Perché fare la rivoluzione non basta?

Sopra. All’entrata di una sede della banca centrale di Atene, aperta per pagare le pensioni. (Simon Dawson, Bloomberg). La rivoluzione è un’invenzione moderna. Appesantita dall’idea che dobbiamo distaccarci dal passato per ottenere…

Un’altra famiglia è possibile.

Ci siamo abituati a vederci come individui e consumatori, di conseguenza abbiamo una sempre minore comprensione delle responsabilità che ci riguardano in quanto membri di una comunità.
Certo, ci sono aspetti dell’individualismo che sono stati, e tutt’ora sono, costituitivi, fondamentali, “produttivi”, al fine delle politiche identitarie, ma credo che in questo momento dobbiamo pensare a un senso di società più collettivo.

Perché devo rispondere per ciò che non ho fatto?

Sono davvero poche le opere che intraprendiamo di nostra esclusiva iniziativa, la maggior parte di esse prosegue, amplia o si unisce a lavoro di chi ci ha preceduto. E sono poche le opere che dirigiamo sino alla fine. Costruiamo case che erediteranno i nostri figli, piantiamo alberi che daranno frutti quando saremo morti, inventiamo medicine che verranno usate anche molto tempo dopo che ce ne saremo andati. Ne consegue che la maggior parte del nostro lavoro è fatta per rispondere alle esigenze o alle volontà di “altri”. Anche se portiamo a termine un’opera che avevamo iniziato, essa lascia un “residuo”, una traccia, un’impronta, uno spazio vuoto con cui avrà a che fare qualcun altro. Ce ne accorgiamo, perché ciò che condividiamo realmente con gli altri, è la responsabilità.

Slow attitude, ovvero l’arte della decelerazione.

Sulla dello Slow Food, l’attitudine Slow sta gradualmente diffondendosi in tutti gli aspetti della nostra vita: Slow Design, Slow Architecture, Cittàslow, Slow Money, Slow Science, Slow Education, Slow Book o Slow Reading, Slow Tourism, Slow Media, Slow Fashion, Slow Management, Slow Entreprise, Slow Sex… Fino a infiltrarsi nelle camere da letto, nel cuore della nostra privacy.

Condividere non basta. “All That We Share” di Jay Walljasper.

“All That We Share: A Field Guide to the Commons” (New Press, 2011) di Jay Walljasper è un libro appassionante e esasperante.
L’entusiasmo viene dall’ascolto delle molte voci che mettono i beni comuni al centro di un ricco dibattito internazionale per pianificare uno stile di vita autonomo e sostenibile. L’esasperazione, dalla presa di coscienza delle difficoltà e dei numerosi problemi politici, economici e psicologici che dobbiamo affrontare se desideriamo ipotizzare una nuova vita per i beni comuni.

“Think Like a Commoner”: una breve introduzione ai beni comuni. Il libro di David Bollier.

“Think Like a Commoner: A Short Introduction to the Life of the Commons” (New Society Publishers, 2014) di David Bollier è un libro raro e prezioso. Ha il potenziale per coinvolgere un grande numero di persone nel cercare di capire “dove possiamo andare e cosa siamo in grado di fare” partendo dall’interno delle comunità in cui viviamo e concentrandoci su cambiamenti concretamente attuabili nel presente. Anche se un “movimento” popolare sui beni comuni ancora non esiste, è in atto una profonda trasformazione nelle idee di cosa significhi attivismo e Bollier, ce li descrive offrendoci un porta d’ingresso in quello che può essere un possibile futuro vivibile.

Per una gioiosa speranza.

È fondamentale imparare a riconoscere quale tipo di speranza incoraggia la vita delle persone e della società, piuttosto che semplicemente accontentarci che si dia speranza o meno alle persone. Esiste una speranza che è dalla parte della vita, una speranza che ci porta a continuare a desiderare di vivere, indipendentemente da tutto. È una speranza gioiosa, che emerge dal rifiuto della logica capitalista del differimento, che ci spinge verso una più elevata capacità di agire, e questo avviene, come scrive Spinoza, quando ci associamo comunitariamente con altri.