check-in architecture

Checking in and out.

Tutte le immagini che accompagnano questo testo sono tratte dal progetto Check-in Architecture.
Sopra: Making Art Fly — Caixa Forum, Madrid. Foto di Filippo Romano.

Jeremy Rifkin è un noto economista e saggista statunitense. Rifkin fornisce una descrizione del capitalismo molto vicina a quella che da il filosofo, pensatore e attivista politico Toni Negri. Parla di funzioni dei “guardiani dell’accesso”. La figura che rappresenta il potere non è più il manganello del poliziotto, a il codice a barre o il codice PIN. Si tratta di meccanismi di controllo che abbandonano, anche se non totalmente, la vecchia accezione di “potere su qualcosa”. È piuttosto un controllo nel senso in cui lo intende il filosofo Gilles Deleuze, più vicino a un “meccanismo di controllo”. Tutto basato su posti di controllo. Al supermercato, il codice a barre posto su ciò che stiamo comprando segna l’articolo come uscito dal negozio. Il codice PIN del bancomat e della carta di credito, ci fa entrare nel nostro conto.
Il touch ID, e l’impronta digitale autorizza acquisti con il telefono. Queste verifiche non ci controllano, non ci dicono cosa fare o dove andare a una data ora. Non ci tiranneggiano. Si appostano. Ci aspettano al varco nei punti chiave. Arriviamo, e il nostro arrivo le fa attivare. Siamo liberi di muoverci, ma c’è un check-in, un posto di controllo ad ogni angolo. Ce ne sono ovunque, all’interno del paesaggio sociale. Per proseguire dobbiamo transitare attraverso il posto di controllo.

Dal progetto Check-in Architecture. Underground Paris with Gilles Thomas, Paris. Foto di Abigail Turner e Claudia Retegan.

Dal progetto Check-in Architecture. Underground Paris with Gilles Thomas, Paris. Foto di Abigail Turner e Claudia Retegan.

Vengono verificati i diritti di accesso e di passaggio. È un po’ come se tutto lo spazio pubblico si fosse improvvisamente privatizzato. È un po’ come se le “enclosures”, le recinzioni dei “terreni comuni” non avessero più bisogno di recinzioni fisiche per diventare “proprietà privata”. È qualcosa che riguarda la nostra possibilità di andare a fare delle cose. Quando attraversiamo il posto di controllo dobbiamo “mostrare” qualcosa, e quando lo facciamo qualcos’altro registra. Il nostro conto corrente ha registrato un movimento, il nostro acquisto viene fatto passare. Oppure qualcosa non si registra ed è proprio quello che riuscirà a farci passare, come il controllo di un aeroporto, o in posti dotati di videosorveglianza. In ogni caso viene controllato il passaggio.
La società diventa un campo aperto, costellato di soglie e di passaggi, diventa un perenne spazio di attraversamento. Non è più rigidamente strutturata in recinti murati; c’è ogni genere di latitudine. È solo nei punti chiave lungo il percorso, nelle soglie chiave, che scatta il potere. Vengono controllati gli spostamenti, non tanto le persone. Nell’ambito delle vecchie formazioni di potere, si trattava di esprimere un giudizio su che tipo di persone eravamo, il potere funzionava in modo tale da farci rientrare in un modello. Se non eravamo dei cittadini modello, venivamo giudicati colpevoli e messi sotto chiave, pronti per essere “riformati”.

Dal progetto Check-in Architecture. Tourist class, Venezia. Foto di Alessandro Coco.

Dal progetto Check-in Architecture. Tourist class, Venezia. Foto di Alessandro Coco.

Si tratta di un potere che si confronta con concetti come — l’individuo come soggetto morale, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’ordine sociale. Tutto era interiorizzato, se non pensavamo nel modo giusto eravamo nei guai. Ora veniamo controllati, man mano che passiamo, e invece di essere giudicati colpevoli o innocenti, veniamo registrati come dice il sociologo Zygmunt Bauman, come “liquidi”. È un processo ormai totalmente automatico, spesso invisibile, in cui non conta davvero cosa pensiamo o chi siamo (infatti, proliferano dispositivi di espressione individuale, dove non conta quasi nulla ciò che scriviamo, perché il loro scopo è la registrazione accurata, automatica o semi automatica delle nostre tracce, dei nostri movimenti). Le macchine si occupano di indagare e “giudicare”. Si tratta di un controllo sui dettagli più privati e invisibili della nostra vita, dettagli di cui spesso, neanche noi, la nostra famiglia, i nostri più stretti amici, il prete o il nostro psicanalista sono a conoscenza. Abbiamo “abbastanza” soldi sul conto corrente? Possediamo un pistola? Qual’è la nostra frequenza cardiaca? Abbiamo una relazione complicata? Ci piace?

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