connected family

Comunicazione e network generation. Intervista a Mario Morcellini.

La crisi dei fondamenti e dei contenuti della socializzazione giovanile, in un’epoca segnata dai media, determina uno scenario sociale totalmente nuovo. L’affidamento dei minori ai media non comporta un profondo riposizionamento delle istituzioni formative tradizionali, che così finiscono per trovarsi spiazzate e senza radici. Si sono ormai affermati stili e percorsi di socializzazione composita, in cui l’autorevolezza delle agenzie formative classiche (la famiglia, la scuola, etc.) si intreccia, secondo ritmi e modi tutt’altro che lineari e coerenti, con il potere dei nuovi media della socializzazione informale (amicizie e aggregazioni, spettacolo e comunicazioni, musica, tempo libero e new media). Ma cosa c’è di radicalmente nuovo nella condizione giovanile? Quali sono i fenomeni e le aree espressive in cui più chiaramente “passa” qualcosa che è destinato a essere davvero nuovo? Dopo aver discusso con Francesco Antinucci il rapporto tra apprendimento, comunicazione e nuovi media, incontriamo  Mario Morcellini, direttore Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di  Roma, per parlare di come sono cambiate la giornata, il budget time, il palinsesto mediatico dei ragazzi.

Mario Flavio Benini – Nei suoi testi lei parla di una crisi del sistema educativo e di trasmissione culturale, e propone di ripensare i processi di socializzazione che coinvolgono a 360 gradi bambini, adulti e più in generale della società. In quale senso fa una affermazione così radicale.
Mario Morcellini – Domandarsi qual’è oggi la qualità del processo di produzione di socializzazione significa mettere in campo una serie di indicatori talmente complessi che c’è il rischio che il loro insieme non produca un’immagine corretta. Agli occhi dei ragazzi il prestigio e la capacità della scuola risulta messo fortemente in discussione, parlo di scuola tenendo più ai margini la famiglia perché le ricerche ci dicono che oggi la famiglia ha una presenza più rarefatta nei processi di socializzazione rispetto al passato. Nel caso della scuola c’è un problema di perdita di sensibilità, perdita di visibilità, perdita di immagine pubblica, perdita di motivazione per i docenti, perdita di disponibilità alla formazione da parte degli utenti. Questo è il punto sul quale sono più severo: quello che a noi appare assolutamente chiaro è che mentre nelle società del passato la scuola era il fulcro della socializzazione, adesso è diventata un elemento secondario. Gli universi della socializzazione si sono spostati, ma non dove si immaginavano buona parte degli studiosi dei media e delle comunicazione di massa (sulle nuove tecnologie e sulla televisione) bensì sui rapporti interpersonali. Cioè l’elemento fondamentale della socializzazione di queste generazioni è il loro comportamento per tribù, per stoccaggi di fasce e di generazioni anche molto diversi un anno dall’altro entro i quali sembrano muoversi universi, valori, orientamenti di costruzione del senso e soprattutto una lista delle “cose importanti della vita” completamente diversa da quella del passato.

MFB – Nella perdita di valore delle agenzie formative tradizionali – scuola e famiglia – lei sottolinea sempre la scuola. Perché?
MM – Perché è un aspetto importante, ma non perché la consideri la più responsabile.

MFB – Quindi il potere della socializzazione si sposta dalla società al soggetto.
MM – Dalla società, alla socialità.

MFB – Questo discorso ci porta a fare una considerazione: i soggetti sembrano capaci di decidere in proprio quale siano la forza di orientamento e le misure di coinvolgimento rispetto alle differenti agenzie di socializzazione. Ma questo potere dei soggetti è presunto o reale?
MM – Quello che conta per il soggetto non è sapere se il suo potere è reale ma sapere che lui lo sta esercitando. È un gioco di rappresentazioni, di percezioni, in cui fa socializzazione anche il fatto di ritenere di esercitare autonomia, anche se quella autonomia è moda e dipendenza. I ragazzi oggi scelgono i rapporti interpersonali e i media perché non gli vengono presentati come percorsi obbligatori: lo stesso messaggio dato da un amico o da un insegnante ha una diversa efficacia.

MFB – Come se ci fosse che una frattura fra referenti adulti e referenti coetanei.
MM – Oggi c’è il pericolo che i minori costruiscano i loro imperativi indipendentemente dagli adulti. Oggi non si tratta più di una dipendenza da una dimensione vaga e aleatoria come la comunicazione: si tratta di una dipendenza da reti sociali, e c’è il pericolo che questa diventi la normale palestra di organizzazione del senso. La sociologia contemporanea deve rendersene conto perché questo non è mai successo nella storia degli uomini. In questa nuova dimensione per noi diventa centrale capire quando e come gli adulti ridiventano importanti, e quando ridiventa interessante il rapporto con l’adulto.

MFB – La frattura tra adulti-scuola e ragazzi sembra anche essere una frattura sul valore dato ai nuovi canali comunicativi. Canali che adulti e scuola frequentano poco e sembrano capire poco.
MM – Due considerazioni: primo, paradossalmente, uno dei problemi è che oggi non sono le opportunità attive ma quelle passive a ridurre le forme di comunicazione tra le generazioni (ad esempio gli adulti passano poco tempo in internet); secondo, a differenza delle generazioni precedenti, gli adulti sanno che è diventato difficilissimo influire sulla vita dei figli e quindi si accontentano di “figure”. È come se – e questo lo aveva un po’ notato Hume moltissimi anni fa in America – invece di una socializzazione profonda si accontentassero di una socializzazione formale.

MFB – Nel 1996 Seymour Papert ha scritto un libro importante che si chiama “The Connected Family” nel quale analizza i problemi del digital divide tra genitori e figli. Uno dei temi centrali della sua analisi è cercare di capire come le nuove tecnologie di comunicazione stiano creando nuove modalità di apprendimento. A questo proposito Francesco Antinucci nel suo testo “La scuola si è rotta” scrive che stiamo passando da una logica di apprendimento simbolico-ricostruttiva (decodificare i simboli e ricostruire a mente ciò a cui si riferiscono) ad una logica che lui chiama percettivo-motoria. Dice cioè che l’apprendimento è sempre più legato a fattori esperienziali, e quindi si apprendono le cose facendo. In questo senso per i ragazzi la parte attiva nella comunicazione diventerebbe centrale. Qual è il suo pensiero in proposito?
MM – Anche questo è un cambiamento assolutamente radicale, legato alla cinestesi, cioè al nostro modo di muoverci nel mondo, alla nostra gestione del corpo e dell’ambiente. Se cambia questo è possibile che tutto il resto rimanga al suo posto? Trovo affascinanti i lavori di questi studiosi, ma mi sembra che in generale ci sia una sottovalutazione delle conseguenze sull’educazione.

MFB – Gli ambienti di socializzazione e di apprendimento diventano estremamente importanti nel disegnare le identità dei ragazzi. E dico questo pensando alla presenza dei nuovi media che ci impone di riconsiderare anche le modalità con le quali ci rapportiamo agli ambienti fisici. Manuel Castells dice che questi ambienti comunicativi ibridi (network online e offline) funzionano da supporto materiale al ridisegno costante delle identità. Chiama questa nuova forma sociale “Network Individualism” e questa generazione “Network Generation”. Che cosa significa tutto questo dal suo punto di vista?
MM – Le do una risposta di che cosa significa sul piano morale, sul piano pedagogico, cioè che cosa dovremmo fare, e delle conseguenze per noi. Poi le aggiungo una specie di indicazione che mi ricollega al suo discorso sull’ambiente. Sul piano morale mi interrogo se questa sia ancora una socializzazione, cioè se ha ancora senso parlare, come fa Castells, di Network Generation, o come facciamo noi di generazioni per tribù o ancora di generazione interazionistica (ovvero l’iterazione dell’interazione, cioè la moltiplicazione dei contatti che  costituisce una nuova forma di socializzazione). Questo è l’interrogativo che dobbiamo porci, il nodo teorico fondamentale. Bisogna trovare il modo di ripristinare quella che noi chiamiamo la mediazione con gli adulti, se non si ripristina significa che noi abbiamo rinunciato ad intervenire su questa generazione. Una generazione che ha subito l’inculturazione e non la restituisce è come se avesse preso qualcosa che non restituisce e quindi c’è un elemento di intransitività, come se fossimo alla fine della storia dell’educazione, non alla fine della storia, alla fine della storia della tradizione. Torno alla questione dell’ambiente e quindi anche alle conseguenze sull’educazione. È molto felice l’osservazione che quando si parla di ambiente non si pensi solo al virtuale. È fondamentale che l’ambiente a cui pensiamo, il nuovo ambiente formativo, sia un ambiente in cui non si determinino fratture tra i linguaggi delle nuove tecnologie e gli altri. Questo ambiente dovrebbe quindi essere un ambiente a metà tra tradizione e nuove tecnologie.

MFB – Soprattutto nelle città, i luoghi di socializzazione dei ragazzi fra i 6 e i 12 anni, sono sempre meno pubblici e sempre più privati, sono cioè luoghi creati ad hoc per scopi commerciali. Le marche riscoprono un nuovo modo di intervenire dentro il sociale, con nuove forme di progettualità e con la volontà di creare mondi, stili di vita e pensiero, proponendo valori, insomma come dice Andera Semprini le marche assumono una strategia di produzione del sociale.
MM – Le imprese, dalla Walt Disney in giù, costruiscono la loro fortuna nei margini lasciati liberi dal pubblico. Nessuno di noi pensa che questo sia un errore, pensiamo però che ci sia una scarsa presenza pubblica Bisognerebbe che lo Stato, le istituzioni si facessero carico ben più articolatamente nel costruire un’offerta di spazi d’interazione. Invece le esperienze che abbiamo sono le ludoteche e i centri sociali, non c’è altro.

MFB – Forse c’è un gap di creatività politica, una carenza di immaginazione?
MM – Manca totalmente la progettazione del tempo delle persone. La scoperta è che il tempo delle persone, il tempo decisivo, è quello che noi chiamiamo tempo libero.

MFB – Rimane comunque il fatto che i serbatoi di sperimentazione sembrano essere sempre più legati alle marche.
MM – Lì c’è più fantasia, c’è più innovazione perché c’è bisogno di adeguarsi all’obbligo del nuovo.

MFB – Come si può intervenire su questo gap che sembra radicalizzarsi?
MM – L’ideale sarebbe creare un’alleanza strategica tra le imprese, le università, gli studiosi di educazione, ecc. Perché paradossalmente, mentre le aziende hanno bisogno di avere un ritratto più ravvicinato degli utenti per perfezionare le strategie di  marketing, noi abbiamo bisogno di qualcuno che faccia sperimentazione a costi ridotti. Quindi questo può essere un tipico terreno di complicità che potrebbe essere garantito dalle istituzioni pubbliche.

MFB – Un elemento che emerge con chiarezza dalle vostre ricerche è che il palinsesto dei ragazzi di oggi sembra essersi molto riarticolato. La televisione sembra perdere d’importanza. Secondo questa ricerca, c’è un 80% che preferisce giocare da solo alla Play Station o guardare da solo la TV. Però c’è una percentuale elevata che preferisce relazionarsi con gli altri, che sente proprio il bisogno di condividere anche il parco tecnologico che si trova in casa.
MM – La TV ormai è il passatempo per quelli con scarsa soggettività, con scarsa possibilità di vita. È ancora lo zoccolo duro della socializzazione, ma se potessero scegliere, tutto sarebbe meglio della TV. Mentre per gli adulti è un’ancora di salvataggio: non disturba, rompe poco le scatole, non ti costringe a cambiare, questo è il segreto.

MFB – Quindi sono gli adulti le vittime?
MM – Nel mio libro “La TV fa bene ai bambini” in realtà era sottinteso che fa male agli adulti, ai ricercatori e ai genitori. Abbiamo guardato la TV come uno specchio di tutte le nostre insufficienze.

MFB – Torniamo alla capacità dei ragazzi di articolare il loro palinsesto di attività con una certa sapienza.
MM – C’è da domandarsi come nasca questa sapienza. Diciamo che probabilmente nasce per interazione e per imitazione degli altri. È un modo per mettere in gioco la propria personalità. Può rappresentare un punto di crescita, di scoperta e di autovalorizzazione, e qui la scuola non c’entra per niente. Ma questo invece dovrebbe essere un punto dove la scuola c’è. Ad esempio attraverso l’apprendimento e la sperimentazione dei linguaggi.

MFB – All’interno del palinsesto sembra che ci sia una riscoperta della casa come luogo per socializzare, per passare tempo con gli amici. Ma la casa di oggi, oltre una casa per i media è anche una casa immaginata dai media. C’è una specie di continuo gioco di specchi tra l’ambiente domestico e quello televisivo: guardiamo i Talk Show e siamo in salotto, vediamo MTV e siamo nella camera dei ragazzi, per non parlare della casa-loft del “Grande Fratello”. Un continuo gioco di specchi tra la casa reale che diventa scenografia televisiva, che nuovamente definisce i codici della casa reale.
MM – Io in realtà sospetto che la casa perda di valore come matrice di socializzazione. Quindi penso anche che le ricerche tipo quella del Censis che fondano le indagini sui consumi, sulle unità di misura della famiglia, non capiscano niente. Però è vera questa ricostruzione dell’ambiente a partire dall’individuo e dagli amici per continuare con i media.

MFB – Morcellini un’ultima domanda. Questa preoccupante frattura intergenerazionale può trovare modo di ricomporsi?
MM – Innanzitutto penso che in un mondo ideale bisognerebbe che si attenuasse la competitività dei minori sugli adulti, in particolar modo sulla tecnologia. Gli adulti – che in passato agli occhi dei minori erano i depositari del sapere – adesso sono i depositari della rottamazione, questo mi sembra un rischio sconvolgente. Sembra che la partita si giochi in un campo limitato (quello delle tecnologie di comunicazione) ma in realtà è il campo che concorre alla costruzione. Per offrire soluzioni convincenti ci vorrebbero politiche pubbliche più efficaci. Bisognerebbe lavorare in due direzioni: sulla cultura e sull’alfabetizzazione degli adulti da un lato, per rimetterli vicino ai minori e ripristinare i luoghi della comunione. E dall’altro sul rilancio della scuola, intesa quasi come un luogo di socializzazione ad esempio tenendola aperta giorno e notte, progettando iniziative culturali, facendola ridiventare il polmone culturale di un territorio. Forse questa è la salvezza.

Mario Morcellini è professore Ordinario in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di  Roma. È direttore del Coris – Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale. Ricopre l’incarico di Presidente della Conferenza Nazionale delle Facoltà e dei Corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione, Portavoce nazionale dell’Interconferenza dei Presidi, Consigliere del CUN (Consiglio Universitario Nazionale). È membro Ordinario del Consiglio Superiore delle Comunicazioni.

Tra le pubblicazioni più importanti: “Neogiornalismo. Tra crisi e Rete, come cambia il sistema dell’informazione“; “Oltre l’individualismo. Comunicazione, nuovi diritti e capitale sociale“; “Il Mediaevo italiano. Industria culturale, tv e tecnologie tra XX e XXI secolo“; “La tv fa bene ai bambini“.
Il Facebook di Mario Morcellini è: https://www.facebook.com/mario.morcellini?ref=ts&fref=ts

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