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“Think Like a Commoner”: una breve introduzione ai beni comuni. Il libro di David Bollier.

81n8+B7OkRL._SL1500_Think Like a Commoner: A Short Introduction to the Life of the Commons” (New Society Publishers, 2014) di David Bollier
(“La rinascita dei Commons. Successi e potenzialità del movimento globale a tutela dei beni comuni“, Stampa Alternativa 2015) è un libro raro e prezioso. Ha il potenziale per coinvolgere un grande numero di persone nel cercare di capire “dove possiamo andare e cosa siamo in grado di fare” partendo dall’interno delle comunità in cui viviamo e concentrandoci su cambiamenti concretamente attuabili nel presente. Anche se un “movimento” popolare sui beni comuni ancora non esiste, è in atto una profonda trasformazione nelle idee di cosa significhi attivismo e Bollier, ce li descrive offrendoci una porta d’ingresso in quello che può essere un possibile futuro vivibile.
“Think Like a Commoner” fornisce un quadro coerente delle enormi perdite che hanno accompagnato la transizione della nostra società verso il capitalismo e che continuano con il suo radicamento.
Lo fa rendendo visibile l’esistenza dei beni comuni e l’effetto devastante che negli ultimi 100 anni ha avuto lo sconfinamento del mercato nell’espropriazione dei beni delle comunità. È un libro che parla di speranza a dispetto della distruzione e della disperazione che spesso accompagnano l’attuale clima politico ed economico, perché ci porta nel cuore di una nuova ricchezza: persone, cittadini, comunità, imprese che gestiscono le risorse in modo collaborativo.
Scrive Bollier:

“Il grande appeal dei beni comuni sta nella sua promessa di autodeterminazione locale.
Le persone si interessano ai beni comuni perché li vedono come un modo per valorizzare e proteggere i loro contesti locali. L’identità di una comunità è inevitabilmente legata alla sua geografia, ai suoi edifici, alla sua storia e ai suoi leader. È il luogo in cui le persone imparano e sviluppano un senso più pieno di umanità e di responsabilità ecologica”.

I beni comuni, o come li chiamava Ivan Illich, i “beni vernacolari”, sono un campo che hanno sempre permesso la sperimentazione di modelli economici alternativi a quelli ufficiali e di nuove pratiche collaborative. Scrive Illich in “Il genere e il sesso. Per una critica storica dell’uguaglianza” (Arnoldo Mondadori Editore 1982), vernacolare è:

“un termine tecnico che proviene dal diritto romano […] indica l’opposto di una merce […] si riferisce alle cose fatte in casa, tessute in casa, coltivate in casa e non destinate al mercato, ma al solo uso domestico.” […] “abbiamo bisogno di una parola che esprima in maniera immediata il frutto di attività non motivate da considerazioni di scambio; una parola che indichi quelle attività non legate al mercato, con cui la gente soddisfa dei bisogni, ai quali nel processo stesso del soddisfarli dà forma concreta. Vernacolare mi sembra una buona vecchia parola, che può risultare accettabile a molti contemporanei, in questo senso ampio”.

I beni comuni, per millenni sono stati il principale mezzo di soddisfacimento dei bisogni e di gestione delle risorse delle persone e in questo momento critico della nostra storia stanno acquistando un nuovo slancio. In questo senso, “Think Like a Commoner” ci permette di capire come funzionano e perché sono così importanti mostrandoci numerosi esempi concreti su come oggi, con l’avvento di internet, possono essere gestiti rendendo possibile o semplificando il coordinamento di strumenti e conoscenze – come nel caso delle reti collaborative peer-to-peer che permettono la produzione tra pari di software come Wikipedia o di software open source, e la produzione di beni materiali, come le reti FabLab (Laboratori di Fabbricazione basati su trasmissione telematica di progetti).

Nonostante secoli di espropriazione in favore dell’interesse privato da parte di corporations e multinazionali, ancora due miliardi di persone, per soddisfare le loro esigenze quotidiane dipendono dalle risorse della collettività (acqua, aria, terra, ma anche sanità, reti di trasporto, beni culturali) e un numero sempre più grande di persone sono attivamente impegnate nella creazione di beni comuni come un modo di rivendicare la nostra stessa umanità.
La mia speranza è che questo libro insieme ad altri come: “Owning Our Future: The Emerging Ownership Revolution” (Berrett-Koehler Publishers) di Marjorie Kelly, Network Society and Future Scenarios for a Collaborative (2014) di Vasilis Kostakis e Michel Bauwens, possano contribuire a dare forza a un movimento, che come scrive Ugo Mattei in “Beni comuni un manifesto” (Laterza 2011) sappia dare:

“spazio a una maggiore estensione nell’ambito del comune (sottratto tanto allo Stato quanto alla proprietà privata) a favore di una diversa logica, quella dell’autentica democrazia partecipativa”.

Alcuni punti chiave della lotta contro le enclosures descritti da Bollier sono: Internet, in cui le aziende tentano di circoscrivere l’uso della rete imponendo un modello di accesso ai servizi, basato sullo sfruttamento del precariato intellettuale e sulla trasformazione dei cittadini in consumatori; l’acqua, dove, dal Maine alla Bolivia, le aziende stanno cercando di strapparne il controllo e l’accesso alle comunità locali; la terra, in modo particolare in Africa, dove la vendita indiscriminata di terreni, in precedenza di proprietà della collettività, a multinazionali, non hanno dato alcun beneficio per la popolazione locale. Come i loro predecessori nel XVII e XVIII secolo in Inghilterra, le popolazioni locali, i contadini, i diseredati, diventano incapaci di sopravvivere sulla terra che aveva dato loro sostentamento per millenni. “Think Like a Commoner” inquadra i beni comuni con una nuova lente attraverso la quale possiamo analizzare il mondo. Invece di concentrarci esclusivamente sui grandi cambiamenti strutturali, che spesso sembrano andare oltre la nostra capacità di controllo, o invece limitarci ad ipotizzare cambiamenti individuali che non hanno nessuna incidenza sul piano istituzionale, Bollier ci invita concentrarci sui beni comuni.
Solo in questo questo modo possiamo impegnarci su progetti locali o globali che sappiano rispettare le esigenze delle comunità. Bollier, scrive che in tutto il mondo il movimento per i beni comuni:

“Sta sperimentando nuove forme di produzione, forme più aperte e responsabili di governance, tecnologie innovative, culture responsabili e uno stile di vita più attraente. Si tratta di una rivoluzione silenziosa – auto-organizzata, diversificata e orientata socialmente. È un movimento pragmatico, idealista e, per ora, poco presente nello scenario politico tradizionale. Eppure è in costante crescita, anche se in molti casi è ancora al di fuori dallo sguardo dei media mainstream e dell’establishment politico, sembra pronto ad ‘andare lontano’, perché moltissime comunità di persone transnazionali stanno iniziando a collaborare. Stanno coordinando il loro lavoro, il loro pensiero e il loro modo di intendere lo sviluppo al fine di creare causa comune che possa far fronte alle crescenti disfunzioni e alla paranoia anti-democratica dello Stato/mercato”.

Per quanto mi riguarda il motivo per cui i beni comuni risulta così “attraente” è che la loro stessa esistenza rappresenta una sfida alle ipotesi di base dell’economia e alla sopravvivenza del capitalismo per come lo conosciamo. Se parliamo di beni comuni – una forma economica e sociale, che si fonda sulla condivisione e sulla collaborazione – dobbiamo partire da una domanda che per molti anni ne ha condizionato l’interpretazione: fondamentalmente siamo tutti egoisti? È la “damnatio memoriae” in cui li aveva relegati Garrett Hardin, biologo e demografo americano, nel suo saggio “La tragedia dei comuni”, pubblicato sulla rivista Science nel 1968. Secondo Hardin, qualsiasi risorsa intesa come un bene comune è destinata a degradarsi perché non vi è alcun incentivo individuale a prendersene cura, quindi utilizzarne sarà portata a consumarne oltre i suoi bisogni sino a che sarà completamente esaurita. Attingendo al lavoro del premio Nobel Elinor Ostrom, per i sui studi sui “commons”, (“Governing the Commons”, Cambridge University Press 1990), Bollier dimostra come la teoria di Hardin sia inadeguata a esprimere il comportamento delle persone: Hardin ignora il fatto che i commons non hanno mai una struttura totalmente “aperta”. Al contrario, i beni comuni, tendono ad essere gestiti da un gruppo specifico di persone collegate tra loro da legami di scopo, da una visione, o dalle capacità e dalle motivazioni di una comunità. Il risultato, è che – per la gestione di un bene comune – si creano accordi, regole che tengono in considerazione il contesto locale e che vengono seguite a beneficio di tutti. E questo è ciò che gli esseri umani fanno da un tempo immemorabile. I problemi nascono quando, l’interesse di una comunità viene prevaricato da interessi economici che mirano sistematicamente alla massima acquisizione di risorse e al massimo profitto. Scrive Bollier:

“La Ostrom ha dimostrato come, in centinaia di casi, i commoners sono riusciti a soddisfare i loro bisogni e i loro interessi cooperando. Gli abitanti del villaggio di Törbel in Svizzera, dal 1224 gestiscono le foreste alpine, i prati e le acque per l’irrigazione. I proprietari della huerta spagnoli, per secoli hanno condiviso l’approvvigionamento delle acque attraverso istituzioni sociali (jurados de riego o il Tribunal de las agua), mentre, più di recente, le imprese pubbliche Los Angeles hanno imparato a coordinare gli interventi per arrestare la salinizzazione della falda acquifera. Molti beni comuni hanno prosperato per centinaia di anni, anche in periodi di siccità o di crisi. Il loro successo si può far risalire alla capacità di una comunità di sviluppare regole seguendo criteri di flessibilità, facendo evolvere la gestione, supervisionando il loro accesso e il loro impiego, e sanzionado in modo efficace chi trasgredisce le regole. La Ostrom ha scoperto che per una buona gestione dei beni comuni devono essere definiti in modo chiaro i confini d’impiego in modo tale che i commoners possano sapere chi ha concesso i diritti di utilizzo di una risorsa. Gli outsiders che non contribuiscono alla gestione di un bene comune, ovviamente, non hanno alcun diritto di accesso o d’impiego di quella risorsa. Inoltre, ha scoperto che le regole per potersi appropriare di una risorsa devono tenere conto delle condizioni locali e devono includere i limiti e modalità di ciò che può essere preso. Ad esempio, i frutti in un bosco possono essere raccolti solo per un determinato periodo di tempo, o il legno dalla foresta può essere preso solo da alberi caduti e deve essere impiegato per uso domestico, senza essere messo in vendita. In definitiva, i Commoners, devono essere in grado di creare o influenzare le regole che governano un bene comune”.

Oltre alla sfida teorica, i beni comuni costituiscono una minaccia concreta per i sistemi esistenti, perché funzionano attraverso la gestione condivisa, piuttosto che atteso la proprietà esclusiva, e ciò significa che le persone potendo condividere delle risorse sono meno propense a rivolgersi al mercato per soddisfare i loro bisogni. In definitiva, come ha scritto Marvin T. Brown, professore di business and organizational ethics nel dipartimento di filosofia all’Università di San Francisco, in “Civilizing the Economy. A New Economics of provision” (Cambridge University Press 2010), l’esistenza dei beni comuni è una sfida lanciata a ciò che c’è di più sacro nel mercato capitalistico: la proprietà privata.

“Il nocciolo della questione è se escludere o includere i veri produttori di ricchezza nei nostri modelli economici. Si tratta anche di decidere che significato diamo alla terra, al lavoro e al denaro. Sono proprietà o beni comuni? Si tratta di definire che idea abbiamo della proprietà. È privata, o è gestita da istituzioni? Si tratta di comprendere cos’è per noi l’economia. Dovremmo pensare a diversi settori economici o a diversi sistemi di fornitura per i cittadini? Si tratta di capire chi ha il compito di organizzare l’economia: dovrebbero essere i proprietari o di tutti i cittadini?”.

Bollier, ci dice che anche il filosofo John Locke ha affermato nel “Secondo trattato sul governo. Saggio concernente la vera origine, l’estensione e il fine del governo civile” che l’appropriazione privata (originaria) deve essere limitata, almeno sino a che ci siano: “beni sufficienti, e altrettanto buoni lasciati in comune per gli altri”. Tuttavia, nonostante questo riconoscimento, conosciuto come “clausola lockiana” (Lockean Proviso) che esprime con chiarezza la tensione intrinseca tra la proprietà privata e beni comuni, in pratica, l’appropriazione delle risorse è continuata a ritmo sostenuto non tenendo conto di nessun limite. Così i mercati moderni hanno sostituito completamente l’“ingegneria dell’abbondanza” su cui si basano i “beni comuni” con l’“ingegneria della scarsità”. Non c’è da stupirsi che l’habĭtus, l’abitudine, alla collaborazione si sia drammaticamente atrofizzata a tal punto che molti di noi sono riluttanti a impegnarsi per condividere risorse, a collaborare a progetti contribuendo a co-creare il nostro futuro, o come scriveva Cornelius Castoriadis valorizzando la propria autonomia, cioè “la capacità di riconoscersi come fonte di forme nuove”.
Spesso quando si lavora in gruppi ci si imbatte in conflitti interminabili, aumentano le inefficienze, si tende a perdere l’obiettivo che ci si era dati inizialmente, insomma siamo portati a vedere la condivisione come una possibile perdita di autonomia e non un modo per migliorare la nostra condizione di partenza. È difficile riuscire a creare nuovi beni comuni per persone che non hanno esperienza nei beni comuni, o per dirla con il sociologo Zygmunt Bauman è difficile “essere una comunità” per persone abituate a “parlare di comunità” perché “una comunità di cui si parla (o più esattamente, una comunità che parla di se stessa) è una contraddizione in termini”. Abbiamo bisogno di imparare a collaborare.

L’unico tema che Bollier non affronta in questo libro è come possiamo fare a mettere in moto questo processo di apprendimento. Le competenze per riuscire a collaborare non sono così evidenti come appaiono. La loro acquisizione non è semplice; dopo secoli di coercizione e di concorrenza abbiamo ereditato il gene della separazione, Bauman in “Voglia di comunità” (Laterza 2003), scrive che la nostra “unità comunitaria è fondata sulla divisione, sulla segregazione sul mantenere le distanze” ormai così profondamente radicate in noi.

Per imparare a collaborare abbiamo bisogno innanzitutto di comprendere concettualmente e spiritualmente che siamo interdipendenti, dobbiamo sviluppare pratiche e strumenti in grado di sostenerci quando nella nostra comunità sorgono inevitabili conflitti. Per fare ciò dobbiamo guarire dal trauma della separazione e dall’idea (progettata) di scarsità che ci portano a cercare soluzioni, a pensare, come dei consumatori piuttosto come una rete di persone con legami stabili e forti.
Come scrive Charles Eisenstein in “Sacred Economy. Sacred Economics: Money, Gift, & Society in the Age of Transition” (Evolver Editions 2011):

“Le crisi convergenti dei nostri tempi nascono tutte da una radice comune, che possiamo chiamare Separazione. Assumendo molte forme – lo spacco fra uomo e natura, la disintegrazione della comunità, la divisione della realtà in campo materiale e campo spirituale – la Separazione è intessuta in ogni aspetto della nostra civiltà. […] La Separazione non è una realtà assoluta, ma una proiezione dell’uomo, una ideologia, una storia”.

Ci sono cose specifiche che possiamo fare per rafforzare la nostra abitudine a collaborare con gli altri. Queste includono pratiche individuali, come imparare a vedere noi stessi come parte di un tutto, quindi a saper riconoscere quali sono le nostre esigenze, così come imparare a comprendere quali sono gli effetti delle nostre scelte sulla possibilità di altre persone di soddisfare le loro esigenze. La collaborazione, soprattutto in merito alla gestione delle risorse limitate da cui dipende tutta la nostra specie, è un modo (il modo) migliore per individuare misure appropriate ed efficaci che possano coinvolgere il maggior numero di persone interessate a ogni scelta. Noi non siamo abituati a utilizzare i bisogni di tutti come una lente d’ingrandimento attraverso la quale mettere a fuoco i processi decisionali, ma dopo aver letto il libro di Bollier, ritengo che molti di noi possano sentirsi maggiormente coinvolti nel superare le coercizioni, ed essere incentivati a impegnarsi in un progetto concreto di autonomia individuale e collettiva e di lotta per l’emancipazione intellettuale e spirituale delle persone.

“Think Like a Commoner: A Short Introduction to the Life of the Commons” (New Society Publishers, 2014) di David Bollier su Amazon: http://amzn.to/1IZhc0F
“La rinascita dei Commons. Successi e potenzialità del movimento globale a tutela dei beni comuni” di David Bollier – Prefazione Ugo Mattei, traduzione Bernardo Parrella – (Stampa Alternativa 2015): http://amzn.to/1GBHvXF
Il sito internet del libro: http://thinklikeacommoner.com
“From Bitcoin to Burning Man and Beyond: The Quest for Identity and Autonomy in a Digital Society”, (ID3 in cooperation with Off the Common Books 2014): http://amzn.to/1Hm2Vcc
“The Wealth of the Commons: A World Beyond Market and State”, (Levellers Press 2013): http://amzn.to/1DY7V5P
“Green Governance: Ecological Survival, Human Rights, and the Law of the Commons”, (Cambridge University Press 2014): http://amzn.to/1Jjviqo

Il sito internet di David Bollier: http://www.bollier.org
Il suo account Twitter: @davidbollier
Il suo Facebook: http://on.fb.me/1Hm2U8a

What’s Next for Our Global Commons. Intervista a David Bollier e James Quilligan (YouTube): https://youtu.be/Hkbi3ApFfHQ

The Role and Relevance of Negotiations in Commons – Leuphana Digital School. Lezione in sette parti (YouTube): https://youtu.be/rkvo8K8LFG8 – https://youtu.be/GJJoIfJWACo – https://youtu.be/7YBAO2wLen0 – https://youtu.be/BYorzUKYZUQ – https://youtu.be/ZDkpOENPMWE – https://youtu.be/B-TlM_orpxE – https://youtu.be/seepyMAfUIs

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2 risposte a "“Think Like a Commoner”: una breve introduzione ai beni comuni. Il libro di David Bollier."

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