, ma ci si saluta, ci sono piccoli scambi, condivisioni, discussioni su come promuovere il servizio. Oppure nel mercato di zona  mercato, dove con il pescivendolo tra una battuta, una presa in giro e l’altra, ci si scambiano pezzi di vita, di desideri e preoccupazioni. E poi c’è la piazza – quelle piazze vivibili che sembrano essere sempre meno presenti nel panorama urbano – , dove i bambini giocano e incontri altre famiglie. Non è casa, ma è comunità. È tessuto relazionale, anche leggero, ma stabile.. Ecco, il mio sogno è che anche le persone che accogliamo nei progetti possano avere questo. Che possano riscoprire una rete di relazioni informali, non assistenziali, in cui sentirsi parte. Però so bene che per chi ha vissuto trent’anni in strada è molto più difficile. È un obiettivo ambizioso, e purtroppo è anche una delle aree in cui facciamo ancora più fatica. Ne abbiamo parlato anche in occasione di una delle ultime Summer School, con fio.PSD, e so che a Torino ci stanno lavorando bene. Ma il lavoro di comunità, la vera inclusione territoriale, richiede un salto di qualità nel modo in cui costruiamo i progetti. Servono infatti formazione, tempo, alleanze e risorse economiche da dedicarvi (banalmente, a partire da ore lavoro dedicate). È sicuramente una delle prossime frontiere dell’Housing First in Italia.

Mario Flavio Benini. A Torino — come accennavo — stanno lavorando molto bene, sia con le Case del Quartiere coordinate da Roberto Arnaudo, sia con le Portinerie di Comunità dirette da Antonio Damasco. Sono spazi aperti alla cittadinanza che si fondano su un approccio partecipativo: accolgono idee, facilitano l’attivazione di iniziative, ma soprattutto conoscono il territorio e lo abitano davvero. Sono esperienze che cercano di riattivare il tessuto sociale, non solo di offrire servizi. Un po’ come accade nelle esperienze storiche delle Case del Popolo, ma con un linguaggio contemporaneo, più fluido. L’idea è di costruire una rete di prossimità viva e accessibile. Vi siete mai confrontati con esperienze del genere?

Giulio Ciucci. Non con quelle di Torino che citavi, ma è sicuramente un tema che abbiamo a cuore e ti dico: qui si apre un mondo. Perché noi, da un po’ di tempo, stiamo cercando di muoverci proprio sul tema dell’abitare solidale. Purtroppo a oggi ci mancano le risorse economiche e il personale da dedicarvi. Perché l’abitare solidale può essere inteso come una potenziale estensione e insieme una declinazione dell’Housing First, una prospettiva che si connette con tutto il lavoro sulla comunità.
A Bologna, ad esempio, c’è l’esperienza di Casalecchio di Reno, dove funziona molto bene un progetto di abitare solidale portata avanti da una realtà come Piazza Grande. A Milano, invece, c’è un altro progetto che per noi è stato una grande fonte d’ispirazione: DAR=Casa. L’idea è quella di creare degli spazi, interi condomini dove convivono famiglie “normali”, madri sole, migranti, anziani, (ex) senza dimora, studenti, giovani coppie, single. Condividono spazi comuni aperti al quartiere e costruiscono una rete di relazioni quotidiane.
Noi sogniamo qualcosa del genere anche a Roma. Ci siamo formati anche grazie a Fabio Bastianelli, consulente di Legacoop Abitanti, che ha lavorato anche a Bologna e a Milano. Proprio recentemente sono intervenuto in occasione di un incontro alla presenza di vari assessori di Roma Capitale in cui ho sottolineato come l’abitare prim’ancora di essere un tema infrastrutturale, è una questione/dimensione sociale.
E questo vale anche per le case popolari: per troppo tempo si è lavorato solo sul piano amministrativo e tecnico — bollette, manutenzioni — ma si è completamente dimenticata la presa in carico sociale.
E quando tu concentri il disagio in grossi palazzoni, senza servizi, senza supporto, stai solo creando problemi peggiori. A Roma lo abbiamo visto per anni. Per questo serve un approccio integrato: gestione amministrativa, manutenzione e lavoro sociale. È la politica che deve rimettere insieme questi pezzi.

Struttura operativa ed economica di PsyPlus.

Uno degli elementi distintivi di PsyPlus ETS è la sua capacità di coniugare competenza clinica specialistica con un modello operativo sostenibile e radicato nel territorio. Non si tratta solo di “fare psicologia”, ma di farla dentro le reti istituzionali, dentro i bandi pubblici, dentro i vincoli della rendicontazione. In un sistema in cui spesso il lavoro psicologico è relegato ai margini del welfare, PsyPlus ha scelto di strutturarsi come un soggetto autonomo e riconoscibile, capace di accedere a fondi pubblici e privati, ma anche di creare squadre stabili e multidisciplinari.
L’esperienza del progetto Housing Plus, ad esempio, mostra un’organizzazione in cui: le équipe non sono precarie o occasionali, ma costruite nel tempo; la supervisione clinica è prevista e sistematizzata; il finanziamento viene ricercato anche tramite fondazioni private (come Enel Cuore) e attraverso il riconoscimento progettuale da parte di Roma Capitale.
Questo impianto operativo permette a PsyPlus di offrire continuità terapeutica, assumendo la cosiddetta “responsabilità psichica” anche nei casi in cui nessun altro servizio pubblico si dichiara competente.

Mario Flavio Benini. PsyPlus si presenta come un’associazione clinica, ma anche come un soggetto progettuale solido. Come siete riusciti a costruire una struttura stabile in un contesto in cui spesso il lavoro psicologico è precario e mal finanziato?

Giulio Ciucci. La verità è che, forse, non siamo così stabili. C’è tutto quel lavoro volontario di cui ti parlavo prima che continua a essere una parte fondamentale. Il direttivo lavora per lo più a titolo gratuito e chi riceve qualcosa lo fa esclusivamente perché impegnato su progetti Il punto è che abbiamo un grande bisogno di fondi liberi. Stiamo cercando di costruire delle basi più solide, ma non è facile. Non siamo fortissimi sulla comunicazione e, alla fine, ci reggiamo molto sulla motivazione delle persone e sulla loro disponibilità a lavorare anche senza retribuzione, elemento questo su cui stiamo lavorando per superarlo. Essendo la qualità del capitale umano elemento fondamentale per fare un lavoro di qualità, siamo ben consci del fatto che la cura del personale e la grande dedizione non bastano e che è indispensabile che le risorse di livello siano retribuite come meritano.

Mario Flavio Benini. Quindi fuori dai progetti e dai bandi è difficile tenere in piedi qualcosa…

Giulio Ciucci. Ma anche attraverso i progetti non è affatto semplice. E bisogna stare attenti: da fuori può sembrare che certe realtà, abbiano un funzionamento impeccabile. Ma spesso per lavorare bene – vista anche la scarsità di risorse che gli stessi bandi e progetti prevedono per la parte gestionale (coordinatrici, amministrativi, progettiste, ecc.) – devi comunque andare oltre. In qualsiasi altro lavoro, un dipendente chiude il computer e ha finito. Nel sociale, invece, se vuoi davvero fare la differenza, spesso devi dare molto di più. E la verità è che oggi noi riusciamo a garantire qualità perché siamo ancora piccoli, relativamente giovani, con personale giovane e particolarmente motivato. Ma se cresciamo, se aumentano i progetti, le persone, le richieste, riusciremo a mantenere questo livello? E’ questo un tema da tenere sempre bene a mente e a cui fare attenzione.

Mario Flavio Benini. È il rischio che corrono anche molte cooperative. Quando diventano grandi, devono rispondere a logiche di sostenibilità economica che vanno a scapito della libertà progettuale.

Giulio Ciucci. Esatto. Qualcuno una volta mi disse: “Certo che chi deve pagare ogni mese 50 o 100 stipendi non ha la tua stessa libertà di manovra e d’innovazione e si trova costretto a fare tutto quello che gli dice il Comune, anche quando magari non è del tutto d’accordo”. Credo che, al di là del fatto che diverse realtà continuano a riprodurre modelli vecchi e inefficaci di contrasto alla grave emarginazione adulta perché è più facile fare quello che si è sempre fatto, indubbiamente in quelle parole c’è una buona dose di verità. Per questo oggi una delle parole chiave per me è transizione. Non dobbiamo buttare via tutto quello che esiste. Dobbiamo provare a trasformarlo. Ma è una sfida immensa. C’è chi ha volontà e chi no, chi è pigro, chi è stanco, chi ci prova. È tutto molto delicato.Anche perché prima di tutto bisognerebbe intendersi sulla direzione che dovrebbe prendere la transizione, che per me, quando parliamo di grave emarginazione adulta, è molto chiara; ma evidentemente non tutti la pensano allo stesso modo, anzi 
E noi da un punto di vista gestionale dobbiamo sicuramente crescere molto, soprattutto in termini di reperimento fondi in quanto a oggi continuiamo a essere troppo dipendenti dalla disponibilità volontaria di alcune persone.

Mario Flavio Benini. Ma è anche quello che vi ha permesso, in tempi rapidi, di mettere in moto pratiche nuove, no? Se aveste aspettato bandi, piani, finanziamenti certi…

Giulio Ciucci. Certo,l’enorme quantità di lavoro volontario portato avanti in questi cinque anni ci ha permesso di agire subito e di farlo con grande libertà di manovra, che continuiamo ad avere e che riteniamo fondamentale per lavorare sempre mettendo al centro il benessere delle persone che supportiamo e non la mera sussistenza dell’organizzazione. Ma poi devi costruire strutture, sostenibilità, continuità. E lì le cose si complicano.  D’altronde ci stiamo rendendo conto del fatto che il sistema dei bandi non sempre funziona bene. Come dicevo prima, le risorse dei singoli bandi spesso sono insufficienti per fare un lavoro di qualità, il che poi portà all’erogazione di servizi che fanno molto fatica a rispondere efficacemente ai bisogni delle persone beneficiarie. Mentre, nel contempo, si assiste – soprattutto con il Giubileo – a una moltiplicazione di bandi per la realizzazione di servizi sempre uguali a se stessi e di dubbia utilità con un impiego di denaro pubblico sicuramente discutibile.

Mario Flavio Benini. Quindi anche il concetto stesso di “progettualità” andrebbe ripensato. Ma quello che mi colpisce, da quello che racconti, è che il progetto Housing First che state portando avanti — al di là della finalità specifica di dare casa e accompagnare ex persone senza dimora — sembra suggerire un modello operativo più ampio. Un modello che coordina figure diverse, con competenze diverse, attorno a un obiettivo concreto. Mi viene da pensare: se anche domani non foste più impegnati su Housing First, ma su un altro tipo di intervento sociale, questo metodo di lavoro — fondato sulla relazione, sull’interdisciplinarietà, su un’idea di trasformazione sistemica — rimarrebbe. Non è forse questa una delle vostre specificità più forti?

Giulio Ciucci. Sì, è proprio così. E in fondo è anche questo che ci muove: una grande ambizione. Quando dico che non stiamo semplicemente “facendo Housing First per mettere dieci persone in casa”, lo dico con convinzione. Il nostro obiettivo primo è quello di promuovere in città un nuovo modello – efficace ed efficiente – di contrasto alla Grave Emarginazione Adulta, ma nel contempo anche provare a portare innovazione nel sistema a un livello più ampio. In piccolo, certo, ma con l’idea che ciò che funziona in un settore possa generare un cambiamento più ampio. Questo si collega a un’altra parola chiave, vale a dire prevenzione. 
Quello che Housing First ha dimostrato, anche a livello europeo, è che nel suo darsi può cambiare profondamente il modo in cui i servizi vengono gestiti e in cui gli stessi servizi lavorano. E questo vale ovviamente al di là del semplice ambito sociale. Se si adottasse un approccio simile in altri ambiti, tutti strettamente legati tra loro — nell’abitare, nella scuola, nella sanità, nei servizi territoriali — l’impatto sarebbe reale e sistemico. Tu parlavi prima di “modello operativo”: ecco, per me è questo. Un modo di lavorare che valorizza le persone, che non lavora a ribasso, che punta sulla qualità e che fa dell’interconnessione tra aree una prassi quotidiana. Basti pensare all’Housing First e all’obiettivo homelessness zero: affinché l’Housing First si diffonda e homelessness zero non continui a essere visto come l’utopia di pochi sognatori è indispensabile lavorare a più livelli e su più ambiti contemporaneamente, quelli di cui sopra
E allora, se davvero vogliamo fare un salto di qualità, dobbiamo anche chiederci: perché i bandi pubblici sono pensati su uno, due anni? Perché chi offre meno economicamente vince? Dovremmo iniziare a ragionare su progettualità lunghe, strutturate, che non si basino sul minimo costo ma sull’impatto generato. E sì, magari anche rischiare un po’, spingere verso pratiche nuove, anche se questo vuol dire mettersi contro logiche consolidate.
Qualcuno mi diceva che in questi anni solo a Roma, sui servizi sociali si muoveranno oltre 30/40 milioni di euro. Con tutti quei fondi potresti costruire un sistema molto più efficace, efficiente e umano, ma dovresti farlo portando avanti un lavoro politico e amministrativo sicuramente complesso e impegnativo, che tenga conto dell’interdipendenza degli ambiti di cui sopra. E invece spesso si continua con pratiche che non funzionano perché, al di là di eventuali interessi economici, è molto più semplice continuare a fare quello che si è sempre fatto. Noi stiamo cercando di introdurre delle prassi diverse. E lo facciamo con un’organizzazione leggera, che ci dà agilità ma che, a lungo termine, rischia di non reggere.
La mia speranza — e forse anche la mia illusione, lo ammetto — è che chi osserva da vicino come lavoriamo si renda conto che un’altra modalità è possibile. E magari inizi a dire: “Sai che c’è? Se loro fanno così, forse ha senso farlo anche noi.” Non perché PsyPlus debba gestire tutto, ci mancherebbe. Ma perché sarebbe bello se tanti adottassero davvero l’approccio Housing First. E non solo per accedere ai fondi pubblici, come purtroppo è accaduto anche con il PNRR, dove oltre a importanti criticità strutturali a monte, molti si sono improvvisati senza avere alcuna preparazione sul modello, di cui poi in realtà è rimasto poco o nulla.
Il vero cambiamento non sta nel moltiplicare i servizi, ma nel trasformare il modo in cui quei servizi vengono portati avanti. E in questo senso sì, il nostro lavoro può essere un modello. Ma è una sfida grande, soprattutto quando non hai una struttura solida alle spalle. Quando devi reggerti sull’entusiasmo e sulla fatica delle persone.

Mario Flavio Benini. Ti voglio raccontare di una realtà di Milano che forse conosci: Codici Ricerca e Intervento. È una struttura attiva da diversi anni, dove lavorano insieme sociologi, mediatori culturali, operatori sociali, psicologi. Collaborano spesso con l’amministrazione pubblica, ma non solo: lavorano su fenomeni sociali complessi con uno sguardo che integra ricerca, intervento, cultura. Anni fa, ad esempio, hanno sviluppato con me un progetto rivolto alle scuole sulle seconde generazioni cinesi, e recentemente hanno realizzato “Milano senza dimoraun progetto con Direzione Welfare e Salute del Comune di Milano per un lavoro di “fotografia sociale” sulla homelessness, integrando narrazione, immagine e partecipazione.
Quello che trovo interessante è che non si limitano a comunicare quello che fanno: fanno della comunicazione stessa una leva per costruire economie e progettualità. È come se dicessero: raccontare bene le cose non serve solo a renderle visibili, ma a farle accadere. Ecco, mi sembra ci sia un legame con quello che state cercando di fare anche voi: costruire un modello operativo che vada oltre il volontariato e oltre la logica dei bandi. Un modello che si regga anche sulla capacità di attivare risorse intorno a ciò che si costruisce davvero.

Giulio Ciucci. Infatti negli ultimi mesi vedo che si avvicinano sempre più persone. Tu, in un certo senso, ne sei un esempio. Ma poi ci sono giornaliste, fotografe, videomaker, persone che vogliono raccontare queste esperienze. E stiamo cercando di capire come strutturare tutto questo, magari partendo da interviste ai beneficiari, da un video-reportage, da una serie di articoli. E rilanciare anche sui social, su Instagram. Ma la complessità e il tempo per seguire tutto aumentano.

Mario Flavio Benini. Certo, ma il punto è proprio questo: non si tratta solo di raccontare quello che fate. Quello che intendevo con l’esempio di Codici è che loro usano la dimensione comunicativa e culturale come parte integrante del processo progettuale. Non arriva dopo, non è un “di più”: è dentro. Genera un processo, crea senso, attira risorse, costruisce reti. È come se la narrazione fosse parte dell’intervento.

Giulio Ciucci. Questo si può fare con i famosi fondi liberi. È lì che entra in gioco il fundraising e la comunicazione vera. Il problema è che poi la complessità progettuale e di coordinamento del team aumentano. Diventa altro lavoro. Tanto lavoro. E tutto questo chi lo segue? Il punto è che tre quarti dell’équipe fanno già altri cinque lavori. È bello che ci sia questa energia, questo spendersi, ma è una risorsa che da sola non basta.. Noi ci stiamo provando, ma il vero limite non è tanto introdurre l’innovazione, quanto riuscire a sostenerla nel tempo. Perché l’innovazione, per non rimanere una promessa, ha bisogno di struttura, di tempo, di risorse. 

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Note.

  1. Gli otto principi dell’Housing First rappresentano l’ossatura teorica e operativa del modello: sono una precisa visione culturale e politica dell’intervento sociale. Al centro vi è il riconoscimento della persona come soggetto di diritti, capace di scelta e protagonista del proprio percorso, e della casa come condizione preliminare – non come premio finale – per avviare un reale processo di ricostruzione. Questi principi definiscono un approccio fondato su autodeterminazione, fiducia, supporto flessibile e accompagnamento personalizzato, superando le logiche assistenziali tradizionali e la concezione emergenziale della grave marginalità adulta.

    1. Abitare è un diritto umano – Il diritto alla casa non è subordinato a condizioni di trattamento, adesione a programmi o “merito”.
    2. Diritto di scelta e controllo per i partecipanti – Le persone hanno il diritto di scegliere dove vivere e con quali supporti.
    3. Distinzione tra soluzione abitativa e trattamento – L’accesso alla casa non è vincolato alla partecipazione a programmi clinici o terapeutici.
    4. Orientamento al Recovery – Il lavoro si basa sulla fiducia nelle risorse e nel percorso di ripresa della persona, non solo sulla gestione del sintomo.
    5. Riduzione del danno – Il modello non richiede l’astinenza, ma lavora su strategie realistiche e graduali per migliorare la qualità di vita.
    6. Coinvolgimento attivo senza coercizione – Le persone sono coinvolte attivamente nei loro percorsi, senza pressioni o forzature.
    7. Progettazione centrata sulla persona – Ogni intervento è personalizzato e costruito su obiettivi condivisi con l’utente.
    8. Supporto flessibile per tutto il tempo necessario – L’accompagnamento è a lungo termine, adattabile nel tempo e nelle modalità. ↩︎

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