ma l'amor mio non muore

Zone temporaneamente autonome.

Riflettendo sul rapporto tra pessimismo e politica, ricordo che le mie prime esperienze di partecipazione sono sempre state accompagnate da persone molto ottimiste. Ci riunivamo all’Università, organizzavamo degli incontri di tipo accademico, politico o entrambe le cose insieme, e per forza di cose si faceva strada una certa depressione non appena si entrava nel dettaglio circa le forze dell’opposizione. E a quel punto saltava sempre fuori, la massima di Antonio Gramsci: “Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”, un mantra eterno ed essenziale con cui si doveva convivere. Mi chiedevo, in che modo si potevano combinare queste due forze, apparentemente contrarie, ma così importanti?
Sono convinto che sia in gran parte legato alla cultura. Penso ad esempio alla persone che stanno attraversando situazioni difficili in Grecia e non riesco proprio ad immaginarmele disilluse e depresse. Non penso ovviamente alle persone appartenenti alle classi più agiate, poco toccate dalla crisi, ma a quelle che vivono nelle periferie delle città o sulle frontiere in costante contatto con le migrazioni provenienti dai paesi confinanti. E penso anche al perimetro culturale e mentale in cui vivono, a un’orbita completamente diversa (a questo proposito ho trovato interessante il punto di vista espresso nel convegno organizzato da EffimeraSovvertire l’infelicità – Subverting Unhappiness”).
Mi colpisce l’equazione tra felicità e rivoluzione. Ricordo di aver letto da qualche parte che Lenin aveva affermato che “la rivoluzione è il carnevale degli oppressi”. Bene, magari l’ha effettivamente detto, nonostante sembri così alieno al suo modo di essere, ma sono convinto che gli anarchici e alcune dimensioni della sinistra delle politica moderna dovrebbero mantenere vivo quello spirito tra carnevale e rivolta. Michail Michailovič Bachtin ha lavorato su questo tema in “L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale” (Einaudi 1979) e in un modo molto creativo lo ha chiamato il “sentimento carnevalesco del mondo”.

“Alla parola “carnevalesco’’ daremo qui un significato più ampio. Come fenomeno particolare, il carnevale è sopravvissuto fino alla nostra epoca. Altre manifestazioni di festività popolare, ad esso collegate per stile e carattere (come anche per le origini), si sono estinte molto tempo fa o si sono talmente trasformante da risultare irriconoscibili. Il carnevale è un festività molto nota, spesso descritta nel corso di molti secoli. Persino negli sviluppi conosciuti nei secolo diciottesimo e diciannovesimo esso ha mantenuto alcuni tratti fondamentali in una forma riconoscibile per quanto meno marcati […] Lo interpretiamo non solo come carnevale in sé nella sua forma circoscritta ma anche come manifestazione delle variegate festività popolari del medioevo e del Rinascimento”.

Non mi ritengo un esperto, ma alcuni la pensano esattamente al contrario: sostengono cioè che il carnevale sia esistito nell’Europa occidentale negli ultimi duemila anni per alleviare lo squallore e come pausa dalla realtà. Per permettere alla persone di ‘sopportare’ meglio la realtà. Ma le tesi di Bachtin sembrano sempre suggerire che il carnevale non fosse semplicemente una valvola di sfogo, e che non servisse alle persone per provare un po’ di felicità in un’esistenza altrimenti grama. Egli si riferiva in modo particolare alla vita nell’Unione Sovietica negli anni ’30, e ho sempre avuto l’impressione che stesse suggerendo l’idea che il carnevale fosse aperto, che potesse estendersi ad altro. In questo modo lo spirito della risata, a lui molto caro, collegato a questo desiderio di libertà, veniva mantenuto vivo attraverso il carnevale. Credo che sia molto diverso dall’usare il linguaggio della “valvola di sfogo” del “feedback cibernetico”.

Un’altra idea analoga l’ho trovata nelle idee di Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey), uno scrittore anarchico dell’area di New York. Ha ideato il concetto di “zone temporaneamente autonome” (“T.A.Z.: The Temporary Autonomous Zone, Ontologica Anarchy, Poetic Terrorism”, Autonomia, 2004). La sua idea è che ci siano attimi, ore, settimane, mesi o persino anni in cui le persone si riuniscono per mettere alla prova la libertà. A questo punto però c’è un collasso, per cui questi esperimenti, queste zone temporaneamente autonome, sono destinate a fallire. Si entra al loro interno sapendo che è come un carnevale, che è limitato nel tempo, e si può notare che esse si esprimono sotto qualsiasi forma: nella storia e nelle battaglie vere e proprie; negli emarginati che sono riusciti ad affrancarsi dalle famiglie, dalle comunità, dallo Stato o da qualsiasi altra cosa.

Scrive Bey:

“La TAZ è come una sommossa che non si scontri direttamente con lo Stato, un’operazione di guerriglia che libera un’area (di tempo, di terra, di immaginazione) e poi si dissolve per riformarsi in un altro dove, in un altro tempo, prima che lo Stato la possa schiacciare. Poiché lo Stato è occupato primariamente con la Simulazione invece che con la Sostanza, la TAZ può “occupare” queste aree clan­destinamente e portare avanti il suo scopo festivo per un bel po’ in relativa pace. Forse certe piccole TAZ sono durate intere vite perché passarono inosservate, come enclavi Hillbillies (così vengono chiamati gli abitanti di sperdute co­munità rurali e palustri del Sud degli USA) – perché non si intersecano mai con lo Spettacolo, non apparirono mai fuori da quella vita reale che è invisibile agli agenti della Simulazione”.

È interessante vedere il modo in cui la speranza si inserisce in tutto questo, è una specie di pessimismo controllato, o un insieme di pessimismo e ottimismo, poiché serve l’ottimismo per produrre il carnevalesco, o il carnevale stimola atteggiamenti positivi nei confronti del mondo. Mi sembra che questo venga fatto con una certa sofisticatezza, e ci si accorga comunque di stare vivendo in un “reame artificiale”. È come quando andiamo a teatro, quando sospendiamo l’incredulità e diventiamo speranzosi, ma c’è allo stesso tempo un’altra parte di noi che sa che ciò non potrà durare per sempre. Credo che questo sia un po’ quello di cui è fatto l’uomo – quel livello di complessità, la capacità di sostenere idee contrapposte nello stesso momento -, ed è qui che mi sento più a mio agio a parlare di speranza, in una zona in cui la speranza e la sua assenza si confrontano in modo dinamico.

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