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Il non-Edipo.

 “Mi è difficile esprimermi in linguaggio visivo.
Potrebbe esservi nell’idea stessa di creazione – cre-azione – qualcosa, qualcosa che sfugge alla passività di una descrizione che deriva inevitabilmente da un linguaggio concettuale. Nel linguaggio che serve a designare gli oggetti, la parola non ha che un senso, o due al massimo, e tiene prigioniero il suono. Spezzando la forma in cui la parola si è invischiata appariranno nuove relazioni: la sonorità si esalta, affiorano segreti che giacevano addormentati, colui che ascolta è introdotto in un mondo di vibrazioni che suppone una partecipazione fisica, simultanea, all’adesione mentale. Liberate il soffio e ogni parola diventa un segnale. Mi riallaccio verosimilmente a una vaga tradizione poetica e ad ogni modo illegittima. Ma il termine stesso di poesia mi sembra falsato. Forse preferisco “ontofonia”. Colui che schiude la parola, schiude la materia, e la parola non è che il supporto materiale di una ricerca che ha come fine la trasmutazione del reale. Più che situarmi in rapporto a una tradizione o a una rivoluzione, mi applico a svelare una risonanza dell’essere, inammissibile. La poesia è un “silensophone”, il poema, un luogo d’operazioni, la parola è sottomessa a una serie di mutazioni sonore, ognuna delle sue sfaccettature libera la molteplicità del senso di cui si carica. Nell’estensione della mia lingua il frastuono e il silenzio si scontrano – centro shock – dove la poesia assume la forma dell’onda che l’ha scatenata. O meglio, la poesia s’eclissa davanti alle sue conseguenze.
In altri termini: io m’oralizzo”.
Ghérasim Luca

Ghérasim Luca, nato Salman Locker a Bucarest nel 1913 e morto a Parigi nel 1994, è stato il poeta dell’oltranza. Il suo spazio letterario è un continuo incendio di parole, non traducibile in altre lingue, se non a fatica e in modo impertinente.
La sua formazione intellettuale è piuttosto articolata e spazia dalla filosofia alla psicanalisi. Alla fine degli anni trenta concentra i suoi interessi nel solco della ricerca dada-surrealista, proseguendo apparentemente le prime esperienze della poesia sonora (Raoul HaussmannKurt Schwitters), ma in realtà il lavoro fonetico che viene protratto sistematicamente nell’intera produzione dell’autore, si radicalizza per diventare strumento e riflessione sulla possibilità che ha il linguaggio di catturare l’essere.

Amatissimo da Gilles Deleuze, con Luca si realizza ciò che affermava o forse sperava André Breton: “Le parole hanno finito di giocare, le parole fanno l’amore” (“Les mots sans rides“, Littérature 1922). Le parole fanno l’amore tra di loro, ma fanno l’amore anche con chi le mastica, le legge, le spaccia negli angoli della poesia.

Il 4 marzo 1989 Gilles Deleuze scriveva a Luca queste parole:

“La serata […] è stata sconvolgente. Voi date alla poesia una vita, una forza, un rigore che è pari solo ai più grandi poeti. Voi appartenete proprio a questi. Provo un’ammirazione e un rispetto per il vostro genio che ogni volta che vi ascolto o vi leggo, è una scoperta assoluta. Grazie per avermi mandato “Le Tourbillon qui ripose”: è splendido. Nella vostra opera, sono sempre più colpito dalla potenza di una logica singolare, che muove ogni poema. Credete, vi prego, al mio attaccamento profondo”.

Già alcuni anni prima, nel 1973 in “Conversazioni” (Feltrinelli 1980), Gilles Deleuze aveva scritto:

“Oggi il più grande poeta francese vivente è un romeno. […] Ghérasim Luca è un grande poeta fra i più grandi: ha inventato un balbettamento prodigioso, il suo. Gli è capitato di fare delle letture pubbliche dei suoi poemi: duecento persone, e tuttavia bisogna considerarlo un evento, è un evento che passerà attraverso questi duecento senza far parte di nessuna scuola o movimento. Le cose non capitano mai là dove ci si aspetta, né attraverso i percorsi previsti”.

Ancora oggi abbiamo la possibilità di ascoltare la voce balbettante di Luca mentre interpreta il suo poema più famoso che si intitola “Passionnément“. “Passionnément” è una performance poetica e teatrale che verrà ripresa e interpretata da numerosi poeti e artisti. Questo poema, che è stato giustamente definito deleuziano, fu pubblicato per la prima volta nella plaquette “Amphitrite” (Infra-Noir) 1947 a Bucarest e fu composto in Romania direttamente in francese. “Passionnément” è una singolare dichiarazione d’amore, un piccolo incantesimo che si ripete a distanza. A partire da un timido e angosciato balbettamento che tradisce una voce straniera poeticamente innamorata, si assiste miracolosamente alla creazione del mondo: “je t’aire passionnénent”. “Je t’aire passionnénent” è il performativo assoluto dell’amore che segnerà l’ingresso di Gherasim Luca nella sua cabala fonetica, in questo rapporto fisico con le parole dove i suoni riproducono infinitamente il taglio del reale.


Ma prima di arrivare a questo modo prodigioso di aprire le parole, attraverso i tagli operati dalla ripetizione acustica sulla lingua, Ghérasim Luca aveva percorso in Romania una traiettoria rivoluzionaria. La testimonianza più estrema di questa esperienza incandescente di scrittura è contenuta nel testo “Inventatorul Iubirii ” (“L’Inventore dell’amore”).

Quest’opera, scritta durante l’orrore della guerra e pubblicata per la prima volta in romeno nel 1945, è ancora oggi scandalosa. “L’Inventore dell’amore” (Barbes Editore, 2011) è una prosa poetica attraversata da un’implacabile dialettica negativa e da una terribile passione per il sacrilegio. Indossando la maschera trasgressiva del vampiro, il poeta aveva spettacolarmente allestito scene di violenza degne del divino marchese de Sade. Con questo lavoro Luca aveva esaltato l’eccesso, la crudeltà erotica, il gusto del macabro, la sfida demoniaca.
“L’Inventore dell’amore” è comunque anche un testo allegorico. Il protagonista assoluto di questo lungo poema è ‘Non-Edipo’. Chi è ‘Non-Edipo’? ‘Non-Edipo’ è un nome d’invenzione e rappresenta l’esatta antitesi dell’Edipo freudiano. ‘Non-Edipo’ è l’incarnazione del nuovo soggetto amoroso che, nel fantasma del suo nome, orienta i desideri più esorbitanti e scabrosi del genere umano. Secondo Luca, ‘Non-Edipo’ si oppone al ‘fantasma regressivo dell’Edipo’, il quale non è altro che la formazione carceraria di un inconscio sociale, di tipo reazionario, che si è gradualmente sedimentato nel corso della storia dell’umanità.
Ghérasim Luca sa bene che nessuno può sfuggire all’Edipo freudiano. L’Edipo, come si sa, è un complesso che non solo descrive uno stato di fatto psicologico, ma designa una struttura di linguaggio che indica il fondo enigmatico del desiderio e anche ciò che sta alla base delle sofferenze nevrotiche.

Partendo da “Il tramonto del complesso edipico” di Sigmund Freud, l’intenzione teorica che anima “L’Inventore dell’amore” è quello di liberare il soggetto dell’inconscio dalle maglie troppo strette e soffocanti della ‘posizione edipica’, stabilendo così un inedito scenario per il dispiegarsi di insoliti desideri. Per affrancarsi dall’Edipo, secondo Luca, è necessario un duro e faticoso processo di soggettivazione del desiderio in grado di sconvolgere le frontiere tra ciò che si conosce e l’ignoto. Ciò sarebbe possibile solo se l’umanità è disposta a mettere in moto le sue risorse dialettiche, negative e desideranti, in grado di produrre sempre nuove connessioni e aperture, realizzando così una rivoluzione permanente non solo in ambito poetico ed artistico ma anche sul piano politico.
Il ‘Non-Edipo’ dovrebbe quindi rappresentare la nuova posizione soggettiva dell’umanità in contrapposizione a quella edipica, che è fonte di ogni ostacolo per il progresso emancipativo e trasformativo del mondo. Ma per far questo l’umanità dovrebbe accettare il rischio della follia, attraversare quella follia per separarsene, e solo in questo modo, con ‘un salto formidabile’, avrebbe la possibilità di ‘scoprire’ e insieme di ‘inventare un nuovo mondo’, ponendosi all’altezza del ‘desiderio di desiderare’.

Ventisette anni dopo l’uscita di “L’Inventore dell’amore”, nel 1972, Gilles Deleuze e Felix Guattari pubblicano, uno dei loro testi più importanti “L’anti-Edipo” (Einaudi 2002). Si tratta di una potente critica alla pratica e alla teoria della psicoanalisi. Le rimproverano di essere al servizio del potere e dell’ordine stabilito. La loro accusa è che la psicoanalisi dopo aver scoperto il “desiderio inconscio” ha volutamente ridotto la portata rivoluzionaria di questa scoperta mettendosi al servizio del padrone.
L’anti-Edipo è una critica spietata: dell’uso paranoico e violento dell’interpretazione; di una rappresentazione dell’inconscio come teatrino familaristico, chiuso su se stesso, che perde di vista il suo carattere sociale e i suoi infiniti legami (concatenamenti) collettivi; dell’uso politico del denaro che seleziona i pazienti in base al loro reddito; della valorizzazione dell’Io e del suo principio di prestazione, eccetera.
Gli autori, come Ghérasim Luca, descrivono con gli strumenti della filosofia, il carattere rivoluzionario e sovversivo del desiderio, attribuendone la rimozione originaria alla repressione esercitata dalla società:

“Il desiderio è rimosso proprio perché ogni posizione di desiderio, per quanto piccola, ha di che mettere in causa l’ordine stabilito di una società: non che il desiderio sia asociale, al contario. Ma è sconvolgente; nessuno macchina desiderante può essere posta senza far saltare settori sociali tutti interi. Cheché ne pensino certi rivoluzionari, il desiderio è nella sua essenza rivoluzionario – il desiderio, non la festa – e nessuna società può sopportare una posizione di desiderio vero senza che le sue strutture di sfruttamento, di asservimento, di gerarchia vengano compromesse. Se una società si confonde con queste strutture (ipotesi divertente) allora sì che il desiderio la minaccia essenzialmente. È dunque d’importanza vitale per una società reprimere il desiderio – anzi trovar meglio della repressione, perché la repressione, la gerarchia, lo sfruttamento, l’asservimento siano essi stessi desiderati. È assolutamente spiacevole dover dire cose così rudimentali: il desiderio non minaccia una società perché è desiderio di andare a letto con la madre, ma perché è rivoluzionario. E questo non significa che il desiderio sia qualcosaltro rispetto alla sessualità ma che la sessualità e l’amore non vivono nella camera da letto di Edipo, sognano piuttosto il mare aperto e fanno passare strani flussi che non si lasciano immagazzinare in un ordine stabilito. Il desiderio non “vuol” la rivoluzione, è rivoluzionario da sé e involontariamente, volendo ciò che vuole”.

La tesi di base è che l’inconscio non rappresenta nulla, ma produce reale: non è teatro ma fabbrica. L’inconscio non ha senso, ma funziona, è produzione di reale e, a causa della rimozione originaria del desiderio, è produzione di credenze e rappresentazioni indotte (dalla struttura sociale, dagli agenti familiari, dallo psicanalista). Quindi il problema posto dall’inconscio non è quello della rappresentazione, bensì quello della produzione.
L’inconscio produce nella stessa maniera in cui il capitalismo produce, ma quest’ultimo producendo e producendosi da un lato non fa che spostare il suo limite interno sempre più in là e dall’altro non fa che reprimere e assoggettare i suoi limiti spostati, interni. In altre parole, l’inconscio come il capitalismo è una macchina di potere assoggetante.

In un secolo, come il nostro, segnato dal terribile tracollo delle utopie emancipative e dalla crescente pervasività del sistema economico capitalista, Deleuze e Guattari è come se dessero asilo politico a Luca, lasciando un posto libero alla sua soggettività, non solo poetica, ma anche a quella più appassionatamente politica, senza censure.

In “L’Inventore dell’amore”, Luca, scrive:

“[…] Con un disgusto che ho cominciato ad ignorare, mi muovo tra queste figure già fatte, conosciute all’infinito, donne e uomini, cani, scuole, montagne paure e gioie mediocri, tramontate. Da qualche migliaio di anni si propaga come un’epidemia oscurantista quest’uomo assiomatico, Edipo, l’uomo del complesso di castrazione e del trauma natale, su cui si poggiano gli amori, le professioni, le cravatte, le borsette, il progresso, le arti e el vostre chiese. Detesto questo figlio naturale di Edipo, odio e rifiuto la sua fissa biologia. E se l’uomo è così perché nasce, allora non mi rimane altro che rifiutare la nascita rifiuto ogni assioma anche se dalla sua parte ha tutte le apparenze della certezza. Sopportando come una maledizione questa psicologia rudimentale – determinata dalla nascita, non scopriremo mai la possibilità di venire al mondo al di là del trauma natale.
L’umanità edipica merita la propria morte”.

Ghérasim Luca, dopo essere scampato all’eccidio ebraico durante la dittatura nazifascista e non essendo poi più libero di esprimersi nella Romania stalinista, nel 1952 fu costretto a fuggire in esilio a Parigi, attraverso un visto per Israele.
In Francia, non avendo documenti di identità, a chi gli chiedeva la sua provenienza, il poeta rispondeva di essere un ‘étranjuif’. Con questo termine Luca riconosceva di essere e insieme di non essere in rapporto con l’ebraismo, e indicava allo stesso tempo la sua duplice appartenenza e disappartenenza identitaria e religiosa. Essere ‘étranjuif’ significa per Luca non solo esilio forzato, perdita di identità, vertigine, scivolamento, caduta dell’Io, ma indica soprattutto l’assunzione della verità inconscia del ‘proprio’ desiderio come segno irrinunciabile di libertà.
Durante la sua vita, Ghérasim Luca ha occupato il posto della singolarità, dell’eccezione, del desiderio di desiderare, del miracolo della parola, ma anche quello dell’esilio, di ciò che è escluso, di colui che non ha ricevuto il diritto d’asilo, di cittadinanza. L’unico posto a lui riservato nel mondo era quello della poesia.
Secondo i quotidiani parigini, Luca, prima di morire, consegnò in un foglio questa frase:

“Volevo solo abbandonare un mondo dove non c’è più posto per i poeti”.

Questo è l’ultimo messaggio che Luca scrisse alla sua compagna prima di lasciarsi sommergere dalla Senna nel 1994, all’età di 81 anni.
È proprio a partire da questo riferimento registrato sulla stampa – cioè a partire da una soggettività desiderante che assume appassionatamente la scissione e il fallimento del soggetto stesso – che è necessario oggi produrre o reinventare un inconscio, un inconscio che sia capace di proiezione verso il futuro e che sia garante di una politica di emancipazione, un inconscio che dia ancora voce a chi non è rappresentato e che di fatto vive invisibile, in maniera quasi spettrale, ai margini del nostro campo sociale.
In questo senso Ghérasim Luca fa ancora traccia al di qua e al di là della sua straordinaria opera poetica e artistica. Luca ci ha consegnato una testimonianza incredibile che suona per noi come una sirena d’allarme e che ci richiama quindi, responsabilmente, al compito del pensiero.

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