Fotografie: Lorenzo Monacelli.
I dati sulla grave emarginazione adulta in Italia descrivono una crisi strutturale che ha ormai saturato i canali dell’assistenzialismo tradizionale. Le rilevazioni dell’ISTAT, condotte in collaborazione con la fio.PSD, insieme alle analisi del più recente Rapporto Caritas sulla povertà, documentano una platea di persone senza dimora che supera stabilmente le 96.000 unità. Questo quadro evidenzia una cronicizzazione del disagio abitativo che incrocia costantemente la vulnerabilità psichica, l’invecchiamento della popolazione di strada e l’insufficienza cronica dei posti letto nei dormitori pubblici. Di fronte a questa mappa dell’esclusione, l’approccio delle istituzioni risente spesso di una cecità ordinaria. Si continua a rispondere alla marginalità estrema attraverso la logica del pronto intervento stagionale o incastrando le persone in strategie a gradini che condizionano il diritto a un tetto a una presunta conformità comportamentale.
L’incontro promosso alla Città dell’Altra Economia di Roma, intitolato “Abitare le parole”, è stato introdotto e moderato da Giuseppe Dardes, formatore di fio.PSD, con l’obiettivo di spezzare questa circolarità burocratica partendo proprio dai percorsi sperimentati nel contesto capitolino attraverso il progetto Housing Plus!. L’evento è stato organizzato da PsyPlus ETS, un’organizzazione del terzo settore specializzata nell’intervento psicologico, nella tutela della salute mentale e nell’inclusione sociale di popolazioni ad alta vulnerabilità, capace di operare una saldatura tra il lavoro clinico e1 i servizi di prossimità territoriale. L’apertura dei lavori e la sessione dei saluti istituzionali hanno visto il confronto diretto tra il Presidente di PsyPlus, Claudio Dalpiaz, e figure chiave dell’amministrazione comunale come l’assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari e l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi, a testimonianza della volontà di spostare stabilmente il dibattito dal piano della supplenza a quello di una programmazione urbana e patrimoniale integrata.
L’analisi dei risultati di questa esperienza diventa l’occasione per osservare da vicino un cambiamento di paradigma che, all’interno del mio percorso di ricerca sul commoning, ho definito nei termini di una generosità radicale. Questa postura metodologica e politica non coincide con lo slancio caritatevole o con il paternalismo riparativo, ma si configura come un’azione strutturata capace di mobilitare competenze eccellenti, risorse informali e alleanze civiche per scardinare le rigidità del welfare tradizionale. Si tratta di un’indagine di lungo corso che ha trovato importanti punti di sosta nelle conversazioni raccolte sul campo, a partire dalle interviste a Giulio Ciucci, sociologo e Responsabile dell’Area Inclusione Sociale di PsyPlus, focalizzate su PsyPlus: ripensare la cura nella grave marginalità adulta, sulla seconda parte dedicata a Housing Plus: abitare come processo trasformativo nella marginalità adulta e sul capitolo finale inerente a PsyPlus: quando la cura diventa sistema. Housing Plus a Roma tra lavoro sociale e sostenibilità. Questo quadro si è completato attraverso il confronto diretto con Beatrice Simmi e Giulia Paoloni psicologhe del team clinico all’interno dell’approfondimento su Abitare che cura: un approfondimento su psicologia, legami e desiderio nel modello Housing First.
Come teorizzato dal sociologo Robert Castel, l’esclusione estrema è il punto d’arrivo di una disaffiliazione progressiva che lacera contemporaneamente l’asse economico e la rete dei legami sociali. Affrontare questa frattura richiede un’infrastruttura di cura che preceda e fondi la riabilitazione, anziché postularla come un prerequisito.
La de-ingegnerizzazione del modello a gradini.
Questa inversione logica costituisce il nucleo dell’intervento di Samara Jones, esponente dell’Housing First Europe Hub. Il modello tradizionale impone una scala in cui il beneficiario deve dimostrarsi progressivamente stabile in dormitori e strutture intermedie prima di ottenere un alloggio autonomo. L’Housing First capovolge questo impianto assumendo la casa come punto di partenza incondizionato, un diritto nativo non negoziabile. Jones smonta il pregiudizio diffuso secondo cui il modello si esaurisca nella semplice consegna delle chiavi, evidenziando la natura profonda del supporto:
“You make sure that you offer the person living in that home the support to live well in that home. And that’s what we all need. None of us live in a home by ourselves without any kind of support.”
Jones analizza la linearità assistenziale classica come l’esito di una stratificazione non governata, osservando che il sistema attuale basato sul modello a scala non è stato progettato con l’intento intenzionale di rendere difficile il raggiungimento della casa, ma è stato creato a partire da buone intenzioni, pur rimanendo un impianto non efficace. L’Housing First sostituisce la selezione disciplinare con un’architettura rigorosa di supporto intensivo in cui il beneficiario condivide la direzione del proprio percorso, mantenendo l’unico vincolo di un incontro settimanale con l’équipe multidisciplinare. I monitoraggi internazionali confermano la tenuta di questa impostazione, registrando tassi di mantenimento dell’alloggio compresi tra l’80% e il 90% dei casi.
Le esperienze europee dimostrano che la sostenibilità del sistema dipende da scelte strutturali di lungo periodo. A Greenwich la municipalità sta riacquistando alloggi precedentemente alienati sul mercato per destinarli all’inserimento abitativo diretto, mentre Rotterdam ha ridisegnato l’intero piano dei servizi urbani per differenziare le risposte in base ai diversi target di popolazione vulnerabile. Il caso della Finlandia, che applica questo impianto dagli anni Novanta, dimostra come la persistenza politica consenta di superare la precarietà dei budget a breve termine, orientando le risorse pubbliche verso soluzioni abitative permanenti.
Lo schema vettoriale sottostante mappa visivamente la differenza strutturale tra la frammentazione del modello lineare e l’integrazione immediata offerta dalla centralità dell’alloggio.

La validazione empirica dei dati nazionali.
La traduzione di questo ribaltamento nel contesto italiano trova riscontro nei dati presentati da Caterina Cortese per la fio.PSD. La rete nazionale ha superato la sua fase pionieristica, registrando un andamento in crescita progressiva che dimostra la tenuta metodologica di una comunità di pratiche consolidata. Cortese ha ripercorso lo sviluppo storico dell’organismo ricordando che l’azione è partita da sette programmi iniziali per arrivare oggi a 75 programmi nazionali stabili, capaci di accogliere complessivamente 1.763 persone in dieci anni di attività.
“Siamo ancora qui a dire che l’housing first è importante e che probabilmente è una delle strade più promettenti, più innovative, forse l’unica, che risolve effettivamente il problema dell’homelessness proprio perché ha come obiettivo quello di dare una casa.”
Il monitoraggio longitudinale condotto su un campione di utenti mette a confronto la condizione materiale al momento dell’ingresso con i risultati rilevati a dodici mesi di distanza, offrendo una base empirica alla necessità del cambiamento di sistema. La percentuale di persone prive di iscrizione anagrafica crolla dal 14% iniziale ad appena il 3%, sbloccando l’accesso stabile al medico di base nelle liste canoniche tradizionali e riducendo il ricorso improprio ai canali d’urgenza. La stabilità abitativa si traduce anche nel recupero di diritti economici latenti, come il ricalcolo di contributi previdenziali o l’accesso a misure strutturali di sostegno al reddito.
Cortese offre tuttavia un’analisi accurata e priva di retorica, rilevando che se gli indicatori materiali e di salute si stabilizzano rapidamente, l’integrazione sociale e la solitudine restano sfide aperte che richiedono un lavoro di prossimità costante all’interno del quartiere per evitare che lo spazio domestico si trasformi in un luogo di isolamento. Cortese ha evidenziato questa complessità ricordando in modo esplicito che il passaggio dalla strada alla casa non è uno slogan, ma un percorso costellato da fatiche, cadute e scivolamenti che richiedono un accompagnamento sociale capace di risvegliare la coscienza di essere cittadini titolari di diritti e di doveri.
I due grafici vettoriali che seguono documentano analiticamente l’impatto clinico-sociale a dodici mesi sui beneficiari e la progressione storica della rete fio.PSD sul territorio nazionale.


La clinica oltre la porta e la funzione della bellezza.
La specificità operativa di PsyPlus a Roma si misura proprio in questa fessura clinica e relazionale, dove la generosità radicale agisce come forza organizzativa del tessuto d’aiuto. Giulio Ciucci ha ripercorso la traiettoria di un’esperienza iniziata nel 2020 e cresciuta fino a gestire undici appartamenti per diciannove beneficiari, grazie alla cooperazione con la Caritas di Roma e al sostegno di Enel Cuore e Banca d’Italia. Dopo dieci anni come operatore di strada, la spinta a costruire Housing Plus! è nata dalla verifica del fallimento dei circuiti tradizionali a bassa soglia, che alimentano il fenomeno delle porte girevoli tra il marciapiede e l’accoglienza temporanea, lasciando i soggetti più complessi in una condizione di totale abbandono istituzionale. Ciucci ha esplicitato questo intento strutturale chiarendo la natura politica dell’intervento:
“Volevamo innovare, ma il verbo più veritiero rispetto alle nostre intenzioni è cambiare — cambiare le modalità di contrasto alla grave emarginazione adulta, perché ci eravamo resi conto che non funzionava.”
L’approfondimento emerso dalle nostre interviste sul campo con le psicologhe del team clinico rivela che la sofferenza psichica e il trauma accumulato in decenni di strada non svaniscono con l’ingresso in casa, ma esplodono nel momento in cui la persona chiude la porta da dentro. Finché vive nello spazio pubblico, il beneficiario si trova in uno stato di iper-vigilanza neurobiologica indispensabile alla sopravvivenza biologica. Quando subentra la sicurezza delle mura domestiche, le difese crollano, portando alla luce frammentazioni profonde, disturbi psichiatrici e dipendenze cronicizzate da storie di strada lunghe anche quarant’anni. In questo quadro, il lavoro clinico si confronta con una fatica speculare. Ciucci ha riportato le riflessioni del supervisore psichiatra dell’équipe, ricordando che la fatica provata dagli operatori rispecchia la fatica compiuta dagli utenti stessi per rientrare nel tessuto civico e sociale, accettando i vincoli di una quotidianità dimenticata e la complessità ulteriore della coabitazione.
Su questo terreno interviene l’alleanza tra cura ed estetica. La bellezza degli spazi domestici opera qui come un vero e proprio dispositivo terapeutico. All’interno delle inchieste sul nesso tra lavoro sociale e sostenibilità di sistema, emerge come gli alloggi curati e inseriti nel tessuto urbano ordinario accelerino il riconoscimento antropologico della persona. Ciucci ha confermato questa evidenza clinica osservando come l’ambiente domestico influenzi l’azione sul campo:
“La bellezza di una casa cambia la possibilità di lavorare con le persone. Abbiamo case meno belle, case più belle, nelle case meno belle si fa più fatica.”
Abitare il bello rompe l’estetica della miseria e restituisce dignità e coordinate al desiderio dell’utente. Questa dinamica si riflette nella matrice analitica sottostante, strutturata per isolare i mutamenti strutturali emersi dal monitoraggio.

Governare l’abitare come bene comune.
Il consolidamento di questo impianto, supportato dal dialogo operativo con i Municipi II e III, impone il passaggio dalla logica del progetto pilota alla governance sistemica del welfare cittadino. Per non rimanere confinato nell’eccezione, il modello deve integrarsi strutturalmente con i dipartimenti di salute mentale, i SerD e le politiche del patrimonio pubblico, superando l’utilizzo precario dei fondi temporanei legati alle contengenze straordinarie. La vera transizione consiste nel muoversi anche sul terreno della prevenzione precoce, come dimostra l’esperienza pilota del progetto Libera-Mente nel Municipio III, pensata per offrire supporti psico-educativi e clinici a nuclei familiari o singoli in condizione di grave disagio prima della perdita della casa, disinnescando la spirale dello sfratto e della scomposizione relazionale alla radice.
Se si assume la prospettiva dell’economia politica di Elinor Ostrom sulla gestione policentrica dei beni comuni, l’abitare cessa di essere una prestazione assistenziale parcellizzata e diventa un’infrastruttura collettiva della città. La generosità radicale, intesa come chiave di lettura e orientamento di questo processo, esige che le istituzioni pubbliche e il terzo settore escano dalla logica della subappaltazione al ribasso per riconoscere il lavoro sociale come una professione clinica e politica ad alta specializzazione, dotata di adeguate tutele contrattuali e retributive. Solo sottraendo la casa alle dinamiche dell’emergenza e della speculazione sarà possibile trasformare i margini urbani in spazi stabili di interdipendenza democratica.
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