commoning

L’urgenza di raccontare altre storie.

Sopra. Tug of War – Bank of England, London, Slinkachu.

Se dovessimo usare le parole di Spinoza, dovremmo dire, che ancora non sappiamo cosa sia in grado di fare il nostro corpo — anzi, non lo sappiamo e basta.
Se parliamo di speranza, dobbiamo dire che ancora non sappiamo cosa le persone sono in grado di fare insieme, ed è proprio questa l’avventura. Chiudo un libro non appena l’autore dice che “ora sappiamo” che una cosa data è impossibile, che le persone non ne sono capaci.
Tutti coloro che difendono le regole del mercato, ad esempio, diranno che non esistono altre possibilità, che la storia ci ha dimostrato, che cosa succede quando cerchiamo di eludere quelle regole. Probabilmente questa nostra storia umana avrà fine, e non sapremo mai cosa sarebbe stato possibile ma, anche se ciò dovesse accadere, non sarà la “verità” della nostra storia. Nessuno può rivendicare il possesso della verità ultima su ciò che l’uomo è in grado di fare.

La vita, è un’avventura, e certe avventure non finiscono bene, ma quella fine non è la morale dell’avventura.

Io credo nel fatto che non possiamo affermare: “scusate, ma ce l’ha insegnato la storia, e non possiamo più sperare in questo o in quell’altro”. Penso che oggi come mai dobbiamo essere a favore della sperimentazione dei modi di vita. Può darsi che tutte le lezioni che ci ha dato la storia riguardino una qualche semplificazione che ha fallito, che è stata fraintesa. Senza dubbio possiamo imparare dai nostri errori, come scrisse Karl Popper, ma solo per provare ancora, non per trarre conclusioni definitive.
Per me, in quanto figlio della tradizione dell’Occidente, è molto importante dire che non siamo in grado di trarre nessuna conclusione dalla nostra storia, poiché ciò significa opporre resistenza alle più ovvie — abbiamo vinto, siamo un modello per tutti. Abbiamo iniziato solo timidamente a fare i conti con il fatto che esistono altri popoli e culture e che non possiamo ignorarle, o etichettarle come destinate a diventare “noi”. Stiamo iniziando a sentire la tipologia dei problemi che, auspicabilmente, ci attendono se pensiamo al fatto che non siamo soli su questo pianeta — che le nostre idee non sono il frutto della testa pensante dell’umanità. Fin ad oggi, di fronte a qualche innovazione, c’era la pretesa che “fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha creduto in questo o in quello, o ha sperato in questo o in quello, o si chiesto se questo o quello, e noi oggi possiamo fornire la risposta”. Serve molta immaginazione per cambiare questo genere di idee, significa lavorare contro tutte le parole e le storie che ci dicono che siamo la “testa pensante dell’umanità”.
Siamo convinti che gli altri si limitino a credere e che noi invece sappiamo.
Io vorrei partire da qui, da questa urgenza, dalla necessità di raccontare altre storie.

Questo testo fa parte della di una raccolta di scritti: “Ma l’amor mio non muore. Possiamo trasformare la speranza in una politica rivoluzionaria?“, pubblicati su Medium.

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