omnivore

L’homme jetable.

“Après le “faire mourir et laisser vivre” qui serait la formule de la souverainété, et le “faire vivre et laisser mourir” qui Foucault forge comme la formule de la biopolitique, on serait dans l’hypothèse  d’un “faire vivre à mort et d’un laisser mourir en masse” qui serait celle de la bioéconomie”.
Bertrand Ogilvie

Stagisti, precari. Contratti a tempo determinato. Flessibilità. Licenziamenti. Disoccupati “in fin di diritti”, persone in fin di vita. Tutti questi termini dicono a quale punto, in fondo, si ha ben poco bisogno di noi. Quale sorte ci attende?
Bertrand Ogilvie ci pone una questione tanto terribile quanto inevitabile: come siamo diventati rottamabili? Come concepire, nella storia della violenza, questa nuova relazione di potere e questo nuovo statuto che, al di là dello sfruttamento del nostro lavoro, ci destina in anticipo a una sorta di liquidazione programmata? 

arton210Sotto il duro e bel titolo de “L‘homme jetable: Essai sur l’exterminisme et la violence extrême” (Editions Amsterdam) Bertrand Ogilvie raccoglie una serie organica di saggi, una serie di tappe del cammino per pensare questa violenza estrema che é divenuta oggi il quotidiano spettacolare e al tempo stesso meglio dissimulato nella sua ordinarietà. Tutto comincia con un incubo di Spinoza. Il filosofo della ragione vive in questo porto olandese in cui i battelli partono e tornano senza posa dal nuovo mondo, in un traffico laborioso e incessante che si chiamerà “scoperta”, commercio triangolare, tratta degli schiavi, colonizzazione e, talvolta, di già, massacro cioè sterminio (Bartolomé de las Casas non parlava già da subito di “Distruzione delle Indie”?). Ogilvie ci ricorda il terribile motto di queste compagnie marittime: “navigare è necessario, non vivere”. Baruch Spinoza vede tutto questo. Sa tutto questo. Quale patto oscuro si annoda con gli orrori di una guerra che non é nemmeno più una guerra e con un certo sonno della ragione? Per pensarlo non abbiamo che un sintomo, nel quale Ogilvie, da buon psicanalista, propone di vedere un ritorno del rimosso: Spinoza racconta l’incubo in cui un selvaggio gli é apparso come uscito dritto dal Brasile della propria colpevolezza.

È troppo facile, troppo riduttivo e infine troppo illusorio opporre la violenza all’ordine o al diritto come una particolarità che si opporrebbe all’universale, perché qui c’è una violenza propria dell’universale che non può affermarsi senza imporsi alle particolarità, al prezzo di una riduzione radicale, cioè di una sparizione della loro particolarità. Friedrich Hegel ha presentito e presentato la tendenza alla distruzione come una dimensione costitutiva di ogni passaggio all’universale. Il sapere potrebbe essere lui stesso silenzio sulla sofferenza di ciò che riduce? Diviene dunque pensabile che sia nella rappresentazione, nella violenza stessa della rappresentazione che si produce l’uomo “rottamabile”. Il momento hegeliano della dialettica di servo e padrone é contemporaneo dell’esplosione della società civile. La rivoluzione industriale in gestazione l’incrina in partenza, opponendo una minoranza il cui capitale diviene considerevole e una moltitudine votata al denudamento, il volgo. Ogilvie basa su Lacan la propria rilettura di Hegel. La conoscenza di sé é un disconoscimento di sé che suppone nell’altro uno specchio ma non una persona, dunque una persona che non é persona. Se la società civile del capitalismo nascente riposa sul lasciar morire, la sua logica tacita é quella dello sterminio. Ciò che i nostri giornali chiamano oggi “violenza”, non é spesso che una resistenza dei “particolari” a questo sterminio sordo, nascosto, troppo ordinario e quotidiano per restare visibile.
Il momento seguente é quello della Shoah. Ogilvie ricorda i dibattiti in corso, prende le necessarie precauzioni per un tema sensibile ed esemplare e propone di pensare la “soluzione finale” come un fantasma di purezza e d’autoesistenza che cercherebbe di sopprimere la propria condizione. In questa ipotesi, la scelta dell’ebreo come oggetto d’odio resta esemplare di un processo la cui logica delirante dovrebbe attaccare più l’operaio che l’omosessuale, per esempio. La pista della finitezza potrebbe esserne l’esito. L’opera si conclude con un crimine “senza destinatario”, quello dormiente, latente delle mine “anti-uomo”. La loro attesa indefinita potrebbe portarci a una nuova definizione della guerra, lontana dal combattimento e più vicina all’ordinario. Cinque saggi incisivi, talvolta allusivi, sempre suggestivi. Un libro da leggere per aprire gli occhi.

Nel video seguente Bertrand Ogilvie illustra, al Colloquio internazionale “De la terreur à l’extrème violence” tenutosi a Belgrado qualche anno fa, il rischio permanente di un ritorno al fascismo attraverso la distruzione del lavoro e delle condizioni di lavoro che producono l’homme jetable.

L’Homme jetable : Essai sur l’exterminisme et la violence extrême“, Bertrand Ogilvie (Èdition Amsterdam, 2012).

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