ma l'amor mio non muore

La forza di esistere.

Sopra: “The power of theatrical madness”, Jean Fabre 1984.

“Gli esseri umani intorno a noi con la loro stessa presenza hanno il potere, che appartiene solo a loro, di fermare, di reprimere, di modificare tutti i movimenti che il nostro corpo abbozza; un passante non devia il nostro cammino per strada allo stesso modo di un cartello, quando si è soli non ci si alza, non si cammina, non ci si risiede nella propria posizione allo stesso modo di quando c’è un visitatore”.

Simone Weil, “L’Iliade o il poema della forza“, 1940–1941.

Baruch Spinoza scrive che un un affetto è qualcosa di più che un semplice sentimento personale. Per “affezione” non intende un “emozione”, nel senso comune della parola. Egli parla del corpo nei termini della sua capacità di “provare affetti” e di “essere affetto”. Non si tratta di due capacità diverse – le troviamo sempre assieme. Quando proviamo affetto per qualcosa, stiamo allo stesso tempo aprendo noi stessi a essere affetti a nostra volta in modo leggermente diverso da come possiamo esserlo stati nell’istante precedente. Abbiamo compiuto una transizione seppur piccola. Abbiamo fatto un passo in avanti oltre a una soglia osservando la cosa da un punto di vista di un cambiamento nelle nostre capacità. Affezionare è oltrepassare la soglia, osservando la cosa dal punto di vista del cambiando delle nostre capacità (ne abbiamo già parlato nel post “Camminare è una caduta controllata”). È fondamentale ricordare che Spinoza impiega questa immagine per parlare del “corpo”. Ciò che esso è, è ciò che è in grado di “fare” man mano che “procede”. Si tratta di una definizione assolutamente pragmatica. Un corpo viene definito dalla sua capacità che si porta dietro un passo dopo l’altro. E ciò che esse sono cambia continuamente. La capacità che un corpo possiede di provare affetto o di essere affetto – la sua carica affettiva – non è qualcosa di predeterminato. Gilles Deleuze nel corso su Spinoza tenuto a Vincennes nel 1978 dice:

“Come prima determinazione, un’affezione è: lo stato di un corpo in quanto subisce l’azione di un altro corpo. Cosa vuol dire? «Sento il sole su di me», oppure, «un raggio di sole si posa su di voi»; è un’affezione del vostro corpo. Cos’è un’affezione del vostro corpo? Non il sole, ma l’azione del sole o l’effetto del sole su di voi. In altri termini, un effetto, o l’azione che un corpo produce su un altro, una volta detto che Spinoza, per ragioni [che derivano] dalla sua fisica, non crede ad un’azione a distanza – l’azione implica sempre un contatto -, ebbene è una miscela di corpi. L’affectio è una miscela di due corpi, un corpo che è detto agire sull’altro, e l’altro raccogliere la traccia del primo. Ogni miscela di corpi sarà chiamato affezione”.

Nell’”Iliade” l’ira di Achille nasce proprio dallo scontro di due soggetti prima (Achille e Agamennone), e poi dal confronto-scontro tra il figlio di Peleo e tutta la comunità dei Greci, incapace di interpretare il motivo della sua ira. Questa, insomma, è un fattore dello scambio intersoggettivo, scoppia – avrebbe detto Spinoza – a causa dell’azione di un corpo (di un soggetto) su di un altro corpo. Ancora Deleuze su Spinoza:

“Spinoza dice che il male – non è difficile – il male è un cattivo incontro. Incontrare un corpo che si miscela male col vostro. Miscelarsi male, vuol dire miscelarsi in condizioni tali che uno dei vostri rapporti subordinati o che il vostro rapporto costituente è o minacciato, o compromesso, oppure addirittura distrutto”.

A seconda delle circostanze quindi, essa sale o scende come una marea, o si alza e s’increspa come un’onda, o talvolta semplicemente si agita sul fondo. Ciò accade perché è tutto talmente legato ai movimenti del corpo da non poter essere ridotto a un’emozione. Non è soggettiva, ma non vuol dire che in essa non vi sia niente di soggettivo. Per Spinoza, ciascuna transizione è accompagnata da un “sensazione” di cambiamento della propria capacità.
L’affetto e questa sensazione di transizione non sono due cose differenti. Sono due facce della stessa medaglia, come provare affetto e essere affetti. È questo il primo modo in cui l’affettività ha a che fare con l’intensità – ciascun affetto è un “raddoppiamento”. L’esperienza di un cambiamento, un essere affetto-provare affetto, viene raddoppiato da un’esperienza dell’esperienza. Si tratta di qualcosa che conferisce poi movimenti del corpo una sorta di profondità che lo accompagna attraverso i diversi passaggi – e che si accumula sotto forma di ricordo, di riflesso, di desiderio, di “inclinazione”. L’emozione è il modo in cui la profondità di quell’esperienza in corso si registra in modo personale in un dato momento. Un’emozione è un’espressione di affetto molto parziale. Attinge solo a una selezione ristretta di ricordi, e attiva solo determinati riflessi o inclinazioni. Nessun singolo stato emotivo può abbracciare tutta la profondità e l’ampiezza del modo in cui facciamo esperienza dell’esperienza – ovvero tutti i modi in cui la nostra esperienza si raddoppia. Lo stesso potremo dire del pensiero cosciente.
Quando proviamo una certa emozione o pensiamo a una certa cosa, dove sono finiti tutti gli altri ricordi, abitudini, inclinazioni che potrebbero esserci?
E dove sono finite tutte le capacità che il corpo possiede di provare affetto e di essere affetto dalle quali è inseparabile? Non è possibile esprimerle tutte quante in un dato momento. Ma non sono nemmeno assenti, finché al prossimo passo ne verrà fuori un’altra selezione. Sono sempre li, ma virtualmente – in potenza. L’affettività, come insieme, è quindi la “compresenza virtuale” di tutti i potenziali.
È questo il secondo modo in cui l’affettività ha che fare con l’intensità. Come una popolazione, uno sciame di potenziali modi di provare affetto e di essere affetti che ci segue man mano che ci muoviamo. Chiamiamo “libertà” quel vago senso di potenzialità e lo difendiamo fieramente. Tuttavia indipendentemente dal livello in cui siamo consapevoli che il potenziale è lì, esso sembra sempre fuori dalla nostra portata, forse dietro la prossima curva. Perché esso non è “veramente” lì – lo è soltanto virtualmente. Ma forse se adottassimo misure piccole, concrete, sperimentali, strategiche, per ampliare il nostro registro emozionale, o rendere più duttile il nostro pensiero, saremmo in grado di accedere a una dose maggiore di potenziale, averne di più a disposizione.
Avere più “potenziale” rende più intensa la nostra vita. Non siamo più schiavi delle situazioni. Anche se non avremo mai tutta la nostra libertà, sperimenteremo un “grado” di libertà, o un nuovo “margine di manovra”.
Il nostro grado di libertà in un dato momento corrisponde alla quantità di quella “profondità” di esperienza alla quale avere accesso per compiere il passo successivo.
Potremmo essere noi stessi ad essere tirati dentro una situazione e al suo movimento, piuttosto che essere noi a catturare lei. Ma questa cattura non è per forza un’oppressione. Può essere accompagnata da una sensazione di vitalità, di vivacità, di gioia, da una sensazione di essere più vivi. Potrebbe trasformarci, espanderci, farci sentire più liberi.
Ecco cos’è essere vivi.

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