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Daido Moriyama. The Black Dog.

“Con una piccola fotocamera in mano, cerco le strade, cerco la città, cerco il mondo, cerco me stesso. Suppongo che questo sia il destino di ogni persona che prende in mano una macchina fotografica. Portare una macchina fotografica conduce in un continuo viaggio nella realtà”.

Il lavoro di Daido Moriyama ha sempre avuto una potenza artistica straordinaria sin dai primi scatti realizzati alla fine degli anni ‘60. La sua fotografia è un’esplorazione, un’immersione unica negli scarti del tempo, nella durezza, nella bellezza e nella malinconia della vita. In molti sensi le immagini di Moriyama sono le nostre immagini. La sua logorrea visiva ha l’effetto di rallentare il ritmo del nostro sguardo, ci mostra come ci guardiamo mettendoci di fronte a ciò che abbiamo di più famigliare.
Il pubblico e il privato si alternano, si confondono, e uno scatto dopo l’altro, come nella cadenza di gioco di una partita a scacchi, scopriamo la bellezza nelle imperfezioni dell’umanità.

Hiromichi (Daido) Moriyama è nato nel 1938, insieme a un fratello gemello morto quando aveva due anni. Il suo destino sembra essere tracciato sin dal nome.

 “Il mio nome è composto da due ideogrammi: HIRO + MICHI. Hiro vuol dire “ampio” e Michi significa “strada”, quindi letteralmente “ampia strada” (広い道). Ma questi due caratteri si possono leggere anche “dai” e “do”, da cui Daido. La lettura più naturale e immediata sarebbe Daido e quando la gente vedeva scritto il mio nome, lo pronunciava così, sebbene ogni volta io spiegassi: No, vi sbagliate, si legge Hiromichi. Poi col tempo ho lasciato perdere e sono diventato Daido”.

Il padre dipendente di una compagnia di assicurazioni, due mesi dopo la nascita dei figli si trasferisce a Hiroshima, Moriyama viene affidato ai nonni paterni, e passa i primi anni della sua vita a Ikeda, una città costiera a cui rimane emotivamente legato per tutta la vita (“Memories of a Dog”, forse il suo progetto più importante, è iniziato a Ikeda). Qualche anno dopo la famiglia si sposta a Urawa, fuori Tokyo. Moriyama, nelle interviste, parla spesso del cioccolato e della gomma da masticare che i soldati americani di passaggio sulle loro Jeep gettavano ai bambini, come uno dei suoi ricordi più forti degli anni dell’immediato dopoguerra.

“Il passato non può essere catturato dal presente, il presente può essere catturato solo nel momento”.

A vent’anni, lavorando come assistente fotografo (prima di diventare un fotografo freelance), Moriyama incontra il Jack Kerouac di “Sulla strada”. La protagonista del suo lavoro diventa la strada, quella che, Dean Moriarty, il personaggio principale del romanzo di Kerouac, “vede”, registra, incontra, nel paesaggio, nella natura e nella gente sulle strade americane della fine degli anni ’40.
In molte interviste Moriyama, parla del valore degli incontri casuali – quelli che ci fanno intraprendere strade sconosciute, ci indicano modi nuovi di vedere le cose – e delle relazioni che ci fanno cambiare direzione.

“La superficie esteriore che appare ai miei occhi costituisce uno stimolo che scatena un impulso, una reazione. Io cammino per le strade della città con la mia macchina fotografica costantemente bombardato da questi stimoli. Con la mia macchina riesco a produrre una reazione a questa molteplicità di sollecitazioni e a rispondere a loro”.

Moriyama dice che il modo con cui scatta le fotografie è simile a quello delle mitragliatrici di uno Spitfire – veloce, istintivo, senza mirino, senza messa a fuoco e senza sapere quale immagine uscirà sino a che il lavoro di distillazione in camera oscura non sarà terminato.
È in questo modo, che anche lui “vede” la strada.

Nel 1968, il fotografo Takuma Nakahira mostra a Daido Moriyama il primo numero di “Provoke”, testata d’avanguardia dal sottotitolo inequivocabile: “Provocative material for thinkers”. Nakahira gli chiede di partecipare alla seconda edizione. Da quel momento, la fotografia giapponese prende un nuovo corso e Moriyama non smetterà più di riflettere sul ruolo della fotografia e del fotografo stesso, arrivando a sostenere il principio dell’anonimato: “il fotografo è il primo spettatore di un’immagine più che il suo creatore”. L’iconoclastia e l’originalità di questa pubblicazione hanno continuato a risuonare per oltre 40 anni.

“Sono sempre stato irritato dalla fotografia descrittiva, tautologica. Inizialmente ho cercato di essere un fotografo che interpretava le cose attraverso un linguaggio. Provoke mi ha cambiato”.

L’influenza del lavoro di William Klein – i documentari, i libri di fotografia – oltre al catalogo della mostra su Andy Warhol, realizzata nel 1968 da Pontus Hultén allo Moderna Museet di Stoccolma, sono chiare, ma il lavoro di “Provoke”, come la “La Mariée mise à nu par ses célibataires, même” di Marcel Duchamp, è  spiazzante, lontano da ogni altro progetto realizzato in quel periodo.
Il flusso narrativo dei tre numeri di “Provoke”, scende sotto la superficie, ti colpisce con esplosioni di energia – rapide, sconnesse, sfocate, folli, con assurde giustapposizioni. Lo stile visivo delle fotografie, in giapponese, viene definito “Are-Bure-Boke” , traducibile con ‘granuloso/ruvido, sfocato, fuori fuoco’. “Provoke” è stata una rivista di fotografia – di poesia, di critica e teoria fotografica radicale – che è riuscita a fare un passo al di fuori del tempo. I suoi autori, in qualche modo, hanno saputo interpretare ciò che il filosofo e scrittore tedesco Ernst Jünger (e per strade molto diverse da Yukio Mishima, a cui Moriyama è molto legato) descrive nel “Trattato del Ribelle”.
Ribelle è chi: “nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi consegnato all’annientamento”. Ma il ribelle è destinato per sua natura a opporre resistenza, a contrapponendosi all’automatismo e a ribadire il suo no. Il Ribelle – l’anarca – è colui che sceglie di abbandonare un luogo sicuro ma privo di passioni e di sussulti in cui i singoli individui non sono più tali e vengono fagocitati dal sistema. Non basta dire no per essere ribelli, bisogna incamminarsi su una strada che renda visibile, prima alla coscienza e poi al mondo la propria libertà di individuo.
“Provoke” coglie qualcosa dell’essenza di estrema intossicazione della società Giapponese che dopo la folle ‘ubriacatura’ della guerra si consegna al consumismo – cercando di andare sotto la pelle sottile dell’iper-realtà, guardando dentro ai bordi sfocati del presente. Ed è qui che ritroviamo il cuore, dolorosamente bello e grottesco, della visione artistica di Moriyama.

“Per me, la fotografia non è mai stata un mezzo per creare arte bella, ma un modo unico di incontrare la realtà attraverso quei frammenti del mondo, che non potrò mai cogliere completamente attraverso le mie fotografie, ma che coincide con la mia situazione inestricabile”.

In mancanza di un’impossibile visione d’insieme, ciò che conta è il frammento di esperienza, parziale e permanente, che il ribelle della fotografia può trovare, in quell’unica verità che esiste solo nel punto in cui il senso del tempo del fotografo e la natura frammentaria del mondo si incontrano.

Jack Kerouac scrisse “Sulla strada” su un rotolo di carta semi-traslucida lungo 120 piedi (36,6 metri), incollando insieme le pagine con un nastro adesivo al fine di poter alimentare senza interruzione la macchina da scrivere e lavorare senza fermarsi. Kerouac completò il romanzo in venti giorni scrivendo senza interruzioni. Il testo è quasi senza punteggiatura, spazi e paragrafi…
Il ritmo visivo degli scatti di Moriyama ci trasporta in una dimensione letteraria in cui non esistono periodi e punteggiatura, ma solo un flusso incontrollato di sensazioni e percezioni, quasi automatiche.
Mi piace immaginare cosa sarebbe successo se anche Moriyama, avesse potuto non cambiare mai la pellicola della sua macchina fotografica, non interrompendo mai l’infinita sequenza degli scatti.

“Percepiamo tutto il giorno un’enorme quantità di immagini ma non sempre ci concentriamo su cosa vediamo. A volte sono sfocate, o fugaci, o solo intraviste con la coda dell’occhio. Il nostro senso della vista, è sempre attivo, non può riposarsi. La forza di schiacciamento del tempo è davanti ai miei occhi e io cerco di continuare a premere il pulsante di scatto della fotocamera. In questa inevitabile gara tra noi due, sento che sto per bruciarmi”.

Nel 1972, Daido Moriyama ha pubblicato un libro straordinario “Daido Moriyama: Shashin yo Sayonara”, (“Bye, bye photography, dear/Farewell photography”). Questo libro utilizza lo stile diretto e frammentato di “ Provoke” per scomporlo ulteriormente. Le immagini sono sfocate, ritagliate in modo strano, distorte. Il paesaggio urbano entra nel flusso delle pagine come un sogno ubriaco e distante. È il fascino della deriva ubriaca di una coscienza sfocata e solitaria di uno straniero che cammina nelle strade di una città.

Ernst Jünger in “Avvicinamenti: Droghe ed ebbrezza”, un opera visionaria straordinariamente vicina alle immagini di Moriyama, scrive che l’ebrezza è solo uno dei vettori di una fuga che è motivata dall’irrequietezza, dal desiderio umano di scavalcare il confine, di andare oltre, di passeggiare, di mettersi sulla strada, è parte integrante di una alternativa nomade che può realizzarsi tramite “il viaggio”, “la dislocazione fisica nel tempo e nello spazio”, “la fuga della città o nella città”, ma anche tramite lo spaesamento psichedelico e lo sradicamento artistico. L’ebrezza nasce dallo stesso impulso che dà vita alla lingua, alla narrazione e alla poesia. In tutti i casi si tratta di excedere, di ‘andare fuori’: “Excedo, vado fuori, mi allontano, tanto dai miei propri confini quanto dal recinto sociale.
Excessus è lo sconfinamento. A questo si lega la minaccia, prima o poi, dell’exclusio, dell’esclusione”.
La fotografia come l’ebrezza, l’ebrezza come la fotografia rivelano in fondo un’etica della ribellione, un modo di fare le cose, un arrischiarsi, un mettersi in gioco con sé stessi e con gli altri. Si tratta di ascoltare l’irrequietezza che ci porta fuori dalla città e verso il fuori, sulla strada.

“Ho immaginato che avrei potuto costruire un libro di pura sensazione”.

Le fotografie sono copie perpetue, ha detto Moriyama. “Le sole copie buone sono quelle che ci fanno vedere il ridicolo dei cattivi originali”, ha scritto lo scrittore, filosofo francese François de La Rochefoucauld. Moriyama, come William Klein e Andy Warhol, sono un esempio di come i fotografi siano pensatori originali che creano buone copie in grado di neutralizzare le cattive copie che ci circondano.

Tights and Lips” è senz’altro la serie più note realizzate dopo la pubblicazione di “Daido Moriyama: Shashin yo Sayonara”. Close-up di labbra e di gambe in calze a rete: l’obiettivo è così vicino ai soggetti che il corpo diventa un pretesto per uno studio visivo di forme e texture quasi astratte ma che hanno sottotesto erotico fortissimo.
Inu no Kioku” (“Memories of a Dog”) è stato pubblicato nel 1983 come una serie di saggi autobiografici nella rivista giapponese Asahi Camera, raccolti in un libro l’anno successivo. Questo libro presenta quello che è probabilmente è l’immagine più nota di Moriyama – la foto di un cane randagio che guarda diagonalmente verso di noi.

“Stavo uscendo da un hotel sulla strada quando il cane mi passò davanti a me. È stato un incontro casuale e ho l’ho fotografato. Da quel momento, quel cane randagio mi segue nella mente. L’immagine ha impressionato molte persone. Quando la gente pensa al mio lavoro, pensa a quella fotografia”.

Da molti questa immagine è stata interpretata come autobiografica. Il cane è un outsider, un randagio, ha uno sguardo penetrante. Forse può rappresentare l’alienazione, la ribellione, l’irrequietezza e la libertà di chi vive ai margini. Si tratta certamente di una fotografia estremamente potente, irresistibile.

Questa immagine, come gran parte del lavoro di Moriyama, è una riflessione su noi stessi e sulla nostra memoria collettiva – alcuni giorni gridiamo, e c’incazziamo contro la miseria della vita, altri giorni pensiamo che la vita sia meravigliosa. Ma è probabile che nei ricordi di un cane, come nello sguardo di un fotografo “ribelle”, questa distinzione non esista, la vita, ogni giorno è sia bella che disgraziata.

Doido Moriyama ha realizzato oltre 80 libri.
I suoi libri fondamentali sono: “Bye, Bye Photograpy” (CToÌ”kyoÌ”: KoÌ”dansha, 1972), ristampato come “Farewell Photograpy” nel 2006 (Seiun-Sha – Slp);  “DAIDO hysteric no.6 1994” (See notes); “Osaka Daido Hysteric No 8” (Tokyo: Hysteric Glamour/Nobuhiko Kitamura 1997); “Daido Moriyama” (Fondation Cartier Pour l’ Art Contemporain 2003);  “Memory of a Dog”  (prima pubblicazione in inglese, Nazraeli Pr 2004); “Kagero and Colors” (Distributed Art Pub, 2008); “Daido Hysteric No 6“, (PLEXUS 2014).

Le mostre  recenti e i cataloghi:
William Klein + Daido Moriyama“, TATE Modern (10 October 2012 – 20 January 2013). Catalogo “Daido Moriyama” (Tate Gallery 2013).
Daido Moriyama. Visione del mondo“, CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno (22 novembre 2014 – 25 gennaio 2015). Catalogo “Daido Moriyama. Visione del mondo. The world through my eyes” (Skira 2010).

I documentari:
Daido Moriyama: Stray Dog di Tokyo“, 2001 (‘1). Diretto da Kenjiro Fujii (disponibile su Amazon).
Near Equal Moriyama Daido“, 2001 (’84). Diretto da Kenjirô Fujii (disponibile in versione integrale su YouTube).
Daido Moriyama: In Pictures“, 2012 (’11). TATE.
Daido Moriyama: The Mighty Power“, 2012 (‘6). Diretto da Ringo Tang (disponibile su Nowness).

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