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La rivoluzione delle metropoli. La nuova geografia dell’innovazione liberista.

Dal 2013, anno della dichiarazione di fallimento di Detroit, molte città americane stanno lottando per recuperare la perdita di posti di lavoro, la caduta verticale nel pagamento delle tasse, il calo della popolazione (Detroit ha visto calare la popolazione del 63% dagli anni ’50, da un picco di 1,8 milioni di abitanti a meno di 700 mila), la perdita di identità dei luoghi.

KatzBradley+c1Dopo decenni di deindustrializzazione e dopo molti anni di recessione, Bruce Katz e Jennifer Bradley della Brookings Institution in “The Metropolitan Revolution: How Cities and Metros Are Fixing Our Broken Politics and Fragile Economy” (Brookings Focus Book 2013) dicono che è arrivato il momento di avviare una nuova rivoluzione delle metropoli.  Il libro in pochi anni è diventato estremamente popolare raccogliendo l’attenzione di politici, urbanisti e sociologi e alimentando un dibattito internazionale.
Katz e Bradley evidenziano l’emergere negli Stati Uniti di quelli che definiscono, ‘Trading Metros’ e ‘Innovation District’, aree metropolitane dove si concentrano università, imprese locali, ospedali, musei, tecnologia d’avanguardia e industrie manifatturiere unite a livello regionale con reti residenziali, commerciali e di trasporto, fattori che sembrano rappresentare le premesse per un rinnovamento sociale e per un migliore futuro economico. Gli autori incoraggiano gli urbanisti e i politici nell’adottare nuove strategie basate sulle ‘Emergent Metros’ piuttosto che sulle ‘Legacy Cities’.
“Le ‘aree metropolitane emergenti’ stanno diventando leader della nazione: sperimentano, rischiano, fanno scelte difficili. Stiamo assistendo ad un’inversione della gerarchia di potere negli Stati Uniti”, sostengono i due autori.

Ma che cosa ha prodotto questo cambiamento?
In primo luogo, la grande recessione ha fatto esplodere un modello deformato di crescita che “esalta il consumo sulla produzione, la speculazione sugli investimenti, e i rifiuti sulla sostenibilità”. Il nuovo modello di crescita, che secondo Katz e Bradley, le città di maggior successo stanno iniziando ad adottare, si concentra sulla creazione di ‘distretti dell’innovazione’, di reti che uniscono lavoratori qualificati e lavoratori della conoscenza, con spin-off e start up che permettono la crescita di talenti, la promozione della collaborazione aperta tra università, scuole tecniche e aziende. Distretti con infrastrutture di qualità che offrono un ambiente accogliente ricco di servizi per i residenti e per i lavoratori, in grado di agevolare la produzione, l’innovazione, lo sviluppo di tecnologie avanzate e di servizi – con un occhio attento all’esportazione. Un modello pensato per costruire la classe media del XXI secolo. Scrivono i due autori: “Le migliori città ora capiscono che, per prosperare, è necessario avere un settore dell’economia che sia di classe mondiale”.
In secondo luogo, le città sanno che né Washington né il governo statale le salverà. “Le città e le aree metropolitane sono sole. Impantanato nella divisione partigiana, il governo federale sembra incapace di adottare azioni coraggiose per ristrutturare la nostra economia per fronteggiare il cambiamento demografico e le crescenti disuguaglianze”.

Katz e Bradley sostengono che le città stanno diventando il vero motore dell’economia americana. Nonostante i finanziamenti federali per la ricerca scientifica siano sempre più incerti, Michael Bloomberg “ha creato un campus delle Scienze Applicate di New York City per stimolare l’innovazione. I dirigenti locali stanno modernizzando porti, aeroporti e trasporti ferroviari a Miami, Chicago, Jacksonville e Dallas”. Una rete di organizzazioni per lo sviluppo economico nel nord-est dell’Ohio sta “aiutando le imprese manifatturiere a riorganizzare le loro fabbriche per rispondere a nuova domanda, utilizzando pochissimi fondi federali, e puntando su investimenti provenienti da filantropi”. Mentre a Houston, “una rete di centri di quartiere sta mettendo a disposizione degli immigrati servizi bancari, istruzione, assistenza all’infanzia e alla salute”.
I nuovi distretti dell’innovazione sono più piccoli dei loro predecessori, come quelli della Silicon Valley, sono più compatti e rappresentano quello che Saskia Sassen chiama “Cityness”: l’insieme di usi della città che la rendono complessa, densa, un mix di ambiente fisico e sociale completamente integrato.
A questo proposito in “Le città nell’economia globale” (Il Mulino 2010) la Sassen scrive:

“Le città sono sistemi complessi, sebbene incompleti. Ed è in tale incompletezza che si dà la possibilità del fare – il fare urbano, politico, civile. (…) Ogni città è diversa, come diverse sono le discipline che la studiano. Eppure, se l’oggetto d’indagine è l’urbano, non si potrà fare a meno di prendere in considerazione tre aspetti essenziali: l’incompletezza, la complessità, e il poter fare. Essi potranno darsi nel tempo e nello spazio in un’enorme varietà di formati urbanizzati specifici”.

Con l’ascesa del paradigma dell’Open Innovation, l’imperativo della collaborazione viene esteso a un ampio gruppo di settori ad alta intensità di conoscenza, tra cui campi scientifici e tecnologici. Nessuna singola azienda può padroneggiare tutte le conoscenze di cui ha bisogno, anzi, l’innovazione si basa su una rete di imprese collegate per cui le aziende devono collaborare per competere. Inoltre l’Open Innovation stessa ci insegna che imprese e persone debbano interagire nella costruzione fisica della città: i distretti dell’innovazione favoriscono la riprogettazione di edifici e spazi a sostegno dell’Open Innovation e forniscono una piattaforma fisica e sociale per la crescita imprenditoriale.

Ma quali sono le caratteristiche dei distretti dell’innovazione? I tre pilastri dei distretti di innovazione, a detta dei due autori, sono:

Gli asset economici: rappresentano i driver dell’innovazione e comprendo le istituzioni “ancora” ossia le grandi imprese o i centri di ricerca che possono fare da traino per lo sviluppo, le PMI, le start up, gli spin-off e gli imprenditori focalizzati sullo sviluppo di tecnologie d’avanguardia e di prodotti e servizi per il mercato. In questi asset rientrano anche quelli che gli autori chiamano “i coltivatori di innovazione”: le organizzazioni o gli enti che sostengono la crescita delle imprese ossia gli incubatori, gli acceleratori, gli uffici di trasferimento tecnologico, i centri per l’imprenditorialità sociale.
Gli asset fisici: da un lato si tratta di spazi pubblici che diventano il terreno dell’innovazione: l’arredo urbano, l’illuminazione, il paesaggio, le piazze, i parchi; dall’altro si intende il “sistema nervoso” del distretto ossia lo spazio digitale: reti wireless, fibre ottiche, computer e display digitali.
Gli asset di rete: le attività di rete sono il tessuto connettivo tra attori-individui, imprese e istituzioni in un quartiere dell’innovazione. La decisione di fare del “networking” un asset a sé, è supportata da un crescente corpo di ricerca che rivela come le reti sono sempre più importanti in un sistema guidato dall’innovazione e in questo la storia della Silicon Valley aiuta.

Questa attenzione alle aree metropolitane è senz’altro da considerare come benvenuta, ma disegna un futuro che nasconde sotto il tappeto dell’ottimismo, incognite e problemi che il libro evita di affrontare. La descrizione del processo di deindustrializzazione e di disinvestimento come parte di un processo evolutivo e di una rivoluzione che si è finalmente liberata da vincoli rappresenta un’iperbole che ricorda “Atlas Shrugged” il romanzo filosofico, fantascientifico di Ayn Rand, scritto nel 1957 che in nome del suo sistema filosofico chiamato “oggettivismo“, esprime la difesa dell’individualismo e del capitalismo, il fallimento del collettivismo, della società socialista e della coercizione governativa (in italiano è stato tradotto con “L’uomo che apparteneva alla terra”, Corbaccio 2007). In senso critico, “The Metropolitan Revolution” può essere letto come un ulteriore passo della politica neoliberista. Anzi, Katz e Bradley, propongono un “raddoppio della puntata”, proponendo nuove strategie che danno continuità a un approccio che non solo ha dominato il pensiero economico dal 1980, ma che in realtà ha contribuito a creare la profonda crisi urbana di oggi.

La teoria neoliberista ipotizza un’amministrazione snella, una deregulation, reti di produzione globali, accordi di libero scambio, flessibilità del mercato del lavoro, l’abbandono della politica di piena occupazione, bassa mobilità sociale, unita a un’alta mobilità dei capitali per migliorare la competitività delle imprese, per scatenare lo spirito imprenditoriale e per aumentare la produttività. Tutte idee implementate nel corso degli ultimi 30 anni per le ristrutturazioni aziendali attraverso l’introduzione di nuove strategie come il downsizing, l’outsourcing e il rightsizing. Un esempio su tutti, i neoliberisti hanno sostenuto che la bolla immobiliare e la conseguente grande recessione è stata il risultato di un intervento del governo federale nel mercato immobiliare che ha incoraggiato l’acquisto delle case di proprietà attraverso una incompetente politica monetaria. Ma anche quando le politiche economiche neoliberiste hanno fallito, i sostenitori hanno continuato la loro critica costante del “big government” e della necessità di regolamentare il settore edilizio.
Usando il linguaggio del neoliberismo e delle ristrutturazioni aziendali, Katz e Bradley scrivono che la rivoluzione metropolitana sta facendo “esplodere la stanca convinzione sulla centralità del ruolo del governo federale”. Ora, dicono, sono le città e le aree metropolitane che “stanno diventando i veri leader della nazione: sperimentare, rischiare, fare scelte difficili chiedendo il consenso ma non il permesso”. La rivoluzione metropolitana di Katz e Bradley parte da una ristrutturazione dei rapporti di potere in corso. Le aree metropolitane e le città desiderano assumersi una maggiore responsabilità per crescita economica a discapito del governo federale: “La rivoluzione metropolitana ha una sola conclusione logica: il cambiamento della gerarchia di potere negli Stati Uniti”.
Ma dovremmo chiederci, un cambiamento per chi? Tutti i loro esempi sembrano suggerire una progressiva sostituzione dei funzionari governativi eletti, con leader aziendali, amministratori e organizzazioni non governative.
Katz e Bradley, condividono l’architettura del pensiero neoliberista quando sostengono che una ristrutturazione delle aziende locali produrrebbe una maggiore cooperazione regionale e un aumento dell’autonomia in grado di favorire la crescita economica. Ma i principi della ristrutturazione aziendale hanno promesso più di quanto siano stati in grado di mantenere: molte società sono state ridimensionate, costrette a cedere produzione e servizi in outsourcing e molti lavoratori hanno visto diminuire i loro salari o addirittura hanno perso l’impiego. Invece di far crescere la cooperazione, le ristrutturazioni hanno quasi sempre aumentato l’attività predatoria (fusioni, acquisizioni, smembramenti societari) e portato le imprese a una perdita di autonomia decisionale e a una maggiore dipendenza verso le sedi centrali.
A sostegno delle loro tesi, Katz e Bradley scelgono casi emblematici di aree metropolitane che sembrano aver accettato le strategie di quella che Pierre Dardot e Christian Laval chiamano ‘la nuova ragione del mondo’ (“La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista“, DeriveApprodi 2013) come parte dell’ordine economico naturale. Ma la realtà è che le città che si trovano all’interno di aree metropolitane costrette dal taglio dei fondi imposto delle politiche neoliberiste, sono in lotta tra loro per accaparrasi le risorse in un gioco a somma zero nello sviluppo economico e territoriale  (a questo proposito un interessante testo “Dirty Factory Town” or “A Good City?”: Neoliberalism and the Cultural Politics of Rust Belt Urban Revitalization” di Stephen C. Wisniewski che tratta l’effetto delle politiche neoliberali nell’area chiamata Rust Belt a cavallo tra la parte superiore del nordest degli Stati Uniti, i Grandi Laghi e e gli Stati del Midwest). Proprio come per le imprese, le collaborazioni locali e regionali sono in gran parte inefficaci. Come dice Stephen Marlin della Harvard University: “pensare come un economista indebolisce un vero senso di comunità”.

Invece di vedere le aree metropolitane come comunità collaborative sulle quali si potrebbe basare la crescita futura, Katz e Bradley, le immaginano come arcipelaghi urbani, isole autonome che agiscono in base ai propri interessi e che sono spinte dai propri calcoli razionali in un mare neoliberista.
Per esempio, Northeast Ohio, un’area vista positivamente da Katz e Bradley, è un luogo in cui i governi locali hanno storicamente ignorato i piani economici regionali a meno che non li potessero gestire direttamente. Invece di cooperare all’interno della regione metropolitana hanno avviato progetti di sviluppo in competizione tra loro. Greg LeRoy, direttore del gruppo “Good Jobs First”, un centro consulenza formativa e informativa per funzionari pubblici e istituzioni, ha scoperto che tra il 1996 e il 2005 molte piccole e medie imprese hanno ricevuto agevolazioni fiscali e incentivi per delocalizzarsi all’interno delle aree metropolitane di Cleveland e Cincinnati (“Paid to Sprawl: Subsidized Job Flight from Cleveland and Cincinnati”, 2011). Nell’area metropolitana di Cleveland, quattro quinti degli spostamenti delle persone avviene a più di cinque miglia di distanza dal centro città. Le delocalizzazioni hanno spostato migliaia di posti di lavoro dalle aree servite dai trasporti (senza contribuire a crearne di nuovi), riducendo le opportunità d’impiego per i lavoratori a basso reddito che non possono permettersi una macchina e hanno alimentato lo Sprawl suburbano (una rapida e disordinata crescita del territorio). Per incoraggiare la creazione di sistemi di cooperazione tra i funzionari locali e limitare la competizione tra i territori, è stato creato un nuovo piano di sostenibilità regionale finanziato con 4,25 milioni dollari dalla US Department of Housing and Urban Development e da un consorzio di fondazioni regionali. Ma il piano ha raccolto un’adesione limitata tra le 375 città, i comuni, e le agenzie regionali dell’area metropolitana e la maggior parte degli osservatori vedono poche possibilità che piano sia adottato su una scala significativa.

In definitiva il libro di Katz e Bradley più che una rivoluzione è una sapiente forma di distrazione che impedisce di affrontare i problemi dei territori metropolitani. Un modo per diluire la crisi. La polarizzazione razziale di classe, le crescenti disuguaglianze nell’istruzione, la carenza e il costo degli alloggi, il costo e l’accesso all’assistenza sanitaria e la mancanza di infrastrutture segnano questa crisi urbana. Il libro presenta una serie di luoghi comuni sulle possibilità di crescita economica per le città e le periferie che stanno soffrendo a causa della crisi neoliberista, piuttosto che offrire suggerimenti su come ricostruire e recuperare i quartieri urbani, le scuole, i servizi sociali cercando di prevenire un ulteriore declino. Mentre lodano il lavoro di alcune ONG, Katz e Bradley non riconoscono l’importanza delle forme di tutela del ‘comune’ della collaborazione, dell’attivismo e della partecipazione civile in molte aree metropolitane, nelle città e nei quartieri. Sono sprezzanti nei confronti dei movimenti spontanei nati attraverso l’azione comunitaria come il movimento Occupy. Scrivono, la rivoluzione metropolitana deve essere: “ragionata piuttosto che emotiva, guidata anziché senza un leader, alimentata dal pragmatismo e dall’ottimismo, piuttosto che dalla disperazione o dalla rabbia”.
Ma nonostante le argomentazioni ‘ragionate’ dei due autori, “The Metropolitan Revolution”, è un altro indicatore di quanto sia profonda e inquietante la divergenza economica tra Main Street e Wall Street.

The Metropolitan Revolution: How Cities and Metros are Fixing Our Broken Politics and Fragile Economy“,  Brookings Institution, 2013

Siti internet e contatti.
Brookings Institution
Twitter: @bruce_katz

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