commoning

Perché devo rispondere per ciò che non ho fatto?

Sopra: Jim Goldberg “Tank, Room 17, Riviera Hotel”, 1995.

La domanda è ispirata da “Totalità e Infinito” (Jaca Book 1983) di Emmanuel Levinas, in cui il filosofo afferma che la totalità precede sempre la libertà. Levinas in un’intervista fatta nel 1986 da France Guwy per la televisione neozelandese, dice:

Sono responsabile d’altri, rispondo d’altri. Il tema principale, la mia definizione fondamentale, è che l’altro uomo, che di primo acchito fa parte di un insieme che tutto sommato mi è dato, come gli altri oggetti, come l’insieme del mondo, come lo spettacolo del mondo, l’altro uomo emerge in un certo modo da tale insieme precisamente con la sua apparizione come volto. Il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al suo servizio. Non solamente di quel volto, ma dell’altra persona che in quel volto mi appare contemporaneamente in tutta la sua nudità, senza mezzi, senza nulla che la protegga, nella sua semplicità, e nello stesso tempo come il luogo dove mi si ordina. Questa maniera di ordinare, è ciò che chiamo la parola di Dio nel volto. [Gli scrittori russi] erano fondamentali, Puskin, Gogol, in seguito i grandi prosatori, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij… Vi si trova costantemente la messa in discussione dell’umano, del senso dell’umano. Ciò vi avvicina ai problemi che, a mio avviso, restano essenziali alla filosofia, e che sotto altre forme trovate nella letteratura specificamente filosofica, e in ogni caso li trovate anche in un’opera letteraria, il libro di tutti i libri, la Bibbia.

In un periodo in cui i temi del comune, della condivisione e dell’accoglienza sono oggetto di attenzione, dobbiamo ascoltare la riflessione del filosofo francese per non rischiare di pensarli esclusivamente sotto il profilo economico, trascurandone l’aspetto più importante: quello etico.
Voglio fare qualche esempio. Mettiamo che stiate facendo un’escursione sull’Himalaya accompagnati da uno sherpa. Se questi viene colpito da cecità a causa del sole, per essere salito ad altitudini a cui non era mai arrivato, e nessuno gli aveva mai ventilato una simile possibilità, potreste pensare che la causa di quello che è successo è dovuta al fatto che duecento anni fa gli inglesi occuparono il suo subcontinente e ne soggiogarono gli abitanti, costringendoli ad un’esistenza politica ed economica di secondo piano.
Non avete causato nulla di tutto questo, non siete nemmeno inglesi, eppure, dinnanzi alla corte verrete ritenuti responsabili per ciò che non potevate prevedere, ritenendo che avreste dovuto averne il controllo. Per il fatto di essere lì, ne rispondete voi.
Oppure, se mio figlio nasce con difetto cardiaco (cosa che mi è realmente accaduta), forse è perché due o tre generazioni fa i miei parenti si sono sposati e i loro geni si sono combinati in modo difettoso. Non sono stato io a fare questo a mio figlio, eppure ne devo rispondere personalmente.
Mi colpisce sempre molto l’espressione responsabilità “incondizionata”.
Quando agiamo incondizionatamente? Le persone che consideriamo attente e responsabili, in una situazione estrema che li colpisce tendono a reagire non ponendosi limiti. Mi viene in mente il libro Savages di Joe Kane, nel quale lo scrittore americano viene coinvolto degli Huaorani, una tribù che vive nella parte più profonda della foresta pluviale amazzonica in Ecuador, in una battaglia contro le compagnie petrolifere per preservare l’ambiente e lo stile di vita (in questa zona ci sono alcuni dei campi petroliferi più ricchi dell’Ecuador). Improvvisamente si trova catapultato in mezzo al disastro, e attorno a lui succedono cose estreme, che vanno oltre il suo controllo e Kane non può fare a meno di coinvolgere la moglie e il figlio in quello che gli sta accadendo. Sembrano eventi straordinari, ma in forme diverse, certamente meno drammatiche, non è ciò che succede quasi a ogni persona e a ogni famiglia?

Come progettista l’idea che sono responsabile per ciò che ho scelto di fare e di cui ho diretto e gestito gli sviluppi è una cosa che sin dai tempi dell’Università non ha mai smesso di arrovellarmi. Dire “il mio lavoro” riferendoci a ciò che facciamo è fuorviante. Sono davvero poche le opere che intraprendiamo di nostra esclusiva iniziativa, la maggior parte di esse prosegue, amplia o si unisce al lavoro di chi ci ha preceduto. E sono poche le opere che dirigiamo sino alla fine. Costruiamo case che erediteranno i nostri figli, piantiamo alberi che daranno frutti quando saremo morti, inventiamo medicine che verranno usate anche molto tempo dopo che ce ne saremo andati. Ne consegue che la maggior parte del nostro lavoro è fatta per rispondere alle esigenze o alle volontà di “altri”. Anche se portiamo a termine un’opera che avevamo iniziato, essa lascia un “residuo”, una traccia, un’impronta, uno spazio vuoto con cui avrà a che fare qualcun altro.
Ce ne accorgiamo al momento di togliere le nostre cose da un’appartamento che avevamo preso in affitto o nel liberaci di un’auto. Ce ne accorgiamo nel momento in cui cominciamo a condividere oggetti, servizi, spazi, pezzi di vita; l’aspetto materiale è solo la pelle di una condivisione più profonda.
Ce ne accorgiamo, perché ciò che condividiamo realmente con gli altri, è la responsabilità.

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