ma l'amor mio non muore

L’autonomia è qualcosa che ci mette in relazione.

Sopra: Il magazzino di Amazon a Brieselang, in Germania. Foto di Sean Gallup.

Vi sono molti modi di intendere l’autonomia, ma oggi è sempre più difficile essere autonomi. È difficile affermare che un lavoro è in grado di renderci autonomi, poiché quando abbiamo un lavoro, si abbattono su di noi una miriade di meccanismi di controllo. Sono meccanismi che rientrano in ogni aspetto della nostra vita — la nostra tabella di marcia quotidiana, i nostri vestiti, il monitoraggio a cadenza regolare del nostro stato di salute e della nostra prestanza psico-fisica. Anche quando non siamo a lavoro, l’incertezza che si accompagna al fatto di avere un lavoro e di volercelo tenere nell’ambito di un’economia tanto volatile — nella quale c’è scarsa sicurezza di continuità e la tipologia di mansioni disponibili cambia continuamente — ci costringe a pensare costantemente alla nostra spendibilità e al nostro prossimo lavoro. Il tempo libero è sempre più occupato dal prenderci cura di noi stessi in modo tale da essere sempre sani, vigili e al nostro meglio. Crollando la separazione tra lavoro e vita fuori dal lavoro, non c’è più alcuna differenza tra le nostre attività pubbliche e quelle private. Paradossalmente anche l’essere disoccupati dà origine a una serie di controlli e costrizioni che tendono a tenerci occupati anche se a reddito zero. Per esempio, la maggior parte dei lavori creativi viene svolta da persone disoccupate o sottoccupate con formule di engagement sempre più sofisticate (stage, volontariato, gare, aggiornamento del portfolio, formazione, ecc.).

Il magazzino di Amazon a Peterborough in Inghilterra.

L’imperativo è non uscire dal mercato, gestire se stessi come un’azienda, consumare esperienze che ci in-formino e aumentino la nostra spendibilità a livello lavorativo. Partecipare per continuare a ‘passare’, (come se fossimo una carta di credito) per essere pronti, preparati a sostenere i controlli più ambiti. Fondamentale è non essere separati a livello affettivo (per l’appunto autonomi), dobbiamo essere sempre disponibili a subire qualsiasi contagio affettivo o a diffonderlo a nostra volta (condividi, partecipa, sii attivo, interagisci, proponi). Anche quando siamo disoccupati, e veniamo etichettati come separati, non produttivi, non facenti parte della società, siamo ancora in contatto con un’immensa gamma di servizi sociali e funzioni di sorveglianza che non ci abbandonano. È una favola l’esistenza all’interno della società di una posizione tale da considerarci entità separate dotate di un controllo sulle proprie decisioni — l’idea di un soggetto indipendente che sta alla larga da tutto e sceglie, come da un buffet.
Penso però che possiamo pensare a un’altra idea di autonomia che ha a che fare con il modo con cui ci relazioniamo agli altri, con il modulare le nostre relazioni, per moltiplicarle e renderle più intense. Di conseguenza ciò che siamo, a livello affettivo, non è una classificazione sociale — ricchi o poveri, occupati o disoccupati — , ma è la serie di potenziali relazioni che abbiamo a disposizione all’interno di un campo aperto di rapporti. Ciò che possiamo fare, il nostro potenziale, viene definito dalla nostra abilità nel relazionarci, dal modo e dall’intensità — non dalla nostra capacità di separare e di decidere da soli.

Il magazzino di Amazon a Swansea in Galles.

L’autonomia è qualcosa che ci mette in relazionenon è starsene separati, ma stare all’interno, in una situazione di appartenenza che ci può dare un maggiore grado di libertà. L’autonomia è il potere di diventare, è il potere di emergere.

Il grado di libertà e dove esso ci possa condurre varia indubbiamente dalla nostra classificazione sociale — se siamo uomini o donne, bambini o adulti — , ma nessuna di tali definizioni è una prigione che mina interamente il nostro potenziale d’individui. Per questo motivo provare pietà per una categoria, per chi appartiene a una categoria non valorizzata socialmente, o esprimere indignazione morale in suo nome, alla lunga non è utile, dal momento che mantiene in vita la categoria, limitandosi a cambiare il segno che la precede, da negativo a positivo. Provare pietà per qualcuno non cambia la sua condizione, ne gli dà molta speranza. È solo un inutile approccio moralistico. Non è efficace. Non sfida ciò che va scardinato: le divisioni basate sull’identità.

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