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Qui.

“Longest way round is the shortest way home”.
James Joyce, Ulysses

Nel 1984, Nile Rodgers stava facendo quattro chiacchiere con Mick Jagger e un amico in uno studio di registrazione mentre guardavano Madonna cantare in TV “Like a Virgin” – un singolo che Rodgers aveva appena prodotto: “Madonna è solo lo stile e niente sostanza”, ha detto l’amico. “tu non capisci, vero?”, sbraitò Rodgers, “questo è il mondo dello spettacolo. Lo stile è la sostanza!“.

Come scrive Gilles Deleuze, tutta la grande arte, ha stile, o meglio: “Lo stile, è sempre anche uno stile di vita, non certo nel senso di qualcosa di personale, ma come invenzione di una possibilità di vita, di un modo di esistenza”. Van Gogh potrebbe dipingere un mazzo di girasoli in un vaso con più sostanza di quanto, per esempio, Banksy, potrebbe mai riuscire a tirare fuori da tutti soggetti più duri sulla sorveglianza di massa e sul capitalismo rapace. Quando un artista, indipendentemente dal mezzo, decide di mettere mano a un’idea significativa, l’ambizione è che il suo lavoro abbia stile; ma se lui o lei riescono nel loro intento è tutta un’altra faccenda.

Ma andiamo con ordine: è il 1989 e su “Raw v. 2” #1, storica rivista statunitense curata da Art Spiegelman e Françoise Mouly, appare una breve storia in bianco e nero intitolata semplicemente “Here”. In sole 36 vignette, Richard McGuire scardina completamente la tradizionale narrazione lineare costruendo su uno sfondo spaziale fisso, una stanza, finestre temporali parallele, collegate tra loro.


In “Here” – che ha ispirato un cortometraggio sperimentale realizzato nel 1991 come progetto di tesi da Tim Masick e Bill Trainor – la storia è ambientata in una sola stanza, un unico ambiente, una capsula temporale che da al lettore la possibilità di avere una vista multidimensionale sullo scorrere del tempo riquadro dopo riquadro. Provate a immaginare una pagina di “Here” come la scrivania del vostro computer, con molte finestre sovrapposte e diversi pop-up sparsi qua e là per lo schermo (McGuire ebbe l’ispirazione originaria di “Here” guardando l’interfaccia grafica del sistema operativo Windows).

Chris Ware – l’autore di capolavori come “Jimmy Corrigan” (Pantheon Books 2000) e “Building Stories” (Pantheon Books 2012), entrambi profondamente influenzati dall’opera di McGuire – quando lesse “Here” ne rimase folgorato:

“Here è uno dei fumetti più belli che siano mai stati fatti. La prima volta che l’ho visto è stato come se all’improvviso avessero disseppellito un edificio che era in gran parte sepolto. Mi sono detto: “Allora si può fare molto più di quello che pensavo”. Non riesco a trovare nessun altro singolo fumetto che abbia cambiato il mio pensiero in modo più radicale. E so che molti altri fumettisti, grazie a Here, hanno iniziato a pensare a quello che potevano fare. Ogni tanto arriva un artista che prende il potenziale accumulato dalla propria disciplina e lo riformula in un modo del tutto nuovo di vedere o sentire: credo che Richard McGuire abbia fatto questo per il fumetto. Penso che Here abbia rivoluzionato le possibilità narrative del fumetto. McGuire è un genio e quello che ha dato a ogni lettore con Here è stato un modo personale e singolare di guardare la vita. Here è un’opera letteraria e artistica diversa da qualunque altra cosa abbiate mai visto o letto. Un libro così esce una volta ogni decade, forse ogni secolo”.

Da allora Richard McGuire – artista e creativo poliedrico – ha fatto molte altre cose tra cui suonare il basso per il gruppo postpunk Liquid Liquid; realizzare il film d’animazione “Peur(s) du noir” (“Fear(s) of the Dark“) in collaborazione con Blutch, Charles Burns, Marie Caillou, Pierre di Sciullo e Lorenzo Mattotti; disegnare copertine per il New Yorker; ideare una linea di gio­cat­toli e illustrare diversi libri per ragazzi.

Nel 2000 McGuire riprende in mano il progetto del 1989 realizzando alcune tavole a colori per il numero #59 della rivista svizzera “Strapazin“, che fu anche catalogo della mostra “Bubbles ‘n’ Boxes ‘n’ Beyond”, presentava 14 fumettisti provenienti dagli Stati Uniti, Canada e Svizzera allo Swiss Institute di New York.
In quattro pagine, McGuire racconta altri scorci temporali con una architettura delle tavole più decostruita rispetto alla prima versione in bianco e nero. Introduce numerosi elementi infografici per raccontare i dettagli della tavola, soluzioni che saranno adottate in seguito da Chris Ware in “Building Stories”.

I colori hanno un valore grafico, concettuale, non descrittivo o realistico. L’uso che McGuire fa del colore anticipa le sperimentazioni di Dash Shaw nei suoi “Doctors”, “Bodyworld”.

“La vita umana va e viene costantemente, scorre come un fiume. È questa la sensazione che voglio dare al ‘tempo’. Osservando il flusso inarrestabile del tempo, cogliamo una prospettiva a lungo raggio nella quale le nostre vite appaiono assai piccole, dove ognuno afferra il suo ‘momento’ e recita la sua parte”.

McGuire dopo 25 anni decide di trasformare ulteriormente “Here” e lo fa con un libro a colori di 300 pagine pubblicato a nel dicembre 2014 da Pantheon Books e tradotto da Steve Piccolo per Rizzoli Lizard con il titolo “Qui”.

Qui

La nuova edizione di “Here” non è la semplice espansione a colori di un’idea già di per sé rivoluzionaria, ma una completa rivisitazione del progetto in bianco e nero del 1989.

“Qui” inizia nel 1957, anno di nascita di McGuire, la prima immagine è quella di un salotto: poltrone, tavolo, carta da parati. È un’inquadratura a prospettiva fissa su una stanza immersa in una luce rosa soffusa che entra da sinistra. Una stanza semplice con un camino e un quadro appeso al muro sul lato destro, un divano e delle sedie sul lato sinistro. In mezzo una lampada, una culla e alcuni giochi da bambino. Lo sguardo vaga per la pagina, si nota a malapena che la piega del libro coincide con l’asse prospettico della stanza (idea che McGuire ha trovato in un libro erotico giapponese del 19° secolo). In alto a sinistra è segnato l’anno in cui ci troviamo, così come, nell’angolo di ognuno dei riquadri che McGuire ‘ritaglia’ all’interno della stanza, è segnato l’anno di riferimento. In una stessa immagine, dunque, succede di trovarsi simultaneamente nel 1970, davanti a una ragazza che legge distesa sul tappeto, e nel 10000 avanti Cristo, dove sullo stesso tappeto riposava un mammut, naturalmente millenni prima che quella casa venisse costruita. Oppure si assiste al pic-nic di due aristocratici nel 1870, quando al posto delle pareti c’era ancora un bosco, ma in un rettangolo a sinistra un gruppo di amici gioca a Twister nel 1964. Nel 1984 una ragazza chiede all’amica che sta facendo esercizi ginnici davanti al camino: “Che mi racconti del palazzo di fronte?” e l’altra risponde: “Benjamin Franklin viveva lì, o forse ha piantato un ciliegio in giardino. Qualcosa del genere”; dopo poche pagine, superfluo dirlo, siamo nel 1775, al cospetto di Benjamin Franklin che attende l’arrivo del figlio. Quale che sia l’anno in corso, la scena si svolge nello stesso rettangolo di spazio dove nel 1907 è stata costruita la casa.
Sembra di vedere le scene indimenticabili del film 1960 “The Time Machine” (“L’uomo che visse nel futuro”) di George Pal dove Rod Taylor sperimenta il passaggio del tempo quando la macchina che ha costruito lo porta nel futuro.

In “Qui” c’è la meraviglia di scoprire pagina dopo pagina le storie personali, i frammenti di vita che McGuire riesce a catturare e a comporre in un’unica tavola accostandoli al flusso dei grandi eventi della storia. In questo modo i grandi eventi assumono un’atmosfera intima, familiare. L’esilarante, l’emotivamente straziante, lo stupore, la paura di ricordare ciò che è stato o di andare incontro a ciò che avverrà ci rapiscono. È affascinante scoprire come tutte queste schegge si ripiegano e si dispiegano in continuazione attraverso i secoli. Sempre Gilles Deleuze scriveva ne “La piega. Leibniz e il Barocco” (Einaudi 2004) che musica e pittura ci mostrano come l’oggi sia abitato senza più differenze tra interno ed esterno. Si tratta di piegare, dispiegare, ripiegare. Perché la piega, questo tratto essenziale dell’epoca barocca, continua ad essere il modo con cui abitiamo il mondo e Leibniz, Whitehead, Bergson, Serres, ma anche Joyce e in Borges, l’avevano colto. Guardando il lavoro di McGuire, potremmo appunto pensare che la realtà è fatta di pieghe, una piega che si prolunga all’infinito e non cessa di differenziarsi, ripiegamenti della materia e pieghe dell’anima. Una realtà porosa, rugosa, sempre in movimento, in uno sterminato brulicare di piccole pieghe: molteplicità che si ripiega e si spiega, e che sta a noi, alla nostra capacità di pensarla, tentare a nostra volta di spiegare. Per semplicità, possiamo pensare proprio alle pagine del libro e alle sue pieghe, a un foglio che si trama di infinite increspature; o per pensarla in modo più orientale, possiamo pensare alla carte e a quella sottile arte giapponese di piegarla che si chiama origami.

“Cerco di cogliere quei momenti casuali in cui ci si ritrova esposti, indifesi. La mia ricerca punta qui: registrare questi piccoli momenti. Il mio motto è “rendere piccole le cose grandi e grandi le piccole”. In ultima analisi vorrei trasmettere “musicalità” nel ritmo delle pagine. Nei momenti di calo di tensione, in quei momenti intermedi e transitori, ecco, qui mi è sembrato di trovare il senso della “vita”. Non è il mio scopo dare giudizi alla società, anche se questo mi pare inevitabile”.

Lo spazio, la prima scena della casa di “Qui” spazio non più cartesiano (non più ottico), aprono una seconda scena abitata dalla musicalità. Ecco cosa scrive Deleuze: “Il mondo è come una partitura musicale che si segue cantando”. Il suo modo di piegarsi di dispiegarsi è musicale. “Qui” è un libro musicale, ricco di variazioni, che crea un dramma sottile attraverso la risonanza piuttosto che con la manipolazione. Se vi è un analogo, è “The Tree of Life” di Terrence Malick. In “Qui”, come nel film di Malick vi è un costante ricordare, un percorso che trascende il concetto di tempo, che abolisce il passato, il presente e il futuro in modo disarmante.

“Qui” è una meditazione coinvolgente e inquietante sull’“impermanenza”, sulla “metamorfosi” e sulla “mortalità”. Scorrendo le pagine del libro (McGuire chiama questo flusso, “walk-on part”) è come se i frammenti, le tracce conservate del tempo venissero mandate in play attraverso una riproduzione casuale.

“Se ci si ferma a pensare al presente, l’’ora’ si intensifica”, dice McGuire.

“Siamo raramente ‘in questo momento’, passiamo la maggior parte del nostro tempo a pensare al passato o preoccuparci del futuro. L’’ora è l’unica cosa che esiste davvero. Il libro inizia con la domanda: “Mmh… cos’ero venuta a fare?” Che è quello che mi chiedevo quando ho iniziato questo progetto. Mi ci è voluto molto tempo per capire come esattamente per fare questo libro. Il libro si conclude con un momento di riconoscimento del ‘ora.’ La persona che trova il libro che stava cercando, dice: “…Ora mi ricordo”.

La terza versione del progetto, dopo quella del 1989 e quella del 2000 prende il via a metà degli anni 2000. La morte di entrambi i genitori rende necessario per McGuire tornare nella casa di Perth Amboy nel New Jersey, in cui McGuire ha vissuto la sua infanzia.
“Avevo molte foto della mia famiglia”, dice l’autore in un’intervista al New York Times. “Ma continuavo a chiedermi: “Come faccio ad andare avanti? Come faccio a tornare indietro nel tempo? Non avevo ancora una soluzione convincente per continuare la storia”.
Il libro ha cominciato a prendere forma nel corso di una borsa di studio di un anno al Dorothy e Lewis B. Cullman Center presso la New York Public Library, dove McGuire ha potuto consultare l’enorme patrimonio di stampe e libri illustrati trovando nuove idee per la tavolozza dei colori, per struttura narrativa e per la forma del libro.

In una bella intervista di Patrick Lohier pubblicata su BoingBoing, McGuire dice:

“Avere avuto il tempo per fare una ricerca dettagliata sull’area nella quale è costruita la casa mi dato la possibilità di realizzare un libro migliore. E poi, successivamente un anno e mezzo per lavorare al progetto artistico. Ho separato le fasi, quando ho lavorato alla ricerca non ho lavorato alle tavole. Ogni progetto che intraprendo, sento sento che devo trovare una specie di nuovo modo. Questa è stata una grande lotta per me, trovare il modo giusto per questo progetto. Non avevo intenzione di aggiungere pagine al lavoro originale. Ho sempre sentito che dovevo trovare la chiave giusta per reinventarlo. Per lungo tempo ho fatto solo esperimenti con l’acqua, il colore e la grafica vettoriale, cercando di trovare un equilibrio. Non volevo usare in tutte le tavole la stessa tecnica, perché i giorni non sono mai uguali, la qualità della luce, del tempo, delle diverse temperature e degli stati d’animo cambiano. Ho cercato di lavorare in questo senso”.



Sul numero #35, il magazine letterario londinese “Five Dials“, (scaricabile in pdf) ha pubblicato una magnifica raccolta di schizzi, disegni, fotografie e collage realizzati da McGuire per la preparazione del libro.

Oltre a rielaborare il progetto originale, McGuire ha deciso di lavorare in parallelo alla realizzazione di un e-book. Dice McGuire:

“Here, ha un percorso non lineare che sembra fatto su misura per i nuovi media. Ma l’e-book decostruisce ulteriormente la struttura del libro. Ho lavorato a stretto contatto con uno sviluppatore Stephen Betts. Nella versione per iPad è possibile scorrere le pagine simulando l’esperienza di lettura del libro, oppure ci si può muovere in un modo più libero, gli sfondi e le immagini nelle finestre sono separati e posso essere rimescolati con nuove combinazioni scoprendo nuove connessioni. Alcune immagini sono state animate. Piccoli movimenti che creano un effetto di straniamento e di sorpresa. Non ci sono effetti sonori o musica, in ogni caso ci si sente ci si sente più vicini all’esperienza di lettura tradizionale che a un’esperienza cinematografica”.

In “Qui” riferimenti e citazioni sono molti. Dal romanzo del 1884 di Joris Karl Huysmans “À rebours” (“Controcorrente”, Mondadori 2009”), la ‘storia di una nevrosi’ vissuta da Jean Floressas Des Esseintes, nella Parigi fin de siècle.
Des Esseintes, deluso dalla società, si rifugia in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina evitando i contatti con il mondo esterno e si immerge nei suoi ricordi e abbandonandosi alla corrente di pensieri che nel tempo diventano allucinazioni. McGuire descrive la disperazione, la solitudine e la continua ricerca di una via di fuga che accompagna la vita.

E ancora, in “Qui”, due bellissime immagini sulle tonalità del grigio sono un esplicito omaggio alle opere “Cape Cod Morning” e “Sun in an Empty Room” di Edward Hopper. Scorrendo le pagine, troviamo appesi alle pareti manifesti o la riproduzione di quadri di Jan Vermeer (“Donna che legge una lettera davanti alla finestra“) e di Jean-Honoré Fragonard (“La lettrice”) che mostrano ragazze immerse nella lettura, la testa inclinata verso il basso come se stessero pregando.

“Let’s break out the bozze and have a ball”, è una strofa tratta dalla canzone pop di Peggy Lee, “Is That All There Is?”, che vediamo in una delle pagine finali del libro, ispirata a “Enttäuschung” (“Disillusionment“) di Thomas Mann. Racconta di un vecchio infelice (forse una caricatura di Schopenhauer o di Nietzsche), che si aggira per Venezia borbottando su come fossero state alte e viziate le sue aspettative da bambino e di come oggi sia deluso da tutto ciò che gli è accaduto. Niente di ciò di cui fa esperienza -nemmeno casa dei suoi genitori che brucia- è in grado di offrirgli una risposta soddisfacente alla domanda: “La vita mi può dare altro?”. Sembra la stessa domanda che McGuire si pone in “Qui”: “Questo tutto quello che c’è nel nostro passato e nel nostro futuro?”.

In “Natural’s 719th Meditation” di Robert Crumb, un altro degli autori che hanno ispirato McGuire nella realizzazione di “Qui”, un piccolo uomo con una lunga barba cammina attraverso un deserto, srotola un tappeto, e si siede a meditare. Improvvisamente, di fronte a lui, viene realizzata una strada. Come in un altro racconto in 12 vignette dello stesso Crumb “A Short History of America” (immagine sopra), incominciano a scorrere le macchine, si apre un centro commerciale alle sue spalle, e un poliziotto gli intima di alzarsi e di andarsene. Il piccolo uomo, Mr. Natural, inizia a emettere un suono, “Om”, e gli edifici intorno a lui iniziano a disintegrasi, i venti del deserto portano via tutti i detriti. Mr. Natural si trova nuovamente nel deserto, solo. Esce dalla trance, si allunga, arrotola il tappeto e cammina fischittando fuori dalla vignetta.
“Qui” potrebbe essere ciò che vede Mr. Natural, mentre fugge momentaneamente dal ciclo ordinario dei giorni e degli anni. È la vita vista dall’interno piuttosto che dall’esterno, racconta molto di una generazione di fumettisti a cui appartengono sia Richard McGuire che Chris Ware. I loro fumetti sono modelli mentali, di ciò che è stato, di ciò che sarebbe potuto essere, di ciò che è e di ciò che potrebbe essere. Le temporalità rappresentate sono tutte sulla pagina, l’una accanto all’altra e lasciano che sia il lettore, come sosteneva Magritte, a scoprire il loro mistero che in altro modo continuerà a rimanere per sempre invisibile.

Qui“, Rizzoli Lizard, 2015.

Siti internet e contatti.
http://www.richard-mcguire.com
Instagram: https://instagram.com/richardmcguirehere/

“Split Screens: An Interview with Richard McGuire”, intervista di Leanne Shapton su The Paris Review: http://bit.ly/1VXRyxa

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