ma l'amor mio non muore

Io-tu.

Roma, 11 aprile.

Se la pace significa essere con il mondo e con gli altri, come si può considerare questo “essere insieme” una questione empirica e uno strumento per il cambiamento? Secondo Martin Buber, un autentico senso di responsabilità nei confronti di quel che vediamo e incontriamo in questo mondo esiste solo quando c’è vera reciprocità in relazione a ciò che accade anche a uno solo di noi, a ciò che si vede, si prova e si sente. La responsabilità autentica si manifesta “tra uomo e uomo”, ma è un rapporto che non si limita agli scambi tra esseri umani: ha a che fare piuttosto con il diventare consapevoli di ogni cosa, del mondo così come lo incontriamo e della sua sacralità.

Buber scrive:
“Non c’è affatto bisogno che sia un essere umano, colui che intuisco; può essere un animale, una pianta, una pietra. Nessun tipo di fenomeno, nessun tipo di avvenimento è fondamentalmente escluso dalla serie di esperienze attraverso cui volta a volta, mi viene detto qualcosa. Niente può rifiutarsi di essere recipiente della parola. I limiti di possibilità della dialogicità sono i limiti della capacità di intuire”.
Per Buber diventare consapevoli significa osservare, e osservare ha una funzione speciale in termini di giustizia e di uguaglianza, in quanto implica la globalità di un’esperienza, e non un semplice legame al frammento che vediamo, nella nostra limitata prospettiva. Etimologicamente parlando, “osservare” (to observe) contiene la parola “servire” (to serve): in quest’ottica servire non è sfruttamento, ma umiltà e rispetto. Visto che ci occupiamo di inventare la pace, possiamo dire che servire la realtà è l’unica vera funzione della pace. Osservare secondo Buber implica una “esperienza integrale”. Non possiamo lasciarci accecare o limitare da una visione o da un’opinione parziale. La parola whole, ovvero “completo”, ha la stessa radice etimologica di holy, ovvero “sacro”. In questo modo, la completezza (la sacralità) ci spinge a vedere l’unicità e la santità dell’esperienza. E ancora: David Bohm sostiene che sono le nostre consuetudini culturali e mentali a limitare la comprensione della completezza (della sacralità) e dell’unità, dell’interezza e dell’ordine che vi è insito.
Secondo Bohm, noi esseri umani siamo parte del cosmo, ma abbiamo creato un mondo di frammentazione che ci impedisce di capire che questo genere di unità – che la si chiami Dio o in altro modo – è certamente la dimensione del mistero e dell’incontro. Per Buber, la più grande tragedia della vita moderna è l’alienazione che sperimentiamo quando viviamo nella dimensione dell’Io-Esso (Ich-Es), il mondo dell’ego e dell’illusione, dove le persone e le cose sono trasformate in oggetti. L’esperienza autentica esiste nel regno dell’Io-Tu (Ich-Du). Per Buber, la relazione Io-Tu è l’elemento primario del dialogo tra uomini, ma questo dialogo può essere silenzioso e senza parole, perché il dialogo autentico è la risposta a ciò che ci viene rivolto. Noi siamo insieme, gli uni con gli altri, non separati dal mondo; ogni vera esperienza nasce dagli incontri che, per scelta o per caso, facciamo in questo mondo. Ed è in questi incontri che entriamo nella dimensione dell’etica. La sfera dell’Io-Tu è la sfera invisibile che esiste fra noi, è come l’occhio che viene risvegliato dalla luce, dalle rifrazioni della luce e delle ombre che rendono il mondo e i suoi oggetti visibili. La luce è un’energia che stimola e trasforma, senza di essa non ci sarebbe né vita né visione. La storia della Genesi lo dimostra. La nostra visione è dunque fatta di tutto e di niente, proprio come lo spazio fra di noi è vuoto e pieno di potenziale. La sfera dell’Io-Tu diventa visibile quando diventiamo consapevoli, quando entriamo in sintonia con la realtà che esiste fra di noi, i nostri incontri vissuti. Nel mondo dell’Io-Esso, invece, c’è posto solo per una visione miope, un monologo rivolto solo alle proprie certezze e ai propri significati.
Buber lo rappresenta così:
“Le parole fondamentali sono dette insieme all’essere. Quando si dice tu, si dice insieme l’io della coppia io-tu. Quando si dice esso, si dice insieme l’io della coppia io-esso. La parola fondamentale io-tu si può dire solo con l’intero essere. La parola primaria io-esso non può mai essere detta con l’intero essere”.

Martin Buber, “Dialogo”, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo edizioni 2011.
David Bohm, Wholeness and the Implicate Order, London-New York, Routledge, 2002.

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