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Perché fare la rivoluzione non basta?

Sopra. All’entrata di una sede della banca centrale di Atene, aperta per pagare le pensioni. (Simon Dawson, Bloomberg).

La rivoluzione è un’invenzione moderna. Appesantita dall’idea che dobbiamo distaccarci dal passato per ottenere un nuovo domani, ed è un’affermazione che spesso produce un’astrazione molto forte e pericolosa – l’importanza di vincere contro qualcosa o qualcuno per essere finalmente liberi. Non possiamo affermare che, dopo che avremo vinto, avremo la capacità e il tempo di imparare a coesistere – non avremo mai il tempo se diciamo che lo faremo domani dopo che avremo vinto la rivoluzione.
Credo che la nuova creazione di abitudini di vita sia un processo positivo e costruttivo e che non sia mai troppo presto per cominciare.
Possiamo creare nuove abitudini solo ‘rallentando’ (ne ho parlato anche in “Rallentiamo il potere” ), poiché nuove abitudini significano nuove sensazioni, nuovi interessi, nuove possibilità. L’idea della rivoluzione può quindi essere pericolosa se pensiamo, ad esempio, che una volta superato il capitalismo potremo rivolgerci agli africani dicendo loro: ora che abbiamo sconfitto il nostro nemico comune, nulla dovrebbe più dividerci”. Se manteniamo le nostre abitudini, continueranno ad avere conflitti, a distruggere le loro ‘assurde’ credenze che continuano a impedire loro di diventare esattamente come noi.
Mi ha sempre preoccupato cosa possa significare la rivoluzione, cosa significa diventare padroni della nostra storia, sono convinto che non sia possibile nessuna pace, nessun reale cambiamento finché continueremo a inquadrare il problema all’interno delle abitudini dominate dal capitalismo. Per come la vedo io, uno dei problemi – se non desideriamo che la rivoluzione si trasformi in una catastrofe, e se decidiamo opporre resistenza da oggi, senza aspettare la rivoluzione – è quello del perché continuiamo a opporre una debole resistenza alla ridefinizione capitalista delle nostre abitudini e delle nostre pratiche.
Perché siamo tanto vulnerabili? Personalmente non credo che la battaglia contro il capitalismo vada separata da quel problema. Era già la posizione di Alfred North Whitehead: come mai così tante persone, persone per bene, giuste, che non avevano interessi nel capitalismo, hanno accettato il fatto che tali ridefinizioni fossero l’unica precondizione per il progresso? Whitehead (e Ivan Illich) afferma che il diciannovesimo secolo ha inventato il “professionista”, una nuova tipologia di persona definita dallo strano fatto di esaltare la propria mancanza di immaginazione, la propria abilità nel servire il progresso lungo un sentiero ben definito, ignorando, rimuovendo qualsiasi altra cosa. Pensiamo a quegli accademici o a quei politici che sembrano pensare che l’intero destino del mondo sia appeso al loro disaccordo con i propri colleghi, a quei tecnici che che sembrano convinti che, se produrranno dei graziosi organismi geneticamente modificati, risolveranno il problema della fame nel mondo. Whitehead pensava che fosse urgente cambiare le consuetudini del pensiero e della percezione che vengono stabilite già a scuola, poi dai media, per cui facilmente risolviamo una discussione evitando di considerare ciò che ci interessa. Direi che, quasi un secolo dopo, questo è ancora il centro del problema. Quando leggo ciò che viene chiaro “esperienza del pensiero”, penso che la maggior parte dei filosofi siano diventati dei veri professionisti. E credo come Whitehead, che tali abitudini del pensiero, spianassero la strada alla ‘ridefinizioni’ operate del capitalismo: l’indifferenza è la chiave; tutti possiamo essere vittime, ma nessuno se ne cura.
Tali abitudini non spariranno certo da sole, ma possono venire modificate attraverso nuovi desideri, attraverso nuovi interessi vitali. Il problema non va affrontato in modo riflessivo – la riflessione è un’occasione che un accademico, un professionista, un politico, un medico, uno psicanalista, un prete, hanno per essere più critici, intelligenti, sofisticati di quanto non lo siamo noi.

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