s'entrevoir

Jan Fabre: il gangster dell’arte.

Anversa, 29 Giugno 1983
Un’artista
deve essere un re dei ladri
del mondo sconosciuto.

Anversa, 10 dicembre 1983
È un sacro dovere analizzare e liberare il corpo. Nel teatro e nelle arti figurative.
Il mio catechismo:
L’arte è il padre
La bellezza il figlio
E la libertà lo spirito santo.

Jan Fabre, “Giornale notturno“, Cronopio 2013

Jan Fabre è senz’altro uno dei artisti contemporanei più innovativi ed eclettici. Coreografo, regista, scenografo, ma anche autore di sculture, disegni, film, installazioni e performance radicali come “This is Theatre Like it was to be Expected and Foreseen” (“Questo è teatro come ci si doveva aspettare e prevedere”) del 1982 e “The Power of Theatrical Madness” (“Il potere della follia teatrale”) del 1984, che fecero vacillare le fondamenta dell’establishment del teatro europeo. Fabre ha costruito a partire dagli anni Settanta, un corpus di opere che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, dando forma e verità alle sue ossessioni con un senso della disciplina e della perfezione ineguagliabili. Caos, rigore, reiterazione e follia, metamorfosi e anonimato sono gli elementi principali del suo teatro. Nel 2015 con “Mount Olympus. To Glorify the Cult of Tragedy” ha aperto uno straordinario laboratorio per ripensare il ruolo e il significato della tragedia oggi (ne abbiamo parlato nel post “Mount Olympus. Cosa viene dopo la tragedia?“). 

Jan Fabre. Beyond the artist”. Trailer Sub ITA from Giulio Boato on Vimeo.

In occasione della presentazione di “Mount Olympus” al Romaeuropa Festival abbiamo incontrato Jan Fabre per fargli qualche domanda.

S’entrevoir. Com’è nato “Mount Olympus.To glorify the cult of tragedy”?
Jan Fabre. Abbiamo iniziato a provare dodici mesi fa. Nei primi cinque mesi, in realtà, abbiamo lavorato moltissimo sull’improvvisazione. Mount Olympus è un lavoro che ha un grande forza perché è un pezzo di me stesso che consegno agli altri, è una di testimonianza sul modo in cui creo e sul mio pensiero. Tutti i miei lavori sono basati sulla tragedia greca, il grande utero da cui siamo nati. Il testo dello spettacolo è una rielaborazione mia e di Miet Martens, con cui collaboro da trent’anni a cui in seguito si è unito Jeroen Olyslagers. Siamo partiti dai classici, riscritti e miscelati in un flusso unico. Lo sguardo di Roberto Calasso mi ha affascinato, dopo aver scoperto “Le nozze di Cadmo e Amonia” ne ho acquistato un sessantina di copie per distribuirle ad attori e tecnici. La scrittura di Mount Olympus è stata una profonda ricerca sui sogni, gli incubi, l’insonnia, la narcolessia. Questo mi ha portato a interrogami sul significato della catarsi nella nostra società. C’è una catarsi anche per noi? Una possibile purificazione? Intendo dire da un punto di vista filosofico, sociale, poetico? Viviamo in un mondo di cellulari e computer che ci connettono anche con il nostro stesso corpo. Se ho fatto tutto questo è perché credo che partecipare assieme a un’azione creativa di ventiquattro ore sia la più autentica tra le connessioni. Ma ci pensi? Uno spettatore che sceglie di prendersi 24 ore per sé, 24 ore liberate: non è una forma di catarsi questa? Un anno di lavoro, in un contesto dove tutto va molto veloce, tutto deve essere popolare, dove deve tendere sempre più verso l’intrattenimento, Mount Olympus va in una direzione opposta, prende tempo per cercare di inventare.

S. Ci puoi parlare dei performer di Troubleyn?
JF. Quattro generazioni di performer della mia compagnia, i migliori di ogni generazione. Lo trovo molto bello. Ci sono, tra gli altri, Els Deceukelier, Marc Moon van Overmeir, Renee Copraij Annabelle Chambon, Ivana Jozic, Antony Rizzi, Cédric Charron… Con alcuni di loro ho creato “Il potere della follia teatrale”. Ed è bello vedere giovani prendono ispirazione dagli anziani, ma anche il contrario! Quindi, è anche un po’ la mia storia e quella del mio teatro, del palcoscenico e della danza. È il risultato del lavoro del lavoro di laboratorio e di insegnamento ma anche è del lavoro abbiamo fatto insieme nel corso di questi anni.
Pubblicherò un libro che conterrà le mie “linee guida”. Si chiamerà “Guidelines for the twenty-first century performer”. Ci saranno tutti i miei esercizi, il modo in cui insegno, le mie ‘istruzioni’. Si tratta di una vera e propria ricerca scientifica, transdisciplinare. Ho passato tre anni di lavoro all’Università di Anversa confrontandomi con i metodi delle scienze esatte per registrare tutte le mie ricerche, le mie costruzioni, le mie metodologie artistiche e analizzarne lo scheletro, muscoli, organi, la respirazione, in nostro modo di lavorare nella compagnia. Una testimonianza del mio modo di pensare e di arrivare a un risultato.

S. Come riescono i performer a sostenere lo sforzo psicologico e fisico di questa incredibile maratona scenica?
JF. Il lavoro che abbiamo fatto in questo anno è stato pesante, sia fisicamente che mentalmente.
Durante lo spettacolo i performer hanno dei Dream Time. Dormono sul palcoscenico, si svegliano. Il sonno e sogni, gli stati fisici, il dormiveglia, il torpore, la letargia… e le risposte a questi stimoli nel corso delle ventiquattrore, entrano a far parte del lavoro. I performer giocano, ballano, mangiano… In realtà è un dramma molto complesso perché bisogna prevedere chi sarà in grado di rimanere sveglio, e chi dovrà uscire, c’è un contatto bellissimo e costante tra i performer. Si stabiliscono rituali molto profondi che attraversano tutto il lavoro, rituali che cambiano con la vita delle persone. Cosa significa essere sul palco, giocare, ballare, stare insieme?

S. La scenografia ha un ruolo importante.
JF. La scenografia è semplice ma efficace. Ci vogliono quattro o cinque giorni per preparare per il montaggio delle luci…

S. Cosa ne pensi della tragedie contemporanee, ad esempio di qualla che ha colpito la Francia e l’Europa?
JF. Se ti riferisci alla strage di Hebdo a Parigi, io ero a Marrakech con Bernard Henri Levy, stavo lavorando alla mia esposizione di Namur quando l’ho visto le immagini in televisione. Sono rimasto molto scioccato. Prima dagli eventi. Quindi con tutti coloro che hanno detto “Je suis Charlie” senza condividere le idee di Charlie Hebdo. Penso che dobbiamo perdonare e non condannare l’Islam in quanto tale. Dobbiamo essere buoni cattolici e credenti in Cristo porgere l’altra guancia e perdonare. Questo è il primo passo per rendere il mondo migliore. Quello che è successo è orribile, naturalmente, ma questa non è con la stigmatizzazione degli altri che tutto si risolverà. Dobbiamo cercare di capire perché lo fanno. Certo che è difficile, ma se non ci impegniamo a capire ci sarà sempre più odio e aggressività. Credo che dovremmo cercare di comunicare. Questa non è la strada scelta da buona parte dei media quando parlano d’integralismo e di radicalismo. Dobbiamo parlare con loro in tutti i modi possibili e forse arriveremo qualcosa. Questa è la mia convinzione, quella che la mia umanità mi suggerisce.

Internet.
Angelos. http://janfabre.be/angelos/en/
Troubleyn. http://janfabre.be/troubleyn/en
Giulio Boato, regista del film “Jan Fabre. Beyond the artist”. http://www.doyoudada.org/

Libri.
Corpus Jan Fabre. Annotazioni su un processo di creazione“, Luk Van den Dries, Ubulibri 2008
Power of Theatrical Madness: Photographs by Robert Mapplethorpe“, ICA (Institute of Contemporary Arts).
Jan Fabre. Les années de l’Heure Bleue. Dessins et sculptures, 1977-1992“, a cura di H. Lorand, Silvana editore 2012.
Giornale notturno (1978-1984)“, Cronopio 2013.
Jan Fabre. Stigmata. Action & Performances 1976-2013“, Germano Celant, Skira 2014.
Residui e altri testi“, Editoria & Spettacolo 2015.

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