Pensare e praticare il comune. Officine Zero e la costruzione di un’infrastruttura sociale del lavoro.

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OZ – Officine Zero rappresenta uno dei casi più rilevanti di riscrittura collettiva dei rapporti tra spazio urbano, lavoro, produzione e cura. Nato dall’iniziativa degli operai della Rail Service Italia in seguito alla chiusura dello stabilimento di Portonaccio, il progetto ha attraversato un processo di trasformazione che lo ha portato da spazio industriale dismesso a infrastruttura civica e piattaforma produttiva condivisa. OZ costituisce così un campo di sperimentazione socio-istituzionale in cui si ridefiniscono le modalità di abitare e produrre in comune, restituendo al lavoro una dimensione cooperativa e relazionale.
L’intervista ad Alessandro Splendori – storico, insegnante di storia e filosofia, editore e componente del collettivo – attraversa OZ come campo di ricerca sui processi di istituzione del comune e si inserisce all’interno della ricerca Commoning, dedicata allo studio delle pratiche attraverso cui soggetti collettivi, situati ai margini della città neoliberale, ridefiniscono i paradigmi di welfare, cittadinanza ed economia a partire da condizioni di precarietà, fragilità e marginalità adulta. In questo contesto, OZ non è tanto un caso esemplare, quanto un osservatorio privilegiato per analizzare i processi di mutualismo e autorganizzazione che emergono nei vuoti lasciati dalla crisi della produzione salariale e dalle forme tradizionali di regolazione sociale. Come fabbrica rigenerata, spazio di lavoro cooperativo e comunità in formazione, OZ agisce come infrastruttura relazionale in cui il lavoro e la cura si intrecciano nella costruzione di nuovi legami sociali.
La pratica di OZ consente di leggere il comune come processo istituzionale in divenire.
Come scrivono Pierre Dardot e Christian Laval:

“Il comune non è una cosa, ma un’attività. Esso non si dà come un bene preesistente da gestire, bensì come un principio politico che si istituisce solo attraverso l’azione collettiva, la cooperazione e la definizione di regole condivise”
Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo“, 2015

Seguendo questa prospettiva, Officine Zero interpreta il comune come processo e non come stato, come una pratica costante di istituzione collettiva. In OZ il “fare comune” si traduce nella gestione condivisa degli spazi, nella redistribuzione delle risorse, nella negoziazione dei conflitti e nella produzione situata di conoscenza: un modo di istituzionalizzare la cooperazione restando fedeli al suo principio generativo.
In questo senso, OZ si colloca all’interno del più ampio panorama europeo delle multifactory, che, come osservano Lorenza Victoria Salati e Giulio Focardi nella ricerca “The Rise of Community Economy”, rappresentano formazioni post-salariali e post-industriali basate su reti di cooperazione autonoma. A fianco di esperienze come R84 (Mantova), Building BloQs (Londra), Oficina Colectiva (Lisbona) e MOB (Barcellona), OZ contribuisce alla transizione verso economie comunitarie del fare, fondate su pratiche di prossimità e governance diffusa.
Come vedremo, l’organizzazione interna di OZ – articolata in una cooperativa e un’associazione – riflette un equilibrio costantemente negoziato tra apertura e sostenibilità economica, tra autogestione e formalizzazione istituzionale. Questa configurazione dinamica permette di interpretare OZ come un laboratorio di istituzionalità orizzontale, in cui l’instabilità diventa componente strutturale del funzionamento collettivo.

Nel contesto di Roma, segnato da processi di disuguaglianza spaziale, speculazione immobiliare e frattura del welfare urbano, OZ agisce come dispositivo di riarticolazione territoriale e sociale. Riprendendo la prospettiva di Carlo Cellamare esposta in “Roma in transizione Governo, strategie, metabolismi e quadri di vita di una metropoli”, può essere letto come “macchina del comune”: un’infrastruttura che ricompone le discontinuità materiali e relazionali della città contemporanea. Il lavoro, nella prospettiva enunciata in “Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista” da Silvia Federici, è qui inteso come attività di cura e riproduzione collettiva: un gesto politico che produce coesione e autonomia, oltre la logica della mera sopravvivenza economica.
L’obiettivo di questa intervista a OZ – Officine Zero, non è descrivere un modello, ma analizzare i meccanismi che lo sostengono, le tensioni che lo attraversano e le forme di soggettività che lo rendono operativo. In che modo si costruisce un commons urbano? Quali dinamiche regolano la vita sociale e produttiva delle comunità post-salariali? E quali dispositivi permettono di tradurre l’immaginazione politica in istituzioni capaci di durare nel tempo?I capitoli seguenti, organizzati in diversi nuclei tematici – genealogia politica, modelli operativi, soggettività del lavoro, governance, territorio, cultura e immaginario, futuro istituzionale – analizzano OZ come forma di vita collettiva in evoluzione, in cui l’azione politica è radicata nella capacità di produrre legami, senso e nuove possibilità di nuova istituzione.

Dalla fabbrica al comune.
Una genealogia politica.

Quasi ogni esperienza di commoning nasce da una situazione di crisi. Quella di Officine Zero prende forma nel 2013, nel quartiere romano di Portonaccio, a seguito della chiusura della Rail Service Italia, azienda che si occupava della manutenzione dei treni notturni. La dismissione dello stabilimento lascia senza lavoro decine di operai e apre un vuoto materiale e simbolico nel tessuto urbano, segnando la dissoluzione di una delle ultime presenze industriali nella Roma est. In questo contesto, quello che David Harvey definisce in “Rebel Cities” come un processo di “accumulazione per espulsione” si manifesta con chiarezza: il capitalismo urbano tende a trasformare lo spazio dismesso in un oggetto di rendita, mentre i lavoratori elaborano la possibilità di una riappropriazione d’uso.

L’occupazione nasce all’interno di questa tensione, non come gesto meramente rivendicativo, ma come operazione di risignificazione dello spazio. Il sito produttivo viene riconfigurato in luogo di sperimentazione collettiva e infrastruttura sociale. Da questo incrocio tra crisi economica e desiderio di istituzione si origina la genealogia politica di OZ. Come ricorda Loïc Wacquant in “Urban Outcasts. A Comparative Sociology of Advanced Marginality”, i fenomeni di marginalità urbana possono essere compresi solo alla luce delle trasformazioni materiali e simboliche che li producono. OZ si colloca esattamente in questo interstizio, dove la dismissione industriale e la precarietà strutturale del lavoro danno forma a nuove pratiche di autorganizzazione e riproduzione collettiva.
Nel quadro teorico delineato da Carlo Vercellone ne “Il Comune come modo di produzione. Per una critica dell’economia politica dei beni comuni”, l’esperienza di OZ può essere letta come una delle declinazioni della transizione dal lavoro salariato fordista a forme diffuse di cooperazione autonoma, fondate su economie del comune e sulla produzione di valore esterna alle istituzioni di mercato e statali. Scrive Vercellone:

”Parlare di Comune come modo di produzione significa anche affermare che lungi dal rappresentare una semplice enclave, esso è suscettibile di porre le basi di un nuovo ordine economico e sociale articolato su una gerarchia completamente differente tra Comune, pubblico e privato. Tale potenzialità riflette in modo più generale una situazione di non corrispondenza e una tensione crescente tra i rapporti sociali di produzione e di proprietà del capitalismo cognitivo e le forze produttive soggettive e oggettive di un’economia fondata sulla conoscenza, la quale contiene nel suo seno le condizioni di un superamento del capitalismo.”

OZ si configura, in questa prospettiva, come dispositivo politico-produttivo, un campo in cui le dimensioni del lavoro, della formazione e del welfare si integrano nella costruzione quotidiana di un bene condiviso.

Il gesto dell’occupazione evolve in un processo di commoning, nel senso elaborato da Massimo De Angelis in “Omnia Sunt Communia. Il Comune e la rivoluzione postcapitalista”: un percorso conflittuale in cui la pratica precede la norma e l’uso diventa principio di istituzione. Nelle officine di Portonaccio la fabbrica non si estingue, ma muta funzione. Gli spazi della manutenzione ferroviaria vengono trasformati in laboratori artigianali, officine condivise, aree di co-progettazione e socialità. La produzione si rifonda su basi mutualistiche, orientata non alla generazione di profitto, ma alla riproduzione sociale e alla costruzione di legami solidali.
Come evidenziano Sandro Mezzadra e Brett Neilson in “Confini come metodo. Sovranità, spazio, lavoro nel mondo globale”, queste esperienze non sono mai omogenee: esse nascono dall’incontro tra soggetti e linguaggi diversi – ex operai, artigiani, attivisti, ricercatori, studenti, precari – e si sviluppano attraverso un continuo lavoro di mediazione e adattamento. È in questa eterogeneità che OZ trova la propria densità politica: la cooperazione si configura come risposta concreta alla frammentazione del lavoro e alla marginalità urbana.
Tra il 2013 e il 2019 OZ attraversa una fase di intensa attività ma anche di instabilità strutturale. Lo sgombero del 2019, promosso dalla nuova proprietà immobiliare, rappresenta al contempo una cesura e un momento di consapevolezza: come sottolinea ancora Harvey, le pratiche di autogestione urbana producono valore sociale ma, proprio per questo, tendono a riattivare il valore economico degli spazi su cui intervengono. OZ si trova così nel paradosso di rigenerare un’area e, al tempo stesso, di diventare oggetto di processi speculativi che mirano a riassorbirla.
Dall’espulsione nasce una seconda fase. Con il trasferimento in via Monte Patulo, OZ si riorganizza come infrastruttura civica orientata alla co-progettazione e alla produzione collaborativa, consolidando la propria funzione nel welfare territoriale di prossimità. La traiettoria di OZ mostra come la costruzione del comune non segua un andamento lineare ma attraversi rotture e riarticolazioni. Nei margini urbani, anche attraverso esperienze di perdita e ricomposizione, emergono forme di istituzione sociale che contribuiscono alla generazione di valore non estrattivo e a nuove pratiche di cittadinanza produttiva.

Mario Flavio Benini. Come si è sviluppata l’esperienza di Officine Zero, dai primi giorni dell’occupazione di Portonaccio fino alla nuova sede di via Monte Patulo?

Alessandro Splendori. Provo a ricostruire questa storia in modo sintetico, anche se in realtà è un percorso lungo e complesso. Non è l’esperienza più longeva in assoluto — esistono realtà simili che durano da più tempo — ma è stata certamente una storia molto intensa.
Officine Zero nasce formalmente nel 2013, ma affonda le sue radici in un’occupazione precedente, avviata dagli operai di un’officina ferroviaria che si occupava della manutenzione dei vagoni letto. Con il progressivo ridimensionamento di questo segmento del trasporto ferroviario, quelle attività sono diventate sempre più marginali. L’unità operativa ha prima perso le commesse con Trenitalia e poi è stata coinvolta in una serie di passaggi societari poco chiari: lo stabilimento è stato acquistato da un soggetto attivo nel settore della logistica, che ha provato a riconvertire l’area anche in ragione della sua posizione strategica, a ridosso della stazione Tiburtina. Il tentativo, però, non è andato a buon fine.
Attraverso questa successione di vicende aziendali, gli operai si sono trovati progressivamente senza alternative. Ci sono state diverse fasi di mobilitazione sindacale e tentativi di ricollocazione, ma alla fine sono rimasti proprio coloro che non era stato possibile reinserire in altri contesti lavorativi. Nel 2012, di fronte all’assenza di prospettive occupazionali, decidono di occupare lo stabilimento: inizialmente in forma simbolica, poi stabilmente, pur senza avere ancora una visione definita su quale potesse essere il futuro di quello spazio.

Un elemento rilevante è che l’area confinava con STRIKE, uno spazio sociale attivo a Roma. Nel 2013, alcune persone di STRIKE entrano in contatto con questa realtà operaia e iniziano a immaginare un progetto condiviso, ispirato al modello delle fabbriche recuperate, sulla scia delle esperienze sudamericane, ma presenti anche in Europa. Quella suggestione diventa il riferimento teorico e politico iniziale.
In una prima fase, l’elaborazione è stata molto intensa. L’idea era trasformare l’area di Portonaccio — circa due ettari, con 3.500 metri quadrati coperti — in un grande centro di riuso: uno spazio in grado di intercettare materiali destinati alla discarica e di reimmetterli in circolo come materie prime o seconde. Era un progetto estremamente ambizioso che, col tempo, si è rivelato insostenibile.
Le ragioni principali erano due. La prima è che una fabbrica recuperata, per funzionare, ha bisogno di una base operaia stabile, che in quel contesto non esisteva più. La seconda è di natura economica: un progetto di quelle dimensioni avrebbe richiesto un investimento iniziale molto elevato, attivabile solo attraverso un complesso intreccio di strumenti pubblici e privati che, in quel momento, non era realisticamente praticabile.
Tra il 2014 e il 2015 — periodo in cui entro anch’io in Officine Zero, circa un anno dopo l’occupazione — il progetto entra in una fase diversa. Iniziano ad arrivare altre persone: alcune attraverso forme embrionali di coworking, altre come lavoratori autonomi che provavano a utilizzare quello spazio come luogo di lavoro. Siamo ancora a Portonaccio, ma il progetto sta cambiando natura.
A un certo punto emerge una frattura interna. La componente più marcatamente politica dell’esperienza originaria entra in conflitto con chi, come noi, intendeva ripensare radicalmente il senso di quello spazio, sia dal punto di vista produttivo sia dal punto di vista della sua collocazione urbana. Le visioni non coincidono più. Il nucleo originario si divide: una parte lascia il progetto, l’altra decide di fermarsi.
Seguiamo una fase di arresto volontario. Chiudiamo temporaneamente le attività e iniziamo a osservare, studiare, confrontarci con ciò che stava accadendo intorno a noi. Da questo lavoro emergono due filoni decisivi. Il primo è quello delle multifactory: nel 2015, durante una Maker Faire, incontriamo Giulio e Lorenza di R84, che raccontano la possibilità di costruire un’economia collaborativa reale e strutturata. Il secondo è quello dell’urbanistica: attraverso il confronto con urbanisti e studiosi della città comprendiamo che ciò che stavamo facendo non era solo un’esperienza lavorativa atipica, ma aveva una collocazione urbana precisa.
Venendo in gran parte dal lavoro privato, dalla ricerca e dall’università, maturiamo una consapevolezza chiave: un processo lavorativo, per essere tale, ha bisogno di una formalizzazione. Senza una struttura giuridica e organizzativa non è possibile lavorare in modo stabile né costruire un modello replicabile. Non si tratta di un’adesione ideologica alla legalità, ma della necessità di confrontarsi con le regole del gioco. Per noi questa non è stata una rinuncia, ma una sfida.
Il “che cosa” fare nasce anche dal confronto con le multifactory, che diventano un riferimento importante. Ci definiamo anche noi una multifactory, ma con una configurazione più ibrida rispetto, ad esempio, all’esperienza di R84 a Mantova. Da quel confronto apprendiamo però una lezione fondamentale: spazi di questo tipo non possono sostenere un costo di affitto.
Le ragioni sono due. Da un lato, perché questi spazi non generano profitti in senso tradizionale e svolgono già una funzione sociale. Dall’altro, perché la sostenibilità del modello dipende in modo decisivo dall’assenza di un costo strutturale come l’affitto: per una multifactory, l’acquisto o la locazione di uno spazio rappresentano una spesa incompatibile con la sua natura.
Questo ci porta inevitabilmente a confrontarci con il dibattito sul diritto alla città, sulla trasformazione urbana e sui beni comuni. Su questi temi mantengo sempre un approccio prudente. Spesso termini come “bene comune” o “patto di collaborazione” vengono usati in modo improprio. Un bene comune è un bene pubblico che diventa tale attraverso un percorso formale; uno spazio privato, per definizione, non lo è, a meno che il pubblico non lo acquisisca e lo renda tale, attraverso processi amministrativi che, in una città come Roma, sono molto lunghi.
Il confronto con gli urbanisti ci chiarisce che la questione centrale non è la proprietà, ma la funzione. La Costituzione afferma che la proprietà privata ha una funzione sociale: non è vero che un proprietario possa fare qualsiasi cosa. È la pianificazione urbana a determinare gli usi degli spazi. Se un’area, anche privata, si svuota e decade, il governo locale ha il potere di stabilire che lì debbano insediarsi funzioni di interesse collettivo. È su questo terreno che si gioca la vera battaglia culturale.
Nel frattempo, Officine Zero ha sempre collaborato con le istituzioni: Comune di Roma, ASL, soprintendenze, università. Siamo un’impresa sociale per scelta e per natura, non orientata al profitto. Dal 2019 operiamo in uno spazio privato in affitto, una condizione che ha inciso pesantemente sulla nostra capacità di impatto. Da circa un anno e mezzo abbiamo riaperto un confronto strutturato con il Dipartimento Patrimonio del Comune di Roma, ponendo una domanda molto semplice: questa città ha bisogno di un’esperienza come Officine Zero oppure no?
A questa domanda non ci è mai stato risposto negativamente. Mai.
È però importante chiarire un punto: Officine Zero non è mai stata sgomberata. È una delle pochissime occupazioni in Italia che non solo non è uscita indebolita dal confronto con le istituzioni, ma ne è uscita rafforzata. La trattativa iniziale era tra noi e BNP Paribas, che aveva acquistato l’area all’asta. Abbiamo scelto di portare al tavolo anche il Comune di Roma e la Regione Lazio, trasformando una vicenda privata in una questione pubblica. Da quel confronto è nato un accordo economico che ci ha consentito di restare in piedi fino a oggi.
Oggi siamo di fronte a un nuovo passaggio. Dopo sei anni di affitto, abbiamo appena dato disdetta allo spazio in cui siamo. Siamo convinti che entro meno di un anno potremo trasferirci in un immobile pubblico. Parteciperemo a un bando pubblico per proporre il nostro modello di spazio per la formazione e il lavoro. Un modello che, per funzionare davvero, ha una condizione fondamentale: non pagare l’affitto.

Mario Flavio Benini. Vorrei partire da un esempio che riguarda Milano, nell’area Garibaldi–Repubblica–Isola, e in particolare dalla storia della Stecca degli Artigiani, oggi Stecca 3.0. Nata come spazio occupato nel quartiere Isola, la Stecca è stata successivamente coinvolta nel processo di trasformazione urbana guidato da COIMA, entrando in una fase di istituzionalizzazione. Con il passare degli anni, il progetto si è però confrontato con una questione centrale: la definizione della propria identità, intesa anche come capacità di costruire una sostenibilità economica coerente.
L’esperienza di Stecca 3.0 ha mostrato come spazi di questo tipo non possano reggersi esclusivamente su attività accessorie — corsi, affitto degli spazi, bar, eventi — ma abbiano bisogno di chiarire che cosa sono, quale funzione svolgono e quali economie possono attivare in modo strutturale, senza tradire la loro vocazione pubblica.
Da questa esigenza è nato un lavoro di modellizzazione: una riflessione su cosa siano questi spazi privati ma aperti alla cittadinanza — community hub, spazi ibridi socioculturali — e su come possano assumere il ruolo di vere e proprie “infrastrutture di cura”, in cui cultura, arte e scambio dei saperi non siano né intrattenimento né semplice erogazione di servizi, ma strumenti di crescita e trasformazione sociale. Questo percorso è oggi oggetto anche di una sistematizzazione teorica, come mostra il volume collettivo in uscita su Stecca 3.0, curato da Isabella Inti, Giulia Cantaluppi e Roberta Mastropirro, che propone una sorta di cassetta degli attrezzi per riconoscere e attivare spazi ibridi socioculturali.
Community hub, Spazi ibridi socioculturali, Multifactory delineano dunque modelli differenti. Officine Zero, per come la racconti, sembra collocarsi altrove: intercetta alcuni elementi della multifactory, ma nasce da un’origine operaia e da uno spazio di lavoro produttivo, portandosi dietro una specificità forte, anche legata al contesto romano. La domanda che vorrei farti è allora questa: nel passaggio dall’occupazione di Portonaccio alla fase attuale, quali elementi di quell’origine avete conservato? In che modo questa matrice iniziale contribuisce a rendere il vostro modello, allo stesso tempo, profondamente radicato nella realtà romana e potenzialmente replicabile in altri contesti?

Alessandro Splendori. La prima cosa che mi viene da dire, quasi come premessa, è che noi cerchiamo consapevolmente di non definirci come un’eccezione “romana”, pur essendo una realtà profondamente radicata a Roma. Io e Matteo siamo romani, mentre il presidente della cooperativa, Manfredi, viene da Firenze: questo per dire che l’identità di Officine Zero non è costruita sull’appartenenza locale come elemento distintivo.
Anzi, nel tempo ci siamo resi conto che il rischio di molte realtà sociali è proprio quello di concepirsi come eccezioni irripetibili, legate a un contesto specifico. Quando ci si pensa in questi termini, ogni esperienza resta un caso a sé, non genera precedenti e non produce realmente modelli replicabili. In questo modo la sfida al sistema rimane debole, perché non viene mai posta come questione generale.
Per noi, invece, la sfida non è mai stata semplicemente quella di occupare o ottenere l’uso di uno spazio. Quella è una condizione di partenza, non il nodo centrale. Il punto vero è sempre stato impegnare il decisore pubblico sul piano degli indirizzi politici. Ed è esattamente questo il passaggio che, sistematicamente, le istituzioni tendono a evitare.
Qui si innesta il tema dei beni comuni, che è anche il cuore della tua ricerca. Il pubblico ha un dovere strutturale nei confronti della comunità, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione del momento. Questo dovere riguarda la risposta ai bisogni di chi abita la città, che non è un’entità astratta ma è fatta di quartieri, territori, contesti concreti.
Quando si progetta un nuovo quartiere, gli standard urbanistici impongono di interrogarsi su strade, scuole, asili, servizi sanitari. Ma raramente ci si chiede quali siano gli spazi destinati al lavoro, alla produzione culturale, alla formazione. Gli standard urbanistici non prevedono centri culturali come dotazione necessaria; al massimo prevedono biblioteche, che nel caso di Roma sono poche e insufficienti rispetto alle dimensioni della città.
Se però la cittadinanza esprime un bisogno diverso — e se questo bisogno ha un valore che va oltre il singolo territorio perché può essere replicato — allora il decisore pubblico dovrebbe assumersene la responsabilità, riconoscendolo come un nuovo standard urbano. Uno spazio come Officine Zero, che mette insieme lavoro, cultura e formazione, risponde a un bisogno reale e verificabile.
Negli anni, le persone che sono passate da OZ sono state molte: artisti, lavoratori autonomi, persone che volevano imparare un mestiere o sperimentare forme di lavoro diverse. Questa funzione esisteva già quando eravamo completamente nell’informalità. Anche allora, chiunque venisse a vedere — comprese le istituzioni — riconosceva che si trattava di un progetto interessante, pur con tutte le sue imperfezioni.
Il limite dell’informalità, però, è evidente. Per questo, quando il pubblico decide di accompagnare un processo di questo tipo, potrebbe farlo senza un reale aggravio per le casse pubbliche, semplicemente mettendo a disposizione spazi in disuso. In quel momento, il lavoro svolto torna immediatamente alla collettività, in modo diretto e misurabile.
Da parte nostra, ci siamo progressivamente formalizzati: ci è stato richiesto e lo abbiamo fatto. Abbiamo costituito una cooperativa, avevamo già un’associazione, abbiamo costruito una struttura giuridica coerente. A questo punto, la domanda inevitabile diventa: cosa ha fatto, nel frattempo, il decisore pubblico?
È una domanda che sembra banale, ma in realtà è molto sfidante. Ed è per questo che spesso resta senza risposta. Il nodo non è tanto politico in senso astratto, quanto amministrativo: il timore del precedente. Rendere possibile un’esperienza come Officine Zero significa aprire una strada che potrebbe essere percorsa anche da altri.
Negli ultimi anni, inoltre, il principio di sussidiarietà è stato esplicitamente riconosciuto anche a livello costituzionale: quando i cittadini attivano pratiche positive, verificabili e di interesse collettivo, il pubblico ha il dovere di accompagnarle e facilitarle. Esistono direttive, circolari e norme — nazionali, regionali e comunali — che vanno esattamente in questa direzione.
Quando dialoghiamo con le istituzioni, su molti aspetti parliamo la stessa lingua. La frattura emerge nel momento in cui chiediamo di rendere questo modello effettivamente replicabile. È lì che subentra la paura: se lo fai una volta, poi altri potrebbero chiedere lo stesso.
La realtà, però, è che replicare non è mai automatico né semplice. Ma la possibilità esiste, perché gli spazi ci sono: sono spesso vuoti, in disuso, e di proprietà pubblica. E mantenerli inutilizzati, dal punto di vista formale, rappresenta un danno erariale.
Noi abbiamo posto questa questione in modo diretto al Comune di Roma: siamo disponibili a mostrare i dati, a rendere visibile l’impatto reale che un’esperienza come Officine Zero può avere su un territorio. Lo facciamo da anni, anche insieme ad altre realtà.
Se ciò che facciamo è misurabile, replicabile e sostenibile, la domanda finale resta aperta: perché non farlo?

La multifactory come ecologia del fare.

La multifactory costituisce oggi una delle forme più significative di reinvenzione del lavoro e della cooperazione nel contesto urbano e produttivo contemporaneo. In Officine Zero questo principio assume una dimensione peculiare: non è semplicemente un’infrastruttura condivisa, ma un ecosistema cooperativo in cui produzione, formazione e socialità si intrecciano in un’economia di prossimità basata sull’uso comune delle risorse e la reciprocità.
Come sottolinea Cristina Morini:

“Il comune è una forma di vita produttiva, nella quale la creazione di valore non si misura in termini di profitto, ma nella capacità di generare relazioni e riproduzione sociale”
Per amore o per forza“, 2010.

In OZ questa idea diventa concreta: la cooperazione non è un mezzo ma una condizione di esistenza della produzione stessa. A differenza dei coworking orientati al mercato, la multifactory integra dimensione economica e funzione civica, configurandosi come spazio relazionale e produttivo insieme.
Ogni laboratorio di OZ è anche un luogo di apprendimento pratico, in linea con la riflessione di Richard Sennett sull’intelligenza artigiana: “l’artigiano pensa mentre fa”. La manualità e la collaborazione costituiscono un sapere situato, costruito nell’esperienza condivisa e nella co‑presenza. In questo senso, la multifactory agisce come scuola informale e cooperativa cognitiva: un contesto in cui il lavoro produce conoscenza e la conoscenza genera legami.
Seguendo la lettura di Silvia Federici sul lavoro di cura come dimensione costitutiva della riproduzione sociale “Il punto zero della rivoluzione, 2012″, OZ può essere interpretata come esperimento di ricomposizione tra produzione e cura. Qui l’attività economica è anche prassi relazionale e di manutenzione collettiva: il valore non coincide con la produttività, ma con la capacità di rigenerare persone, strumenti e spazi.
Dal punto di vista economico, Officine Zero adotta una logica mutualistica e redistributiva. Le spese comuni – affitto, utenze, manutenzione – sono sostenute da contributi proporzionali all’uso degli spazi, mentre una quota dei ricavi di ciascuna attività è destinata alla gestione collettiva. Questo modello di economia circolare interna consente di reinvestire nella manutenzione e nell’infrastruttura condivisa, mantenendo un equilibrio tra sostenibilità materiale e inclusione. Accanto alle entrate dirette derivanti dalle lavorazioni, dalla formazione e dai servizi culturali, OZ partecipa a bandi e progetti con enti locali, università e fondazioni, mantenendo sempre l’autonomia decisionale come principio regolatore.
Il dispositivo economico mira alla sostenibilità condivisa piuttosto che alla crescita. Non si tratta di massimizzare profitti, ma di garantire continuità, redistribuzione e reinvestimento collettivo. Ogni attività – dal design al restauro, dal riuso al riciclo – contribuisce a un capitale comune composto da tempo, relazioni e sapere. In questo equilibrio tra cooperazione produttiva e riproduzione sociale, la multifactory si definisce come ecologia del fare: un sistema aperto, interdipendente e resiliente, che traduce la cooperazione in una forma di cittadinanza attiva e quotidiana.

Mario Flavio Benini. Quali attività convivono oggi all’interno di Officine Zero e attraverso quali modalità vengono coordinate e tenute insieme?

Alessandro Splendori. Officine Zero è strutturata, fin dall’inizio, su due ambiti distinti ma strettamente intrecciati: la cooperativa e l’associazione.
La cooperativa è il soggetto che gestisce i principali rapporti economici e istituzionali. È composta da un numero ristretto di persone — oggi siamo in quattro — e ha come missione la gestione dello spazio fisico, la cura e la manutenzione dei macchinari, oltre alla responsabilità complessiva del funzionamento operativo di OZ. In questo senso, la cooperativa rappresenta l’ossatura organizzativa e garantisce la continuità e la tenuta del progetto.
Accanto a questo c’è l’associazione, che è uno strumento più aperto e flessibile. L’associazione permette a chiunque entri in Officine Zero, indipendentemente dall’attività svolta, di associarsi e di partecipare alla vita dello spazio. Alcune di queste persone sono lavoratori autonomi che utilizzano stabilmente i laboratori e le attrezzature: pagano una quota che non è un affitto di mercato — non è nemmeno simbolica, ma è comunque molto al di sotto dei prezzi ordinari — per poter lavorare all’interno di OZ.
In cambio, chiediamo alcune cose molto chiare. La prima è la formazione sulla sicurezza: chi lavora in Officine Zero deve essere consapevole dell’uso dei macchinari. Se una persona non è formata o non è ancora in grado di utilizzarli in sicurezza, semplicemente quei macchinari non li può usare. Il funzionamento complessivo è quindi questo: una governance più stabile, incarnata dalla cooperativa, e una struttura associativa che consente ingressi e uscite più liberi. La cooperativa, per sua natura, non è facilmente permeabile: diventare socio-lavoratore implica un’assunzione di responsabilità e una continuità nel tempo. Ma questo è coerente con il fatto che Officine Zero non fornisce lavoro alle persone. Officine Zero fornisce spazi di lavoro e, soprattutto, uno spazio di collaborazione.
Accanto a questa dimensione, c’è poi un livello ulteriore, che sta in qualche modo “sopra” al funzionamento quotidiano: il lavoro sui progetti pubblici. Officine Zero partecipa regolarmente a bandi pubblici, e lo fa come comunità. Quando emerge un bando, la domanda che ci poniamo è: chi, all’interno di OZ, ha interesse e competenze per lavorare su questo tema? A partire da lì costruiamo una proposta progettuale, spesso in partenariato con altri soggetti pubblici o privati, mettendo a valore le competenze presenti nello spazio.
L’incrocio delle competenze è una delle chiavi di lettura fondamentali del nostro percorso. Non ci interessa semplicemente che esistano competenze diverse, ma che queste non restino isolate. Ogni persona che entra in Officine Zero porta con sé un sapere specifico e, allo stesso tempo, ha la possibilità di acquisirne altri, grazie alla prossimità con chi possiede competenze differenti. È un processo continuo di contaminazione e apprendimento reciproco.
Detto questo, il nostro percorso non è mai davvero chiuso. Anche noi stiamo continuamente rimettendo mano al progetto. Ci confrontiamo con professionisti esterni che ci aiutano a lavorare su una fase che non è più solo di autoimprenditorialità, ma di maggiore maturità: chiarire meglio la nostra missione, capire quali strumenti abbiamo oggi, che cosa è cambiato nel tempo e verso dove stiamo andando.
Non è un percorso semplice, questo è certo, ma è estremamente stimolante. Siamo partiti dal “vecchio OZ”, con alcune convinzioni molto forti su ciò che era possibile fare. Il confronto con la realtà esterna — soprattutto dopo l’uscita da Portonaccio — ci ha restituito anche un bagno di realtà. Quella storia, però, ce la portiamo dietro e non intendiamo rinunciarvi.
Lo facciamo, ad esempio, mantenendo prezzi di accesso ai servizi volutamente bassi. Ed è anche per questo che continuiamo a chiedere al pubblico di metterci a disposizione uno spazio adeguato: per poter svolgere una funzione sociale, dobbiamo poter offrire questi servizi a costi molto contenuti. Altrimenti non si tratta più di servizi sociali, ma di normali servizi privati, che già esistono.
A noi non interessa competere con il mercato della formazione privata. Ci interessa attivare processi sociali più ampi, capaci di intrecciare lavoro, formazione e relazioni, e di produrre effetti che vadano oltre il singolo individuo.

Mario Flavio Benini. In più passaggi hai detto che Officine Zero non si riconosce pienamente in una definizione rigida di multifactory, ma piuttosto si costruisce per differenze. A me sembra quasi un laboratorio sul lavoro: un luogo in cui persone che hanno bisogno di spazio, di confronto, di strumenti e di idee possono interrogarsi sulle trasformazioni del lavoro contemporaneo, sempre più segnato dalla separazione tra dimensione manuale e cognitiva, e dalla necessità di apprendere e mettere in comune competenze nuove.
Osservando il vostro percorso, mi ha colpito anche un altro aspetto. Quando si parla di lavoro e fragilità — penso alla cosiddetta “grave marginalità adulta”, a un mondo composito di persone che faticano a reinserirsi — spesso questo tema viene trattato politicamente come irrisolvibile. Si continua a proporre l’autonomia come obiettivo universale, senza riconoscere che per molte persone il percorso possibile non è tanto l’autonomia, quanto l’accompagnamento.
Questo però non significa rinunciare al lavoro, alla formazione, alla possibilità di esprimersi e di stare in relazione. Al contrario, se si costruiscono contesti flessibili, modulabili, comunitari, forse si possono riattivare desiderio, competenze, possibilità. In questo senso, pensando alla relazione con lavoratori fragili, mi sembra che Officine Zero funzioni davvero come un laboratorio che esplora nuove forme di accesso al lavoro e alla formazione.
La domanda allora è questa: che cosa sta sperimentando OZ su questi temi? E che cosa avete capito, nel tempo, rispetto agli strumenti possibili per tenere insieme lavoro, fragilità e processi di riattivazione?

Alessandro Splendori. In un certo senso, la nostra storia ci ha costretto a porci esattamente queste domande. All’inizio, forse anche con una certa ingenuità, abbiamo aperto uno spazio molto informale, e nell’informalità accadevano molte cose. Arrivavano molte persone, ma per lungo tempo non ci siamo chiesti davvero chi fossero.
Col tempo, però, è diventato inevitabile interrogarsi su chi stesse attraversando Officine Zero: chi veniva a lavorare, a sperimentare, a coltivare un interesse, un’idea, un mestiere. Solo in una fase successiva abbiamo iniziato a fare quello che, se fossimo un’azienda tradizionale, si chiamerebbe un lavoro sulle “tipologie di utenti”. Non è stato un processo pianificato: è stato piuttosto un esercizio di osservazione.
Guardando a ciò che accadeva nello spazio, ci siamo accorti che OZ era attraversata da persone molto diverse: per età, provenienza, condizioni sociali, culturali, familiari. C’erano uomini e donne, donne sole o con figli, persone che avevano lasciato un lavoro perché non riuscivano più a starci dentro, persone licenziate, persone che non avevano mai avuto un’occupazione stabile. In breve, ci siamo trovati immersi in una molteplicità di storie lavorative e biografiche molto frammentate.
Questo ci ha posto una questione cruciale: se stavamo chiedendo — e continuiamo a chiedere — uno spazio pubblico per Officine Zero, dovevamo essere in grado di dire chiaramente per fare cosa, per offrire quali servizi e a chi. Il mondo del lavoro, oggi, non è più uniforme: è parcellizzato, disomogeneo, profondamente diseguale. Ogni persona è quasi un caso a sé. In questo scenario, ci è apparso evidente che una forma rigida di accesso al lavoro non avrebbe mai funzionato.
Lo studio di queste dinamiche è arrivato dopo, anche perché l’esperienza di OZ nasceva inizialmente dalla suggestione delle fabbriche recuperate. In quel modello, il tema della tipologia di lavoratori è meno centrale: si parte da lavoratori già esistenti, con competenze definite, che rivendicano la continuità del proprio lavoro dopo una crisi proprietaria o gestionale. È una rivendicazione che condividiamo pienamente, ma non è ciò che stavamo facendo noi.
Noi ci muoviamo dentro una grande città, una metropoli, che concentra una quantità enorme di marginalità del lavoro. Qui il problema non è semplicemente creare occupazione in termini numerici, ma costruire contesti in cui queste marginalità possano essere intercettate e accompagnate. Officine Zero, del resto, non è in grado di garantire un reddito pieno neppure a se stessa: nessuno di noi fa un solo lavoro, tutti svolgiamo più attività per tenere in piedi il progetto. Figuriamoci se potessimo offrire “commesse” o lavoro strutturato a chi entra.
Quello che possiamo offrire è un contesto. Non forniamo lavoro, ma uno spazio di lavoro e di collaborazione. Chiediamo però una contropartita: la disponibilità a mettere una parte del proprio tempo e delle proprie competenze al servizio di progettualità collettive che abbiano una ricaduta pubblica. Un workshop, per esempio, non è solo formazione: è un modo per rendere accessibili saperi e competenze a un costo molto basso, fuori dalle logiche di mercato.
Questo implica una gestione condivisa dello spazio. Officine Zero funziona come uno spazio “plug and play”: non è un servizio che si paga e si consuma passivamente. Chi entra deve partecipare alla cura dei luoghi, al rispetto delle regole, alla gestione degli spazi comuni. Anche questo è un modo di fare economia: ridurre i costi collettivi per mantenere basse le quote di accesso.
Lo stesso vale per i macchinari: non chiediamo alle persone di occuparsi della manutenzione tecnica, ma di avere cura degli strumenti, perché un uso responsabile garantisce continuità di lavoro a sé e agli altri. In uno spazio condiviso, ogni comportamento ha effetti collettivi.
Da qui nasce anche la nostra idea di mutualismo. Non un mutualismo astratto, ma molto concreto: la condivisione delle competenze produce un surplus che può essere reinvestito in progettualità comuni, spesso in ambito pubblico. Le nostre competenze — artigianali, tecniche, progettuali — diventano strumenti di intervento nei quartieri, nelle scuole, nei contesti educativi e sociali.

Mario Flavio Benini. Quindi il passaggio chiave è trasformare un’esperienza lavorativa individuale, spesso frammentata, in un’esperienza collettiva capace di incidere su dinamiche più ampie.

Alessandro Splendori. Sì, a partire dalla rivalorizzazione delle competenze. Uno dei drammi del lavoro contemporaneo è l’iperspecializzazione, che espelle molte persone dal mercato, soprattutto superata una certa soglia d’età. Dopo i trentacinque o quarant’anni, se non hai una collocazione stabile, rientrare diventa estremamente difficile, soprattutto in un contesto stagnante come quello italiano.
Questo ci impone di immaginare forme di lavoro autonomo che non siano isolate, ma integrate in contesti collettivi, sempre formativi e autoformativi. Non nel senso di un’accumulazione ossessiva di nuove competenze, ma di uno sviluppo coerente su ambiti di lavoro più ampi. Per esempio, il lavoro sul legno non è un mestiere unico, ma un insieme di specializzazioni.
Su questo stiamo investendo molto, in particolare sull’integrazione tra artigianato e digitale. Non solo per ragioni produttive, ma anche di sicurezza e sostenibilità del lavoro. L’idea è rendere il lavoro artigianale più accessibile, meno usurante, più aperto a nuove possibilità.
Sempre però con un principio chiaro: chi lavora in Officine Zero lo fa per sé, ma anche contribuendo a progettualità che hanno una ricaduta pubblica. È questa dimensione collettiva che rende il lavoro, allo stesso tempo, più sostenibile e più qualificante. Quando le competenze vengono messe a frutto in progetti pubblici, il valore che producono ritorna sia alla comunità sia alle singole persone che le hanno messe in gioco.

Mario Flavio Benini. In Officine Zero c’è una forte dimensione pratica, legata all’uso degli strumenti, allo scambio e all’acquisizione di competenze. Allo stesso tempo, però, il vostro lavoro sembra intercettare una questione più ampia: come cambia il lavoro, quali sono le nuove dinamiche che attraversano il lavoro autonomo e artigianale, e in che modo queste trasformazioni vengono vissute da chi le attraversa ogni giorno.
Ti chiedo quindi se, oltre alle progettualità operative, esista o stia emergendo anche una dimensione più riflessiva e collettiva: momenti, spazi o pratiche che favoriscano il confronto sul lavoro, la costruzione di un linguaggio condiviso, o l’emersione di istanze e proposte culturali a partire dall’esperienza concreta di OZ.

Alessandro Splendori. Su questo punto devo essere molto onesto: facciamo fatica. E facciamo fatica per una ragione che non riguarda solo Officine Zero, ma il mondo del lavoro artigianale in generale. Le persone che lavorano in contesti come il nostro sono spesso abituate a lavorare da sole, in modo fortemente individuale, e la riflessione collettiva sulla propria condizione lavorativa raramente va oltre la conversazione informale.
Questo però non significa che questi momenti informali siano irrilevanti. Anzi, per noi hanno un valore importante. Il fatto di mangiare insieme, di condividere tempi non produttivi in senso stretto, è una pratica che viene dalla nostra lunga esperienza nell’informalità e che non scompare nel momento in cui si costruisce una struttura formale. Ogni contesto di lavoro, in realtà, vive sempre su due piani: uno formale e uno informale. Se nell’informalità esiste una spinta culturale, una sensibilità condivisa, allora può emergere anche quel tipo di riflessione di cui parli tu.
Detto questo, nella pratica quotidiana questa riflessione strutturata sul lavoro non avviene quasi mai. È importante dirlo con chiarezza. Se così non fosse, probabilmente il mondo del lavoro — e in particolare quello artigianale — non si troverebbe nella condizione in cui è oggi. L’artigianato gode di una fortissima fascinazione simbolica: basta dire “artigiani” e si illuminano gli occhi a tutti. Ma dietro questa immagine c’è una realtà molto più complessa.
Lo diciamo spesso anche tra noi, con una battuta: “maledetti artigiani”, ovviamente sorridendo. Sono persone abituate a lavorare per conto proprio, a non rendere conto a nessuno, a vivere il lavoro come un lungo dialogo interiore. Il confronto con gli altri, la costruzione di un discorso collettivo, è estremamente difficile. Questo lo abbiamo visto in tutte le fasi di Officine Zero, ieri come oggi.
C’è poi un dato più generale. Da molti anni, una parte consistente del mondo del lavoro ha smesso di riflettere su se stessa. Il dibattito sul lavoro si è progressivamente spostato altrove: nell’università, nella ricerca, in contesti che osservano il lavoro dall’esterno. Questo è un grande paradosso. Da un lato si producono analisi e dati spesso molto interessanti; dall’altro, il linguaggio che viene utilizzato è lontanissimo dalla vita reale delle persone che lavorano. Il risultato è una frattura profonda tra chi studia il lavoro e chi lo vive.
Noi, da questo punto di vista, siamo ancora un passo indietro rispetto a ciò che auspichi tu. Sarebbe per noi estremamente interessante poter dedicare tempo ed energie a una riflessione strutturata sul lavoro, anche perché occupiamo una posizione privilegiata: siamo dentro questi processi, li attraversiamo quotidianamente, insieme a molte altre persone. Ma la verità è che oggi il tempo non lo abbiamo.
Gran parte delle nostre energie è assorbita da questioni molto concrete: il rapporto con le istituzioni, la ricerca di uno spazio, la gestione ordinaria di un progetto che vive in condizioni di precarietà strutturale. Tutto questo sottrae tempo allo studio, e lo studio richiede tempo, continuità, possibilità di fermarsi.
C’è poi un ulteriore elemento, forse ancora più profondo. Anche i lavoratori, oggi, non hanno più questo slancio riflessivo. La dimensione negativa del lavoro di cui parlavi prima ha molto a che fare con il fatto che il lavoro, da tempo, non pensa più se stesso. Ognuno è chiuso nella propria condizione individuale, schiacciato su categorie sempre più ristrette. Questa atomizzazione ha prodotto un impoverimento culturale enorme.
Lo si vede chiaramente nel mondo artigianale. A Roma, da oltre dieci anni, è di fatto impossibile aprire nuovi laboratori artigiani. Se esistesse un ambito artigianale vivo, organizzato, capace di esprimersi collettivamente, questa situazione non sarebbe sostenibile. Ci sarebbero state prese di posizione, mobilitazioni, conflitti aperti con le istituzioni. Invece tutto avviene in silenzio.
Questo isolamento dei lavoratori autonomi sta producendo un effetto molto chiaro: un intero comparto sta lentamente scomparendo, senza che questo generi un vero dibattito pubblico. Ed è anche su questo terreno, prima o poi, che una riflessione collettiva sul lavoro dovrà tornare a emergere.

Territorio, città e prossimità.

Officine Zero si inserisce nel paesaggio della Roma contemporanea come un esperimento di rigenerazione civica. Non un progetto di recupero urbano in senso tecnico, ma una pratica di ricomposizione territoriale. La città non è lo sfondo, ma la materia stessa di questa trasformazione: un organismo in movimento, attraversato da conflitti, residui e possibilità.

Come ricorda Carlo Cellamare (Roma città autoprodotta, 2012), Roma è “una città autoprodotta”, in cui la distanza fra istituzioni e cittadini genera una duplice tensione: da un lato, la deriva mercificata dello spazio urbano; dall’altro, la crescita di pratiche civiche che “fanno città” fuori e contro i dispositivi della pianificazione formale. È nei margini e negli interstizi – nei vuoti lasciati dalla deindustrializzazione – che nascono nuove forme di urbanità e di autogoverno del territorio. L’esperienza di Officine Zero incarna ciò che Cellamare definisce “urbanistica dal basso”: un modo di produrre città attraverso pratiche d’uso, autorganizzazione e alleanze di prossimità. OZ costruisce la propria pianificazione nel fare: nella distribuzione condivisa degli spazi, nella cooperazione quotidiana con il quartiere, nella trasformazione di una struttura produttiva inattiva in infrastruttura civica. Lo sgombero del 2019 e il successivo trasferimento a Conca d’Oro confermano la natura adattiva del progetto: la comunità non coincide con il luogo, ma con la capacità collettiva di rigenerarsi altrove.

Questa prospettiva trova un riferimento teorico nelle analisi di Elena Ostanel Spazi fuori da comune: Rigenerare, includere, innovare”, 2020, secondo cui gli “spazi fuori dal comune” rappresentano nuove istituzioni ibride, capaci di superare la dicotomia pubblico/privato attraverso l’uso condiviso e la cooperazione. Officine Zero è uno di questi “luoghi interstiziali”, sospesi tra produzione, cultura e mutualismo, che elaborano regole d’uso flessibili e forme di governance relazionale fondate sulla prossimità.
In questa logica, rigenerare significa istituire. Seguendo ancora Carlo Cellamare, la giustizia spaziale non si costruisce attraverso la pianificazione, ma nel riconoscimento delle pratiche sociali come atti costitutivi di città. Scrive:

Laddove l’azione pubblica arretra, sono le pratiche sociali a ridefinire il territorio: forme di autorganizzazione, di cura e di produzione spaziale che danno visibilità a soggetti e bisogni esclusi dalla pianificazione. È in questi processi che il diritto alla città si traduce in pratica, non come rivendicazione ma come costruzione quotidiana di spazi d’uso, di autonomia e di socialità.”
Roma in transizione. Governo, strategie, metabolismi e quadri di vita di una metropoli“.

Officine Zero reinserisce nel ciclo della città energie, saperi e reti che sfuggivano all’amministrazione istituzionale, trasformando la rigenerazione urbana in un processo politico di inclusione e giustizia territoriale.
Nel contesto romano – segnato da disuguaglianze profonde e urbanizzazioni precarie – progetti come Officine Zero mostrano che la rigenerazione non può ne deve ridursi a un intervento tecnico, estetico o economico, ma deve essere intesa come processo politico di costruzione di autonomia sociale. La prossimità si configura così come strumento di democrazia territoriale, capace di riorientare il senso stesso dello spazio comune.

Mario Flavio Benini. Fin qui abbiamo parlato soprattutto di ciò che accade dentro Officine Zero. Ma mi sembra che una parte importante del vostro lavoro si giochi anche fuori: scuole, quartieri, processi di rigenerazione, percorsi formativi e progetti territoriali. Ti chiedo allora di mettere a fuoco questa dimensione esterna: come cambia il vostro modo di agire quando intervenite in contesti diversi — ad esempio una scuola rispetto a un quartiere complesso — e che tipo di esiti cercate, oltre la durata del singolo progetto? In altre parole: cosa significa, per OZ, “stare sul territorio” senza limitarsi a portare un’attività, ma senza neppure farsi schiacciare dai problemi strutturali che quel territorio porta con sé?

Alessandro Splendori. Sì, noi lavoriamo spesso fuori da OZ, e lì la prima cosa che si capisce è che i contesti non sono equivalenti. Cambia tutto a seconda di dove intervieni e di quale sia la cornice in cui ti muovi.
Se, per esempio, lavoriamo con una scuola — cosa che ci capita abbastanza spesso — la relazione nasce quasi sempre in contesto formalizzato: la scuola accetta di collaborare perché c’è un percorso definito, un corso, un laboratorio, un workshop, un PCTO, chiamalo come vuoi. In quel caso i ragazzi, almeno all’inizio, sono “forzati” a partecipare: è un’attività che rientra in un programma, in un obbligo formativo.
Poi però succede una cosa ricorrente. Quando entrano in Officine Zero e vedono come lavoriamo, nel 99% dei casi si accendono. Perché trovano un ambiente non respingente, non gerarchico nel modo tradizionale, meno rigido di un contesto lavorativo classico. E questa combinazione — un percorso che nasce formale ma si svolge in uno spazio che mantiene una parte di informalità — spesso funziona: la formalità iniziale si “allenta” e il lavoro prende una forma più libera, più viva.
Quando invece l’intervento è in un contesto urbano complesso, la questione cambia radicalmente. Ti faccio un esempio attuale: stiamo lavorando a Vigne Nuove, nel III Municipio, un quartiere che per certi aspetti ricorda Corviale. Anche qui c’è un grande complesso residenziale, lunghissimo, con un carattere architettonico brutalista: non è identico a Corviale — lì è una linea continua, qui è spezzata — ma la scala e l’impianto producono effetti simili, soprattutto sul piano sociale.
In contesti del genere, le difficoltà non riguardano tanto Officine Zero in quanto tale. Paradossalmente, il fatto che noi portiamo attività pratiche può generare interesse: in quel progetto, per esempio, stiamo lavorando su due assi. Uno è artigianale; l’altro è storico e di ricerca, legato alla costruzione di una memoria collettiva del quartiere, perché Manfredi è uno storico, io sono uno storico, e intorno a noi ci sono artigiani. Fare interviste, in quel contesto, significa dare voce a persone che spesso non l’hanno mai avuta: e questo, di per sé, produce un effetto.
Il problema vero è lo scarto strutturale. In quartieri come Vigne Nuove, per decenni l’istituzione proprietaria — ATER, ex IACP — è intervenuta poco o nulla. Si è lasciato che il quartiere si organizzasse informalmente che, in molti casi, sono diventate anche negative: una sorta di “autogestione” della marginalità, con esiti sociali pesantissimi. E questo avviene persino in presenza di abitazioni che, dal punto di vista dell’abitabilità, non sono indegne: spesso sono case dignitose, ma inserite in un impianto architettonico ostile e in un perimetro sociale di isolamento.
Dopo quarant’anni, arrivi tu — o arriviamo noi — con un progetto finanziato dall’Unione Europea, magari ben progettato, con partner, università, ASL, istituzioni. E dall’altra parte ti senti rispondere: “sì, va bene tutto, ma l’ascensore non funziona da anni”. Questo è il gap. Non è un problema creato da Officine Zero, ma è un problema che ti investe subito, perché rende evidente la sproporzione tra l’intervento “progettuale” e la vita quotidiana delle persone.
Noi però non lo prendiamo come un alibi per chiamarci fuori. Anzi: pensiamo che proprio una modalità come la nostra, applicata alle case popolari, potrebbe essere utile, anche perché in questi complessi ci sono spesso spazi a piano terra nati come commerciali e rimasti vuoti per decenni. In molti casi, quegli spazi sono stati rioccupati a uso abitativo da persone disperate. È un segnale chiarissimo del livello di bisogno e dell’assenza di presìdi.

Per questo, nel progetto che stiamo facendo ora — insieme a Roma Tre, ASL e altri soggetti — noi abbiamo in testa un obiettivo ulteriore: non uscire a fine progetto semplicemente “chiudendo il dossier”, ma lasciare un segno stabile. Dopo febbraio 2027 vorremmo poter dire: lì resta un pezzo di OZ. Vorremmo che due locali a piano terra venissero messi a disposizione dei residenti, come spazio di riattivazione, di apprendimento di competenze, di costruzione di possibilità. Uno spazio loro, che poi possano usare come decidono, e in cui noi possiamo continuare a dare una mano anche dopo, in una forma leggera ma continuativa.
Io non amo raccontare queste cose in modo trionfalistico, perché intervenire in territori complessi è difficilissimo. Gli interventi che riescono “bene” spesso sono quelli che si fanno in territori già ricchi, già strutturati: lì è più facile far emergere cose belle. Ma la sfida, per noi, è un’altra. È un po’ come a scuola: non è difficile lavorare con lo studente che è già bravissimo; la questione è il resto della classe. E in ambito sociale vale lo stesso principio.
Anche la scelta di spostarci da Portonaccio a Conca d’Oro, per esempio, è stata una scelta in questa direzione: non siamo andati dove c’era già un ecosistema forte. Il quartiere vicino, il Tufello, ha un attivismo ricco e molte esperienze consolidate. La zona in cui siamo noi, invece, per anni è stata un vuoto: poco, a volte nulla. E da sei anni ci sbattiamo la testa. Non abbiamo avuto solo successi, non è facile, e non lo raccontiamo come se lo fosse. Ma è esattamente lì che, per noi, “stare sul territorio” diventa una questione reale e non uno slogan.

Multifactory, Community Hub e spazi ibridi. Reti, comparazioni e modelli in evoluzione.

Nel panorama italiano e europeo della rigenerazione urbana, le grammatiche della cooperazione si articolano in diverse forme come le multifactory, i community hub e gli spazi ibridi, che interpretano, ciascuna a suo modo, la ricerca di nuovi modelli di produzione, welfare e partecipazione civica. Pur provenendo da contesti differenti, queste esperienze convergono verso la costruzione di una infrastruttura civica in cui l’uso condiviso dello spazio diventa base di inclusione sociale e innovazione economica.
La multifactory nasce come risposta collettiva alla crisi del lavoro indipendente e alla dismissione degli spazi industriali. Si fonda su autogestione modulare e cooperazione orizzontale, integrando produzione, formazione e cura. Come abbiamo visto a differenza del coworking – che monetizza la condivisione – la multifactory genera cooperazione reale, redistribuendo risorse e competenze tra soggetti diversi. Ne costituiscono esempi rilevanti R84 Multifactory Mantova, nodo capofila di una rete nazionale sviluppatasi dal 2013, e Officine Zero a Roma, che amplia il modello introducendo una connotazione politica e di welfare di prossimità. Esperienze come Ex Fadda a San Vito dei Normanni hanno mostrato invece come queste pratiche possano evolvere in piattaforme civiche di comunità, con un’economia relazionale e mutualistica.

In Europa, il modello trova analogie nei Makers District dei Paesi Bassi, nei FabLab cooperativi di Barcellona e nei Tiers‑Lieux francesi. Qui la multifactory tende a istituzionalizzarsi: in Francia esiste una Federazione nazionale riconosciuta dal Ministero della Coesione Territoriale, mentre nei Paesi Bassi programmi come Circular Hubs integrano manifattura locale e sostenibilità. Rispetto a questi contesti, l’Italia si distingue per un maggiore grado di autonomia e per la prevalenza di economie mutualistiche orientate all’autogestione, più prossime alla logica dell’autorganizzazione sociale che non a quella della politica pubblica.

Il community hub, sviluppatosi negli ultimi anni come esito di pratiche di rigenerazione civica, presenta una struttura più relazionale. È una piattaforma di comunità nata dall’incontro tra enti locali, fondazioni e cittadini, e si orienta alla produzione di welfare e cultura di prossimità. A differenza della multifactory, privilegia la mediazione e la co‑progettazione rispetto alla produzione diretta. Casa di Quartiere San Salvario a Torino, Darsena Lab a Ravenna o Casa di Quartiere della Comunità di San Benedetto al Porto di Alessandria, ne costituiscono esempi paradigmatici: spazi capaci di generare capitale sociale e sperimentare nuove forme di cittadinanza attiva in partenariato con le istituzioni.
Lo spazio ibrido rappresenta l’evoluzione più fluida e contemporanea di questa genealogia. Strutture come Base Milano o Stecca 3.0, accanto a esperienze europee come De Ceuvel ad Amsterdam, coniugano produzione culturale, innovazione e funzioni civiche in un’unica infrastruttura permeabile. In questi luoghi la distinzione tra economico e sociale, tra pubblico e privato, si dissolve in pratiche di co‑curatela e progettazione aperta.
Le differenze tra i modelli si articolano su tre piani: la multifactory produce valore d’uso collettivo e si radica nel lavoro cooperativo; il community hub redistribuisce valore sociale e costruisce prossimità civica; lo spazio ibrido sviluppa valore simbolico e culturale, connettendo economia creativa e governance inclusiva.
Dal confronto emergono traiettorie di contaminazione reciproca: le multifactory incorporano funzioni educative e sociali; i community hub sperimentano economie di servizio e micro‑produzioni; gli spazi ibridi tendono a strutturarsi come dispositivi di rigenerazione urbana permanenti. Programmi europei come Creative Europe e New European Bauhaus stanno favorendo questa ibridazione, incentivando forme di governance collaborative e progettualità transnazionali.
Nel quadro globale, il modello italiano conserva una specificità politica: se nei Paesi Bassi e in Francia prevalgono integrazione istituzionale e filiere economiche, in Italia la dimensione civica e sociale della cooperazione resta centrale. Officine Zero si inserisce in questa traiettoria come esperienza paradigmatica: una multifactory nata dal basso, capace di tenere insieme produzione e istituzione, autogestione e dialogo col pubblico. In essa la cooperazione non rappresenta una semplice forma organizzativa, ma un metodo di cittadinanza attiva, una pratica di costruzione del comune che rende tangibile la possibilità di un’economia collettiva fondata sull’uso, sulla solidarietà e sulla prossimità.

Mario Flavio Benini. Quando avete incontrato il modello delle multifactory — penso a R84 e ad altre esperienze affini — mi sembra che abbiate trovato una chiave di lettura utile per definire Officine Zero: uno spazio ibrido, orientato alla funzione sociale più che alla redditività. Ti chiedo allora di chiarire due passaggi.
Primo: che cosa ti ha convinto davvero di quel modello e perché, secondo te, è un riferimento importante proprio per una città come Roma.
Secondo: questo vi porta anche a fare una attenta riflessione su alcune esperienze “alternative” che hai conosciuto — penso alle fabbriche recuperate, almeno in una parte del panorama europeo — dove a volte l’impostazione ideologica non si traduce in una tenuta reale sul piano produttivo. In che senso Officine Zero prova a stare in mezzo: fuori dal mercato per una condizione strutturale (lo spazio non può essere a canone di mercato), ma dentro la realtà del lavoro per come è fatta oggi, con i suoi costi, la qualità, l’organizzazione, il marketing?

Alessandro Splendori. L’incontro con le multifactory per noi è stato davvero illuminante, perché ci ha dato un modello che, prima di tutto, è fluido: è ibrido, se vogliamo chiamarlo così. Un modello che mette al centro una cosa molto semplice: uno spazio può essere usato in modo intelligente. E per “intelligente” non intendo “più redditizio”. Intendo “più funzionale” rispetto allo scopo. Se lo scopo è offrire uno spazio di lavoro a persone che, da sole, non riuscirebbero ad accedervi — o perché i costi sono proibitivi, o perché mancano le condizioni materiali — allora l’intelligenza sta nell’organizzare quello spazio in modo che massimizzi le possibilità, non i profitti.
Poi c’è un secondo elemento, che per noi conta molto: molte di queste esperienze nascono in contesti diversi dal nostro, in altre città e in altre aree del Paese, e per noi questo è importante perché Roma ha un problema di autoreferenzialità. Roma dovrebbe ambire a “sdoganarsi” da se stessa. Dovrebbe smettere di compiacersi della propria decadenza e della propria incapacità di funzionare, come se fosse un destino naturale: “qui le cose vanno così”. Questa frase, per me, è la sintesi di un blocco culturale.
Noi abbiamo bisogno di un’identità non solo come Officine Zero, ma come città. Un’identità che evolva. E anche con un po’ di presunzione, lo dico, il rapporto che abbiamo costruito con le multifactory e con altri spazi collaborativi — anche fuori dall’Italia — ci rimanda sempre la stessa cosa: loro restano stupiti dello stato delle condizioni in cui lavoriamo. Ci dicono spesso: “ma una cosa come Officine Zero, da noi, avrebbe posti e soldi”. E la domanda successiva è: “com’è possibile che da voi non funzioni?”.
Questa cosa, a volte, ci fa arrabbiare. Ma non ci scoraggia. Al contrario, ci chiarisce qual è l’obiettivo primario: dare una dimensione corretta allo spazio fisico in cui si svolge questo tipo di lavoro. Senza quello, tutto il resto resta precario.
Ti dico anche che questo, per me, ha segnato una distanza rispetto a un certo mondo che ho frequentato in passato, quello delle fabbriche recuperate. Era un network interessantissimo, e io lo osservavo anche con un occhio da studioso. Ma spesso mi trovavo in difficoltà, perché dietro alcune formule vedevo un approccio fortemente ideologico al lavoro che poi, nella pratica, si traduceva in organizzazioni produttive tenute insieme “alla bene e meglio”.
Faccio un esempio molto concreto: sono stato a Salonicco, alla ex Johnson, oggi Vio.Me, che produce saponi. È un’esperienza importante, ma se poi il prodotto ha un’etichetta povera, un posizionamento debole, e il mercato si riduce a una rete militante di persone che comprano per solidarietà, allora io mi chiedo: qual è la sfida? Per me le fabbriche recuperate o sono una sfida reale all’economia di mercato, oppure rischiano di non reggere.
Con i sudamericani, soprattutto con gli argentini, questa consapevolezza era molto più presente. Perché lì spesso i lavoratori avevano un know-how fortissimo: sapevano fare quel lavoro, sapevano cosa stavano producendo, come impacchettarlo, come presentarlo, come stare sul mercato. Il problema era che il proprietario era sparito “con la cassa”, ma il lavoro, la competenza e l’organizzazione esistevano. In Europa, in alcune esperienze, questo livello di tenuta era meno evidente.
Officine Zero, in questo senso, è una realtà a metà. Noi dobbiamo sottrarci al meccanismo del mercato su un punto strutturale, che non è ideologico ma pratico: perché per funzionare abbiamo bisogno che lo spazio non sia a canone di mercato. Tutte le multifactory che funzionano nel mondo hanno questa condizione, per un motivo preciso. Se paghi un affitto pieno, il modello collassa.
Detto questo, noi non viviamo fuori dal mondo. Ci rendiamo conto dei costi del lavoro, delle dinamiche reali, della necessità di fare le cose bene: organizzazione, qualità, sostenibilità, persino marketing, se vogliamo chiamarlo così. Perché se vuoi dare davvero una configurazione lavorativa a delle persone — individualmente o collettivamente — non basta la buona intenzione. Devi costruire un sistema che regga.
Questa posizione, spesso, mette in difficoltà alcuni interlocutori, perché non sanno dove collocarti. Ti guardano come una cosa ambigua: “ma allora state dalla parte del capitale?”. No, non stiamo dalla parte del capitale. Magari il capitale domani mattina muore, e sarebbe anche meglio. Ma il punto è che il capitale, nel frattempo, funziona. E la sfida, per me, è costruire un modo di funzionare migliore: più giusto, più sostenibile, capace di produrre lavoro e valore senza riprodurre le ricadute sociali e le distorsioni che il capitale porta con sé.

Cultura, comunicazione e memoria collettiva.

Il comune è anche un linguaggio. Come ricorda Franco “Bifo” Berardi

“Il linguaggio è la prima materia del lavoro e della cooperazione, ma è anche la condizione della soggettivazione collettiva”
Futurabilità. La trasformazione immaginativa del capitale”.

Senza un immaginario condiviso, afferma Bifo, non può esistere un soggetto politico capace di agire nel presente: la cooperazione si dissolve se non possiede un lessico comune, un orizzonte linguistico che dia forma all’esperienza collettiva.
Comunicare il comune significa, dunque, produrre linguaggio e immaginazione condivisa, costruire un racconto collettivo che renda percepibile e praticabile la cooperazione. È attraverso la parola, il racconto, la produzione di senso che una comunità riconosce se stessa e diviene politicamente attiva. 
La cultura e la comunicazione di OZ si sono sempre costruite come elementi organici alla pratica quotidiana. come strumenti per la creazione di memoria condivisa. La piattaforma on‑line, i documentari, e la presenza nei social network costituiscono una rete narrativa che racconta il lavoro e la cooperazione. La memoria dei luoghi ha un ruolo importante in questo racconto. Le prime officine di Portonaccio, luogo del lavoro ferroviario e della sua crisi, restano un’icona simbolica nel discorso collettivo: un archivio di immagini, racconti e nomi che ancora oggi informano l’identità di OZ (“Occupy, Resist, Produce”). In parallelo, la trasmissione dei saperi rappresenta una delle trame più profonde della vita del laboratorio. OZ è un dispositivo pedagogico, dove la conoscenza si riproduce per prossimità e non per gerarchia. I corsi, i laboratori aperti, la formazione tra pari sono luoghi di apprendimento reciproco e insieme di socialità. L’uso collettivo del sapere si oppone alla logica proprietaria della formazione professionale. La cura è il vero linguaggio comune: la capacità di tramandare competenze, ma anche relazioni e memoria emotiva, ricombinando manualità e pensiero critico.
In questa prospettiva, la cultura di OZ si configura come un dispositivo di resistenza simbolica alla mercificazione. 

Mario Flavio Benini. Nel corso della sua storia Officine Zero hanno prodotto e accumulato molti materiali comunicativi: sito, social network, video, documentari, contenuti che restituiscono una memoria lunga, legata alla storia operaia e al luogo, ma anche all’esperienza presente. Ti chiedo allora di fare un passo indietro e uno avanti insieme.
Oggi, come funziona la comunicazione di OZ? Come si è evoluta nel tempo, tra fasi molto forti sul piano simbolico e altre più deboli sul piano della restituzione pubblica? E in che modo la memoria operaia e la storia del progetto continuano — o dovrebbero continuare — a nutrire l’immaginario condiviso, senza restare solo un patrimonio del passato ma diventando una risorsa per le scelte future?

Alessandro Splendori. È una domanda interessante perché tocca diversi livelli della nostra storia. Da non moltissimo tempo abbiamo deciso di investire in modo più consapevole sulla comunicazione, anche in termini economici. Per noi il lavoro va retribuito, sempre, e per molto tempo non siamo stati nelle condizioni di destinare risorse adeguate a questo ambito. A un certo punto, però, ci siamo resi conto che non potevamo più rimandare.
Abbiamo quindi iniziato a lavorare sulla comunicazione coinvolgendo persone che gravitano intorno a Officine Zero: professionisti con competenze elevate, che non possiamo permetterci di pagare come un’agenzia strutturata, ma con cui abbiamo costruito una collaborazione per noi sostenibile. Questo percorso è andato di pari passo con una riflessione più ampia su noi stessi, su cosa siamo diventati e su dove vogliamo andare.
Se guardi oggi la differenza tra il sito di OZ e la comunicazione sui social, questa evoluzione è evidente. Il sito — che stiamo già ripensando — risale a quattro o cinque anni fa: è stato realizzato rapidamente, con uno stile molto essenziale, senza una vera ricerca sull’immagine o sull’impatto visivo. Sui social, invece, a un certo punto abbiamo capito che, se volevamo rendere la nostra presenza digitale più significativa, dovevamo cambiare passo.
Da qualche tempo abbiamo avviato un lavoro continuativo, in particolare su Instagram, che è diventato il nostro canale principale. A questo si affiancano una newsletter, l’uso di Eventbrite per eventi, incontri e workshop, che a loro volta diventano strumenti di comunicazione, perché costruiscono una relazione con chi entra in contatto con noi. È un lavoro che stiamo cercando di seguire con maggiore attenzione, anche perché lo sentiamo strettamente legato alla fase che stiamo attraversando: quella della ricerca di uno spazio pubblico e di una nuova collocazione.
L’obiettivo, per noi, è provare a tenere insieme due livelli: una comunicazione più “standard”, quasi aziendale, e una comunicazione che abbia una dimensione culturale e propositiva. Non necessariamente “politica” in senso stretto, ma capace di raccontare un progetto che sta per entrare in una nuova fase, probabilmente in un territorio in cui non siamo mai stati prima. Anche da questo punto di vista, la comunicazione è una sfida.
Se guardiamo indietro, la storia comunicativa di OZ è piuttosto emblematica. All’inizio eravamo un’occupazione fortemente politica, con una capacità comunicativa enorme: c’erano persone che venivano dagli spazi sociali, che avevano sviluppato negli anni un linguaggio, una competenza e una forza espressiva che oggi sono riconosciute ovunque, anche nel mercato. Da quel punto di vista, l’avvio di OZ è stato potentissimo. Il logo, per esempio, non è mai cambiato: quello nato allora continua a rappresentarci.
C’è stata poi una fase centrale — quella della revisione del modello e della trattativa che ci ha portati fuori da Portonaccio e dentro lo spazio successivo — in cui, invece, la comunicazione si è fermata. Oggettivamente, se oggi si cercano materiali di quel periodo, se ne trovano pochissimi. Non perché non accadesse nulla, ma perché non ce ne siamo occupati.
Questo ci ha portato a una riflessione autocritica. Esiste un paradosso che abbiamo vissuto sulla nostra pelle: a volte hai strumenti comunicativi fortissimi ma un progetto ancora fragile; altre volte hai un processo molto più solido e convincente, ma non ti sei dotato degli strumenti per raccontarlo. E questo secondo caso può essere persino più pericoloso, perché rischi di rendere invisibile ciò che stai costruendo.
A un certo punto ci siamo guardati negli occhi e ce lo siamo detti chiaramente: non può funzionare così. Non è sostenibile che la gente dica “Officine Zero è una cosa fighissima” e poi aggiunga “però non so bene cosa fate” o “non ho mai visto nulla di vostro”. Da lì è nata la decisione di lavorare seriamente sulla comunicazione, non come un accessorio, ma come una parte strutturale del progetto.
La memoria operaia e la storia di OZ restano un elemento fondamentale del nostro DNA, ma oggi sentiamo il bisogno di farle lavorare insieme al presente e al futuro. Non come nostalgia, ma come materiale vivo, capace di orientare le scelte e di accompagnare il progetto in una nuova fase.

Welfare urbano dal basso.

Officine Zero si configura come una forma di welfare urbano generativo, fondato sulla co-produzione, sulla responsabilità condivisa e sulla capacità di attivare risorse collettive nei territori. Non offre assistenza né delega funzioni, ma costruisce benessere attraverso pratiche di reciprocità, mutualità e collaborazione, producendo contesti in cui lavoro, apprendimento e cittadinanza si intrecciano. In questo senso, OZ non è solo un luogo, ma un dispositivo sociale capace di generare relazioni, competenze e possibilità, e di farlo in modo potenzialmente estensibile e adattabile.

Questa dimensione rende Officine Zero leggibile come ciò che Ota De Leonardis definisce una “istituzione diffusa del comune”: un processo in cui le relazioni sociali si trasformano in risorsa pubblica e la cittadinanza si costruisce nella pratica quotidiana della cura reciproca e dell’autogestione. Non un modello chiuso, ma un’esperienza che prende forma nel fare, e che proprio per questo può produrre variazioni, declinazioni e nodi territoriali differenti, senza perdere coerenza.
Scrive De Leonardis:

“Viviamo un tempo nel quale la forza dell’opposizione non ha presa sulla potenza distruttiva di un disordine sociale autoritario che fa a pezzi le relazioni e i legami. Ma sulle sue macerie, c’è chi prova a ricomporre, con gesti minuti e collettivi, la trama del vivere comune: qui si intravede la possibilità di un nuovo modo di pensare e fare, di stare insieme. ‘Preferire di sì’ significa assumere questa responsabilità creativa come pratica politica.”
Preferirei di sì. Idee di riproduzione sociale sulle macerie del welfare

L’esperienza di OZ si inserisce così in una genealogia europea di pratiche che rinnovano il concetto di welfare a partire dai beni comuni e dalla capacità dei territori di auto-organizzarsi. Come spiegano David Bollier e Silke HelfrichFree, Fair, and Alive“, 2019, il commoning non è una semplice gestione di risorse, ma “un’attività sociale attraverso la quale le persone si organizzano per soddisfare i propri bisogni insieme, costruendo sistemi di provisioning autonomi e solidali”. In questa prospettiva, Officine Zero può essere letta come un commons produttivo urbano: un’infrastruttura sociale che genera e compone lavoro, formazione, saperi e legami, e che può essere reinterpretata e riprodotta in contesti diversi.
Nei suoi laboratori, la cooperazione produce un’economia relazionale che assume funzioni un tempo proprie del welfare statale: formazione, autoimprenditorialità, educazione ambientale, redistribuzione di saperi artigianali e tecnologici. L’inclusione non è un servizio erogato, ma un processo di apprendimento collettivo. Ogni attività — dalla rigenerazione dei materiali alla co-progettazione, dalle pratiche di autocostruzione alla condivisione delle competenze — diventa veicolo di welfare perché crea appartenenza, fiducia e capacità di azione.
Seguendo il paradigma di Christian IaioneLa città come bene comune“, 2015, Officine Zero incarna una forma di governance policentrica del welfare urbano, in cui cittadini, cooperative, reti e associazioni si auto-istituiscono come soggetti di amministrazione condivisa. Non si tratta di sostituire le istituzioni pubbliche, ma di riattivarle e rifocalizzarle attraverso pratiche concrete, sperimentali e negoziali. In questo senso, OZ non propone una soluzione unica, ma un approccio: un modo di abitare il welfare come processo aperto, adattivo e territorializzato.
Il riferimento a Bollier e Helfrich chiarisce ulteriormente la dimensione innovativa di Officine Zero come new social system of provisioning: un sistema di produzione e distribuzione fondato sulla fiducia, sull’accesso condiviso alle risorse e sulla riduzione delle barriere economiche e amministrative. OZ ne rappresenta un’espressione concreta: un luogo in cui la cooperazione si istituzionalizza senza irrigidirsi, dove la mutualità genera resilienza e la cura dello spazio si intreccia alla costruzione di comunità, rendendo possibile l’emersione di forme replicabili, pur non standardizzate, di welfare urbano.
Questo modello può essere interpretato come un welfare del possibile: non alternativo, ma integrativo rispetto al welfare pubblico. Officine Zero mostra che prossimità, collaborazione e condivisione delle infrastrutture possono diventare strumenti di redistribuzione e di emancipazione, non semplici pratiche emergenziali. È un welfare educativo e produttivo con potenzialità riflessive, orientato alla costruzione di capacità collettive, che apre la strada a forme di diffusione territoriale, a nodi interconnessi e a declinazioni locali capaci di rispondere a bisogni differenti.
In questa prospettiva, Officine Zero dimostra che il welfare urbano può essere rigenerato dal basso quando è pensato come infrastruttura sociale aperta, capace di dialogare con istituzioni, reti locali e cittadini, e di trasformarsi senza perdere la propria matrice cooperativa. È da qui che prende senso la riflessione sulla replicabilità del modello, non come copia, ma come possibilità di generare nuove forme di welfare urbano situato.

Mario Flavio Benini. Mi sembra che, già in nuce, nel progetto di Officine Zero ci sia una forte tensione alla replicabilità del modello. Non tanto come copia identica di ciò che esiste oggi, ma come possibilità di generare nodi territoriali: presenze radicate nei contesti locali, capaci di declinare l’idea di OZ in forme diverse, adattate ai luoghi e alle comunità.
Quando parli di “mettere un pezzetto di OZ” in un territorio, mi sembra emerga proprio questa idea: non una replica, ma una variazione coerente rispetto a un impianto comune. È così?

Alessandro Splendori. Sì, noi abbiamo ragionato sul tema della replicabilità in due direzioni principali. La prima è proprio quella che descrivi tu: un’idea di OZ diffuso, fatto di nodi. Spazi che possono anche essere singoli, autonomi, ma che condividono una certa filosofia. Potrebbero essere realtà già esistenti — per esempio legate alla comunicazione, all’artigianato, alla formazione — che decidono di associarsi a questa visione, senza diventare Officine Zero in senso stretto.
Un’altra possibilità è quella di interventi più piccoli e mirati: uno “spazietto” dentro un contesto popolare, magari non un laboratorio strutturato come il nostro, ma una forma di laboratorio aperto, più associativa, più leggera, capace però di attivare dinamiche simili. Anche questa, per noi, è una declinazione possibile.
Accanto a queste due ipotesi, ce n’è una terza che per noi è molto importante: una replicabilità che potremmo definire in termini di copyleft. L’idea è che, una volta elaborato un modello, questo possa essere preso, adattato e rielaborato anche da altri, indipendentemente da noi. Più realtà collaborative esistono, meglio è. Non viviamo affatto l’idea della concorrenza come un problema: al contrario, pensiamo che le realtà collaborative non soffrano di concorrenza, ma si rafforzino a vicenda.
Anzi, lo diciamo da tantissimi anni, quasi fin dall’inizio: anche all’interno dello stesso territorio, più esperienze di questo tipo ci sono, più il tessuto urbano diventa ricettivo e capace di replicare queste pratiche.

Mario Flavio Benini. Avete già attivato, su questo tema, collaborazioni con altre realtà associative — magari in Italia — proprio per portare la vostra esperienza e le vostre competenze in contesti diversi, che lavorano su altri piani ma che potrebbero integrare una riflessione e una pratica sul lavoro come quella che sviluppate voi?
In altre parole: questa idea di “copyleft” si è già tradotta in percorsi condivisi o sperimentazioni concrete?

Alessandro Splendori. Non ci è ancora capitato in questa forma esplicita. Più spesso, però, altre realtà che potremmo definire analoghe ci hanno chiesto consigli su come strutturarsi. Un esempio è una realtà romana che si chiama 3T, un laboratorio artigianale in forma associativa che si trova a Tor Tre Teste, nella periferia est di Roma. Con loro abbiamo un rapporto molto buono, ci conosciamo da tempo.
Quando stavano avviando il progetto, ci hanno chiesto: “Voi come fate? Come vi siete organizzati?”. Questo non ha significato che abbiano replicato il modello di Officine Zero. Anzi, hanno scelto consapevolmente una formula diversa, con un profilo proprio. Però hanno comunque messo in piedi un laboratorio con strumentazioni e spazi condivisi per artigiani, e questa cosa sta funzionando.
Anche se non è OZ — ed è giusto che non lo sia — per noi è un segnale molto chiaro del fatto che questo tipo di spazi serve. La nostra idea di replicabilità, in fondo, si basa proprio su questo: sulla necessità, sempre più evidente nelle città, di spazi di lavoro plug and play. Oggi le città non sono più in grado di offrire laboratori a prezzi accessibili: i costi sono troppo alti e le burocrazie troppo complesse.
Una struttura collaborativa, invece, permette di avere accesso a spazi e strumentazioni senza dover sostenere investimenti impossibili. Ti consente di partire, di sperimentare, di lavorare, senza dover superare barriere economiche e amministrative che, altrimenti, renderebbero tutto impraticabile.

Mario Flavio Benini. Vorrei chiudere tornando su un tema cruciale: la struttura e il modello economico del progetto. Per tutte le realtà del terzo settore — grandi o piccole — la sostenibilità economica resta una delle questioni più delicate. Mettere insieme bandi pubblici, rapporti istituzionali, fundraising, contributi degli utenti o forme di azionariato sociale è complesso e spesso instabile nel tempo. A questo si aggiunge, nel vostro caso, la necessità di investire in spazi e strumentazioni che non sono effimere, ma vanno acquistate, manutenute e aggiornate.
Da questo punto di vista, come affronta Officine Zero il tema della sostenibilità economica e della continuità nel tempo?

Alessandro Splendori. Guarda, per certi versi non lo affrontiamo in modo molto diverso da tante altre realtà del terzo settore. È inevitabile: il contesto è quello e le regole sono uguali per tutti. Detto questo, c’è un elemento che per noi fa davvero la differenza e che rende il nostro modello potenzialmente diverso.
La condizione fondamentale è che lo spazio di lavoro non sia un costo. Se questa condizione di partenza è garantita, le quote versate da chi lavora all’interno — pur restando quote sociali, non di mercato — possono, a determinate condizioni di concentrazione e di utilizzo, raggiungere una soglia significativa di sostenibilità economica. Non parliamo di indipendenza totale, ma di una base solida.
Questa è la vera scommessa che vorremmo riuscire a mettere in piedi: se lo spazio non pesa come costo strutturale, le quote possono contribuire in modo rilevante alla stabilità dell’impresa sociale e ridurre la dipendenza dalle oscillazioni tipiche del terzo settore. Oscillazioni che conosciamo bene: un anno va bene, l’altro meno, e programmare diventa complicato.
Se riesci a coprire gran parte dei costi attraverso entrate stabili, anche se sociali, allora il fundraising diventa un complemento importante ma non vitale. A quel punto i bandi smettono di essere una necessità e diventano un’opportunità. Un’opportunità che può ricadere in modo diretto sui lavoratori autonomi che fanno parte della multifactory, perché sono loro i protagonisti dei progetti e sono loro a ottenere un ritorno economico da quelle attività.
In questo schema, Officine Zero non è tanto il soggetto che “assorbe” le risorse dei bandi, quanto una piattaforma che, oltre allo spazio fisico, mette a disposizione uno storico, delle competenze, una struttura organizzativa che permette a quei progetti di esistere. La dinamica, idealmente, è questa: una base economica sostenuta dalle quote, una parte di fundraising che garantisce margine e autonomia, e i bandi come leva ulteriore, non come fondamento.
Si crea così una circolarità: quando i progetti producono un ritorno per i professionisti che lavorano dentro OZ, questi professionisti, a loro volta, contribuiscono alla stabilità e alla continuità economica del progetto. Forse più che di stabilità parlerei proprio di continuità: la possibilità di andare avanti nel tempo senza essere ogni anno in bilico.

OZ – Officine Zero
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