ma l'amor mio non muore

Inno alla gioia.

“La gioia è ciò che realizza una potenza. […] Non conosco un potenza cattiva.
Il tifone non si rallegra nell’abbattere le case, bensì nell’essere. Essere contenti è rallegrarsi di ciò che si è, di essere arrivati là dove si è. La gioia non è la soddisfazione di sé. È il piacere della conquista. Ma la conquista non consiste nell’asservire qualcuno. La conquista, ad esempio per un pittore, è conquistare un colore. Ecco una conquista, ecco la gioia”.

Gilles Deleuze, “L’Abecedario” (DeriveApprodi 2005)

È l’ultimo tweet del neurologo e grande scrittore Oliver Sacks, è il video con un Flash mob realizzato il 19 maggio 2012 a Sabadell, in provincia di Barcellona, in cui più di 100 musicisti e cantanti dell’Orchestra Sinfonica del Vallès, della Amics de l’Opéra de Sabadell e della Coral Belles Arts, hanno suonato “An die Freude” (l’Inno alla gioia) tratto dalla Sinfonia No. 9 di Ludwig van Beethoven.
“Un modo bellissimo di suonare uno dei grandi tesori musicali del mondo”, ha commentato il 23 agosto del 2015 poco prima di morire. Sacks amava la musica, a questa aveva dedicato uno dei suoi libri più straordinari, “Musicophilia”.
La vita di Sacks è stata eccentrica e drammatica insieme, segnata dalla malattia e da esperienze devastanti – da cui erano nati alcuni dei suoi libri, come “Su una gamba sola” (Adelphi 2014), sugli effetti della perdita temporanea di un arto dopo un incidente e “Allucinazioni” (Adelphi 2013), sull’uso di allucinogeni) ma anche dalla gioia di vivere, come testimonia il suo “The Joy of Old Age. (No Kidding.)“, apparso in occasione dei suoi 80 anni sul New York Times.
Scrive Sacks:

Durante gli ultimi due giorni sono stato in grado di guardare alla mia vita come se la osservassi da un’altitudine, come una sorta di paesaggio, e con un profondo senso di connessione tra tutte le sue parti. Ma questo non significa che con la vita ho chiuso. Al contrario, mi sento intensamente vivo, e voglio e spero che nel tempo che mi resta sarò in grado di approfondire le mie amicizie, di dire addio a coloro che amo, di scrivere ancora di più, di viaggiare se ne avrò la forza, di raggiungere nuovi livelli di comprensione e consapevolezza interiore. Questo richiederà audacia, chiarezza e un parlare diretto; cercare di rinforzare la mia scrittura in relazione con il mondo. Ci sarà anche il tempo per un po’ di divertimento (e per qualche sciocchezza) […]
Non riesco a fingere di non avere paura, ma il sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho dato tanto e ho avuto qualcosa indietro; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto uno scambio con il mondo, lo scambio speciale di chi scrive e chi legge.
Soprattutto, sono stato un essere senziente e un animale pensante su questo meraviglioso pianeta.
E anche solo questo è stato un enorme privilegio e un’avventura.

Per me la gioia implica sempre una visione. È uno stato d’animo aperto, in cui i nostri occhi sono aperti a ciò che sta al di fuori da noi stessi. Vediamo le cose nella gioia.
Trovo che ci sia un tipo di decisione esistenziale imprescindibile, da prendere: credere alla nostra felicità o ai nostri stati d’animo neutri? In quest’ultimo caso sceglieremo sempre la mossa più prudente – non prendere decisioni in un momento d’entusiasmo che ci trascina; meglio aspettare che tutto si sia raffreddato.
Una delle cose più importanti per me – e direi che dovrei cercare di farne una regola di vita – è compiere le scelte più significative in uno stato di gioia. È un’intuizione che ho colto quando avevo poco più di vent’anni leggendo per la prima volta Friederich Nietzsche. Nietzsche sosteneva che quando ci troviamo in uno stato di rancore, rifiutiamo gran parte di ciò che abbiamo davanti, mentre quando al contrario siamo in uno stato d’animo di gioia siamo in grado di confermare accettare anche le cose più dolorose e assurde. Da tutto ciò si potrebbe desumere che uno stato d’animo gioioso è molto più aperto rispetto a uno di risentimento, poiché è in grado di accettare la sofferenza, la frustrazione e il dolore.
A volte sentiamo dire: “Noi sai cos’è la gioia finché non hai conosciuto la tristezza”, come se stessimo a paragonarle continuamente l’una all’altra, come se la gioia fosse il contrario della tristezza, o la salute lo fosse della malattia.
Credo che questo sia del tutto falso. Ci sono persone che non sono mai state malate, ma non sanno cosa significhi essere sani.

Massimo Ferraris nel documentario “Atlantis” (MaGa Productions 2013), ha raccontato la più lunga occupazione femminile nella storia italiana: quella della Tacconi Sud di Latina. Un presidio durato 550 durissimi giorni e altrettante notti, trascorse da alcune operaie nel silenzio irreale di uno stabilimento vuoto, lontane dalle proprie case e dalle proprie famiglie.
Verso la fine del documentario, Rosa Giancola, un’operaia che ha guidato le sue colleghe nella lotta, apprende al telefono che il giudice ha dichiarato il fallimento dell’azienda, permettendone la riconversione.
Rosa, non trattiene la commozione e dice:

“Quest’esperienza non è mai stata un questione privata, la forza che questo ha prodotto e cioè la possibilità per nulla scontata di scrivere da noi il nostro destino. Perché abbiamo capito che la miglior delega è essere presenti nella propria vita. Qui, ora. Sapere che si condivide uno spazio comune e che l’altro non è diverso da me nei bisogni e nella condizione di essere umano. Credere nella legalità, esercitare i diritti, partecipare alla vita politica del proprio Paese. Non importa in quale ruolo ci troviamo e quali abilità particolare abbiamo. Dobbiamo pretendere che venga applicato l’ordinamento per il quale siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Adesso so cosa significa la parola resistenza, è la misura dei valori, tanto più si resiste all’evidenza delle forze che vorrebbero demolirli, tanto più quei valori vanno difesi e mantenuti”.

Credo che la gioia sia in grado di trasformare i momenti negativi che l’hanno preceduta. Penso che la gioia sia in grado di illuminare il passato, come la gioia di sentire confermati i diritti che ritenevamo di aver perso. La gioia è in grado di tornare indietro nel tempo e trasfigurare la frustrazione.

Credo anche che quando raggiungiamo l’estasi, riaffermiamo tutto quanto ci ha portato fin là.
A questo proposito, voglio fare un ultimo esempio. Siamo al confine tra la Cina e il Nepal, vediamo quel monte che gli imperialisti chiamano Everest e i nepalesi Sagamartha – la madre del cielo – stagliarsi come un diamante sopra le nubi dell’Himalaya. Quel momento estatico conferma tutto ciò che ci ha condotto fin la: il faticoso viaggio via terra attraverso il Medio Oriente, le notti insonni, la dissenteria. In quel momento ci sembra meglio che sia andato proprio così. Qualcun altro, che magari ha preferito volare fino all’Everest in aereo e trovarselo davanti così, senza nient’altro, vivrà un’esperienza infinitamente più debole della nostra. Le ragioni di questa maggiore debolezza e minor significato dell’esperienza risiedono nell’essere partiti con uno stato d’animo già chiuso a molte esperienze – no al mancanza di confort, no al cibo di scarsa qualità, no alla dissenteria, e così via. Uno stato d’animo gioioso permette quindi di aprirsi alla realtà, e a una realtà più ampia rispetto a quella che si presenterebbe davanti se ci trovassimo in una condizione di depressione e di risentimento. In questo caso quello che viviamo è più veritiero, più autentico.

La gioia si trova oltre i valori che abbiamo ereditato, non è qualcosa di ideale, bensì la realtà stessa.
La gioia ci fa amare la realtà più di quanto faccia qualsiasi concetto di ciò che è ideale.
Dovremmo credere alla gioia più che alla prudenza, o in qualsiasi stato d’animo più cauto e impaurito.

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