La rivoluzione non si fa ‘una volta per tutte’.

In questo periodo di intenso dibattito sui temi dei beni comuni e dell’economia collaborativa, stiamo incominciando a vedere lo scambio al di fuori del possesso e a considerare altre possibilità per il dono e per la speranza. In questo senso credo di percepire due dimensioni.

L’urgenza di raccontare altre storie.

Tutti coloro che difendono le regole del mercato, ad esempio, diranno che non esistono altre possibilità, che la storia ci ha dimostrato, che cosa succede quando cerchiamo di eludere quelle regole. Probabilmente questa nostra storia umana avrà fine, e non sapremo mai cosa sarebbe stato possibile ma, anche se ciò dovesse accadere, non sarà la “verità” della nostra storia. Nessuno può rivendicare il possesso della verità ultima su ciò che l’uomo è in grado di fare.
Siamo convinti che gli altri si limitino a credere e che noi invece sappiamo.

Emancipazione/i.

Senza la speranza non vi è quindi società, poiché nessuna società è in grado di fare i conti solo con ciò che esiste; dire che si amministrerà un po’ meglio ciò che esiste non è una speranza abbastanza forte. E se poniamo un discorso in cui la sinistra è vista come un’organizzazione di qualcosa che la destra fa comunque – senza contribuire alla dimensione di un nuovo immaginario sociale -, allora ciò che si otterrà sarà la proliferazione di discorsi di destra.

La speranza è nella lingua.

La speranza è una forza potente che abbiamo dentro, è un principio che ci porta a voler fare le cose. Possiamo pensare alla speranza in modo molto grezzo: spero di ottenere qualcosa di astratto o un bene materiale. Ma non è questa la speranza, questa è la strada delle facili delusioni. La cosa più importante della speranza è quella sorta di stato dell’essere, una condizione desiderabile in cui speri e lavori e sogni e brami e vivi, tutti questi stati simultaneamente.

#speranza s. f. [der. di sperare, sull’esempio del fr. ant. espérance]*.

Questo testo nasce in un clima politico ed economico nel quale il sostegno per le “idee”, critiche o meno, è ormai quasi inesistente. D’altronde non è difficile essere pessimisti e inattivi, quando siamo circondati da guerre, disastri ecologici e disuguaglianze sociali, quando le tecnologie e le economie globalizzate rendono le nostre vite sempre meno reali, spianando la strada a un crescente individualismo, all’isolamento e alla solitudine.
La domanda è: cosa rappresenta per noi oggi la speranza?