Housing Plus: costruire la rete, cambiare il sistema (4° parte).

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Collaborazioni e rete relazionale.

Lavorare con le persone senza dimora significa, inevitabilmente, muoversi in un ecosistema interdipendente, fatto di servizi, relazioni, alleanze ma anche di vuoti e discontinuità. Nessun ente – da solo – può rispondere alla complessità dei bisogni: dalla residenza anagrafica alla cura medica, dall’accoglienza notturna al supporto legale, fino alla psicoterapia e alla salute mentale.
Uno dei tratti distintivi del progetto Housing Plus è la sua capacità di operare dentro una rete plurale che include: enti pubblici (Comune di Roma, AS, Servizi Sociali); realtà religiose e assistenziali (Caritas, Suore di Madre Teresa, Comunità di Sant’Egidio); reti volontarie e associative (Binario 95, fio.PSD, SMES); e soprattutto forme di cura comunitaria, che si costruiscono quotidianamente nella prossimità, nella fiducia, nella continuità delle relazioni.
Per PsyPlus, la rete non è solo un insieme di soggetti istituzionali, ma un contesto vivo e relazionale, fatto anche di: cittadini attivi, volontari informali, vicinati, gruppi di pari, utenti stessi che, progressivamente, diventano co-protagonisti del prendersi cura. In questa prospettiva, la rete è essa stessa parte della cura. Come ricorda The Care Collective, autrici del The Care Manifesto. The Politics of Interdependence:

“La cura non può essere lasciata solo all’ambito privato né delegata completamente alle istituzioni: ha bisogno di essere ricostruita come responsabilità collettiva, tra le persone, nei quartieri, nelle comunità.”

The Care Manifesto. The Politics of Interdependence, Verso Books, 2020

Anche Fabienne Brugère, nel suo saggio L’éthique du care, sottolinea il valore della cura come pratica sociale e non solo terapeutica:

“Prendersi cura non è solo rispondere a un bisogno: è costruire legami, riconoscere la vulnerabilità e renderla parte della cittadinanza.”

Fabienne Brugère, L’éthique du care, PUF, 2011

Costruire una rete di cura significa allora abitare la complessità, tenere insieme soggetti diversi, livelli di responsabilità differenti, tempi istituzionali e bisogni umani immediati. La cura non è solo ciò che si fa per l’utente, ma anche ciò che si fa tra noi, tra enti, tra servizi, tra persone.

Mario Flavio Benini. Hai avuto modo di confrontarti con progetti simili a livello nazionale e internazionale? Quali modelli ritieni più affini a quello che state sperimentando con PsyPlus, e quali invece ti sembrano più distanti, per logica o impostazione?

Giulio Ciucci. È un tema importante, e molto caldo. Il confronto con altre esperienze, sia italiane che europee, è stato fondamentale per il nostro percorso. Io, personalmente, non ho mai smesso di studiare da quando mi sono avvicinato all’Housing First, nell’agosto 2020. Nei primi mesi seguivo praticamente tutti i webinar disponibili: quelli promossi da fio.PSD, ma anche e soprattutto quelli organizzati da FEANTSA, che è la federazione europea delle organizzazioni che lavorano con le persone senza dimora. Lì ho trovato una ricchezza enorme — tematiche specifiche come il ruolo delle donne, dei giovani, o degli operatori con esperienza diretta di homelessness — e ho imparato moltissimo. Ma, come puoi immaginare, richiede tempo, energie, e purtroppo non sempre riusciamo a star dietro a tutto.
Un grande strumento che Giuseppe Dardes ha promosso con forza e lungimiranza , sono le Comunità di Pratica (CdP). Ho partecipato a tantissimi incontri, e sebbene la qualità vari a seconda di chi li facilita o dei contributi di chi partecipa, per me sono state un’occasione preziosa. Ci si scambiano idee, metodi, problemi, strumenti. È una formazione tra pari, molto concreta.
Una delle esperienze più forti per me è stata la partecipazione al percorso “Train the Trainer”, promosso dall’Housing First Europe Hub. Tre viaggi, tre città — Berlino, Bologna e Budapest — e una formazione intensiva pensata per renderti a tua volta formatore. A Berlino, per esempio, ho imparato moltissimo sull’advocacy e sull’uso di strumenti come i “Sei Cappelli per pensare” di Edward De Bono, che poi credo si siano rivelati preziosi in quel lavoro di reperimento fondi che ha poi permesso l’avvio del primo progetto di Housing First in città grazie a Enel Cuore e a Banca d’Italia. Apprendimenti che sono stati condivisi con l’équipe e su cui ci si è confrontati a lungo, accrescendone ulteriormente il valore.
Ecco, la rete europea ti offre molto, soprattutto se riesci a entrare nei circuiti giusti. A Pula, in Croazia, c’è un gruppo di lavoro — nato da ex operatrici della Croce Rossa — che sta costruendo un’esperienza molto simile alla nostra. Ci sentiamo, ci confrontiamo. Il valore è proprio questo: le reti. E spesso non è quello che ascolti alla conferenza che ti cambia, ma quello che succede nei momenti informali, nei caffè, nei dialoghi laterali.
Tra le esperienze più interessanti c’è anche quella dei peer workers, cioè ex persone senza dimora che diventano operatori. È un modello affermato in molti paesi, ma in Italia — specialmente da Roma in giù — è ancora molto raro. Abbiamo provato a supportare l’associazione SMES Italia che, dopo Firenze, avrebbe avuto piacere a portarlo a Roma: sarebbero stati sufficienti  10.000 euro e l’impegno di un certo numero di associazioni ad avviare collaborazioni di questo tipo con ex persone senza dimora, ma a oggi non siamo riusciti a farlo partire e non siamo riusciti a trovare il sostegno istituzionale che invece è stato garantito altrove.
Torno alla tua domanda: più che differenze nette, vedo modalità di adattamento. Parlando di PsyPlus e del modello di Housing First posso dire che si plasma sui territori. Ma il nodo sta tutto nella fedeltà ai principi. Per me, il vero discrimine non è tanto tra chi fa Housing First e chi no, ma tra chi lavora bene — con profondità, rispetto, qualità della relazione — e chi invece insegue bandi o numeri. E questo vale anche all’interno delle esperienze Housing First. Se non lo fai bene, rischi solo di appiccicare un’etichetta su qualcosa che poi non funziona. PsyPlus ha scelto un’altra strada: formarsi, mettersi in discussione, confrontarsi, costruire un progetto che possa diventare una proposta di innovazione per il sistema.

Mario Flavio Benini. Il tema della comunicazione nel mondo dei senza dimora è centrale. Penso, ad esempio, a come le grandi associazioni e fondazioni comunicano il proprio operato: si racconta sempre una narrazione binaria, prima e dopo. Prima: la strada, la marginalità, il disagio, i servizi, l’emergenza. Dopo: la salvezza, il reinserimento. Ma in mezzo? In mezzo non c’è nulla. Nessuna rappresentazione di cosa significhi il fallimento di politiche che non ti portano mai fuori dalla strada e ti lasciano in uno stato di perenne emergenza (giuridica, lavorativa, abitativa, sanitaria…) . È come se la parte più complessa venisse rimossa dal discorso pubblico, lasciandola alla colpa individuale di chi è finito in strada e non riesce ad uscirne.
È un modo vecchio di fare comunicazione, che andrebbe superato.

Giulio Ciucci. Sono d’accordissimo. Anch’io, tempo fa, avevo fatto alcune considerazioni su alcune campagne di comunicazione in cui emergono sempre gli stessi stereotipi. Sono immagini funzionali alla raccolta fondi, ma raccontano poco o nulla della realtà. E, soprattutto, sono spesso profondamente false: fanno leva su emozioni facili, non restituiscono complessità, non rispettano le persone. Il problema è che questi messaggi, a forza di essere ripetuti, vengono interiorizzati anche da chi lavora nel settore ogni giorno.

Mario Flavio Benini. Esatto, diventano modelli culturali impliciti. Formano chi lavora, ma anche chi osserva. E impediscono ai cittadini di attivarsi in modo consapevole. Perché se non hai strumenti per leggere la povertà, puoi solo affidarti ai percorsi già predefiniti del volontariato organizzato. Non diventi risorsa per la tua comunità, ma appendice funzionale a un sistema che si autoriproduce. Non dico che no fa nulla, anzi, ma fa quasi tutto sull’emergenza. Così, lo stigma resta intatto.

Giulio Ciucci. È un nodo enorme. Servirebbe un lavoro culturale profondo, strutturato. Ma anche lì, quanto te lo puoi permettere? Anche solo proporre una narrazione alternativa ti espone. Vai a toccare interessi forti. Magari l’isolamento, la delegittimazione. Perché scardini un meccanismo che “funziona”: l’emergenza emozionale raccoglie fondi, ma non costruisce pensiero.

Mario Flavio Benini. E infatti, per cambiare paradigma, bisognerebbe iniziare dalle scuole. Io tempo fa avevo elaborato un progetto educativo che vorrei realizzare prossimamente che si chiama “#Unboxing Poverty”. L’idea era ispirata al format degli “unboxing” online: spacchettare la povertà, mostrare cosa c’è dentro. Filosofie, sociologie, diritti, disuguaglianze . Restituire la povertà alla collettività, come questione sistemica, non come fallimento individuale. Perché se la povertà non la si comprende, diventa ideologica, manipolabile, irrisolvibile.

Giulio Ciucci. È molto ambizioso, ma è proprio lì che bisognerebbe andare. Lavorando tantissimo sul tema della prevenzione e dei determinanti sociali  Tra l’altro oggi lo stigma passa anche per chi lavora nel settore. L’idea semplicistica che “il clochard ha scelto di vivere così” è ancora diffusissima. Non solo tra la cittadinanza, ma anche tra gli operatori. Io stesso, prima di iniziare a lavorare con Housing First, ero ignorante. Ho lavorato per anni con buona volontà, sì, ma senza formazione. Nessuno mi aveva mai formato seriamente su cosa significa accompagnare una persona senza dimora.

Mario Flavio Benini. E quindi è un problema di pensiero, di cultura, di strumenti…

Giulio Ciucci. Esatto. Formazione, formazione, formazione. E anche riconoscimento delle professionalità. Sono elementi che devono andare insieme. Perché il cambiamento passa da lì: costruire sapere, diffonderlo, metterlo al servizio delle persone. Solo così possiamo scardinare la narrazione dominante e costruire un altro modo di comunicare — e di agire.

Mario Flavio Benini. Nel lavoro con le persone senza dimora, la rete è tutto. Ma è anche un sistema fragile. Come avete costruito la rete che oggi sostiene il progetto Housing Plus? È nata da contatti individuali, da protocolli, da emergenze?

Giulio Ciucci. Domanda importante, perché tocca proprio un punto chiave. La rete che oggi sostiene il nostro progetto non nasce da un disegno formale, né da un protocollo istituzionale ben definito. Nasce da un lavoro lento, costante, spesso faticoso, fatto di relazioni umane, incontri individuali, disponibilità a mettersi in gioco anche senza avere garanzie di ritorno. È un processo di advocacy dal basso, fatto bussando a tutte le porte e portando avanti una visione anche quando sembra inascoltata.
Io stesso, nel mio ruolo, ho cercato fin dall’inizio di muovermi in maniera propositiva, cercando di dialogare con tutti, pur partendo da una posizione di oggettiva debolezza. Avevamo un progetto in cui credevamo, ma non c’era nessun sistema pronto ad accoglierlo. Così siamo andati a parlare con assessori, assistenti sociali, tecnici municipali, rappresentanti di enti religiosi. E non sempre con esiti immediati. Ti faccio un esempio: con Caritas ci siamo incontrati per la prima volta due anni fa. Per quasi un anno non è successo nulla, ma quell’incontro iniziale ha piantato un seme che col tempo ha germogliato e oggi è diventato un tassello importante della nostra rete.
Costruire alleanze richiede tempo, ma anche capacità di leggere i contesti e di adattare il linguaggio senza snaturare la propria visione. A volte ti trovi davanti un assessore che sembra entusiasta, poi appena dici “housing per tutto il tempo necessario” vedi cambiare la sua espressione. Però quella radicalità va portata, anche se può risultare scomoda.
Un’altra cosa che abbiamo imparato è che la rete non è omogenea. Anche dentro le istituzioni le figure sono molto diverse. Un conto è parlare con chi sta sul territorio e conosce — almeno in parte — la realtà delle persone senza dimora. Un altro è relazionarsi con chi ha una visione solo burocratica, spesso legata all’erogazione di contributi o a un colloquio occasionale. Tuttavia col nuovo progetto ci siamo accorti che in molti casi anche i municipi, che hanno comunque un contatto diretto del territorio, avevano una conoscenza parziale delle persone che vivevano per strada. Questo non solo perché molte di queste persone non si rivolgono ai servizi, ma anche perché, quando lo fanno, lo fanno in un’ottica puramente strumentale. Inoltre  essendo persone che vivono in strada e senza una dimora stabile, diventa, difficile realizzare una presa in carico strutturata e continuativa Ti faccio un altro esempio: oggi abbiamo in casa una persona con una rabbia profonda, trattenuta a fatica. Il municipio di riferimento non ne sapeva nulla. Ma non per negligenza,semplicemente il contenitore istituzionale rende molto difficile una conoscenza reale.
E questo vale anche per i centri d’accoglienza. Un altro beneficiario che seguiamo, con una dipendenza alcolica cronica, ha vissuto per anni in un centro ma nel processo di ingaggio nessuno ci ha segnalato questa fragilità, tanto che viene da chiedersi se la conoscessero veramente. Va tuttavia precisato che in altre occasioni più che alla scarsa conoscenza delle persone si assiste a una sorta di logica di scarico tra servizi, mentre  quello che stiamo cercando di promuovere è l’assunzione di una responsabilità condivisa tra gli stessi, che quando messa in campo ha un impatto esponenziale nella promozione del benessere delle persone. Abbiamo inoltre scoperto, osservando i percorsi, che chi ha vissuto molto tempo in strada, pur con tutte le ferite, sviluppa competenze concrete: sa sopravvivere, e  volta in casa si organizza e con il giusto accompagnamento, soprattutto iniziale, riesce a gestirla . Chi invece è stato per anni nei centri spesso arriva depotenziato, non sa cucinare, non riesce a strutturarsi, poiché probabilmente era diventato iper dipendente dal contenitore. Senza operatori H15 o H24, si sente perso. Abbiamo avuto un caso in cui, venuto meno il contenimento, la persona è entrata in crisi: non solo per la dipendenza, ma proprio perché non era attrezzato a gestire la libertà.

Ecco, allora il tema vero è la libertà. La libertà in quei casi richiede un lavoro di accompagnamento, non si improvvisa. Nei centri non si costruisce libertà, si costruisce adattamento. E in molti casi si costruisce cronicizzazione. Recentemente ho parlato con suor Bibiana, che gestisce un centro al Celio, legato a Madre Teresa di Calcutta. Lei stessa mi ha detto: “più restano nei centri, meno riescono a uscirne”. È una forma di congelamento. Per questo, provocatoriamente, mi verrebbe da dire che bisognerebbe chiudere i centri d’accoglienza. Quel che è certo è che così come sono pensati oggi vanno ripensati radicalmente. Ci sono diversi studi a livello internazionale che mostrano come la maggior parte degli utenti o ci rimane pochissimi giorni – allontanandosene appena possibile – o finisce per restarvi per mesi e mesi e finanche per anni, come intrappolati. È  importante sottolineare come per persone in difficoltà temporanea – penso qui a mamme con bambini, donne vittime di violenza, migranti appena arrivati sul territorio, in generale in tutti quei casi in cui le persone sono appena finite in strada e necessitano di un rapid rehousing – allora sì che il centro d’accoglienza svolge un ruolo fondamentale: non solo perché risponde immediatamente a una situazione di emergenza e di fragilità evitando che peggiori, ma anche perché permette di inquadrare la situazione e di attivare gli strumenti opportuni per dare una risposta rapida ed efficace . Ma per persone che vivono in strada già da 6-12 mesi o da anni e che presentano un disagio multifattoriale (dipendenze patologiche, disagio mentale, esperienze di detenzione, assenza di reti sociali), i centri non funzionano. O ti ci abitui e ti perdi, o te ne vai subito senza aver trovato soluzioni. Oppure, ed è forse la dinamica più frequente, dopo qualche settimana o qualche mese l’accoglienza termina — per scadenze interne, rotazioni obbligatorie o per comportamenti ritenuti inadeguati — e la persona si ritrova di nuovo per strada, spesso più fragile di prima.
Tornando alla domanda: la rete che oggi abbiamo è ancora in costruzione, e questo in fondo è un bene. Con tutte le realtà con cui stiamo collaborando/lavorando  stiamo provando a portare un nuovo linguaggio, nuove pratiche, un altro modo di intendere la presa in carico. Ma fare bene il proprio lavoro non basta. La qualità da sola non muove il sistema, o se lo fa, di fronte a un sistema radicato, lo fa molto lentamente. Serve anche comunicare bene, cosa su cui, lo dico con sincerità, dobbiamo ancora migliorare.
E poi ci vuole una capacità di muoversi tra le relazioni personali. Penso qui, di nuovo, a come abbiamo trovate le case: grazie a un’assistente sociale che ha creduto in noi e ci ha messo in contatto con un’amministratrice di sostegno; o con l’aiuto del responsabile della ditta che si occupa delle manutenzioni degli appartamenti che ha attivato un’altra conoscenza. È una rete fatta di alleanze informali, fiducia, passaggi di parola. E tutto questo, anche se non è scritto nei protocolli, è ciò che tiene davvero in piedi il progetto.

Mario Flavio Benini. Quello che racconti evidenzia bene quanto il cambiamento non sia solo una questione di strumenti o modelli operativi, ma tocchi dimensioni molto più profonde: ideologie radicate, abitudini consolidate, strutture istituzionali che funzionano spesso per inerzia. Anche quando esistono buone pratiche, come l’Housing First, che altrove sono già realtà da decenni, qui faticano ad essere accolte, comprese, riconosciute. Allora mi chiedo: come si può davvero cambiare direzione? Come si riesce a portare dentro un sistema così statico una visione radicale che rimetta in discussione ciò che si fa abitualmente, che obblighi chi c’è già – istituzioni, enti, operatori – a mettersi in gioco, a ripensare il senso del proprio agire?

Giulio Ciucci. È esattamente questo il punto. Una delle cose che mi ha colpito sin dall’inizio è che qui, a Roma, quando parli di Housing First sembra che ti stai inventando qualcosa da zero. Come se fosse una nostra trovata, un esperimento locale. E invece parliamo di un modello che ha trent’anni di storia, con evidenze solide e risultati consolidati in moltissimi paesi. Ma quando arrivi su un territorio, questa cosa non passa. Non arriva. C’è un’inerzia strutturale, un modello assistenzialista pseudo emergenziale talmente radicato che è come se avesse reso le persone incapaci di immaginare un’alternativa.
Non è solo ideologia, come dicevi tu – anche se l’ideologia pesa. È un miscuglio tossico di abitudine, ignoranza, pigrizia e convenienza. Così si è sempre fatto. Le persone senza dimora sono relativamente poche, non hanno voce, non fanno notizia, e quindi… a nessuno interessa davvero. E in questo vuoto si installano l’abitudine e una spesso inconscia indifferenza. È più facile fare quello che si è sempre fatto. Aprire tensostrutture, moltiplicare senza apparente senso le unità di strada, affidare i servizi a cooperative che fanno il loro, ma sempre all’interno di quel modello inefficace e inefficiente di cui abbiamo parlato più volte. Meno pensiero, più logistica. È un mondo, quello della marginalità, che spesso funziona senza riflessione critica. E’ compito prima di tutto della politica e dell’amministrazione avere una visione, portarla nei servizi. E per far questo serve conoscenza, coraggio, quel consapevole utopismo che tratta la realtà come un compito e un’invenzione, parafrasando un brano de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil a cui sono molto legato. 
E poi c’è l’ideologia del povero come scarto, l’approccio pietistico o, peggio, la rassegnazione: “alcuni resteranno sempre in strada, è inevitabile”. Io non credo sia così. È chiaro che ci sarà sempre chi, per ragioni complesse, finisce in strada. Ma a tutti può essere data una risposta. E per tutti può essere pensato un percorso che li tolga da lì.
Un tema gigantesco che viene spesso ignorato è la valorizzazione del capitale umano. Il livello degli operatori sociali è spesso molto basso, non per colpa loro, ma per come viene strutturato il sistema. A volte penso che il lavoro sociale sia  diventato il nuovo “stato sociale”. Salari bassi, qualità dei contesti di lavoro tendenzialmente bassa,  occasioni di formazione limitate o inesistenti, turnover altissimo. C’è poi la constatazione del fatto che noi, nel terzo settore, facciamo servizio pubblico a tutti gli effetti, ma non veniamo riconosciuti come tale. Né nei salari, né nelle tutele, né nel valore simbolico che ci viene attribuito.
Parallelamente mi è capitato in più di un’occasione di vedere come alcune persone, una volta entrate in servizi pubblici, finiscano per essere depotenziate o comunque non messe nelle condizioni di esprimere al meglio le loro potenzialità/qualità, le competenze si spengono. Ti ritrovi assistenti sociali formati sul campo che, una volta entrati nel sistema, non vengono messi in condizione di incidere. Il pubblico non sempre ma in diversi casi assorbe e depotenzia, invece che valorizzare. E questo lo dico con la morte nel cuore perché noi crediamo fortemente nella centralità dello Stato e del pubblico nella promozione del benessere della cittadinanza tutta. 
In tutto questo, la formazione è un nodo cruciale. Se da un parte – soprattutto a livello di operatori di base – è molto limitata, dall’altra la stragrande maggioranza degli operatori – assistenti sociali compresi – è formata per lavorare dentro il sistema com’è. Non è colpa loro: è l’università stessa che li forma così. E poi, quando si trovano a dover pensare in modo divergente, fanno fatica, perché quel pensiero non è stato coltivato. Non sono abituati a rimettersi in gioco.
Un altro problema gravissimo è la paura della responsabilità, ma di quella formale, procedurale, che spesso genera una sorta di stasi gestionale: “Non possiamo fare questo, non possiamo fare quello, e se succede qualcosa?”. Non te lo dicono esplicitamente, ma è come se la responsabilità diventasse un blocco all’agire. E anche qui entra in gioco l’ignoranza strutturale: non solo non so, ma non voglio sapere. E non mi interessa imparare.
Eppure io, fino a sei anni fa, non conoscevo l’Housing First. Ma poi l’ho studiato, ho fatto formazione, ho incontrato persone con le loro esperienze, mi sono messo in discussione. Non pretendo che tutti lo facciano sempre, ma almeno che ci sia una formazione permanente, una supervisione strutturata. Invece quasi nessuno fa supervisione. Eppure è il lavoro più difficile del mondo. Come si può reggere senza sostegno?
Nel Nord Italia la cultura della supervisione è più diffusa. A Roma no. Anche alcune realtà illuminate, con cui abbiamo collaborato, non hanno l’abitudine a garantire momenti di pensiero. Ma il pensiero è la base di tutto. Come dice Albert Camus, ne “L’uomo in rivolta: “L’ignoranza è ciò che rende gli uomini oscuri gli uni agli altri. Se non conosciamo, se non ci conosciamo, se non ci capiamo, non possiamo combattere insieme, non possiamo costruire visioni condivise.
E allora l’ignoranza diventa incompetenza E questo in diversi casi è vero anche ai livelli più alti,tra chi decide le politiche, chi dirige i servizi, chi pianifica gli interventi. L’altro giorno alla presentazione del nuovo piano formativo della i fio.PSD, pensavo proprio questo: come si porta formazione a chi non la vuole? Come raggiungiamo le zone dell’amministrazione pubblica dove non arriva mai nessuno?
Roma Capitale, su questo, sembra essere quasi del tutto indifferente. E non stiamo parlando dell’ultima provincia dimenticata. Se è vero che in parte forse siamo anche noi che dobbiamo diventare più bravi a comunicare e che l’amministrazione ha tanti ambiti da gestire e non si occupa solo di grave emarginazione adulta, quel che è certo è che Se non portiamo formazione, pensiero e visione lì, non cambierà nulla. Rischiamo di parlare solo a chi è già sensibile, di rafforzare le buone pratiche dove già esistono. Ma la sfida è politica: dobbiamo arrivare anche dove il cambiamento e l’innovazione possono avere un impatto sistemico.
Alla fine, è tutto questo – l’ignoranza, l’incompetenza, l’indifferenza, l’abitudine, la pigrizia – che impedisce la costruzione di una visione. Di una programmazione. Di un sistema che si chieda “perché facciamo quello che facciamo?”. E intanto, l’Housing First rimane marginale, spesso rifiutato proprio perché non si conosce. Il vero ostacolo al cambiamento è l’incapacità – o la paura – di pensare altrimenti.

Mario Flavio Benini. Quello che emerge con forza, anche dalle tue parole, è quanto oggi il cambiamento sia ostacolato non solo da limiti strutturali, ma da visioni profondamente radicate: abitudini, ideologie, approcci pietistici o meritocratici. In questo contesto, parlare di “diritto alla casa” rischia di sembrare una provocazione, soprattutto se riferito a persone in estrema povertà. Eppure, la casa è ciò che permette l’autonomia, è parte integrante della cittadinanza. Ma oggi avere una casa è diventato non solo un lusso per chi ne ha bisogno, ma anche una rendita per chi ce l’ha, soprattutto nelle città ad alto flusso turistico come Roma. Figuriamoci per chi vive in strada.
È come se, nella percezione delle persone, per chi è senza dimora l’unica offerta possibile fosse quella del dormitorio, della tenda, del lavoro povero, precario a volte in nero. Come far passare l’idea che una casa stabile – che è sempre più un bene raro – debba invece essere la prima cosa da offrire?

Giulio Ciucci. Sì, sinceramente non so quanto questa difficoltà sia dovuta al fatto che la casa sembra essere diventata – drammaticamente – un bene di lusso per tutti. Sicuramente il tema esiste, ma nel mondo dell’homelessness emerge più un’altra narrativa: non sono in grado di stare in casa, oppure non se la meritano. C’è proprio una questione di dignità negata. Molti ancora oggi dicono: “Ma questi sono barboni, che gli diamo a fare una casa?
Il problema è proprio culturale. È il concetto di merito che domina, anche nei servizi. L’idea che le persone debbano guadagnarsi l’aiuto, che debbano prima dimostrare qualcosa: una progettualità, una volontà, un cambiamento. Questo è un punto critico e profondamente ideologico. E non è affatto recente: è figlio del pensiero neoliberista degli anni Ottanta, quello che ha spostato tutto dal diritto alla prestazione condizionata, al merito. È proprio contro questa logica che lavora l’Housing First.
L’Housing First dice: la casa è un diritto. Punto. Non c’entra il merito, non c’entra quanto sei “pronto”, quanto ti sei “messo in riga”. È proprio questo il cambio di paradigma. Eppure, anche operatori capaci, intelligenti, a volte non lo capiscono. C’è chi, quando una persona in casa si lamenta, dice: “Se non ti va bene, torna in dormitorio”. Ma è lì, in quel lamento, che si apre lo spazio per il lavoro educativo. Non è un motivo per rimuovere l’opportunità, è un punto di partenza.

Mario Flavio Benini. Quindi, per tornare al discorso che facevamo prima: tenere insieme soggetti diversi, costruire un’alleanza attorno a una progettualità alternativa, è una sfida culturale. Servono strumenti, certo, ma servono anche formazione, visione, capacità di comunicare. Tutti elementi fondamentali per generare un’idea condivisa.

Giulio Ciucci. Serve anche far vedere che le cose funzionano. Per esempio, nel nostro caso abbiamo un ottimo rapporto con il Terzo Municipio anche perché ha visto i risultati. Sono stati tra i primi a credere nel progetto, e ora vedono che, pur con tutte le difficoltà, qualcosa si muove.
Un’altra cosa importante – lo dice sempre Giuseppe Riefolo – è portare soluzioni. Se ai soggetti della rete porti risposte concrete, se li aiuti a risolvere problemi, è lì che cominci a trasformare il sistema. Ma bisogna fare attenzione: portare soluzioni non deve essere un gesto isolato, emergenziale. Serve struttura, serve continuità, e quindi serve anche il loro supporto.
E qui arriva la difficoltà: i servizi abituati all’assistenza d’urgenza, all’intervento tampone, fanno fatica ad adattarsi a un lavoro lungo, relazionale, di costruzione, in cui la persona assistita ha pieno diritto di scelta e controllo e con questi è anche pienamente responsabile delle sue azioni e non serve e non è nemmeno opportuno trattarlo come un bambino e sostituirsi a lui. La grave emarginazione adulta non ha nulla a che fare con l’emergenza e pochissimo con l’urgenza. Il lavoro che serve, quello che facciamo, è un lavoro diverso, più lento, più profondo. 
Anche internamente, nelle nostre équipe, facciamo tantissima riflessione sui vissuti. Non solo sulle “cose da fare”, ma sul perché facciamo quelle cose, sul senso delle azioni. Anche solo prendersi 10 minuti per esplorare un aspetto emotivo, relazionale, è già tanto. Eppure, quando porti questo all’esterno, molti fanno fatica. Vogliono parlare di problemi concreti. Ma non capiscono che lavorare sui problemi concreti col pensiero è già lavorare sulle soluzioni. Lo spiegherebbe molto bene Riefolo: pensare è già fare.

Mario Flavio Benini. Una parte della rete che spesso rimane ai margini è quella informale: volontari, cittadini, utenti stessi. C’è spazio, nel vostro progetto, per un “senso comunitario” della cura? La rete si costruisce anche fuori dai protocolli, nei luoghi della prossimità e dell’ordinario?

Giulio Ciucci. Questo è un nodo centrale. Parliamo di lavoro di comunità, ma nella pratica è uno degli aspetti più trascurati. La prossimità – insieme all’integrazione socio-sanitaria e all’abitare – è forse la grande sfida dell’Housing First in Italia. Anni fa, a una summer school della fio.PSD a Palermo, già emergeva chiaramente: è la cosa che si fa di meno, quando invece sarebbe quella da fare di più. Perché? Perché le risorse sono limitate, e spesso ci si concentra sul lavoro diretto, quotidiano, con la singola persona. Ma in realtà, per lavorare bene  con la persona, è indispensabile lavorare anche con le reti che ha intorno o che si costruiscono con lei.
Ognuno porta con sé una rete, più o meno attiva, più o meno danneggiata, più o meno ricostruibile. E non sempre siamo noi a doverci entrare dentro.
A volte è la persona stessa che decide se e quando farlo. Ti faccio un esempio: abbiamo un beneficiario che ha vissuto per 40 anni in strada, ma con una rete familiare ancora presente. L’operatrice ha cominciato a lavorare su questo: “Contattiamo tua sorella?” – “Sì, dai, fissiamo un appuntamento.”
E poi è successo che lui, autonomamente, ha invitato a casa sua la sorella e il cognato, proprio in occasione di una delle visite domiciliari con l’operatrice, contento di farle una sorpresa. Questo è un esempio perfetto di come anche i beneficiari siano attivi nel generare o riattivare legami. E questo ci parla anche di altri due aspetti fondamentali dell’Housing First e del lavoro che proviamo a portare avanti: la centralità della fiducia nella relazione e il ruolo della spinta gentile. La fiducia che si costruisce lentamente attraverso la relazione e che poi permette aperture commoventi e sorprendenti come quella raccontata sopra; la spinta gentile (nudge), un po’ alla base di quel lavoro di promozione del benessere che mette al centro il diritto di scelta e controllo delle persone beneficiarie, ma che riconosce le difficoltà insite nel cambiamento e nella cura di sé in persone che da quel sé si sono in diversi casi allontanati/disconnessi  per anni, per decenni, e che hanno bisogno di essere incoraggiate.
Tornando al tema dei legami e alla loro generazione, riattivazione: succede anche nel quartiere: ci sono persone che, per come sono fatte, entrano naturalmente in relazione. Una nostra beneficiaria molto complessa, ma anche molto aperta e generosa, in pochi mesi è stata in grado di attivare relazioni al bar sotto casa, nei negozi del quartiere, nel palazzo con alcuni condomini. E noi, in molti casi, restiamo in disparte: non sempre è utile o necessario intervenire.
In fondo, è una questione anche culturale. A Bologna mi hanno insegnato che queste persone sono normali cittadini che entrano nella loro casa. E se io vado a vivere in una nuova casa, non è che vado a bussare a tutti i vicini per presentarmi. Poi certo, c’è chi lo fa, ma noi abbiamo scelto un approccio discreto, rispettoso. Non ci siamo mai messi a dire: “Qui arrivano i senza dimora, quelli con problemi mentali o di dipendenze.” E in questo, l’anonimato delle grandi città può anche aiutare.

Mario Flavio Benini. Hai parlato di “cura del legame” come parte del lavoro clinico. Ma oggi, anche la rete tra enti, operatori, istituzioni, ha bisogno di cura? C’è un’etica della relazione tra servizi? Come la coltivate?

Giulio Ciucci. La prima parola che mi viene in mente è gentilezza. Una parola semplice, ma potentissima. La cura del legame sta alla base di tutto il nostro lavoro: non solo con i beneficiari, ma già all’interno dell’équipe, nella quotidianità del confronto, negli incontri periodici che ho individualmente con le singole componenti dell’équipe.  È lì che comincia tutto: nel tempo dedicato a capirsi, nel rispetto reciproco, nella possibilità di sostenersi.
E la cura del legame non riguarda solo il nostro ambito clinico: è anche un gesto politico. Penso, per esempio, a quei consiglieri municipali che si prendono il tempo di scrivere un messaggio, di creare un gruppo WhatsApp per restare in contatto con il territorio, di provare a risolvere un problema, di ascoltare davvero. È un approccio che io cerco di praticare ogni giorno, a tutti i livelli: rispondere, ringraziare, esserci. Ma, ovviamente, ha un costo, soprattutto quando le richieste aumentano, le risorse a disposizione restano le stesse e il tempo si frammenta E non tutti sono disposti – o in grado – di investire nella cura. Molti, anche se dicono di tenerci, poi non la coltivano. E allora i legami si spezzano. Non per cattiveria, ma perché ciascuno ha mille cose da fare.
Eppure, credo che un’etica della cura e della responsabilità tra servizi esista. Magari non è sistematica, non è istituzionalizzata, ma si può costruire. Richiede tempo, costanza, intenzionalità, educazione. Ed è, in fondo, una questione culturale: bisognerebbe cominciare a insegnarla fin dalle scuole elementari.
Poi ci sono fragilità più strutturali, che riguardano il modo in cui i servizi costruiscono e trasmettono conoscenza. Troppo spesso le relazioni tra operatori si fondano su legami personali, più che su protocolli condivisi. Quando una persona esce dal sistema, va in pensione o cambia incarico, il patrimonio di fiducia, ascolto e sapere costruito nel tempo si dissolve. E così, anche la relazione con l’utente rischia di spegnersi, proprio nel momento in cui sarebbe necessario coltivarla nel lungo periodo.
Io dico sempre: la cura è il lavoro che chiede presenza, tempo, attenzione, ascolto. È un impegno che trasforma anche le relazioni: a volte collabori con qualcuno, poi i ruoli cambiano, le persone si allontanano. Succede. Ma per me la cura resta una ricchezza, non un peso.
Ma forse per questo serve più letteratura che psicologia. Leggevo un articolo di Isaac Bashevis Singer: diceva che la psicologia cerca risposte, mentre la letteratura descrive la complessità. Ecco, noi lavoriamo dentro quella complessità. Quella dei legami. Che non sempre si possono spiegare, ma che si possono – e si devono – coltivare.

Confronto tra modelli nazionali e internazionali.

Come abbiamo visto, negli ultimi anni si è affermata una consapevolezza sempre più chiara: non basta offrire un letto o una risposta emergenziale per affrontare la condizione di chi vive in strada. L’homelessness non è solo assenza di casa, ma il risultato di una frattura più profonda che riguarda salute mentale, legami familiari e sociali, accesso ai diritti, trauma e perdita di continuità biografica.
Per questo, il tema delle persone senza dimora ha progressivamente spostato il proprio centro: dall’assistenza immediata alla costruzione di percorsi complessi e multidimensionali. La casa non è più pensata come premio finale, ma come condizione di partenza per ricostruire identità, relazioni e progettualità.
Abbiamo discusso con Giulio Ciucci di come il modello più noto sia quello dell’Housing First, nato a New York con Sam Tsemberis e oggi diffuso in gran parte d’Europa: l’accesso immediato a una casa stabile precede il reinserimento sociale e terapeutico. Accanto a questo paradigma esistono esperienze più specializzate, come The Banyan in India, che lavora con donne senza dimora e gravi sofferenze psichiatriche, o Single Homeless Project a Londra, che ha sviluppato percorsi specifici per giovani LGBTQ+ espulsi dal contesto familiare. In Africa, progetti come HOPE Mental Health stanno affrontando homelessness e salute mentale con approcci partecipativi e interculturali.
Anche in Italia sono emerse esperienze significative. Alcune con un impianto clinico più forte, come Progetto Arca a Milano o Re-Care a Palermo, che integrano salute mentale e accompagnamento abitativo. Altre lavorano soprattutto sulla prossimità e sul contatto diretto nei luoghi informali della città, come Binario 95, SMES-Italia o i progetti di Psicologo di Strada. Accanto a questi, realtà civiche e religiose come Comunità di Sant’Egidio hanno costruito nel tempo modelli di cura spesso più profondi delle stesse politiche pubbliche.
Dentro questo panorama, PsyPlus occupa una posizione originale: unisce la competenza clinica di un’équipe multidisciplinare alla dimensione relazionale della cura, lavorando sulla casa non solo come risposta abitativa ma come spazio simbolico, affettivo e trasformativo.
È qui che il modello si avvicina a una prospettiva che Giulio Ciucci definisce sempre più come Housing Plus: non solo una casa, ma un accompagnamento di lungo periodo capace di intrecciare salute mentale, relazioni, équipe e possibilità concreta di ricostruire un’esistenza.

Mario Flavio Benini. Hai avuto modo di confrontarti con altri progetti simili, sia in Italia che all’estero. Quali esperienze ti sembrano più affini al modello PsyPlus, e quali invece più distanti? C’è qualche realtà che ti ha particolarmente colpito per approccio, pratiche, risultati?

Giulio Ciucci. Esperienze singole a livello europeo che conosco davvero a fondo, no, anche perché da quando sono impegnato nel far crescere il progetto a Roma riesco a seguire meno lo studio di altre esperienze. Ma fino a poco tempo fa partecipavo molto agli incontri promossi da FEANTSA e dall’Housing First Europe Hub, dove ho avuto modo di confrontarmi con colleghe e colleghi dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Croazia, un po’ da tutta Europa. Alcuni spunti mi sono arrivati, più che da singole realtà, da figure di riferimento o da impostazioni culturali.
In Inghilterra, ad esempio, c’è Homeless Link, che è una sorta di omologa della Fio.PSD, molto attiva sull’advocacy e sulla raccolta e condivisione di buone pratiche. Poi ci sono contesti in cui le risorse cambiano radicalmente la possibilità di essere fedeli al modello. Prendi i paesi scandinavi o i Paesi Bassi: lì il problema del reperimento alloggi non si pone, perché i monolocali ci sono. Se hai disponibilità di case, puoi garantire l’autonomia. A Roma, per trovare un monolocale adatto ci abbiamo messo due anni, e alla fine era anche in una zona piuttosto isolata. Senza case è difficile fare Housing First ed è per questo che, come ho già detto, è necessario portare avanti azioni e politiche trasversali a più ambiti. E in questo senso l’Housing First si rivela anche un approccio che promuove intrinsecamente innovazione  strutturale perché comporta inevitabilmente, nel suo darsi, la necessità di lavorare sulle politiche abitative, sull’integrazione socio-sanitaria, sul sistema giustizia e sulla scuola – anche in un’ottica più ampia di prevenzione dell’homeleness.
Una delle esperienze più conosciute in Europa è quella di Lisbona, con il programma Casas Primeiro ideato da José Ornelas. È uno dei teorici europei del modello, e lì lavorano bene, soprattutto con persone con gravi problemi di salute mentale. Però anche in Portogallo, mi dicono, il carico di lavoro sugli operatori è altissimo e si rischia il burnout. Come da noi, quando non ci sono abbastanza risorse.
Se non sbaglio in Francia è in atto un movimento verso una maggiore integrazione dell’Housing First nelle politiche pubbliche. Come raccontavo prima in Croazia, invece, ho incontrato colleghe che venivano dalla Croce Rossa e che stanno provando a promuovere un’azione simile alla nostra,  superando il modello a gradini e iniziando a sperimentare percorsi di Housing First in autonomia. Un altro caso interessante è quello dell’Olanda, dove sembra che l’accesso al patrimonio abitativo pubblico – a quanto pare di qualità – sia molto più semplice. In generale, in molti Paesi europei vi è una distinzione abbastanza netta tra le organizzazioni del terzo settore che si occupano di reperire le case (housing providers) e quelle che si occupano del supporto alle persone beneficiarie. Purtroppo, per quanto ne sappia, in Italia non c’è una cultura e un sistema di housing providers il che fa sì che chi vuole realizzare servizi di Housing First debba occuparsi di entrambi gli aspetti con un carico di lavoro e di complessità decisamente maggiori.
Poi c’è il modello finlandese, spesso citato perché la Finlandia è uno dei pochi paesi europei dove il numero di persone senza dimora sta diminuendo. Lì una delle più grandi società immobiliari del Paese ha costruito interi palazzi dove mettere a disposizione monolocali in cui seguire persone secondo l’approccio Housing First. È un approccio che sembra aver funzionato, anche se centralizza molto e rischia di creare isolamento, o effetti NIMBY nei quartieri. Però garantisce diritti: alla casa, alla cittadinanza, alla dignità.
C’è poi da dire che ogni paese si confronta con problemi e concetti diversi di “senza dimora”. In Finlandia, ad esempio, mi raccontavano – e io lo prendo come verità, anche se sembra un aneddoto – che se a 19 anni vivi ancora con i genitori, sei classificato come homeless secondo la categoria ETHOS. Questo dà un’idea di quanto sia ampio il concetto di “senza casa” e quanto sia importante definire con precisione il target dei beneficiari quando si vogliono realizzare politiche di contrasto all’homelessness efficaci ed efficienti
Tutto questo porta a un altro punto: se vogliamo adattare bene i modelli, servono dati. Ma servono anche modelli culturali, conoscenza e visione politica. A cosa serve raccogliere numeri se poi non hai un sistema che sa come usarli? Prendi l’Italia: è dal 2015 che abbiamo linee di indirizzo validissime per il contrasto alla grave emarginazione adulta, ma quasi nessuno le conosce. Eppure sono un patrimonio, basterebbe cominciare a metterle in pratica davvero.
Infine, sulle esperienze italiane: Bologna ha portato in Europa una novità assoluta, le coabitazioni. Quando le hanno presentate in un contesto internazionale, molti colleghi europei sono rimasti colpiti: non erano previste dal modello originario, ma funzionano. Per alcune persone sono una risorsa straordinaria: creano energia, supporto, comunità. Per altre, invece, sono insostenibili. Anche lì bisogna saper personalizzare.
Adeguare il modello al contesto non è un elemento accessorio, ma è il cuore stesso del lavoro. È un processo continuo, che richiede formazione, ascolto e la capacità di leggere la complessità dei territori.
Perché l’Housing First non è una formula rigida, una mappa, ma una bussola, un insieme di principi guida che a mio avviso andrebbero applicati in qualsiasi ambito del lavoro sociale. Ma senza risorse, senza case, senza reti, finché non verrà abbracciato dal pubblico come il modello da seguire per il contrasto alla grave (e sottolineo grave) emarginazione adulta continueremo a vedere la diffusione di progetti sparsi, più o meno grandi, quasi sempre validi, ma che difficilmente permettono di raggiungere o quantomeno di andare verso quell’homelessness zero che non deve essere considerato un obiettivo utopico.

Mario Flavio Benini. In tutti i modelli di Housing First — conformi ai principi guida — la casa viene offerta senza condizioni, anche a chi rifiuta un accompagnamento terapeutico.  In altri, come il progetto HOPE (NIHR Global Health Research Group on Homelessness and Mental Health in Africa) in Africa, si sperimentano forme di co-progettazione tra operatori, accademici e utenti, anche con gravi fragilità psichiche. Rispetto a queste esperienze, come si colloca il modello di PsyPlus? Cosa ne pensi dell’integrazione tra clinica, abitare e coprogettazione?

Giulio Ciucci. A proposito della Germania, direi che almeno a Berlino l’integrazione tra abitare e clinica è presente. Non ho un quadro sistematico e aggiornato, ma ho conosciuto una collega psicologa coinvolta in un progetto locale di Housing First che andava direttamente su strada, si sedeva con una seggiolina e costruiva legami con le persone dove stavano. Avevano anche definito un protocollo con le ASL, una forma di collaborazione esterna all’équipe, ma comunque strutturata — simile a quanto si sta provando a fare a Roma, con fortune alterne. Quindi, più che di assenza della componente clinica, parlerei di una sua diversa configurazione: non sempre è interna all’équipe, come da noi, ma può essere integrata attraverso alleanze e protocolli di rete.
Ciò che davvero fa la differenza, secondo me, sono le risorse. In Germania, come in Francia e in Inghilterra, esiste uno Stato sociale che garantisce casa e reddito minimo, quindi chi entra in Housing First spesso ha già delle risorse su cui contare e chi gestisce il progetto può canalizzare molte più energie sul supporto alla persona e sul lavoro di comunità, che oggi deve inevitabilmente dedicare al reperimento e alla gestione delle case. Da noi, molti beneficiari non hanno nulla, e questo rende tutto più fragile: sostenibilità, autonomia, durata del progetto. La possibilità di essere fedeli al modello dipende anche da questo. Se hai tanti monolocali disponibili, puoi garantire un inserimento rapido, su misura. Come ti dicevo prima, qui a Roma, trovare un monolocale è un’impresa. Il progetto HOPE, che non conoscevo, sembra un esempio molto stimolante di co-progettazione: università, operatori e persone con disagio psichico progettano insieme i servizi. È un approccio che trovo potente. Noi, in PsyPlus, ancora non facciamo qualcosa di simile, ma l’idea che anche le persone accolte partecipino attivamente alla definizione del loro percorso è per noi centrale.
Credo che ogni modello internazionale ponga sul tavolo delle questioni chiave: disponibilità di case, equilibrio tra cura e libertà, sostenibilità economica, ruolo dello Stato, valore del lavoro di rete. Sono parametri che definiscono quanto un progetto possa essere davvero trasformativo. Più che copiare esperienze, serve saper leggere quei modelli, adattarli, e capire come possiamo crescere anche noi. E soprattutto, serve un confronto continuo, strutturato, non lasciato solo alla buona volontà dei singoli operatori.

Mario Flavio Benini. Oggi la Fio.PSD organizza occasioni di confronto tra esperienze italiane, ma pensi che sarebbe utile – o comunque possibile – costruire anche momenti di scambio con realtà sia italiane che internazionali, coinvolgendo non solo operatori ma anche cittadini, studenti, figure attive nei territori? Intendo spazi non solo formativi, ma anche comunicativi e divulgativi, civici, capaci di generare un’opinione pubblica più consapevole, che a sua volta possa stimolare le istituzioni ad ascoltare, cambiare, agire.

Giulio Ciucci. Questa domanda mi fa venire in mente tantissime cose. La prima è che sì, qualcosa in questa direzione si sta già facendo e a livello europeo FEANTSA lavora non poco in questa direzione, quantomeno a livello di scambio tra addetti ai lavori. Io stesso, per esempio, ormai un paio di anni fa ho organizzato in città e per conto della fio.PSD due tavoli sull’Housing First, all’interno del Dipartimento Politiche Sociali e Salute, anche portando dati ed esperienze internazionali. Ma a livello politico c’è stata poca attenzione. Anche quando porti numeri, risultati, evidenze, se chi ti ascolta non è disposto ad ascoltare, il dialogo non si apre. Oltre al fatto che si ha sempre l’impressione di star portando qualcosa di completamente nuovo, mentre parliamo di un modello che esiste ormai da più di trent’anni a livello internazionale e vanta più di dieci anni di esperienze nel nostro Paese, in quel caso siamo stati anche vittima di quella trappola che paradossalmente si è rivelato essere il PNRR con il suo Housing Temporaneo e le sue Stazioni di Posta, che sono qualcosa di molto distante dall’HF e che a mio avviso si stanno rivelando un pericolo per lo stesso, perché si spacciano per tale quando sono tutt’altro, annacquandone la sua carica rivoluzionaria e soprattutto ciò che comporta in termini di benessere per le persone beneficiarie e di efficacia e di efficienza per le amministrazioni che hanno il coraggio e la visione di adottarlo come modello principe nel contrasto all’homelessness.
Detto questo, la fio.PSD si sta comunque muovendo. L’anno scorso, ad esempio, ho partecipato a una visita a Firenze con delegazioni da diversi Paesi europei, focalizzata su immigrazione e homelessness. È stato prodotto anche un paper, ma poi bisogna chiedersi: a chi arriva quel documento? Al coordinatore del servizio? All’operatore sul campo? All’assessore? E soprattutto: chi lo legge davvero?
Ci sono state anche altre occasioni importanti, come la Summer School di Palermo, con ospiti da Berlino, Barcellona, Inghilterra. Ma anche lì: presenti le cooperative, il territorio, molto meno gli enti pubblici (che sia la parte politica o quella amministrativa) Il punto, insomma, non è solo creare eventi, ma farli arrivare dove serve. Perché senza una visione sistemica – fatta propria dalla politica e dall’amministrazione -, tutto resta frammentato. 

Mario Flavio Benini. Al di là delle esperienze operative, ti sembra possibile – o utile – pensare a un allargamento ulteriore, per esempio attraverso eventi pubblici, incontri con scuole o università, momenti di partecipazione della cittadinanza come la Notte dei Senza Dimora? Pensi che lavorare dal basso sulla consapevolezza collettiva possa contribuire a cambiare anche le politiche e le scelte istituzionali?

Giulio Ciucci. Io credo di sì, potrebbe essere importante . Ma per farlo servirebbe una vera infrastruttura culturale, che oggi purtroppo manca. Viviamo in una società frammentata, disgregata. Ti faccio un esempio: alla presentazione di un libro su Basaglia, “Franco Basaglia. Passato e presente di una rivoluzione” scritto da Ludovica Jona ed Elisa Starace, uno dei temi centrali era proprio questo. La salute mentale è lasciata quasi esclusivamente alle famiglie; il resto della società si gira dall’altra parte. Un padre raccontava che avrebbe voluto denunciare certe storture, ma aveva paura delle ripercussioni sui trattamenti riservati al figlio. È un contesto segnato da solitudine e sfiducia.
Mancano i corpi intermedi. i sindacati, i partiti… non esistono più come strumenti di rappresentanza dei bisogni. Oggi al massimo raccolgono consenso. E questo è un problema enorme.
Sulla Notte dei Senza Dimora ho sentimenti contrastanti. In generale non so quanto sia un momento realmente aperto alla cittadinanza, se non a quella base più o meno grande di volontari che comunque è già un minimo sensibile al tema.
Sul coinvolgimento della cittadinanza so che a Bologna, per esempio, lavorano molto bene: campagne vere, strutturate, con obiettivi chiari. 
Tempo fa siamo andati anche in un liceo, al Mamiani, a parlare di questi temi. È importante farlo. 
Ma anche lì: se la politica e l’amministrazione non hanno  piena conoscenza del fenomeno e una visione, e per i senza dimora si continuano a proporre solo tende o ostelli, cosa stai portando? 
E lo stesso vale per la salute mentale. Oggi nei CSM ci sono pochissimi psicologi, psicoterapeuti psicoanalisti, A quanto pare vi è un approccio molto incentrato sul farmaco. Forse estremizzando un po’ il concetto e riprendendo un’idea di cui parla anche Piero Cipriano, il manicomio – che sia un edificio o una molecola – è ancora il modello dominante. È più semplice, più gestibile. Forse un po’ come avviene con i centri d’accoglienza. Ma così perdi il senso profondo della cura, che è relazione, parola, tempo condiviso.
C’è poi tutto un sistema cooperativo che regge l’esistente. E non sempre può o vuole rischiare un salto verso l’Housing First. È comprensibile: devono garantire stipendi, continuità. Ma il cambiamento passa anche da lì, da chi ha il coraggio – o la possibilità – di spingersi oltre.
Alla fine, quello che dici tu – creare un’opinione pubblica consapevole, che spinga dal basso – è proprio il lavoro che proviamo a fare qui in PsyPlus. Ed è il compito che dovrebbero assumersi le reti, le università, i giornalisti, le associazioni. Ma per farlo davvero, servono tre cose: visione, cultura, risorse.

Mario Flavio Benini. Alla luce della tua esperienza ormai consolidata dentro PsyPlus, quali pensi possano essere oggi gli sviluppi futuri dell’associazione? Cosa potete ancora costruire, al di là di quanto già realizzato?

Giulio Ciucci. C’è un tema enorme, e bellissimo, che è quello dello sviluppo. Ma prima ancora viene il consolidamento. Oggi siamo riusciti a garantire casa e accompagnamento a nove persone con un progetto e ad altre sei con un altro. Ma i fondi disponibili sono pressoché tutti impegnati. Ora il punto vero è quello del reperimento di ulteriori risorse sia tramite privati che – soprattutto – convincendo sempre più enti pubblici a investire in HF, che è poi l’obiettivo più a lungo termine del nostro attuale lavoro. Parallelamente, sarà ovviamente importante continuare a reperire case — operazione che richiede anch’essa molte energie — e, come per i fondi, portare avanti una costante attività di advocacy, lobbying, relazione e sensibilizzazione sul territorio.
Ti faccio un esempio: a Ostia siamo riusciti a ottenere un bene confiscato, abbiamo seguito tutto l’iter, ma il condominio ha fatto ricorso al TAR per bloccare l’assegnazione. La risposta che intendiamo mettere in campo è lavoro di comunità, un’attività di advocacy, un confronto diretto con i condomini, una forte azione di sensibilizzazione. In questo caso ancor prima che le persone beneficiarie entrino in casa. Perché se ciò che non si conosce spaventa, è con il dialogo, fornendo informazioni chiare e promuovendo conoscenza contro i pregiudizi, che si possono cambiare le cose.
Il nostro obiettivo è ambizioso: non solo portare Housing First a Roma, ma far sì che diventi una politica pubblica strutturale, lo strumento prioritario nel contrasto alla grave emarginazione adulta. E la cosa importante ovviamente non è che sia PsyPlus a realizzarlo, ma che venga adottato da sempre più realtà in città e che tale adozione sia fatta rispettandone i principi e sforzandosi di essere quanto più fedeli al modello. Insomma,  un Housing First diffuso e fatto bene. Ovviamente il rischio è che, se arrivano i fondi e ci si buttano tutti senza esperienza, si distrugga un modello che quando adottato correttamente fa davvero la differenza.
Per noi un risultato importante è stato coinvolgere Caritas Roma, con cui collaboriamo benissimo. Ma altre realtà più o meno significative probabilmente entreranno solo quando lo farà anche Roma Capitale. E lì a oggi siamo bloccati. Il problema non è solo tecnico, è culturale e politico.
Così, a Roma stiamo provando a muoverci dal basso, dialogando con i Municipi. Inoltre metà dei Municipi cittadini abbiamo attivato contatti con assessori, consiglieri, segretariati sociali e stiamo cercando di proporre piccoli progetti territoriali di Housing First, da una, due o tre case ciascuno. Se ci riuscissimo, potremmo cambiare l’esistenza anche a  30, 40, 50 persone nel giro di poco tempo. Una disseminazione dal basso. Questo è il nostro piano B, visto che il piano A a oggi è ancora lontano.

Mario Flavio Benini. Una delle specificità più evidenti del vostro lavoro è quella di integrare il tema della grave marginalità adulta con quello della salute mentale. Pensando al futuro, immagini possa essere utile – o necessario – creare un Osservatorio nazionale che tenga insieme queste due dimensioni? Un luogo di studio, verifica, proposta, anche in base alla vostra esperienza che appare piuttosto unica?

Giulio Ciucci. Non so bene come funzioni un Osservatorio nazionale, ma la prima cosa che mi viene in mente è Fio.PSD. In teoria fa già questo: raccoglie buone prassi, monitora i progetti. Però poi bisogna vedere come lo fa e a chi arrivano davvero i risultati. Perché – come dicevi – il tema dell’integrazione tra salute mentale e homelessness è riconosciuto, ma nei fatti resta marginale, anche nelle grandi realtà del terzo settore.
Quello che facciamo noi, forse, è davvero un unicum. Siamo un’équipe con una presenza forte di psicologhe e psicoterapeuti, fin dall’inizio, dentro il lavoro quotidiano. Non sono semplici consulenti esterni, ma lavorano a stretto contatto con le persone beneficiarie e le accompagnano nel loro percorso di inclusione sociale, verso il benessere. E forse questa è una differenza importante, che dovremmo valorizzare di più.
Il tema dell’integrazione sociosanitaria è gigantesco, e tocca lo Stato, il Ministero, le ASL, le Regioni. È una sfida enorme. Ma necessaria. E infatti, la nuova formazione nazionale promossa da Fio.PSD avrà tra i pilastri proprio questo. Perché la salute mentale è una chiave centrale in qualsiasi percorso di uscita dalla strada.
Certo, bisogna stare attenti anche a come si usano le etichette. Oggi si mette “Housing First” su esperienze che non lo sono o che ne sono molto lontane. E per affrontare questi pericoli ritengo che sia necessario formare, accompagnare, verificare, ma di certo non chiudersi. E forse un Osservatorio – se fatto bene – potrebbe servire proprio a questo: a far sì che tutti facciano davvero Housing First, e lo facciano bene.

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