ma l'amor mio non muore

Perché abbiamo urgente bisogno di filosofi?

Di tutte le forme di “persuasione occulta”, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose.
Pierre Bourdieu

Che cos’è una credenza? Non possiamo parlare di credenza in termini generici, perché tutto dipende da chi sta parlando. La credenza spesso compare nel pensiero razionalista e scientifico sotto forma di “cosa sappiamo”, mentre prima era “credevamo”, o “le persone credevano in questo e quell’altro”. Questa opposizione tra “ora sappiamo” e “prima c’era soltanto il credere” porta con se l’idea che, in un modo o nell’altro, il credere sia legato all’illusione, o quantomeno ai convincimenti soggettivi, in contrapposizione alla conoscenza oggettiva. È quindi normale che l’oggettività distrugga la credenza. Si credeva ad esempio che la Terra fosse il centro dell’universo, ma ora sappiamo che non è così — si credeva che l’uomo fosse il re del regno animale, o che ciascuno fosse il padrone della propria mente. Questa, come scriveva Bruno Latour in “Non siamo mai stati moderni” (Elèuthera 1998), è un’opposizione che ci porta a distruggere, senza sapere cosa stiamo distruggendo. La verità è che siamo in guerra, abbiamo trasformato il presente in un’operazione ‘pedagogica’ che dice: loro devono imparare che ciò che li rende diversi è solo una questione di credenze, che sono liberi di abbracciare fintanto che le credenze vengono mantenute private e non interferiscono con la ‘civilizzazione’ universale. Ma questa conoscenza che noi rivendichiamo, non è superiore, è solo diversa, risponde ad altre costrizioni.
Il fatto è che non possiamo ordinare gerarchicamente cose che non sono paragonabili tra loro. Il sapere che la Terra orbita intorno al Sole — definisce ciò che conta per gli scienziati e per i processi tecnici di innovazione che si sono sviluppati con le scienze. Ma contano anche altre cose, e contano tanto quanto le prime. Non si tratta solo di rispettare le tradizioni delle persone o le prospettive antropocentriche. Ci dimentichiamo sempre che non ci sono risposte senza domande, e che le nuove domande non soppiantano mai le altre, si aggiungono ad esse. Dobbiamo ammettere che ci siamo abituati a ragionare come se una volta trovata la risposta a un problema, siamo tentati di dimenticarci della domanda, o al massimo riduciamo la domanda all’occasione grazie alla quale è venuta alla luce una conoscenza oggettiva. Ma è fondamentale non dimenticarci della domanda.
Per questo la filosofia è così importante, perché per la filosofia la risposta conta meno dell’interesse per la domanda — che siano antichi quesiti già formulati da Platone, o nuovi quesiti che la nostra epoca ci costringe a porci. La filosofia lavora nell’indicazione di un qualche possibile pluralismo, ma è un ‘pluralismo enigmatico’, perché non riguarda un punto di vista umano plurale circa la medesima realtà — se fosse solo questo la scienza avrebbe sempre l’ultima parola, dato che la specificità della scienza è che le risposte possono distaccarsi dagli interessi e dagli interrogativi umani. La realtà scientifica non è quindi realtà, bensì un afferrare selettivo di quegli aspetti della realtà in grado di soddisfare la domanda.

La filosofia è importante perché ci ricorda che alla base di qualunque tipo di pensiero riduzionista c’è solo una totale assenza di immaginazione.

Penso che la filosofia sia lo strumento più adatto per interrogarci sul funzionamento delle diverse forme di conoscenza e delle diverse pratiche culturali. Per questo abbiamo urgente bisogno di filosofi. Filosofi che ci aiutino ad occuparci meno di individui e più di ‘praticanti’.
In “Che cos’è la filosofia” (Einaudi 2002), l’ultimo libro di Gilles Deleuze e Felix Guattari, c’è una bellissima frase che afferma che il problema è cambiato. Non è più “Dio esiste?”, bensì “Come essere per il mondo?”.
Il problema non è più credere in Dio o nella razionalità scientifica (entrambe fanno parte di una medesima storia, una storia di purificazione e di distruzione), ma incominciare a credere nel mondo.

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