commoning

Liberté, égalité, fraternité.

Quando si parla di nuove forme di democrazia, qui in occidente, dove sperimentiamo i limiti della democrazia borghese, la prima cosa che si sente dire sempre è di aumentare la decentralizzazione, ovvero conferire più potere ai gruppi piccoli, locali – regioni, gruppi etnici, religioni, LGBT, ecc. -, e allo stesso tempo tentare di salvaguardare quello che viene percepito come l’interesse generale. È tutta una questione di bilanciare generale e particolare, centro e periferia. Si attribuisce anche una maggiore importanza all’individuo, trascurato dalle democrazie popolari, in modo particolare dal comunismo, dove il ruolo dell’individuo come valore era completamente assente. Ho provato ad esaminare questo tema nelle opera di Hannah Arendt, e credo dica due cose fondamentali a questo proposito. In primo luogo, le false democrazie del blocco orientale, soprattutto lo stalinismo, poi degenerato nei gulag, distruggevano ogni rispetto per il pensiero individuale. Questo era il primo passo verso i gulag. Quando viene a mancare il rispetto per quello che ciascuno di noi pensa, si innesca un processo per cui perdiamo progressivamente la libertà di espressione, di movimento, di sceglierci i vicini di casa, i vestiti, il cibo, in cosa credere e infine la vita. Ogni qualvolta pensiamo ai regimi (comunisti, fascisti, religiosi), dobbiamo essere consapevoli che la negazione della libertà personale, conduce alla distruzione del libero pensiero e della vita stessa. Tuttavia agli ideali del comunismo è sempre stata associata una percezione della necessità di uguaglianza, l’esigenza che a tutti fossero date le stesse possibilità. Se intendiamo il comunismo in questi termini, allora sono completamente a favore. Ma se lo intendiamo come l’abbattere tutto e tutti al minimo comune denominatore, torniamo sulla strada dei campi di concentramento. Malgrado ciò, il fatto di dare a tutti le stesse possibilità rimane della massima importanza, che è poi il motivo per cui credo che il motto francese “Liberté, égalité, fraternité”, oggi, sia più importante che mai. Bisogna però trovare il modo di adattarlo al mondo moderno.
Il secondo punto che prendo dalla Arendt riguarda il modo in cui poter valorizzare l’individuo, dare a tutti le stesse possibilità, e riuscire ugualmente a far interagire gli individui come comunità. La risposta a questo problema è riuscire ad immaginare una società costituita dai rapporti tra persone molto diverse – una cosa che sino ad oggi nessuna democrazia è riuscita a fare. C’è stata una democrazia “aristocratica” immaginata da Platone, ma si fondava su un sistema di caste. C’è stata la democrazia repressiva del comunismo. C’è la democrazia borghese che si trasformata in un inganno per i poveri e per gli sfruttati. Ci sono le democrazie islamiche dove i valori religiosi sono incorporati nella vita pubblica. Ora c’è bisogno di una democrazia nella quale tutti abbiano gli stessi diritti e le stesse possibilità. È un’utopia? Non sappiamo ancora come arrivarci. Ma siamo fortunati perché siamo in grado di immaginarcela, e di darci da fare per raggiungerla, per dare un valore all’individualità di ciascuno più di quanto accada ora, senza cadere in una qualche forma di elitarismo. E per farlo è necessario un alto grado di tolleranza verso gli altri, insieme a una comprensione del bene comune che dobbiamo imparare a rendere più eterogeneo e diversificato.

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